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“Vince chi va lento, mamma.”

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(immagine dal web)

La prima giornata di sole di questo inizio di primavera.

Un pranzo con i parenti, per evitare di disperdersi e di rivedersi solo ai funerali della ormai maggioranza di anziani presenti.

Un piazzale antistante allo stanzone in cui eravamo riuniti.

Un pezzo di mattone, e un sassolino levigato.

“Mamma, giochiamo a campana? Però a modo mio eh!”

Disegno per terra la campana con il pezzo di mattone… a modo mio, che ovviamente non va bene…

Ne disegno un’altra, seguendo istruzioni ferrate…e questa va bene…

“Mamma, ti faccio vedere come si fa!”

Il sassolino si muove tra i numeri, in un modo che effettivamente non rispetta i miei barlumi di ricordo d’infanzia legati a quel gioco…arriva il numero 10, la fine del percorso, e la coppa disegnata sull’asfalto…

“Bravo, hai vinto!” esulto io…

“No, mamma, non ho vinto…”

“No?”

“No, mamma, perchè sono andato troppo veloce.”

“Ma che vuol dire?”

“In questo gioco vince chi va lento, mamma…”

Bene…sostituite la parola gioco con la parola vita…ed ecco la ricetta della felicità, elaborata nel modo più filosofico possibile, attraverso il gioco, da un bambino di quasi cinque anni…

In fondo, a pensarci bene, cos’altro è la vita, se non un gioco lunghissimo per raggiungere la coppa della felicità alla fine del percorso?

Forse ha ragione lui…vince chi va lento, chi si ferma a pensare, chi ad un certo punto molla i remi della corsa e si concentra sull’obiettivo…la felicità appunto…

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Ma che fai…piangi?

Era il 1990, avevo 14 anni e usciva nelle sale ‘Pretty Woman’.

Lo vidi allora e da allora l’ho rivisto innumerevoli volte nei vari passaggi televisivi o in VHS prima e DVD poi.

A distanza di 25 anni l’ho rivisto stasera e…mi son trovata a piangere…cazzo!!!

Perchè?

Perchè il ‘principe azzurro’ non esiste e nessuno ti leva dalla merda e se te ne vai ti corre dietro…nessuno…

Sono le storie, questa, con tutte le favole che la precedono, da “quella fottuta culona di Cenerentola” citando alla lettera il film, in poi…che rovinano la vita emotiva, già sufficientemente complicata fosse anche solo dall’odiosa alternanza dei cicli ormonali, di noi donzelle di tutte le età…

Perchè fin da quando siamo bambine ci crediamo…poi ci speriamo…e ci speriamo ancora e ancora…fino ad arrendersi all’evidenza dei fatti alla soglia dei quarant’anni…

Il ‘vissero per sempre insieme felici e contenti’ è una dannatissima fregatura…ma finiamo per accorgercene sempre troppo tardi, quando ci siamo dentro fino al collo con tutte le mutande…

E pensare che io l’avevo anche trovato il mio ‘principe azzurro’…ma non sono stata in grado di tenermelo stretto…e so che non verrà con un mazzo di fiori ad arrampicarsi sulla scala antincendio per riportarmi da lui…perchè non sarebbe neanche giusto…perchè in fondo siamo tutte quante profondamente egoiste e armate di inconsapevole cattiveria, più simili a Malefica, o a lady Tremaine, o a Crudelia Demon o a Grimilde…e nessuno avendo conosciuto il nostro lato peggiore si metterebbe in casa una ‘strega’…

E mi son trovata in lacrime perchè finchè non finisce la famosa settimana del film, la mia storia negli ultimi mesi era stata molto simile a quella di Vivian, eliminando ovviamente il particolare ‘prostituta’ e ‘ miliardario’…ma poi la realtà della vita di tutti i giorni ‘svacca’ la principessa e innervosisce il principe…e finisce tutto in merda…e non ci sono nella vita vera i fiori e la scala antincendio…non ci sono…

Ringrazio il fatto che mio figlio sia un maschio…avrà i suoi bei grattacapi, di sicuro, e non è per niente detto che finirà per soffrire meno, ma almeno il lavaggio del cervello di ‘principessa’ e ‘cavaliere’ e ‘vissero felici e contenti’ se lo evita…molto meglio macchinine e robot, e supereroi assortiti e aerei…

A pensarci bene, però, anch’io che avevo un fratello di poco più piccolo di me, guardavo Mazinga e Goldrake e Capitan Harlock…e a pensarci ancora meglio, quant’era bello Capitan Harlock con il suo ciuffo di capelli al vento e le sue maniere gentili…

Mi sa che non c’è scampo…

🙂

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(immagine dal web)

Rifiuto la felicità

“Senza le nostre ferite dove sarebbe la nostra forza?”, si chiedeva lo scrittore Thornton Wilder. “Neanche gli angeli possono persuadere gli sventurati e goffi figli della terra quanto può farlo un unico essere umano travolto dagli ingranaggi della vita”. Prova a farne uno dei tuoi oggetti di meditazione, Scorpione. Penso che le prossime settimane saranno il periodo ideale per apprezzare di più quello che hai perduto in passato. A quali capacità ha dato origine la tua sofferenza? Quali fallimenti ti hanno reso più forte?

E’ il testo di un oroscopo del mio segno zodiacale di qualche giorno fa…non ricordo neanche esattamente a quale delle settimane presenti o future faccia riferimento.

Mi serve adesso come spunto per mettere nero su bianco l’ultima delle domande a cui manco di dare risposta…

La scorsa settimana si è conclusa la mia esperienza di terapia dalla psicologa, che tanto mi ha aiutato a sciogliere alcuni dei nodi del mio essere e che mi ha salutato facendomi i complimenti per il mio percorso e dicendomi che non ha più niente da dirmi, almeno per quanto riguarda l’aspetto ‘medico’ della mia psiche…

Mi sento un pò zoppa in questi giorni, come se avessi perso uno dei bastoni che mi aiutavano a stare in piedi…ne ho persi diversi in realtà di punti di riferimento negli ultimi mesi…e ora siamo io e io…ed è il momento di guardarsi davvero negli occhi…

Ho rivisto lo scorso fine settimana la persona che ho amato e amo tuttora, corrisposta peraltro, ma che si è allontanato da me, in un disperato moto di autodifesa dalla mia incapacità di accettare la felicità…

E’ esattamente questo il punto, e proprio lui, che sempre è riuscito a vedermi dentro meglio di quanto io stessa sia mai riuscita a fare, me lo ha detto…e credo abbia ragione…

Ed ecco l’ultimo nodo da sciogliere, che poi come sempre accade è il primo, il più radicato, sottile, subdolo, il più importante…

Io scappo dalla felicità, quasi fosse una cosa che mi spaventa… e la cerco quindi continuamente, ma quando la raggiungo, o mi viene offerta senza condizioni io faccio inconsapevolmente in modo di costruire barriere invisibili e potentissime contro di essa e contro chiunque o qualunque cosa in quel momento ne sia la manifestazione tangibile…

E la persona, la situazione, il momento che mi rendono felice diventano i miei nemici e mi diventano ostili…perchè nella merda ho imparato a navigarci bene, e tengo alta la testa adesso…ma la felicità non la conosco troppo bene, la riconosco, la osservo, la vedo, la sento, la tocco…ma non mi appartiene…

E sono percorsi mentali questi che se mi guardo indietro ho ripetuto tante e tante volte con chiunque, a partire dai miei genitori, coi quali il rapporto è sempre stato conflittuale, tanto da rendermi incapace di cogliere, di accettare il bene che comunque loro vogliono a me… a modo loro, nel modo di cui sono capaci, ma che io comunque rifiuto, probabilmente creando inconsapevolmente linguaggi appositamente inadeguati alla comunicazione reciproca…

E’ un auto castrazione alla felicità la mia…ma perchè?

Qual’è il vero nodo che sta dietro a questo mio modo di essere, da dove nasce questo inconsapevole rifiuto, che mi suona così tanto come una punizione che mi infliggo per una colpa di cui mi accuso ma di cui non ho ancora coscienza?

Aspiro alla felicità, come tutti quanti gli esseri viventi, creati con l’unico scopo di essere felici, ma la mia assomiglia ad una eterna battaglia contro i mulini a vento, con l’aggravante che i mulini a vento sono io, che appena della felicità ne sento l’odore capovolgo il tavolo, alzo le barriere e combatto contro di essa, e quindi contro di me… creando problemi sempre nuovi e sempre uguali, ai quali, immersa nell’infelicità, so di essere in grado di dare soluzione, a differenza della gestione della felicità che non conosco, non so capire, mi porta troppo in alto e mi spaventa…

Dov’è nascosto quest’ultimo nodo? Dove sta?

Ho bisogno di trovarlo…voglio riuscire a prendere a piene mani il bene che le persone che mi stanno intorno sono in grado di offrirmi ed essere quindi felice…e poi magari ringraziarli e chieder loro scusa per tanto inconsapevole lottare…prima che sia troppo tardi…

Sei testardo, questo è sicuro quindi ti puoi salvare ancora

“Un giorno credi” Edoardo Bennato

(1974) I BUONI E I CATTIVI
Edoardo Bennato – chitarra 12 corde, armonica, kazoo, tamburello e canto
Tony Esposito – percussioni
Bruno Limone – basso
Andrea Sacchi – chitarra
Eugenio Bennato – mandolino
Roberto De Simone – arrangiamenti e direzione orchestrale in “Un giorno credi”

Un giorno credi di essere giusto
e di essere un grande uomo
in un altro ti svegli
e devi cominciare da zero

Situazioni che stancamente
si ripetono senza tempo
una musica per pochi amici
come tre anni fa

A questo punto non devi lasciare
qui la lotta è più dura, ma tu
se le prendi di santa ragione
insisti di più

Sei testardo, questo è sicuro
quindi ti puoi salvare ancora
metti tutta la forza che hai
nei tuoi fragili nervi

Quando ti alzi e ti senti distrutto
fatti forza e vai incontro al tuo giorno
non tornar sui tuoi soliti passi
basterebbe un istante

Mentre tu sei l’assurdo in persona
e ti vedi già vecchio e cadende
raccontare a tutta la gente
del suo falso incidente

Un inno per tutti quelli che cadono ogni giorno, ma ogni giorno si rimettono in piedi…come pugili al tappeto che non accettano ko…

Ci sono donne – “Donne al quadrato” di Antonia Storace

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(immagine dal web)

Ci sono donne – “Donne al quadrato” di Antonia Storace

Ci sono donne…

E poi ci sono le Donne Donne…

E quelle non devi provare a capirle, perchè sarebbe una battaglia  persa in partenza.

Le devi prendere e basta.

Devi prenderle e baciarle, e non devi dare loro il tempo il tempo di pensare.
Devi spazzare via con un abbraccio che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto, a bassa, bassissima voce.

Perchè si vergognano delle proprie debolezze e, dopo averle raccontate si tormentano – in una agonia lenta e silenziosa – al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e bisognose per un piccolo fottutissimo attimo, vedranno le tue spalle voltarsi ed i tuoi passi allontanarsi.

Perciò prendile e amale.

Amale vestite, che a spogliarsi son brave tutte.
Amale indifese e senza trucco, perchè non sai quanto gli occhi di una donna possono trovare scudo dietro un velo di mascara.

Amale addormentate, un po’ ammaccate quando il sonno le stropiccia.

Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a se stesse.

Ma appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.

“Donne al quadrato” di Antonia Storace

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