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“La nostalgia è l’amore che rimane”

Ho trovato questo articolo qualche giorno fa, quasi come evento virale, su un social network.

Ricercandolo a freddo stasera l’ho trovato qui: http://www.predazzoblog.it/la-nostalgia-e-lamore-che-rimane/

Mi astengo dalle considerazioni che sembra fosse una bambina il soggetto parlante, che fosse malata, che le abbiano chiesto il significato della morte… questione che per sua natura non dovrebbe neanche avvicinarsi al mondo dei bambini…tantomeno se sono malati…

Ma trovo che la frase in questione sia la definizione migliore che io finora abbia trovato della parola amore, nella sua declinazione terminale, e della nostalgia che ne consegue…

Da quando l’ho letta non riesco a togliermela dalla testa, come se fossi finalmente riuscita ad estrapolare, a metter nero su bianco, a definire, tramite parole altrui, il senso profondo del mio stato d’animo attuale e del mio essere persona da sempre…

…troppo amore…che rimane…

“La nostalgia è l’amore che rimane!”

La morte spiegata da una bambina con cancro terminale

Come oncologo con 29 anni di esperienza professionale, posso affermare di essere cresciuto e cambiato a causa dei drammi vissuti dai miei pazienti. Non conosciamo la nostra reale dimensione fino a quando, in mezzo alle avversità, non scopriamo di essere capaci di andare molto più in là.

Ricordo con emozione l’Ospedale Oncologico di Pernambuco, dove ho mosso i primi passi come professionista. Ho iniziato a frequentare l’infermeria infantile e mi sono innamorato dell’oncopediatria.

Ho assistito al dramma dei miei pazienti, piccole vittime innocenti del cancro. Con la nascita della mia prima figlia, ho cominciato a sentirmi a disagio vedendo la sofferenza dei bambini. Fino al giorno in cui un angelo è passato accanto a me!

Vedo quell’angelo nelle sembianze di una bambina di 11 anni, spossata da due lunghi anni di trattamenti diversi, manipolazioni, iniezioni e tutti i problemi che comportano i programmi chimici e la radioterapia. Ma non ho mai visto cedere quel piccolo angelo. L’ho vista piangere molte volte; ho visto anche la paura nei suoi occhi, ma è umano!

Un giorno sono arrivato in ospedale presto e ho trovato il mio angioletto solo nella stanza. Ho chiesto dove fosse la sua mamma. Ancora oggi non riesco a raccontare la risposta che mi diede senza emozionarmi profondamente.

“A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio. Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!”

“Cosa rappresenta la morte per te, tesoro?”, le chiesi.

“Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero? (Mi sono ricordato delle mie figlie, che all’epoca avevano 6 e 2 anni, e con loro succedeva proprio questo)”.

“È così. Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!”

Rimasi sbalordito, non sapendo cosa dire. Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina.

“E la mia mamma avrà nostalgia”, aggiunse.

Emozionado, trattenendo a stento le lacrime, chiesi: “E cos’è la nostalgia per te, tesoro?”

“La nostalgia è l’amore che rimane!”

Oggi, a 53 anni, sfido chiunque a dare una definizione migliore, più diretta e più semplice della parola “nostalgia”: è l’amore che rimane!

Il mio angioletto se ne è andato già molti anni fa, ma mi ha lasciato una grande lezione che mi ha aiutato a migliorare la mia vita, a cercare di essere più umano e più affettuoso con i miei pazienti, a ripensare ai miei valori. Quando scende la notte, se il cielo è limpido e vedo una stella la chiamo il “mio angelo”, che brilla e risplende in cielo.

Immagino che nella sua nuova ed eterna casa sia una stella folgorante.

Grazie, angioletto, per la vita che ho avuto, per le lezioni che mi hai insegnato, per l’aiuto che mi hai dato. Che bello che esista la nostalgia! L’amore che è rimasto è eterno.

(Dr. Rogério Brandão, oncologo)

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8 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. vagoneidiota
    Mar 14, 2015 @ 08:24:57

    Ho un nodo in gola.
    Jill scott – not like crazy

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  2. intempestivoviandante
    Mar 14, 2015 @ 10:21:56

    Hai ragione, indipendentemente dalla sua origine, la definizione è davvero bella, è proprio così. E in fondo, se ci pensi, è la sua bellezza e la sua forza. Quello che hai avuto non sparisce, ma resta in nuovi gesti, nuove emozioni, e l’idea che la capacità di dare e ricevere non si perde mai.
    Un saluto
    Alexandra

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  3. jazztrain1
    Mar 14, 2015 @ 12:50:06

    Non riesco a leggerlo….

    😦

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  4. laurent domergue
    Mar 15, 2015 @ 06:56:46

    Il faudrait être capable de transformer la douleur en énergie pour survivre a cela malgré tout …!!!

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  5. bom76
    Mar 15, 2015 @ 09:26:41

    Molto commovente e molto vero!
    Buona Domenica Elena!

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  6. Piero
    Apr 26, 2015 @ 10:53:04

    Non avevo ancora letto codesto post. Mi piace come l’hai affrontato, con la tua delicata sensibilità. Ciò che non mi piace è che tra le grandi prove di “fede” (che stando a quanto c’insegnano noi comuni mortali siamo “condannati” a dare), ci siano tragedie come quella descritta. La maturità che la bambina dimostra è contro l’ordine naturale delle cose, più di quanto non sia la malattia da cui è afflitta. Mia madre mi raccontava spesso di un suo zio che morì di tifo a 14 anni (siamo negli anni ’30). L’agonia fu terribile. Il ragazzo capiva che andava spegnendosi e si dibatteva sul letto di morte, urlando che non era giusto, che non voleva morire. Non è mai giusto ma è umanamente incomprensibile se le vite sono spezzate a quelle età. Per quanto sia diventato sempre più scettico, ammetto che è questo il grande mistero che non sarà mai svelato, e che mette in discussione la teoria che l’universo sia nato per un evento casuale. Se tuttavia accettiamo che la vita e la morte siano dimensioni dunque l’anima vive in eterno, ed eterno è l’amore. Come quello che questa dolcissima bambina lascia a noi tutti.

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