Un punto di vista strambo

“Mamma, posso fare un disegno?”

“Certo! Fai un bel disegno, che poi me lo fai vedere!”

“Mi serve la carta colorata! Ma poi non riesco a rimetterla a posto!”

“Prendila, non ti preoccupare, poi a metterla a posto ci pensa la mamma quando hai finito!”

“L’ho presa gialla mamma!”

“Va bene!”

Pochi minuti dopo, asciutte le mani e sistemati i piatti rigovernati della cena, salgo in camera sua.

“Guarda mamma!”

“E’ bellissimo! Ma che cos’è?” Ecco la classica domanda idiota, di chi la fantasia non sa più nemmeno dove stia di casa…

” E’ un pipistrello, non lo vedi?… Poi lo taglio tutto così così e così (con le manine indica i punti in cui si sarebbero abbattute le forbici…) e lo attacchiamo al muro!”

“Va bene, però finiscilo prima!” Il mio cucciolo è un artista degli ‘incompiuti’… 🙂

“Certo, tanto faccio veloce…poi però lo taglio!” Il mio cucciolo è un artista anche delle forbici…un disegno non rimane intero nemmeno il tempo di ammirarlo che già con le forbici lo taglia, lo scontorna, lo rende altro dal progetto originario… 🙂

Neanche il tempo di andare in bagno a lavarmi le mani e arriva con il foglio tagliato in tre parti

“Ecco qua, mamma, ora lo attacchiamo?” Io e il mio cucciolo attacchiamo tutti i suoi disegni, i suoi capolavori, al muro, direttamente, con lo scotch…che tanto quando andremo via da questa casa la dovrò imbiancare comunque…e allora intanto ce la facciamo a modo nostro… no? 🙂

“Va bene, prendo lo scotch e mi dici come metterlo, va bene? Poi però andiamo a letto!”

” Va bene… ma ora attacca…Allora in basso metti questa parte, dove c’è il celeste che sul giallo è diventato verde, lo vedi?”

“Così?”

“Così.” …e il balletto di domanda e risposta si ripeterà ad ogni pezzettino di scotch attaccato qui, poi lì, poi un altro lì… poi un altro lì… 🙂

“Poi sopra un pò staccato metti il pipistrello”

“E poi ancora staccato metti il cielo…che è diventato tutto rosa!!!!”

Ed ecco l’opera d’arte compiuta…in perfetto stile decostruttivista!!!

Non è meravigliosa?

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Elio, “Il pipistrello” , disegno decostruttivista, pastelli a cera su carta colorata, 27/05/2015

A corollario della meraviglia di assistere all’espressione creativa di un bambino, il ‘pipistrello’ mi ha fatto tornare in mente una canzoncina dello’Zecchino d’Oro’…diventata mio malgrado, insieme a tutto il connesso repertorio, perfetta integrazione delle mie playlist musicali da qualche anno a questa parte…

Un punto di vista strambo (testo e musica di Flavio Conforti)

Quando viene sera, la notte si fa nera
E col buio ci svegliamo.
Non aver paura nella notte scura
Se volando noi balliamo.
Mambo, dei pipistrelli,
Noi siamo quelli con il sangue alla testa
Quelli con un punto di vista
Strambo,
Siamo come ombrelli
Ombrelli neri, chiusi, appesi al soffitto.
Zampe in aria, testa di sotto.

Provaci un po’ anche tu
Le gambe in aria, la testa in giù
dai prova!
Provaci un po’ anche tu. Provaci!
Prova a cambiare il tuo dritto punto di vista

Mambo dei pipistrelli
noi siamo belli, sempre molto eleganti.
Neri poi mettiamo anche i guanti
quando balliamo il mambo
muovendo passi lenti contro il soffitto
attenti a non finire di sotto…

Provaci un po’ anche tu
Le gambe in aria, la testa in giù
dai prova!
Provaci un po’ anche tu. Provaci!
Prova a cambiare il tuo dritto punto di vista

E così capirai l’unico tu non sei nel mondo
che il tuo dritto punto di vista è per noi un punto di vista
strambo
parecchio strambo
Come questo mambo che stai ballando
…che strambo!

Al rovescio usiamo la testa
con un altro punto di vista
Ogni notte diamo una festa
tutti pronti a scendere in pista
dai aspetta un po’ che la notte sia scura
vieni qui da noi balla senza paura
Su nel cielo salirà con la sua scia
una luna piena portando allegria

Provaci un po’ anche tu
Le gambe in aria, la testa in giù
dai prova!

Provaci un po’ anche tu. Provaci!
Prova a cambiare il tuo dritto punto di vista
E così capirai l’unico tu non sei nel mondo
che il tuo dritto punto di vista è per noi un punto di vista
Strambo
parecchio strambo
Come questo mambo che stai ballando
…che strambo!

Sembrerà strano che da una canzoncina per bambini possano scaturire riflessioni pseudo serie, ma nel testo ci sono un paio di spunti che ritengo fondamentali, e che non manco mai di puntualizzare anche con il mio cucciolo, quando la ascoltiamo e balliamo ( 🙂 ) insieme…

Per i pipistrelli lo stare a testa in giù è la normalità, per noi che stiamo a testa in su loro sono strani…ma la questione è semplicemente il cambiamento del punto di vista.

Se un bambino impara a capire che possono esistere tanti punti di vista diversi e anche contrapposti, nelle relazioni con le altre persone e con gli avvenimenti, allora è aperta la strada all’accettazione del diverso, al confronto, alla comprensione, all’ascolto di pensieri diversi dai propri, che non peccano quindi a priori di mancanza di autorevolezza o non sono inferiori per il semplice fatto di essere differenti, solo perchè frutto appunto di un diverso punto di vista…strambo se si vuole… ma mai meno importante del proprio…

E’ una riflessione che ritengo importante anche per me…in ogni momento di confronto e dialogo con le persone…perchè il ‘diverso’ da sè non è un pericolo, ma una ricchezza, un confronto, un invito a vedere le cose con una diversa prospettiva, sotto una luce differente e nuova ogni volta.

Tornando ad ascolti ben più vicini ai gusti adulti Jarabe de Palo ha scritto nel 1998 la canzone “Depende” che dà il titolo all’omonimo album.

Ecco…iltrucco sta tutto qui…

 Jarabe de Palo, Depende
Album: Depende (1998)

“Que el blanco sea blanco
que el negro sea negro
que uno y uno sean dos
como exactos son los números
depende

Que aquí estamos de prestao
que el cielo esta nublao
que uno nace y luego muere
y este cuento se ha acabao
depende, depende
¿de qué depende?
De según como se mire, todo depende

Que bonito es el amor
mas que nunca en Primavera
que mañana sale el sol
y que estamos en Agosto
depende

Que con el paso del tiempo
el vino se hace bueno
que to lo que sube, baja
de abajo arriba y de arriba abajo
depende, depende
¿de qué depende?
De según como se mire, todo depende

Que no has conocido a nadie
que te bese como yo
que no hay otro hombre en tu vida
que de ti se beneficie
depende

Y si quiere decir si
cada vez que abres la boca
que te hace muy feliz
que sea el día de tu boda
depende, depende
¿de qué depende?
De según como se mire, todo depende”.

—————————————————-

Che il bianco sia bianco
Che il nero sia nero
Che uno e uno siano due
Che la scienza dice il vero… dipende

E che siamo di passaggio
Come nuvole nell’aria
Che si nasce e poi si muore In questa vita straordinaria… dipende

Dipende da che dipende
Da che punto guardi il mondo
Tutto dipende!

Ma che bello è questo amore
Specialmente in primavera
Che domani sorge il sole
Perché siamo in Agosto… dipende

E che più che passa il tempo
E più il vino si fa buono
E quest’onda fa su e giù
E ti porta giù e su… dipende

Dipende da che dipende
Da che punto guardi il mondo
Tutto dipende!

Non ho mai vissuto niente
Che mi piaccia come te
E non troverai nessuno
Che ti ami come me… dipende

E se tu dirai di sì
Con il suono della voce
Mi vedrai come morir Inchiodato alla tua croce… dipende

Dipende da che dipende
Da che punto guardi il mondo
Tutto dipende!!

VOLARE E’ POTARE

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(immagine dal web)

Se volere è potere, allora… VOLARE E’ POTARE 

(Anonimo)

La frase l’ho trovata in rete qualche giorno fa.

Al di là dell’ironico gioco di parole, il senso che ad essa ha dato il mio stato d’animo di questi giorni, contiene una verità assoluta.

Si potrebbe pensare che tagliare e volare siano due azioni in aperta contraddizione. Le ali sono lo strumento, tanto invidiato e copiato agli uccelli, che consentirebbero a noi animali terreni, e in qualche modo meccanico lo fanno da secoli ormai, di volare…tagliarle allora non avrebbe alcun senso…

Ma se si pensa alla potatura che sapientemente viene fatta di alberi e piante, da mani esperte, in modi e tempi stabiliti, essa consente alla pianta stessa di disfarsi di rami secchi, infruttuosi, che si sono accresciuti in direzioni pericolose per la stabilità, per rinascere a nuova vita, per continuare a crescere correttamente, per avere nuovi germogli sani, per dare frutti copiosi, per tornare rigogliosa all’affacciarsi della nuova stagione.

Ho sempre trovato triste la pianta appena potata…sembra monca, ferita, divelta, danneggiata… ma quando arriva la stagione dei germogli essa sprigiona tutta la sua potenza vitale, resa ancor più prosperosa da quell’operazione di mutilazione curativa che è stata la potatura.

E allora metaforicamente, se penso a me stessa come ad una pianta, tagliare i rami secchi, disfarmi del peso distorto del passato, potare le parti marcescenti di quello che è stato, vorrebbe dire spiccare il volo, tornare a germogliare, rinascere di nuova vita sana e rigogliosa.

Io raramente riesco a dare un taglio netto al passato, come quando si recide una rosa con le forbici sbagliate e rimane ancorato al fusto un filamento che non si taglia… quel filamento rimane attaccato, ad ogni colpo di forbice si sfilaccia, ma la rosa ancora non si stacca.

Ecco, io conservo sempre un filo collegato, un ramo sterile, in tutte le situazioni del passato, nelle relazioni, nei sentimenti, negli avvenimenti, come se rimanessi sempre lì, penzolante, non più legata ma non ancora recisa e pronta a nuova vita.

Invece dovrei imparare a “potare”, lasciar indietro i rami secchi, i percorsi sbagliati, le scelte infruttuose, i sentimenti cresciuti nella direzione pericolosa per la stabilità.

Tagliare per tornare a volare, per riprendere fiato, per respirare aria nuova a pieni polmoni e andare avanti, senza più quel filamento legato al passato, sempre più sottile e sfilacciato.

E allora sì che sarebbe vero che “VOLARE E’ POTARE” !!!!

Chiunque abbia inventato questa lungimirante frase metaforica dell’esistenza e del suo rinnovamento ha pienamente colpito nel segno…

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(immagine personale)

 Qualche tempo fa leggevo che da una ricerca sul destino commissionata a non ricordo quale istituto – eccone un’altra di cose che proprio non sopporto: questa mania di indagare sulle questioni più assurde – risulterebbe che il destino, appunto, non esiste e che tutto dipende dalle nostre decisioni: attimo dopo attimo siamo noi gli unici incontrastati padroni del nostro futuro. Adesso, a parte che sarebbe come dire che si può dimostrare scientificamente la inesistenza di un altrove o di dio, restando più modestamente al mio caso, se in quel giorno di luglio, per l’esattezza la mattina dell’ultima lezione con Loretta prima delle vacanze, la signora Clelia, dopo un nuovo fugace ma assai intenso incontro – oh, era l’addio prima di una lunga separazione: «Mi mancherai» mi disse lisciandomi il basso corredo concertistico – non mi avesse riferito che al fratello, direttore d’albergo, gli si era incidentato il pianista, e quindi chiesto se volessi sostituirlo, quale direzione avrebbe preso la mia vita? Certo potevo anche risponderle di no. Ma perché mai rifiutare un ingaggio con un compenso più che allettante rinunciando quindi a quella che, considerato l’impegno che mi avrebbe richiesto -appena qualche ora di sera – sivprospettava, per il resto, come una insperata vacanza al mare?Oltretutto in un hotel di lusso che mai più mi sarei potuto permettere? Sì, avrei potuto anche risponderle che m’ero già impegnato con la comitiva dei miei amici dell’Azione Cattolica per quindici giorni al campeggio Marilena di Agropoli – ma in tal caso sarei stato solo un povero stronzo con un giusto destino da povero stronzo, no? – e forse forse sarebbe stato meglio. Invece preparai la valigia e, come volle il destino, il giorno dopo partii.

Gaetano Cappelli – Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi, Marsilio 2012

Francesca non c’era…

Qualche sera fa ho partecipato entusiasta ad una cena meravigliosa.

Eravamo riuniti in diciassette ex compagni delle scuole elementari, alcuni a distanza di una trentina d’anni dall’ultima volta che ci eravamo visti, ancora vestiti con il grembiulino da scolari.

Molti di loro vivono tutt’ora nella medesima cittadina che ci aveva visti sedere fianco a fianco per anni, nella scuola delle suore del paese, ma la mia scarsissima capacità di mantenere vivi i rapporti con le persone che hanno fatto o fanno parte della mia vita mi aveva portato con gli anni a perderli di vista, fino alla nascita delle nuove ‘amicizie’ virtuali dei social network, che in qualche modo avevano riallacciato i fili da qualche anno a questa parte.

In quella classe tanto lontana eravamo in 28, ne mancavano 11, alcuni perchè la vita li ha portati lontani, altri perchè impegni improvvisi e improcrastinabili, come la nascita di un figlio, hanno impedito loro di partecipare.

Una per me era veramente assente…ma credo che fosse presente più di tutti nei nostri sguardi reciproci, quando le risate dei ricordi si interrompevano.

Si chiamava Francesca.

Era una bambina con i capelli rossi, di quel rosso che si vede solo nelle tinte a basso costo dei supermercati, arancioni carota, come Pippi Calzelunghe, un caschetto liscio, la frangetta…io me la ricordo così.

Ho rammarico di non riuscire a ricordare le cose andate, nè in tempi così lontani, nè in tempi più vicini…faccio fatica a ricordare gli avvenimenti, le conversazioni, i nomi…non dimentico facce e numeri invece.

E di Francesca mi ricordo che non voleva portare la gonna, che si tagliava i capelli da sola e che entrò in scena in una delle recite organizzate dalla scuola con le lacrime agli occhi e la testa bassa, imbronciata per tutto il tempo delle canzoncine infantili, perchè aveva litigato e urlato e pianto con la mamma… e con la maestra… e con le suore proprio perchè quella maledetta gonna lei proprio non se la voleva mettere…

L’avevo persa di vista, come tutti gli altri, negli anni delle medie e del liceo…mia mamma mi raccontava a volte che aveva preso “una brutta strada”.

La rividi molti anni dopo, riconoscendo da lontano il colore rosso carota dei suoi capelli arruffati in una coda, nella strada centrale della città più vicina…barcollava…le gambe piegate…tendeva la mano ai passanti…e aveva le sue cose buttate in terra sullo spigolo di una delle porte d’ingresso del teatro…non mi vide…e io non ebbi il coraggio di avvicinarmi…avevo vent’anni…

Qualche anno dopo ero agli ultimi anni dell’università e avvenne che, passando per andare in facoltà per la piazzetta identificata da tutta la città come ‘la piazza dei tossici’, riconobbi di nuovo la sua chioma rossa…le gambe sempre più piegate…la schiena curva…l’equilibrio ancora più instabile…

Lei alzò lo sguardo e incrociò il mio…io allora feci un paio di passi nella sua direzione, modificando la mia traiettoria, ma lei abbassò la testa e mi dette le spalle…

Mi fermai…fui immediatamente convinta che mi avesse riconosciuto, esattamente come io avevo riconosciuto lei…ma non volesse che andassi lì…

Abbassai anch’io la testa e ripresi il mio cammino…

Da quel momento non l’ho più vista…l’altra sera sono arrivata alla cena pregando che nessuno portasse con se la notizia che Francesca fosse morta…e invece è viva, entra e esce dalle comunità di recupero, mantenendosi su quella lama di rasoio tra la vita e la morte chiamata eroina…e Dio solo sa cos’altro…

Io ho pensato spesso a lei in tutti questi anni…ho pensato alla mia codardia nel non esser stata capace di tenderle la mia mano, al suo rifiuto di confrontarsi con chi la vita la stava affrontando in modo diverso da lei…ma non ho mai pensato di essere mai stata in qualche modo più brava di lei a barcamenarmi in questo altalenante gioco alla roulette russa chiamato vita.

Penso a lei quando mi chiedo cosa ha fatto di me quello che sono adesso…e sono convinta che io nella differenza della sorte tra noi due non abbia alcun merito… cosa ha davvero reso me quello che sono? chi o che cosa hanno cambiato me, se mi hanno cambiata? Chi o che cosa hanno reso lei quello che è diventata?

La famiglia?  Le amicizie?

Un ‘sì proviamo’ che ha catturato lei…che magari può esser stato lo stesso ‘sì proviamo’, detto con la medesima incoscienza, a situazioni diverse e che invece a me mi ha salvato da esser io al suo posto, o al suo fianco, e lei al mio?

E’ allora solo una questione di fortuna? Solo un caso?

E penso a lei quando mi faccio queste domande nei confronti dell’immensa responsabilità che sento nei confronti di mio figlio. Sarò in grado di essergli accanto e di avvertire i segnali, quando arriverà il momento del suo incosciente ‘sì proviamo’ e di tendere il braccio invece di abbassare lo sguardo e continuare il mio percorso?

Rivedo come un fermo immagine le sue gambe curve e tremanti, il viso livido, l’espressione sconvolta, i capelli rossi arruffati…ed è un’immagine tragica, un effetto seppia di un essere umano ridotto a una larva. E quell’immagine, mi agita, m’infuria perfino, per non essere stata talmente forte e risoluta da tendere quella mano.

Anzi mi tormenta ancora di più perché quella pietosa controfigura di essere umano era proprio lei, era Francesca, ed era stata una bambina dai capelli rossi, come me, insieme a me…

Ma Francesca, quel giorno, s’era voltata… Ed io avevo scelto di riprendere la mia strada.

Francesca l’altra sera non c’era…ma sarebbe stata l’unica persona che avrei avuto piacere di rivedere più di tutte le altre con cui parlavo e scherzavo…

Sapete perchè?

Per chiederle scusa…scusa per non aver avuto il coraggio e la forza di correre ad abbracciarla forte, lì, nella ‘piazza dei tossici’ con le sue gambe curve e tremanti e i suoi scaruffati capelli rossi…e di sorreggerla, di compiere un qualsiasi gesto che attenuasse le sue sofferenze…

Anche se lei si era voltata…

“…diventa una meraviglia…”

alba sul mare

(immagine dal web)

Cito da una conversazione avuta con un amico

E’ una frase che dovrei tener bene a mente…ogni istante…

La meraviglia è il motore dell’anima…il motore del mondo.

(…) abbassando le aspettative e vedendo invece realizzate cose che si ritenevano impossibili, diventa una meraviglia (…) ogni giorno avviene un piccolo miracolo… (cit)

 

Di minigonne verdi, biciclette e cassonetti…

Era un’estate di oltre 25 anni fa… avevo 12/13 anni… i tempi delle scuole medie più o meno, ed erano arrivati i primi accenni di pubertà e una gran voglia di sentirmi grande…

Mi avevano regalato una gonna verde di jeans, una minigonna…molto mini in realtà, ma semplicemente, secondo l’usanza del tempo di passarsi tra famiglie vicine le cose ancora nuove che non stanno più ai propri figli, io me l’ero ritrovata nell’armadio già un pò piccola anche per me.

Mia madre me l’aveva vista indossata e il giudizio era stato inamovibile ” Tu con quella addosso non esci, è troppo corta!”

Ma a me piaceva…era corta, stretta, e il verdolino slavato del jeans le dava un aspetto lezioso…

Una mattina di luglio, giorno di mercato in paese, mia mamma era andata al lavoro, perchè, nonostante facesse la maestra elementare e le scuole fossero chiuse, aveva l’incarico di sostituire il direttore della scuola e quella mattina era dovuta andare…

Dopo le raccomandazioni di rito, mi ero trovata da sola…così decisi di andare al mercato in bicicletta…e mettere finalmente la mia gonna verde!!!!

Misi la gonna…uscii, presi la graziellina rosa, la portai in vetta alla rampa dei garages e mi misi in sella…

‘Accidenti!!!!’ seduta sul sellino e con i piedi in posizione sui pedali la gonna era davvero troppo corta!

La strada scendeva in lieve discesa…iniziai a pedalare, poi abbassai lo sguardo e lasciando il manubrio con la mano sinistra andai a sistemare la gonna…che, caspita!, era troppo corta!!!!

Non ebbi il tempo di rialzare lo sguardo, che sentii un dolore fortissimo allo sterno… sbaaaam!!!! ero andata a sbattere contro il gancio del cassonetto a bordo strada, quello che viene agganciato al camion perchè possa essere svuotato…

Cazzo che male!!!!

Rimasi piantata lì qualche minuto…la ruota davanti della bici si era irrimediabilmente piegata…e io avevo il segno del gancio stampato sullo sterno…

Non piansi…ma mi scese una lacrima silenziosa…

Riportai la bicicletta danneggiata in garage…

Tornai in casa…tolsi la gonna e la rimisi nell’armadio… è rimasta lì, come un’iconografia ancora a lungo, ma non l’ho più messa…

Mi misi un paio di pantaloni…lunghi…e andai al mercato a piedi…

Che delusione allora…sembrava la punizione divina…o mia madre che aveva incaricato qualcuno di incorporeo di tenermi d’occhio…

Ma dopo così tanto tempo ricordo quella mattina col sorriso sulle labbra…

🙂

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