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Il Bianconiglio ha fame!!!

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(immagine di Rébecca Dautremer)

Dirigo WRITERS…curo una rubrica su WRITERS…scrivo per WRITERS…

“Mamma che noia questa!…Ma chi si crede di essere????” Questo quello che penserete…

Invece lo faccio solo perchè mi piace scrivere e quello che segue ne è, malamente, il risultato…

Ecco il mio articolo per la rubrica “Inseguendo il Bianconiglio” all’interno del numero 5 di WRITERS, che trovate qui: https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9QnpPV2xBX0I4WDA/view?usp=sharing

Bianconiglio corri!!!! C’è il pane in forno!!!

Inseguire il Bianconiglio è una metafora esistenziale che implica la continua ricerca e rincorsa dei propri sogni, dei propri desideri, del soddisfacimento delle proprie necessità.

Il cibo, in quanto nutrimento necessario al corpo per quel meraviglioso laboratorio chimico che è il nostro organismo nel trasformare tutto quello che mettiamo in bocca in proteine, zuccheri, grassi, etc…, incarna in sé la quintessenza della ricerca del soddisfacimento di un bisogno primario, istintivo, imprescindibile.

Un bambino appena nato, nell’istante in cui riconosce l’odore della donna che lo ha messo al mondo e custodito dentro di sé, muove la testolina alla ricerca spasmodica del capezzolo. Sa, anche se tutto il suo corpicino si racchiude indifeso all’interno di due mani, che vivrà solo se trova la fonte del suo nutrimento. E quando lo trova è vorace, famelico, egoista, determinato al limite della cattiveria, e se la madre ha la fortuna di avere il suo bimbo attaccato al seno (che a volte succede che non si attacchino, che non riconoscano la fonte da cui avrebbero il loro cibo)ne diventerà schiava per le successive settimane, e nulla potranno dolore, pudore, ragadi, sonno, stanchezza, necessità personali, fame, contro la volontà primigenia di vivere e di ‘usare’ la donna che ti ha messo al mondo come fonte di approvvigionamento primario della più essenziale delle necessità.

Se ci si pensa bene, tutto ruota intorno al cibo, dal soddisfacimento personale di un bisogno primordiale alla caratteristica sociale di noi animali umani. Ci si ritrova spesso intorno ad una tavola apparecchiata, e il cibo diventa una delle occasioni privilegiate di socializzazione, di interazione, di dialogo, di nutrimento e per una forma evoluta di osmosi mentale, cibo è anche anche tutto ciò che costituisce nutrimento per il pensiero, l’arte tutta dunque, e poi la lettura, la scrittura, la dialettica, la cultura.

Pensate per un attimo, se qualcuno da un giorno all’altro, vestito di un camice bianco che gli conferisce l’autorità di imporre nuove regole in virtù del fatto di aver trovato il motivo del vostro malessere e di conoscerne la soluzione, vi dicesse che non potete più mangiare una sostanza. Non un alimento definito in sé nella sua interezza, ma un elemento, una proteina specifica, contenuta in una miriade di alimenti che sono alla base della nostra dieta mediterranea, patrimonio dell’umanità, e di tutta l’alimentazione pressocchè mondiale, con le dovute variabili del caso.

Quando ci si riferisce a condizioni di emergenza, la frase iconica della privazione, che comunque deve fare i conti con la necessità di sopravvivenza, consiste nell’esser messi a ‘pane e acqua’… bene…levate il pane.

E levate il pane perché altrimenti sapete che passereste notti e giorni interi, infiniti, doloranti, devastanti a vomitare senza sosta e contemporaneamente una dissenteria feroce vi sconquasserebbe le viscere…per ore…per giorni…

Credetemi…anche se lo avete mangiato fino a quel momento il pane, iconicamente preso come punto di riferimento per tutto quello che esso significa e che contiene quella maledetta proteina che si chiama gliadina, ecco, anche se lo avete mangiato fino a quel momento il pane, da un momento all’altro lo cacciate a calci il pane dalla vostra vita…’mors tua…vita mea’.

I tempi immediatamente successivi alla diagnosi sono devastanti, faticosissimi…si sperimenta la fame…quella vera…buona parte di quello su cui si basava la tua alimentazione fino al giorno prima non esiste più…ma sei fuori casa…e hai fame…e non hai ancora pensato a portarti dietro il pacchettino di una qualsiasi cosa da mangiare senza glutine imbustata nella plastica…e senti l’odore del cornetto caldo al bar…ma non lo puoi mangiare…passi davanti al forno che ha appena sfornato la pizza o la schiacciata, o il pane…ma non puoi mangiarlo…e hai fame…e nonostante le privazioni, continui a sentirti male per i successivi due anni, come se tu quella maledetta proteina continuassi a mangiarla ogni volta…

Le abitudini, formalizzate fin dai lontani anni dell’infanzia in modi, tempi, ritmi atavici, della tua alimentazione vengono talmente tanto scardinati dalle fondamenta che per mesi ti rifiuti di uscire a cena con gli amici…perchè da un giorno all’altro sei diventata ‘quella diversa’, quella che deve andare a parlare con il cuoco, quella che quando portano i piatti il cameriere urla come se fosse una messa alla gogna “chi è quella celiaca?”…quella che rompe le palle alla cucina…quella che deve avere tutto cucinato a parte, acqua separata, pentole diverse, stoviglie diverse…e sei servita per prima o per ultima, mai insieme, e tutti che ti chiedono, “ma che succede se assaggi solo un morso di pizza? Non ti farà mica male, in fondo è solo un morso…” e te che spieghi e spieghi e spieghi…e quel morso glielo vorresti dare alla pizza, molto più di loro…ma non puoi…

Poi passano i mesi…e l’uomo è un animale con un’infinita capacità di adattamento, quindi ti abitui…stabilisci nuove regole, ti imponi nuovi comportamenti, pretendi il soddisfacimento dei tuoi bisogni…

Passano gli anni, e ti abitui alle cose da mangiare che escono sempre dalla plastica…arrivi ad odiarla la plastica…arrivi ad odiare il mangiare in sé…ne perdi il piacere…non mangi più…semplicemente ti nutri…

Capita anche che scegli di iniziare a fare un mestiere bistrattato dai più, considerato alla stregua di un riempitivo, e che è strettamente collegato alla fruizione del cibo. Così molli un lavoro sicuro in ufficio e fai la cameriera professionista in un ristorante di alto livello, e, quasi per autoimposta legge del contrappasso, non puoi assaggiare i piatti che servi e consigli, ma il tuo giudizio passa dai sensi che rimangono escluso il gusto, e di un piatto ne osservi l’aspetto, valuti l’armonia dei colori, la geometria della disposizione, ne annusi l’odore e arrivi esattamente a sapere che quel piatto sia meglio di un altro, che soddisfi meglio le richieste del ricercato cliente che hai di fronte. E alla fine della cena le facce gioiose che ringraziano e si alzano dopo aver goduto dell’ottimo piatto che hai consigliato, fanno in modo che tu ti senta contenta, felice di aver soddisfatto un loro bisogno primario nel migliore dei modi possibile…mangiandolo tu attraverso di loro, attraverso le loro bocche, attraverso le loro mandibole che affondano i denti nei bocconi, attraverso i loro sguardi soddisfatti, i loro sorrisi, i loro apprezzamenti.

Mangi con il corpo di un altro…ti nutri con il tuo…di quello che resta…

Una cosa rimane viva nei ricordi…e rimane collegata al pane…

L’odore del pane è la quintessenza di un sogno, di un desiderio…lo tieni in mano il pane…lo guardi, nella perfezione striata della cottura, ne senti con le dita la consistenza croccante della crosta, la farina resta sulle dita…lo annusi, lo sniffi quasi come un tossico in crisi di astinenza…lo ascolti mentre scrocchia sotto la pressione e si divide…il quinto senso non può essere soddisfatto…ma ecco che interviene il sesto senso, la mente…il ricordo…

E così riassaggiare il pane, quello vero, a distanza di molti anni diventa il tuo Bianconiglio, il tuo desiderio recondito, il tuo peccato di gola, la tua lussuria estatica nei confronti del cibo…diventa un’idea, pari all’amore, e come esso procura gioie e sofferenze.

Ogni tanto si affacciano ipotesi di nuove frontiere della ricerca scientifica che annunciano la sintetizzazione di una pillola che, assunta prima dei pasti, inibirebbe la reazione autoimmune di rifiuto della gliadina all’interno del primo tratto dell’intestino…

Appena l’avranno inventata, fosse l’ultima cosa che faccio nella mia vita, voglio risentire il sapore del pane appena sfornato…il calore sulle papille gustative, lo scrocchiare della crosta sotto i denti, l’amalgamarsi della saliva con la mollica…

Morire per indigestione di pane…

Chissà se questo Bianconiglio diventerà mai reale…chissà se il mio Bianconiglio fumante appena sfornato si farà mai prendere…mi piace pensare di sì…

Lo immaginate passarmi davanti con una bella pagnotta di pane in una mano e nell’altra il suo orologio da taschino?

E’ tardi, cara mia…è tardi…”

Mi sfamerò dei ricordi…

Non metto su il tè stavolta…ma sforno il pane…venite a farmi compagnia?

Vi aspetto su writers.blogmagazine@gmail.come già che ci siete, portate voi il burro e la marmellata?

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3 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. laurent domergue
    Lug 05, 2015 @ 18:06:02

    Chassez le Lapin , il revient au galop …!!!

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  2. silviacavalieri
    Lug 05, 2015 @ 18:16:38

    Hai ragione, accidenti! Ho notato ultimamente che ci sono molte più “farine” e cibi adatti per celiaci e, fortunatamente, comincia ad affacciarsi qualche ristorante! Ho mangiato in uno di questi ristoranti davvero molto bene e ho gustato persino vari tipi di “pane” delizioso e croccante, come ci siano riusciti non lo so… ma c’è speranza!!!È stata un’esperienza, io per ora (perché bisogna dire così, dato che è un evento che non si può escludere a priori) non sono celiaca.

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    • CrazyAlice
      Lug 12, 2015 @ 02:45:33

      La questione che a me crea più difficoltà, ancora oggi che sono più di dieci anni che l’ho scoperto, è il fatto di non poter scegliere…non è una dieta, un capriccio, una moda, o una scelta di vita, è una costrizione…e io ancora non l’accetto poi così bene… mi sono abituata, perchè l’uomo si abitua a tutto per sua natura, ma non lo accetto… Grazie delle tue parole, un abbraccio!

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