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La terza via

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(immagine personale)

In genere ci viene detto che nella vita abbiamo una scelta tra due sole strade: lottare con tutte le nostre forze per arrivare in cima e per avere successo, o riunirci all’esercito dei ‘nessuno’. Invece esiste una terza via, amico, puoi farti da parte e cominciare ad essere la persone che vuoi essere. Non sei obbligato a fare il loro gioco: sono gli altri che hanno bisogno di te non tu di loro.

(Sergio Bambarén)

Vivo da sempre, tranne brevi o disastrose parentesi, nella “ridente cittadina” di M., un luogo che odio e amo al tempo stesso, dal quale anelo la fuga ogni momento e al quale mi faccio irrimediabilmente legare, di giorno in giorno, di anno in anno, di vita in vita.

La vecchia stradina sopraelevata esiste da sempre nella mia memoria, la pista ciclabile risale invece a tempi più recenti, di cui comunque non ricordo la precisa collocazione temporale. Non ricordo quindi nemmeno cosa ci fosse prima della costruzione della pista ciclabile, ma da quando esiste la pista ciclabile quel cancello è sempre stato lì, statuario, fisso nella sua insensatezza, e la pista ciclabile si divide incontrandolo, passando alla sua destra e alla sua sinistra, piegandosi, quasi in senso di rispetto, alla sua presenza.

Segna un confine, testimonia un antico passaggio tra un dentro e un fuori, tra un ‘di qua’ e un ‘di la’…

Le due corsie della pista ciclabile sono un bivio, puoi andare a destra o a sinistra del cancello, devi scegliere da che parte andare… metaforicamente diventano la via giusta e la via sbagliata, la strada nota e la strada ignota, diventano il bianco e il nero, il vero e il falso.

Ma cosa c’è dentro al cancello?

Se fosse un passaggio in altre dimensioni? Un binario 9 e 3/4 verso un altrove altro dal codice binario delle scelte?

E se il cancello fosse la via della fantasia, del gioco, delle possibilità, delle intuizioni, dell’amore, della follia, dell’irrazionalità, della magia, della meraviglia, dei sensi, del rischio, se fosse tutto quello che sta nel mezzo tra il giusto e lo sbagliato, tra il bianco e il nero, tutto il possibile, tutto l’immaginabile, tutto quello che non è ma potrebbe essere?

E’ sempre socchiuso quel cancello…chissà perchè…

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A tu per tu con i demoni

Noi non vediamo le cose come sono.
Noi vediamo le cose come siamo.

Anaïs Nin (ma molto tempo prima nel Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo)

Domenica pomeriggio, una festa, tanta gente, un’amicizia speciale…e poi un progetto, un’opportunità, prospettive.

Le premesse per ore ricche.

Di fronte a tanta felicità, alla realizzazione dei sogni di altri, alle vite degli altri io mi sono sentita piccola, insignificante, colma solo di fallimenti, insicura, impaurita, sfiduciata, incapace, triste.

Così aria piovosa , un fiume, una staccionata, svariate sigarette, una voce rassicurante e un orizzonte di placido indifferente verde autunnale hanno accolto le mie lacrime, il mio crollo emotivo.

Di fronte alle luminose vite degli altri la mia è apparsa improvvisamente immersa in un cono d’ombra che non credo di avere la forza di illuminare…lo spirito delle mie vite passate, quello della mia vita presente e il terrificante spirito della mia vita futura hanno invaso la mia mente mettendomi davanti allo specchio impietoso dei bilanci che ha riflesso, nell’aria festosa che mi circondava dei successi altrui, una serie di mancate conquiste il primo, un affanno costante il secondo, e la cornucopia dei giorni a venire carica di paura e stanchezza il terzo.

Non posso permettermi altre scivolate, lo devo adesso a mio figlio oltre che al minimo di dignità che ancora fermamente conservo.

E allora che fare?

Perchè tanta viscerale e atavica insoddisfazione? cosa cerco davvero nel mezzo del cammino della mia vita? cosa ho davvero realmente inseguito nel passato? a quale maleaugurato sentimento disfattista di presunzione devo i miei innumerevoli cambi di programma, i miei disastrosi voli pindarici? perchè non riesco a rassegnarmi e il mio animo anela costantemente al sogno che la mia vita diventi più simile alle vite degli altri di cui in modo tanto assetato assorbo estasiata racconti e aneddoti mai vissuti e sempre meno possibili per me? com’è possibile che contemporaneamente spinga avanti e tiri indietro? perchè da sempre mi arrendo?

Che senso ha realmente, adesso, continuare a sognare?

Vorrei volare, so che potrei farlo, ma la paura mi attanaglia e mi tiene a terra…così siedo, immobile, ferma, e i giorni passano tutti uguali mentre lo sguardo sale a vedere la lontano chi vola e…si tiene per mano.

Quale tempo mi appartiene, in modo che possa disporre di esso liberamente?

Giornate piovose…e la malinconia insita nella stagione autunnale non aiuta a vedere il bicchiere mezzo pieno (anche se, devo ammetterlo a me stessa in primis, il bicchiere, da qualche tempo a questa parte, non lo vedo più drammaticamente mezzo vuoto, ma lentamente lavoro su me stessa per arrivare, goccia dopo goccia, al quasi mezzo pieno…).

Le giornate scorrono via veloci, scandite da risveglio, colazione, preparazione del cucciolo, consegna alla nonna, viaggio al lavoro, lavoro, chiacchiere per pranzo, lavoro, viaggio a casa, cena, rientro a casa, pulizie, gatti, coccole, nanna del cucciolo…e così via, settimana dopo settimana…

Poi finalmente, intorno alle 23:00, conquisto il ‘mio’ tempo, lo rubo al sonno, scrivo, coltivo vecchie e nuove amicizie, mi preparo la colazione per la mattina dopo e, spesso poco volentieri, mi costringo ad andare a letto anch’io…

Mal volentieri mi addormento, perchè vorrei avere più tempo da sentire ‘mio’, per fare le cose che piace fare a me, per leggere, scrivere, guardare un film, sedermi sul divano coccolando i gatti, per giocare con mio figlio anche…ma lui ormai dorme da un paio di ore…

Il tempo che raccoglie in sè aspettative di ritmi diversi, di cose diverse, di novità, di amicizia, di curiosità, di ricostruzione, di giochi, di desideri, di spazi tutti per me è quello del fine settimana.

Ed è proprio nel crearmi aspettative, nel tempo che scorre nell’attesa del ‘mio’ tempo, che germoglia la delusione che mi assale quando poi le cose come le avevo pianificate nella mia mente per riprendermi e godermi finalmente il ‘mio’ tempo non vanno quasi mai come devono andare, per colpa di inghippi dell’ultimo minuto, di problemi nella gestione coordinata della vita di tante persone e famiglie (la mia, quella dei miei genitori, quella del padre di mio figlio, quella delle persone con cui vorrei passare qualche ora…e potrei continuare…)…o perchè semplicemente le cose vanno come devono andare e hai voglia a programmare, non ce la puoi fare a prevedere ogni cosa perchè vada tutto liscio come vorresti.

Ok…ok…mi sto lamentando…

Ma quando magari avevi programmato nella tua testa, e quindi sperato, di poter passare un pò di tempo in compagnia di una persona, e per svariati motivi non ci riesci, un pò la cosa ti rosica…

Ed è vero che ci saranno altri ‘tempi’ per te…è vero che il mondo non finisce domani, ma quella cosa che volevi fare, di fatto succede che non la fai…tutto qua…semplicemente…

C’è stato chi, ferendomi anche un pò, mi ha detto in passato che se voglio fare una cosa e non riesco a farla, e quindi in questo caso a prendermi del tempo per me, allora vuol dire che non la voglio veramente…e in parte ammetto che, data la massima per cui ‘volere è potere’, avesse anche ragione…

Ed ecco qua, però, che istillato sapientemente il senso di colpa, la mia mente entra nel loop di cosa avrei potuto fare di diverso da quello che ho fatto, quale poteva essere un’organizzazione alternativa di tutte le parti in causa che non ho saputo vedere e mettere in piedi…

Ma col tempo ho imparato a scrollarmi di dosso un pò di questi sensi di colpa…ci provo tutti i giorni a fare il supereroe…ma non lo sono…e io arrivo fino a qui…punto…prendere o lasciare…al limite ci incontriamo a metà strada…

E, fatta pace con me stessa, mi godo quel tempo che mi sono ricavata, che è sempre quello che rimane dopo averlo impiegato per tutto il resto delle cose che devo fare, che ho scelto di fare, prendo le cose come vengono, e cerco di essere felice…

Certo, la domanda rimane: quale tempo mi appartiene, in modo che possa disporre di esso liberamente?

Esiste un tempo che appartenga realmente solo a me?

Come fare a non farselo scivolare via dalle mani, prima che sopraggiunga inesorabile un senso di rassegnazione, la consapevolezza che, per quanti sforzi faccia, non possa essere diverso da così?

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(immagine dal web)

Panta rei…’ci stiamo soltanto dicendo addio’

Saltellando qua e là in rete mi sono imbattuta in questo articolo di Cesare Catà.

Non è il primo che leggo del medesimo autore, e ne sono rimasta incantata, come le volte precedenti, dalla prosa poetica, a tratti malinconica, con la quale racconta storie di ‘poeti, santi, eroi e navigatori’ a cui i sognatori indomiti come me sono tanto affezionati.

L’articolo in questione parla di Ernest Hemingway e di una serata in un bar a L’Havana sul finire della quale germoglia “Il vecchio e il mare”.

Si parla di amore in questo articolo e una frase mi ha colpito per la sua disarmante, poetica verità…

Hemingway si rende conto che gli uomini non sono che vittime di passioni non sincronizzate. Che la vita è solo un lungo addio. Che tutti noi, per quanto ci amiamo – siano le nostre storie d’amore lunghe una settimana o una vita intera –  ci stiamo soltanto dicendo addio. Addio agli abbracci. Siamo treni che si incrociano rapidi in una stazione di smistamento merci.” (cit.)

E alla mente mi si sono riaffacciati i ricordi della ‘filosofia del divenire’ di Eraclito, sepolti nella notte dei tempi dei primi anni di liceo…

‘Panta rei’, tutto scorre… e in quanto divenire, ogni anelito di vita, ogni istante, ogni fotogramma della nostra storia, ogni emozione sono già passati, andati, perduti, nell’attimo stesso in cui si manifestano.

Non solo i moti dell’animo innamorato, ma ogni cosa…niente escluso…

“…la vita è solo un lungo addio…” la versione malinconica del ‘panta rei’… tutto scorre…

…e penso a mio figlio che cresce…in fondo è vero che in ogni attimo che viviamo insieme in questa vita, io mamma, lui figlio, “ci stiamo soltanto dicendo addio”…ma indubbiamente è l’addio più bello che ogni istante la vita mi regala…

 

Il medico per corrispondenza

Strano rapporto il mio con la medicina, con le malattie, con il dolore…

Non mi fido della prima, ho paura delle seconde, non sopporto il terzo…

Ergo, meglio non avere a che fare con la prima…finchè posso cerco di ignorare i segnali delle seconde…metto a tacere il terzo, spesse volte eliminando prima possibile il sintomo senza preoccuparmi, finchè riesco, della causa…

La verità è che le questioni mediche, non conoscendole, mi spaventano…

Così temporeggio…

Poi arriva il giorno in cui ho in mano i risultati delle analisi del sangue di controllo di mio figlio…e casualmente anche quelli delle mie…e allora non aspetto più…contrariamente a come considero la mia, la salute di mio figlio è una priorità assoluta…

Così incastro gli orari di entrambi i dottori nel tardo pomeriggio di un piovoso martedì, metto i fascicoli in borsa prima di uscire di casa la mattina e mi preparo ad affrontare la questione in tandem, appena uscita dal lavoro.

In pausa pranzo, per avvisarla che sarei passata da lei, chiamo la pediatra di mio figlio…mi intima di non passare in serata, perchè per il pomeriggio ha troppe visite già fissate e non riuscirebbe a ricevermi, ma mi dice di lasciarle in portineria dell’ambulatorio tutti i fogli delle analisi di mio figlio in una busta chiusa…nella mattinata del giorno successivo lei darà un’occhiata al tutto e mi darà risposta rimettendo tutto nella medesima busta che dovrò ritirare successivamente dalla  medesima portineria…e poi ci aggiorneremo via telefono…

Ok, nessun problema…ma, sai com’è, le analisi sono di mio figlio…non di uno qualsiasi raccattato per strada…e io avrei avuto piacere anche solo di osservare la tua espressione nel momento in cui le leggevi…perchè con le parole potresti girarmi la frittata, o indorare la pillola, cara la mia dottoressa…ma se tu vedessi qualcosa che non va, io mi accorgerei, se solo potessi vederti, del tuo cambio di espressione, del tuo sopracciglio alzato, della tua smorfia e già saprei…

Ok, nessun problema…cercherò di mettere a tacere la mia diffidenza e mi forzerò a fidarmi di quello che scriverai o che sentirò dalla tua voce attraverso il telefono…

Ma sta cosa non mi piace…

Beh, almeno farò vedere al mio dottore i risultati delle mie di analisi, per decifrare i numerosi consueti asterischi…

Macchè, arrivo all’ambulatorio e lui è già andato…

Lo chiamo e mi ripete anche lui di lasciare le mie analisi alla solita portineria…

Allora, azzardo che se dev’essere un interpretazione in differita, non vis-à-vis, posso mandargliele via mail, almeno dopo averle scannerizzate rimangono in mano mia e non affidate come quelle di mio figlio alla fantomatica portineria…

Ok, nessun problema…

Arrivo a casa e, dopo aver messo a nanna il cucciolo, scrivo un poema di resoconto delle nostre numerose visite estive alla pediatra, in modo che accompagni i fogli delle analisi di mio figlio e che possano in qualche modo essere meno ‘spoglie’, un pelino più contestualizzate…metto tutto nella busta e rimetto tutto in borsa per il viaggio di domattina verso la portineria…

Poi scannerizzo, scrivo, allego, spedisco…

Ecco qua, sono andata da ben due dottori oggi, per corrispondenza, senza che nessuno dei due abbia visto la mia faccia…

E sta cosa non mi piace…per niente…

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