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Un tuffo in un abbraccio – WRITERS N.7

Una decina di giorni fa è uscito il nuovo numero di WRITERS la rivista on line che riunisce sotto la sua ala un gruppo di bloggers e no, tutti amanti della scrittura e delle parole, che più o meno ogni due mesi si diverte a scrivere “a soggetto”.

Il PDF del numero, se vi va di scaricarlo, lo trovate qui:

 https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9YVdRSEo3ZVV3LTg/view?usp=sharing

oppure sulla pagina Facebook: https://www.facebook.com/writers.magazine

Il tema di questo numero erano le EMOZIONI, declinate secondo la personalissima visione di ognuno di noi, e abbiamo parlato di uomini, di donne, di bambini, di viaggi, di scoperte, di sfide, di amore, di scrittura, di morte, di tutto quello che, attraversando gli animi come un fulmine che scarica a terra il suo voltaggio, ci rende vivi ogni attimo, ci definisce e al tempo stesso ci contraddice, ci rende, in definitiva, uomini.

All’interno di questo progetto curo, immeritatamente, una rubrica dal titolo “Inseguendo il Bianconiglio”.

Questo il pezzo che ho scritto:

 

UN TUFFO IN UN ABBRACCIO

Un bambino zampetta sul bordo della piscina, indeciso se tuffarsi o no. Si mette la mano sul naso, per tapparlo prima del salto…poi zampetta ancora…

Fa segno con l’altra manina di venire più vicino, poi la manina si gira col palmo in avanti e segna lo stop, va bene così, ci siamo…

Zampetta ancora, ancora e ancora…

Poi piega le ginocchia…e salta nell’acqua.

La mano lascia il naso e si allarga insieme all’altra a preannunciare un abbraccio.

Le gambe si allargano, scomposte, nel salto.

Dura un attimo, prima che il suo corpo raggiunga la superficie dell’acqua e la mamma che lo aspetta di sotto, ma il suo viso in quella frazione infinitesimale del tempo assume l’espressione della felicità.

Il sorriso si allarga, gli occhi si spalancano e si illuminano come stelle.

Tutto l’insieme della sua figura, in quell’istante, è di una meraviglia abbagliante.

Ed è tuo figlio.

Tu sei l’abbraccio sicuro che lo spinge a superare le sue paure e a lanciarsi verso l’acqua, metafora, in un assolato pomeriggio di piscina, di quello che dovrà essere per sempre la dinamica sotterranea, nell’affrontare la vita ogni attimo del tempo a vostra disposizione su questa terra, tra voi due esseri umani.

Non è facile parlare di emozioni, per il semplice fatto che l’atto stesso di parlarne, e di scriverne ancora peggio, ne impoverisce le sensazioni, ne riduce l’intensità, ne ridimensiona i contorni, facendole passare attraverso i pensieri e definendole all’interno di parole, grammatica, frasi che per la comune comprensione devono avere un senso compiuto e quindi ragionato.

E ogni volta che si fornisce una definizione di qualcosa, automaticamente se ne escludono tutti i possibili altri significati, tutte le possibili sfumature, rendendola di fatto molto più povera di quello che avrebbe potuto essere se non ci fossimo presi la briga,o meglio se non avessimo fatto addirittura lo sforzo, di chiuderla all’interno di una casella, di una definizione, appunto.

E’ un po’ come quando ad un concerto degli Eagles, a cui hai avuto il privilegio di poter assistere, parte l’arpeggio iniziale della chitarra di ‘Hotel California’ e nella platea di fronte a te si accende una foresta di schermi luminosi per ‘catturare’ il momento più importante della serata.

Nessuno dei volti dietro a quegli schermi ha realmente visto i quattro musicisti che suonavano, nessuno delle orecchie di quei cineasti improvvisati ha realmente ascoltato la loro musica.

Quattro signori di mezza età, avviati alla vecchiaia, che hanno fatto la storia della musica erano lì, in carne ed ossa, probabilmente per molti dei presenti, come per me, quella era l’unica occasione della loro vita di vederli suonare dal vivo, di sentirli suonare ‘davvero’ , di sentire la magia della loro arte trasformata in musica direttamente dai loro strumenti, dalle loro mani, dalla loro arte, dalla loro passione, e nessuno li ha veramente sentiti o visti in quel momento, perché lo smartphone, il tablet, o la macchina fotografica erano nel mezzo tra i volti e la musica, tra le orecchie, gli occhi e la magia.

Impossibile, inutile, sterile, svilente quindi definire un’emozione, esattamente come impossibile fissare in una fotografia il volto della felicità di quel bambino che si tuffa in piscina verso sua mamma…mancherà sempre qualcosa in quello che uno strumento esterno al complesso meccanismo delle nostre emozioni sarà in grado di catturare.

Ci saranno i colori, il sorriso, l’atto del salto, ma niente restituirà il significato sommerso di quel salto per i due attori della scena, niente catturerà quel momento, esso non esisterà più, svanirà nel mare delle emozioni nell’attimo stesso in cui sarà stato vissuto.

Impossibile, inutile, sterile, svilente definirsi felici, tristi, annoiati, allegri, delusi, speranzosi, preoccupati, arrabbiati, innamorati, perché, se non ci prendiamo in giro cercando appunto di incasellare, di definire le nostre sensazioni, le emozioni ci sono tutte insieme mescolate, fuse esattamente come nell’amalgama di un dolce dove, una volta creato l’impasto, non è più possibile distinguere la farina dalla cioccolata, il pizzico di sale dal lievito, lo zucchero dal goccio di olio.

Quando si prova un emozione, di qualsiasi tipo essa sia, non è mai una cosa sola e univocamente definita, ma un insieme di sensazioni che stravolgono l’ordine dei pensieri, spengono la testa, staccano l’interruttore del cervello e, perso per un attimo il pensiero cosciente, diventiamo solo anima.

Quando il cuore manca un colpo per una sorpresa, quando sale un groppo alla gola per una sensazione di impotenza, quando gli occhi si inumidiscono dalla felicità, quando lo stomaco si contrae e manca il fiato se una mano ci sfiora, ecco in quei momenti che durano un attimo, l’infinitesima parte di un attimo, noi siamo invasi dalla magia delle emozioni, tutte insieme, è un’esplosione, una deflagrazione del nostro sentire più incosciente, primitivo, fanciullesco.

Un’ imperativa, categorica e prepotente dimostrazione del nostro essere uomini, fatti di mente e sensazioni, di pensieri ed emozioni, di cervello e ‘folletti’.

E solo se la magia suona una melodia intonata, solo se i folletti ballano una danza elegante, noi stiamo bene con noi stessi e con le persone che abbiamo intorno, i cui folletti, negli attimi di un incontro, devono suonare e danzare la stessa nostra musica, il nostro stesso ritmo, per trovare un canale di comunicazione che ci consenta di diventare un insieme osmotico di coscienze, in grado di scambiare emozioni.

E’ una questione di accordo delle parti, di osmosi delle emozioni, di assenza di parole, di onestà dei gesti, di libertà dell’anima.

E’ una questione di comprensione di un linguaggio. Un linguaggio sotterraneo, potente come formule magiche appunto.

Perchè di magia si tratta. Oppure, semplicemente, di emozioni…

Vieni qua Bianconiglio, siediti accanto a me e guarda questo tramonto meraviglioso.

Il sole infuocato si tuffa in un mare petrolio.

Lasciati invadere.

Piangi…ridi…guarda…osserva…respira…ascolta…

…shhhh….niente parole…io saprò che sei qui vicino a me…

Volete venire anche voi in riva al mare con noi?

Venite a trovarci su https://writersezine.wordpress.com/ e se avete qualche emozione da condivide con noi scriveteci a writers.blogmagazine@gmail.com.

Sappiate che non capiremo fino in fondo, ma se riuscirete a far perdere un colpo al nostro cuore almeno in parte ci siete riusciti…senza altre parole.

Io e il Bianconiglio vi aspettiamo.

Elena Brilli

demoni

(immagine dal web)

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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. avvocatolo
    Dic 03, 2015 @ 08:20:57

    Ciao cara! Approfitto per segnalare che anche io curo una rubrica su Writers e faccio un appello: la rubrica raccoglie cartoline dall’inferno… raccolgo cioè racconti o brevi lettere di chi sta male e vuole condividere la sua situazione (in modo del tutto anonimo se si preferisce) raccontandomi del suo inferno. Scrivete alla mail di Writers o direttamente a maximiliano.dellapenna@gmail.com grazie!

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