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Mobili in sogno

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E’ arrivato il nuovo catalogo IKEA.

Ha qualcosa a che fare coi sogni il catalogo IKEA, una sorta di evoluzione 2.0 della casetta del Mulino Bianco di quando eravamo piccoli.

E ha qualcosa a che fare coi sogni soprattutto nelle pagine in cui mostra la sua mercanzia inserita in patinate foto di quadretti familiari pieni di gente che vive quegli spazi con un senso di rilassatezza e di serenità, ben poco simili alla vita di tutti quanti noi, decisamente più frenetica e veloce.

La corsa si ferma, nei volti sorridenti che spuntano tra le pagine del catalogo IKEA.

E ti ci fermi un attimo anche tu a pensare che non ti dispiacerebbe che quell’ammasso di faccende da fare, panni da stirare e giochi sparsi qua e là che tu definisci casa, almeno qualche volta, fosse come quelle rappresentate nelle fotografie. Un bell’uomo che ti sorride portandoti il caffè su un vassoio dal nome impronunciabile, il tuo bambino docilmente affaccendato a disegnare accanto al tuo computer, tutto ordinatamente sistemato su una scrivania da un altro nome altrettanto impronunciabile.

Poi scorri sui vari articoli del catalogo, e te lo immagini quel divano letto al posto del tuo di seconda mano e quasi arrivato a fine corsa…o una libreria accanto al mobile tv dove poter finalmente portare tutti i tuoi libri, i tuoi film e la tua musica, che hai ancora posteggiati a casa dei tuoi, residui dell’ennesimo trasloco mai terminato…o tutti i calzini e gli slip divisi all’interno del cassetto nel tuo cassettone, dove invece è tutto talmente arruffato da far fatica quasi la mattina a tirarne fuori l’abbinamento scompagnato che costituirà la tua scalcagnata lingerie…o le tende nuove alla finestra…o il portasapone in bagno…

Poi torni alla realtà e ti ricordi dell’ultima volta che ci sei stata da IKEA, quando dovevi prendere l’armadio per la cameretta del tuo bambino, e sei stata costretta a prendere quella che costava meno, senza troppi giri di parole, e comunque alla cassa ti è preso un colpo quando ti hanno detto la cifra da pagare, perchè tra quegli immensi scaffali, accidenti a loro, qualcosa dal nome impronunciabile e che non era indispensabile, come una coppia di piatti (solo due, che tanto siamo solo io e mio figlio e non ne servono di più…) neri, quadrati, che ti piacerebbe tanto avere al posto di quelli bianchi che ti ha passato tua mamma, o altre diavolerie del genere, alla fine ti rimane attaccato alle mani…

E ti ricordi poi della fatica che hai fatto a portarlo in camera quell’armadio, perchè è vero che te lo portano a casa e te lo montano, ma finisce che ti costa come l’arredamento Scavolini di Carlo Cracco, che non ti puoi permettere… e delle bestemmie per montarlo quell’armadio per poi accorgerti che una vite tra le 200 l’avevi anche montata male e per rimediare avevi due possibilità: smontare tutto di nuovo e allora sì che avresti fatto casino o cercare di rimediare con altre viti e colla mille chiodi…

Così sogni, col catalogo IKEA…e, credetemi, è bello il catalogo IKEA, proprio perchè appartiene al mondo dei sogni… a basso costo, e che alla fine, ti tocca montare da solo…più o meno come tutti i sogni, quando poi diventano realtà, mai belli come quando li avevi pensati.

Il nuovo catalogo IKEA mi aspetta…io vado a sognare, un pò, prima di andare a letto.

E quando arriverà il momento di buttarlo via troverò le pagine segnate con gli orecchi all’angolo, e rivedrò allora un divano, una libreria, una tenda, un portasapone…che mi sarebbero piaciuti, nella mia casa dei sogni, in una sera di fine estate.

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Summer Afternoon

Senza nome 1

Eppure

ci starebbe proprio bene

adesso

di fare l’amore

io e te.

Ogni uomo è un’isola

Non ho capito granchè, ancora, di come funzionino le cose nel profondissimo mare dei rapporti umani.

Ma una cosa credo di averla chiara, e, in questo momento della mia vita, credo di non essere molto lontana dalla verità.

Si nasce e si muore da soli, questo in sintesi quello che si sa da sempre da proverbi e detti popolari, dalla saggezza antica, dallo studio di generazioni di filosofi e psicologi.

Io rincaro la dose e dico che si vive anche da soli.

Ogni uomo è un’isola e nessuno sarà mai in grado di comprendere con precisione e fino in fondo il modo in cui la vita si manifesta per quella persona. Nella maggior parte dei casi, nemmeno la persona stessa sarà in grado di comprendersi del tutto, rimanendo anche per se stessa, alla fine dei conti, un mistero imperscutabile.

Lo scivolone più grande, quindi, che si possa fare all’interno delle relazioni a vario titolo tra le persone, è quello di dare per scontato che una passione, un sentimento, finanche una singola parola, possano avere per l’altro lo stesso significato o la medesima intensità di emozioni che noi ci riversiamo dentro, e che per noi è l’unica possibile, al pari della definizione del bianco o del nero.

Accade poi che nel corso dell’esistenza si creino tra le persone, in modo casuale e al tempo stesso estremamente razionale (come vuole la dicotomia illogica che sottende ad ogni vita, tra tutto il possibile e tutto il suo contrario…), dei sottilissimi istmi, o una rarissima forma di empatia condivisa, per la quale le due isole per brevi stralci di sentimenti ed emozioni, entrano in contatto in maniera univoca, senza fraintendimenti, senza incomprensioni, ma il contatto è talmente lieve e fragile che dura poco, basta lo scorrere di un singolo giorno o di un attimo, per rimettere tutto in discussione.

Ogni uomo è un isola, ed è presuntuoso, oltre che dannoso per il proprio equilibrio, pensare che l’altro veda e senta le cose nel modo in cui le vediamo e sentiamo noi.

Non è facile pensare che la vita accada in questo modo dentro di noi e intorno a noi, il senso di solitudine profonda che ne deriva e che non si sana con una quantità maggiore di persone intorno, è deprimente e devastante, ma bisogna lasciare che sia così.

Nello scorrere delle esistenze accadrà che i percorsi si avvicinino, entrino anche in contatto a volte, ma è importante lasciare andare e lasciarsi andare. Forzare le cose perchè l’altro avvicini il suo fluire al tuo o al contrario cambiare il tuo corso per avvicinarsi a quello di un altro, porterà solo a perdere la strada, a tradire alla fine se stessi e la propria personale, e in quanto tale universale perchè l’unica veramente possibile per se stessi, visione del mondo e delle cose.

Ogni uomo è un’isola, è così che è, è così che deve essere, è così che è giusto che sia.

Qualcuno arriverà alle nostre sponde, attraccherà la sua isola alla nostra, ma nel momento spesso in cui saremo pronti ad accoglierlo con un caloroso benvenuto, dobbiamo esser consapevoli che lo vedremo andar via, non potremo trattenerlo, e se ci proveremo sarà una trappola emotiva e una tortura senza fine per entrambi.

Bisogna imparare a lasciare andare.

Bisogna imparare a vivere soli.

Cocco e frutta

La spiaggia è un posto strano, ci si adagiano i corpi di bambini morti portati dal mare di terre lontane, ci si adagia la parte fortunata del mondo per passare le sue vacanze al sole.

C’ero anch’io, adagiata (poco per la verità… son sempre stata allergica allo star sdraiata come balena spiaggiata, e da qualche anno sono allergica per davvero al sole, mi ricopro di bolle nonostante la protezione 50) su una spiaggia della riviera romagnola per far passare al mio pulcino un pò di tempo al mare, per vedere se si riesce a schivare, nel lungo inverno che arriverà, almeno un’influenza.

C’erano chiasso, musica, colori, corpi, storie, vite varie sotto gli ombrelloni, e venditori ambulanti a passeggio, ognuno con le proprie cianfrusaglie da vendere, ognuno con la propria personale invenzione di business per arrivare alla fine della giornata con qualche soldo in tasca, magari da mandare alla propria famiglia in terre lontane, magari per iniziare con il duro ‘lavoro’ di un’estate un nuovo progetto di vita a stagione finita.

C’era un ragazzo dagli occhi verde-blu, di una bellezza impressionante, giovane, magnetico, che vendeva il cocco e gli spiedini di frutta, su e giù tutto il giorno dal grattacielo di Cesenatico a Zadina, almeno quattro km, a occhio, due volte la mattina due volte la sera.

Il mio cucciolo era attratto dalle sue urla “Alè cocco! Cocco e frutta, cocco!”, stranamente composte, non sguaiate, poco fastidiose, merito anche, forse, di un fortunato tono di voce.

Appena lo sentiva mi diceva “Mamma senti, c’è il cocco!”

Io gli chiedevo: “Lo vuoi?”

Lui: “Sì!”

E io: “Corri, vai a dirglielo, fallo venire qui che te lo prendo!” e glielo dicevo perchè deve imparare a lavorare per ottenere le cose che desidera, e andare a chiamare il venditore di cocco era la sua parte di lavoro per avere la sua merenda.

Così il pulcino partiva con le sue gambette tra gli ombrelloni, lo chiamava, lo aspettava, lo accompagnava dove ero io, all’ombra, sotto un ombrellone defilato rispetto al percorso dritto della sua traiettoria giornaliera di ‘lavoro’.

Arrivava, faceva scegliere al mio bambino il pezzo che voleva, e beveva un pò di acqua che gli offrivo, ringraziandomi ogni volta, e un sacco di volte, perchè era faticoso andare su e giù sulla spiaggia per km e km tutti i giorni e tutto il giorno.

Giorno dopo giorno raccontava un pezzo di sè.

Così mi diceva che la sera era molto stanco, e il più delle volte andava a letto distrutto dalla giornata sotto il sole…ma se aveva conosciuto delle ragazze e lo invitavano ad uscire allora si faceva forza, si cambiava, e ci usciva con le belle ragazze.

Così mi diceva che questa estate la passava così perchè poi in autunno sarebbe andato a Brescia, ospite da una sua zia, per cercare di trovare un lavoro vero. Perchè da dove viene lui di lavoro non ce n’è, ed è un disastro essere giovani laggiù.

L’ultimo giorno lo abbiamo salutato con una promessa, e cioè che il prossimo anno lo vogliamo rivedere su quella spiaggia, ma in vacanza però, come noi, non a vendere il cocco (il che vorrebbe dire che un lavoro quel ragazzo alla fine lo avrà trovato…), ma il mio bambino, l’ultimo giorno, lo ha rincorso ancora una volta per dirgli: “Il prossimo anno tu devi essere qua in vacanza come noi, però il cocco a me lo porti tu, va bene? Solo a me, va bene?”

C’era un ragazzo dagli occhi verde-blu, di una bellezza impressionante, che vendeva il cocco sulla spiaggia.

Non era un’immigrato, non era un extracomunitario.

È calabrese, è italiano, e ha solo 22 anni.

Si chiama Simone.

Risveglio – Racconto per WRITERS n.10

Nei primi giorni del mese di Agosto è uscito il numero di WRITERS dedicato ai SOGNI. Se vi andasse di dare un’occhiata e non lo avete ancora fatto, il link per leggerlo e scaricarlo è questo:

https://drive.google.com/open?id=0B36h81sAzbS9Wi05TEl1bmhMRzA

Questo il testo di un mio racconto, inserito nel numero, in cui provo a segnare il confine tra il sogno e la realtà in una spirale discendente, quando la realtà è peggio del sogno, ma il sogno è comunque peggio della realtà.

Buona lettura, se vi va…

 

RISVEGLIO

di Elena Brilli

Si trascinò nel bagno, l’usato rituale mattutino la attendeva, tra scroscio di acqua nel lavandino e il riempirsi dello sciacquone appena tirato.

Doveva mettersi la maschera, indossare panni non suoi, ai quali aveva teso ogni sforzo nei suoi migliori anni e dentro ai quali adesso si sentiva prigioniera…

Lo specchio rifletteva un volto asciutto, lineare, appena segnato dai primi accenni di una maturità in procinto di avviarsi alla sfioritura, le piaceva, di solito, quello che lo specchio rifletteva di lei. Quella mattina no, la bocca era contratta in una smorfia di fastidio, gli occhi segnati da occhiaie profonde e livide, miste di piacere, insonnia e pianto.

Distolse lo sguardo, di nuovo in camera aprì l’armadio per estrarne il suo tailleur Chanel delle grandi occasioni, ai piedi le sue Louboutin elevate sul tacco vertiginoso a mostrare l’inconfondibile suola rossa.

Ecco” pensò passando velocemente davanti allo specchio “ora ci siamo”.

I capelli lievemente spruzzati di argento sapientemente camuffati da meches perfettamente curate adesso le ricadevano sul colletto della giacca, in volute organizzate.

Sbottonò anche il secondo bottone della camicetta lasciando in quel modo intendere che di lì a breve occhi curiosi, e ce ne sarebbero stati di ben più attenti al suo scollo che non a quello che doveva dire, avessero l’autorizzazione ad intravedere il pizzo del reggiseno nero che incorniciava due seni ancora sostenuti.

Prese il beauty case e in automatico le sue mani con esperienza quasi robotica tracciarono i segni della sua maschera sul viso.

Ora il rossetto” pensò, e lì le mani si fermarono incerte su quale fosse la nuanches giusta da scegliere nella ben nutrita cartucciera. Sebbene nell’insieme del suo abbigliamento non fosse la scelta cromatica migliore, le dita caddero sul rossetto rosso fuoco.

Il rossetto RossoZoccola” pensò tra sè accennando un sorriso tirato. Aveva da sempre una strana idea in merito alla più prestigiosa delle nuanches di rossetto di ogni brand di cosmetici, il rosso appunto. Un colore pericoloso, la cui linea di confine tra l’estrema sensualità e la volgarità più squallida aveva confini talmente labili da costituirne un elemento di rischio la stessa scelta di indossarlo, una sorta di mano di poker da giocarsi a fil di labbra…

Una cosa non sopportava del rossetto rosso, e cioè la tendenza ad infilarsi col passare delle ore nelle microscopiche rughette che le segnavano il contorno del sorriso. Le vedeva arrampicarsi, ad ogni progressivo controllo davanti allo specchio del bagno del suo ufficio, e segnare inesorabilmente il tempo che avanzava sulla sua pelle. Stese il colore, partendo dal centro del labbro superiore.

Ma sì…in fondo cosa sono stata fino a poco tempo fa se non una zoccola montata dal primo che passa, esonerandolo pure dall’obbligo del pagamento!” pensò tra sè mentre riaffioravano i ricordi di come la sera prima era stata approcciata in una serata alcolica in solitaria in uno dei luminosi locali della movida cittadina che le scorreva ogni notte sotto casa. Era stata una follia accettare che quello sconosciuto le offrisse uno, due, tre?…bicchieri di mojito. Poi cos’era successo? Come erano finiti a casa sua, nel suo letto? Come era stato possibile? In fondo però non era stato male essere dilaniata come carne da macello. Il cuore spento, finalmente. La mente spenta, finalmente. Niente complicazioni, niente pensieri. Dovevano sentirsi così le puttane… usate, ma libere.

Fanculo!” e spinse indietro una lacrima che avrebbe a quel punto rischiato di rovinare tutta l’artistica costruzione del suo volto perfettamente dipinto. Improvvisamente il suono prolungato, acuto, strillante del campanello la fece sobbalzare. Gli occhi di nuovo immediatamente allo specchio…

Il sorriso di quella donna riflessa si allungava adesso increspato fino alla metà della sua guancia sinistra quasi a disegnare una metà oscena del volto del Joker.

Di nuovo il suono acuto e prolungato. Una, due volte. E ancora.

Chi poteva essere tanto impaziente da suonare alla porta in maniera così insistente?

Le mani percepirono della stoffa sotto i polpastrelli delle dita.

Le orecchie erano appoggiate su qualcosa di morbido, ovattate.

Perchè ho gli occhi chiusi? E perché continuano a suonare?”

Improvvisa, immancabile, come ogni mattina, tornò la mente, gli occhi si aprirono.

Era un sogno…” pensò, finalmente cosciente.

Il suono fastidioso veniva dalla sveglia. La spense. Si voltò sul cuscino.

Mal di testa.

Doveva alzarsi.

Si tirò in piedi e passando ai lati del letto vide riflessa nello specchio la figura di una donna sconvolta, così lontana da quella immagine di lei fasciata nel tailleur Chanel issato su Louboutin che aveva appena incontrato nel sogno. Nessun segno di rossetto rosso colorava quelle labbra da molto tempo.

Si avviò nella stanza accanto. Quella che apparve fu la solita scena di tutte le mattine, di tutti i giorni, di ogni ora in realtà, quando doveva recarsi al capezzale di suo marito a controllare i valori vitali come le era stato insegnato di fare da mesi ormai.

Quell’uomo era stato l’amore della sua vita, le aveva regalato il più bel sogno ad occhi aperti che una donna potesse desiderare, l’aveva amata.

Quell’uomo moriva.

Ma non oggi, non ancora.

E lei aveva appena sognato tutta la tristezza che ci sarebbe stata nella sua vita quando lui non ci sarebbe stato più.

Si avvicinò al letto. Prese la mano a quell’involucro di uomo che le macchine tenevano ancora in vita.

Gli sussurrò leggera all’orecchio: “Non te ne andare. Non spegnere il tuo sogno. I miei diventeranno incubi se non ci sarai tu.”

Baciò lieve quelle guance sfigurate e si voltò verso il mobile su cui erano appoggiati tutti gli attrezzi del nuovo mestiere di infermiera che era stata costretta ad imparare.

Ai lati degli occhi chiusi di quella sindone di uomo che giaceva inerme, invaso da tubi trasparenti, luccicò una lacrima. Su di essa batteva il riflesso sottile dell’unica lama di luce di un sole timido che si intrufolava tra le persiane chiuse a rompere il buio.

Il sogno. La vita. La morte.

Fuori era primavera.

Fuori.

Elena Brilli

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