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Le azioni più decisive della nostra vita sono il più delle volte azioni avventate.

 
“Le azioni più decisive della nostra vita sono il più delle volte azioni avventate.”
André Gide – Scrittore francese, premio Nobel (22 novembre 1869, 19 febbraio 1951)
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Arrivo sempre con un pò di ritardo io ad analizzare le cose del mondo, in parte perchè non ho molto tempo per starmene seduta alla scrivania davanti al pc, in parte perchè un fatto che in qualche modo mi colpisce stimola una serie di riflessioni vastissime e tira fuori nel migliore (o peggiore) dei casi il contenuto di un qualche cassetto sepolto all’interno della mia nebulosa memoria.
Quindi eccomi qua a dire la mia sulla sciagurata questione del “Fertility day”.
Idea infausta, campagna pubblicitaria superlativamente infausta al limite dell’indecenza, con risvolti maschilisti, razzisti, discriminatori, offensivi, e chi più ne ha più ne metta…
E questo perchè parto dal presupposto che mettere al mondo un figlio in questo scellerato momento storico sia un atto di pura incoscienza, di sonno profondo della ragione, ma rivendico fortemente il diritto di decidere io quando mettere in atto il più folle atto di pazzia della mia vita di donna.
Mettere al mondo un figlio significa non pensare che da quel momento in poi non avrai più una vita solo tua, che da quel momento in poi, e per almeno un ventennio, tu e solo tu sarai responsabile della formazione primaria di una mente altra da te, dell’avanzare di una vita che sarà fortemente condizionata da ogni tua scelta, da ogni tuo pensiero, da ogni tua azione, da ogni tua parola.
Significa ovviamente, mettere al mondo un figlio, anche una quantità infinita di meraviglia assoluta, e stupore, e crescita, ma la fatica fisica e soprattutto intellettuale, il peso di questa responsabilità, l’onore, e l’onere soprattutto, dell’immenso ‘potere’ che un genitore ha e può esercitare in senso positivo o negativo, al solo modificarsi di un accento o del tono della voce, sulla formazione della coscienza senziente di una vita nuova, diversa dalla propria, sono terrificanti, enormi, a volte insopportabili.
E allora è vero che mettere al mondo un figlio è sicuramente una delle azioni più importanti di una vita, ma nasce da un momento di incoscienza assoluta, in cui il pensiero si spegne e prevale su di esso il cuore, il sentire, il mistico mondo delle anime…o forse, banalizzando, l’antropologico istinto di sopravvivenza della specie.
Se di incoscienza si tratta, dunque, se di attimi di insana follia stiamo parlando, io esigo di essere libera di scegliere quando, come, dove e con chi abbandonarmi a quella meravigliosa pazzia che è mettere al mondo un figlio.
Al di là delle questioni psicologiche, poi, insieme a quel figlio, ti ci devi confrontare ogni giorno con quell’assurdo mondo e con quello scellerato momento storico in cui hai deciso di farlo nascere…e allora sì che la cosa diventa complicata…
Tralasciando le vili, devastanti questioni economiche, e un sacco di altri aspetti pratici e relazionali che ci vorrebbe un enciclopedia per poterli analizzare tutti, avere un figlio diventa automaticamente un ‘peso’, per una donna, quando si affaccia ad esempio al mondo del lavoro.
E qua ecco il cassettino dei ricordi che riaffiora dai meandri, confusi nella nebbia, della mia memoria.
Mio figlio aveva otto mesi. Colloquio di lavoro con la direttrice dell’area Centro-Nord Italia di una multinazionale tedesca a capo di una catena di negozi a filiali dirette. Solite questioni da colloquio, poi una domanda: “Non pensa, signorina, che suo figlio possa essere un ‘peso’ per noi?”
Ora, comprendete la crudeltà di una frase del genere, rivolta alla madre di quel figlio tanto pesante per un azienda con oltre 13000 dipendenti e sede ad Amburgo?
Ricordo di aver pensato: “Mio figlio un peso per voi? Cosa c’entra mio figlio? Come osate pensare che mio figlio sia un peso per voi? “
Risposi secca: “Mio figlio non è e non sarà mai un vostro ‘problema’. Se anche fosse un ‘problema’, è e sarà sempre un ‘problema’ mio. Se mi darete un orario mensile, potete star certi che io negli orari stabiliti sarò a vostra disposizione. Se mio figlio avrà dei problemi, saranno problemi miei, non vostri.”
Ottenni il posto, due rinnovi, il tempo indeterminato, e la mia vita potè prendere una nuova direzione.
Ma quanto ci hanno provato a fare in modo che mio figlio diventasse un problema. Dio solo sa quanto ci hanno provato. Mesi interi, anni, a fare la chiusura serale in negozio e rientrare a casa a volte anche dopo le 21, sapendo benissimo che il bambino andava al nido invece la mattina e fino alle 17…ma la soddisfazione di far diventare mio figlio un ‘peso’ non gliel’ho data, mai… e questo è solo un minuscolo esempio della vita d’inferno che ho fatto e di tutto quello che mi sono persa dei primi tre anni di vita del mio bambino perchè non fosse etichettato come un ‘problema’.
Come si chiama in politichese? Welfare, giusto? Beh, in Italia non esiste, a maggior ragione se sei una donna con un figlio.
Lasciateci stare quindi… che i figli li facciamo e ce li cresciamo anche, secondo la tanto italiana e tanto feconda arte dell’arrangiarsi…
Lasciateci stare, che ci vuole coraggio, tanto, a fare dei figli oggi…e se ci rompete tanto le scatole, ci passa la voglia dalla nausea che ci fate venire, con le vostre elemosine di 80 euro e i bonus da 500.
Lasciateci stare…che andate tutti bene, finchè non ci toccate i nostri figli, prima ancora che si decida di metterli al mondo…e i figli, per noi, sono ancora una roba seria.

 

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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. samanta giambarresi
    Set 28, 2016 @ 09:16:18

    E cosa aggiungere di più? Che non hanno la minima idea di quello che hanno creato con il Fertily Day. Che i figli sono nostri e loro pensano solo a spendere il nostro denaro, invece di investirlo in cose giuste!

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