Come prosegue? #2 – gioco creativo

Eccoci qua…

Rimessi in ordine i pezzi.

Si prosegue?

Io mi sto divertendo, voi?

La stanza era buia in cima alla scalinata di marmo.

Alice ancora non aveva cambiato la lampadina, fulminata ormai da troppo tempo, ma la scala a pioli, che le avrebbe consentito di arrivare al soffitto, era troppo pesante da portare giù dalla soffitta. E lei era stanca. E sola.

Sì affacciò all’uscio, e la lama di luce che arrivava dal corridoio le fece vedere nell’ombra il profilo del letto spartano e la piccola coperta celeste su cui se ne stava il gatto, che la usava placido adesso, dopo che il tempo aveva reso quel fazzoletto di lana celeste inutile ad avvolgere il corpicino del suo cucciolo d’uomo.

Nell’angolo buio lontano, un riflesso illuminava l’occhio vitreo del piccolo orso di peluche, abbandonato laggiù da molte lune ormai.

Una foto appesa al muro stringeva due corpi in un abbraccio usato.

Alice sospirò.

Anche stasera suo figlio non sarebbe tornato.

Qualche anno fa, di tanto in tanto passava a dare una carezza al gatto e a portare un regalo a lei, ma adesso, fuori dal paese, rientrava di rado, solo per le feste comandate, e da molto tempo nemmeno per quelle.

Come sempre il senso di vuoto dato dal nido abbandonato, le stringeva un po’ il cuore, ma del resto “è così” pensò “i figli si fanno per gli altri e non per se stessi, a cominciare dai figli stessi”.

Guardò l’ora sul videoregistratore, in disuso, ma rigorosamente acceso: le 19 e 55.

Alle 20 esatte avrebbe chiamato col cellulare, come da vecchia, usata abitudine tra di loro.

Secondo i suoi calcoli sarebbe stato a pranzo. (liberamente arrangiato su suggerimento de Ilperdilibri)

Almeno così pensava, finchè sentì bussare alla porta, e il cuore perse un battito per il suono improvviso di qualcuno o qualcosa che cercasse proprio lei dopo così tanto tempo che nessuno ormai faceva più caso alla sua stanca presenza nel mondo.

Durò un attimo, il cuore ripartì col suo solito battito e scese le scale per andare ad aprire.

Non sapeva ancora chi c’era, però, adesso, fremeva di curiosità quasi fanciullesca. ” (liberamente arrangiato su suggerimento di VaninaRodrigo)

Aprì la porta con mano tremante… Per un attimo sperò ancora una volta che fosse qualcuno, che da tempo ormai si era rassegnata non sarebbe stato.

Fuori dalla porta c’era Bruno, il postino, che ogni volta che le portava la corrispondenza univa anche un piccolo pensiero per lei, un cioccolatino, un fiore.

Era decisamente inusuale una sua visita a quell’ora del giorno.

Quella sera era venuto, una volta finito il suo turno all’ufficio corrispondenza, per consegnarle una lettera, non affrancata, che chissà come era arrivata fino al suo tavolo di lavoro.

Sembrava aver viaggiato a lungo quella lettera, tante mani e altrettante vite dovevano averla attraversata. Se ne poteva sentire l’odore di ognuna di esse, come sbiadito ricordo lontano.

Alice aspettò che Bruno se ne andasse per poi aprirla in tutta tranquillità.

Si sedette sulla sua vecchia sedia a dondolo  e decise che era arrivato il momento di sfamare la montante curiosità.

Era una lettera che sembrava antica, ma sapeva di buono, di promesse non mantenute che ancora facevano male.

Sulla busta non c’era scritto niente, a parte il suo indirizzo.

Quale sorpresa quando vide la calligrafia, quella sottile linea nera di una piuma del passato, il suo passato che tornava, e adesso le faceva tremare le mani.

Profumava di speranza.” (liberamente arrangiato su suggerimento di Ilmioblogpercaso e VaninaRodrigo)

Non aveva fatto caso al tempo che era passato, ma il suo sguardo andò automaticamente all’orologio appeso sulla parete della cucina quando sentì squillare il telefono. Era tardi, ma solo allora pensò a suo figlio e alla telefonata che ancora non era arrivata come tutte le sere.

Alzò il ricevitore e all’altro capo del telefono la voce di Giulio le sembrò tesa, insolitamente agitata e tremante.

“Mamma, ho ricevuto una lettera, portata a mano da un fattorino. E’ in carta gialla e sembra scritta con un’inchiostro liquido come usavano un tempo, anche la calligrafia con cui è scritto il mio nome è antica, sembra di inizio del secolo scorso. Non è affrancata. Cosa può essere mamma? Chi può essere? Chiunque sia, come ha fatto a sapere dove trovarmi?”

La rinascita di Alice – WRITERS N.11

Quella che leggerete a seguire è il racconto che ho scritto per la mia rubrica “Inseguendo il Bianconiglio” all’interno del numero 11 di WRITERS, la rivista on line che dirigo e sulla quale scrivo, uscito qualche settimane fa.

Se aveste voglia di leggerlo tutto e scaricarvelo lo trovate qui:

https://drive.google.com/open?id=0B36h81sAzbS9Ti1YUEwtNzlVcWs

Il tema che la redazione aveva scelto e sul quale eravamo tutti chiamati a confrontarci era quello della “RINASCITA”…ed ecco il mio modesto tentativo di confrontarmi con le sbucciature della caduta e la fierezza del rialzarsi e guardare sempre avanti, comunque vada.

Buona lettura.

CREDEVO FOSSE AMORE E INVECE ERA UN CALESSE

LA STORIA DI ALICE

Alice aveva incontrato il suo ‘principe azzurro’ in una sera di fine estate.

Aveva avuto la capacità di intercettare una discreta manciata dei suoi desideri più reconditi, quello di continuare a fare il lavoro che le piaceva, quello di finire un percorso di studi che era stata costretta ad abbandonare a pochi passi dal traguardo, quello di costruire una famiglia.

Un invito improvviso per una vacanza insieme a Venezia, e il gioco era fatto…

Alice si era innamorata, il cervello si era spento.

A dire la verità Alice avrebbe dovuto intuire da subito i tanti segnali presenti che facevano presagire quello che sarebbe stato, ma lei già non li vedeva più.

Alice rimase incinta, forse troppo presto.

L’embrione della sua nuove vita cresceva dentro di lei.

Ma una sera di novembre, la sera del suo compleanno, Alice capì di essere sola, capì che sarebbe stata una madre sola.

Ed era incinta di due mesi.

Lui le camminava davanti distaccato, lasciandola indietro di qualche metro. Separato, distante, nervoso. Dov’era finito il suo ‘principe azzurro’?

Alice chiese spiegazioni.

“Io mi vergogno di te in pubblico, non mi piace che le persone mi vedano accanto a te. Sono da sempre abituato ad avere accanto delle belle ragazze, tu sei una bella persona, ma non sei nè alta, nè bionda, nè con le tette grosse. Scusa. E’ un problema mio.”

Guidava lei la macchina quella sera, e guidò tra le lacrime, urlando, chiedendo spiegazioni, rischiando di sbandare ad ogni curva, su strade di montagna buie e contorte, allungando a dismisura il percorso per tornare a casa.

Probabilmente lui quella sera temette di non tornare vivo a casa.

Alice voleva tornare a casa sua, una casa che di fatto non esisteva più, voleva finirla lì, voleva fuggire lontano.

Ma lui la convinse a restare.

Passò la notte in bianco, camminò perdendosi nelle strade di quello che era diventato il suo nuovo paese la mattina dopo, per diverse ore, finché il suo ‘principe azzurro’ decisamente meno splendido di quando lo aveva conosciuto, non la chiamò per andare a pranzo insieme a tutta la sua famiglia.

Alice fece allora la sua scelta.

Sarebbe rimasta accanto a quell’uomo, per dare un padre a suo figlio.

Avrebbe sacrificato la sua felicità perchè il bambino che aveva in grembo, il figlio di quel ‘principe’ ormai sbiadito, avesse la possibilità di avere un padre e una famiglia.

Iniziò così la sua discesa agli inferi.

Sola a tutte le visite, la frase più carina nei suoi confronti mentre il corpo gonfiava per la gravidanza era “Mamma mia come sei grassa, non ti si può vedere!”

Pulì la loro nuova casa da sola, fece il trasloco delle sue cose da sola, a gravidanza avanzata.

In sala parto le uniche parole che uscirono dalla bocca del padre di suo figlio furono “Madonna che schifo, c’è un monte di sangue!”

Appena nato il bambino, mentre quel piccolo cucciolo d’uomo già succhiava la vita dal suo seno, Alice chiese dell’acqua e lui rispose “Aspetta.”

Stava mandando i messaggi ai suoi amici per farsi bello di una nascita che a guardar bene neanche gli apparteneva.

Alice parlò per la prima volta col suo minuscolo bambino appena nato e gli disse “Preparati, amore dolce, dovrai ‘aspettare’ tanto…”

E l’inferno continuò.

Il ‘principe sbiadito’ non cenò mai con loro, tranne una sera, che alzandosi da tavola disse “Era meglio se andavo a mangiare da mia mamma.”

Il ‘principe sbiadito’ non stava mai con il bambino, perchè si diceva depresso, e Alice era la causa e la scusa più comoda per la sua depressione.

Dormivano in camere separate, perchè le notti che Alice provava e provava ancora a passare con lui erano sempre definite “le peggiori notti” della sua vita. Alice era diventata agli occhi di lui un ‘nano deforme sottosviluppato e con la testa grossa’

Perchè non è vero? Guardati, Nana sei nana, deforme lo sei, non vedi che pancia hai, sottosviluppata sei sottosviluppata, perchè sei bassa, e la testa grossa ce l’hai è un dato di fatto. Guardati. Devi accettare la realtà.”

E Alice aveva quasi finito per credere che avesse ragione.

L’inferno divenne ancora più buio quando il ‘principe’, ormai nero di vuoto ed assenze, cominciò a mettere in pericolo il bambino o a usare su di lui la stessa indifferenza che usava con Alice.

Fino a dire che se in qualche modo si fosse fatto male o peggio fosse venuto a mancare per una sua disattenzione mentre gli era affidato per una rara e momentanea assenza di Alice “non sarebbe stato un problema, sarebbe stato un bambino in meno da campare al mondo.”

Fino ad umiliare il piccolo costringendolo a farsi la pipì addosso mentre cominciava a lasciare il pannolino, nonostante il cucciolo d’uomo chiamasse suo padre e lo chiamasse sempre più forte e piangesse, nonostante lo chiamasse anche Alice dalla stanza dove era confinata da un attacco improvviso della sua subdola malattia cronica.

Lui stava guardando la televisione e non aveva sentito.

Per Alice arrivarono gli attacchi di panico, la psicoterapia, gli psicofarmaci.

Allora Alice decise che sarebbe stata sola, come genitore e come donna, ma per davvero stavolta. Era una sera di autunno quando il suo bambino di poco più di due anni le chiese: “Perchè mamma sei sempre triste? Perchè piangi sempre?”

Alice decise in quel momento che doveva salvarsi.

Lo doveva a se stessa.

Lo doveva a suo figlio.

Alice lasciò la casa del suo ‘principe oscuro’ nel marzo dell’anno successivo, costretta a tornare dai suoi genitori, perchè se non fosse tornata da loro lui non avrebbe firmato il trasferimento di residenza del bambino.

E lì l’inferno aprì un nuovo girone per Alice.

Tornare da donna e madre in una casa dove era stata figlia fu per Alice un ennesimo massacro emotivo.

Fino a sentirsi dire da suo padre che non si meritava suo figlio.

Il coltello che già apriva il cuore fu spinto in fondo.

A quel punto Alice aveva due possibilità.

Morire, dentro.

O tirare fuori quel maledetto coltello e cominciare a lottare per sè e per il suo bambino.

E così fece.

Alice buttò ansiolitici e antidepressivi nel cesso e si riprese la sua vita.

Il quarto trasloco in quattro anni, finalmente soli lei e il suo cucciolo.

Alice ricominciò a vivere, lentamente, dolorosamente, faticosamente, ma visse, un passo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro.

La solitudine, da mostro feroce, divenne una meravigliosa occasione di crescita, perché imparò che si nasce da soli, si vive in fondo da soli, ognuno chiuso nella propria personale ed ermetica visione del mondo e della vita.

Si sceglie da soli, si sbaglia da soli.

Ma prima che il fondo del baratro diventi una seduta troppo confortevole e si decida di smettere di lottare, bisogna ritirarsi in piedi e salvarsi.

E lo si fa da soli, come atto estremo di volontà, come ultimo anelito di voglia di sopravvivere prima, di vivere poi, non appena i polmoni saranno tornati a riempirsi dell’aria nuova della rinascita.

Alice aveva amici e sorrisi vicini, mani e parole pronte a sostenerla non appena fosse scivolata di nuovo nell’abisso.

E imparò a vivere di nuovo e a riconoscere la felicità nella risata di suo figlio, in una passeggiata in estate, nel caffè che borbotta dentro la macchina del caffè un attimo prima di condividerlo con le persone che le sono rimaste accanto nella sua discesa e nella sua risalita, o che le sono arrivate vicine, strada facendo, dai loro rispettivi altrove, riconoscendo in lei il loro stesso sguardo ferito, ma fiero, stanco forse da tante battaglie, ma vivo.

Elena Brilli

Come prosegue? – gioco creativo

Un corso di scrittura creativa tenuto dall’amico scrittore Antonio Viciani.

Un esercizio di descrizione di un interno.

Un esperimento creativo che apro a tutte le persone che leggono queste mie righe strampalate…

Come prosegue? Me lo dite voi?

Mettete i vostri spunti creativi nei commenti, io sceglierò quello che mi piace di più e andremo avanti tutti insieme… Vi va di giocare?

La stanza era buia in cima alla scalinata di marmo.

Alice ancora non aveva cambiato la lampadina, fulminata ormai da troppo tempo, ma la scala a pioli, che le avrebbe consentito di arrivare al soffitto, era troppo pesante da portare giù dalla soffitta. E lei era stanca. E sola.

Sì affacciò all’uscio, e la lama di luce che arrivava dal corridoio le fece vedere nell’ombra il profilo del letto spartano e la piccola coperta celeste su cui se ne stava il gatto, che la usava placido adesso, dopo che il tempo aveva reso quel fazzoletto di lana celeste inutile ad avvolgere il corpicino del suo cucciolo d’uomo.

Nell’angolo buio lontano, un riflesso illuminava l’occhio vitreo del piccolo orso di peluche, abbandonato laggiù da molte lune ormai.

Una foto appesa al muro stringeva due corpi in un abbraccio usato.

Alice sospirò.

Anche stasera suo figlio non sarebbe tornato.

 

CERTEZZE – Mário Quintana

CERTEZZE – Mário Quintana

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Non voglio qualcuno che muoia d’ amore per me…
Ho solo bisogno di qualcuno che viva per me, che voglia stare con me, abbracciandomi.
Non esigo che questo qualcuno mi ami come io lo amo,
voglio appena che mi ami, non importandomi l’intensità.
Non ho la pretesa di piacere a chi mi piace…
Nè di far sentire la mancanza che sento, l’importante per me è sapere che io, in qualche momento, sono stato insostituibile…
che questo momento sia stato indimenticabile…
Voglio solo che il mio sentimento sia valorizzato.
Voglio sempre avere un sorriso stampato sul mio viso, anche quando la situazione non sarà molto allegra…
E che questo sorriso riesca a trasmettere pace per chi mi sta attorno.
Voglio poter chiudere i miei occhi e immaginare qualcuno…
ed avere l’assoluta certezza che anche questo qualcuno mi pensi quando chiudo gli occhi,
che senta la mancanza quando non gli sto vicino.
Vorrei avere la certezza che, a prescindere dalle mie rinunce e pazzie,
qualcuno mi valorizzi per quello che sono, non per ciò che ho…
Che mi veda come essere umano completo, che abusi dei buoni
sentimenti che la vita gli fornisce, che dia valore a ciò che realmente
importa, che è il mio sentimento… e non giochi con questo.
E che questo qualcuno esiga che non cambi mai, per non crescere mai,
per essere sempre lo stesso.
Non voglio litigare con il mondo, ma se un giorno succederà, voglio avere
forza sufficiente per dimostrargli che l’amore esiste…
Che è superiore all’odio e al rancore, e che non esiste vittoria senza umiltà e pace.
Voglio poter credere che se anche oggi fallisco, domani sarà un altro giorno,
e se non desisterò dai miei sogni e propositi,
forse otterrò il risultato e sarò pienamente felice.
Che mai lasci che la mia speranza sia messa in fuga da parole pessimiste…
Che la speranza mai mi sembri un “no” che la gente si ostina a macchiare di verde e intenderlo come un “sì”
Voglio poter avere la libertà di dire ciò che sento ad una persona, di poter
dire a qualcuno quanto è speciale ed importante per me,
senza preoccuparmi di terze persone…
Senza correre il rischio di ferire una o più persone con questo sentimento.
Voglio, un giorno, poter dire alle persone che nulla fu invano…
Che l’amore esiste, che vale la pena concedersi alle amicizie e alle persone,
che la vita è bella, e che io sempre diedi il meglio di me stesso..
e che ne valse la pena.

“Non ama colui al quale i difetti della persona amata non appaiano virtù” (J.W.Goethe)

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(immagine dal web)

L’aforisma di Goethe è la sintesi di quello che voglia dire amare qualcuno.

La cosa straordinaria è che i bambini lo sanno, e lo dimostrano, raccontandolo a modo loro, senza che ci siano voluti i pensieri e le esperienze di una vita per arrivare alla conclusione.

Il mio cucciolo frequenta la prima elementare e si sveglia contento la mattina se ha sognato la fidanzatina, gli cambia il tono della voce tra quando risponde un inespressivo “tutto bene” alla mia domanda di come sia andata la sua giornata a scuola e quando mi dice, subito dopo, che mi deve raccontare che, sempre la sua amata bambina, gli ha mandato un bacio da lontano, e lui lo ha preso, sì, ma con la bocca… “praticamente l’ho ingoiato…ma io vorrei darglielo qui, mamma, nel punto del viso da cui escono le parole”

Poi, tornando a casa la sera, gli chiedo come sia questa bambina che gli piace tanto, gli chiedo di descrivermela… e lui mi da questa descrizione:

“V. è sciocchina e birbona…sta chiusa tutto il tempo in bagno… Ma è la bambina più bella della mia classe… Mi fa arrabbiare a volte… però non la lascio… perchè io la amo!”

Non c’è niente di fisico, ma questa piccola donna sta tutta dentro ai suoi difetti, e alla fine è questa l’essenza di quello che piace di lei al mio bambino.

Peccato che crescendo, noi adulti si dimentichi di quanto sia bello, e semplice anche, innamorarsi di un dettaglio, di una piccola grande cosa che rende unica quella persona che ha catturato i nostri pensieri…

Innamorarsi proprio di quel dettaglio, che, diverso anche dai canoni comuni, viene definito difetto, ma che diventa bello e speciale, il più bello e il più speciale, solo per noi.

Perchè l’amore, alla fine, è davvero ‘un difetto bellissimo’.

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