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La rinascita di Alice – WRITERS N.11

Quella che leggerete a seguire è il racconto che ho scritto per la mia rubrica “Inseguendo il Bianconiglio” all’interno del numero 11 di WRITERS, la rivista on line che dirigo e sulla quale scrivo, uscito qualche settimane fa.

Se aveste voglia di leggerlo tutto e scaricarvelo lo trovate qui:

https://drive.google.com/open?id=0B36h81sAzbS9Ti1YUEwtNzlVcWs

Il tema che la redazione aveva scelto e sul quale eravamo tutti chiamati a confrontarci era quello della “RINASCITA”…ed ecco il mio modesto tentativo di confrontarmi con le sbucciature della caduta e la fierezza del rialzarsi e guardare sempre avanti, comunque vada.

Buona lettura.

CREDEVO FOSSE AMORE E INVECE ERA UN CALESSE

LA STORIA DI ALICE

Alice aveva incontrato il suo ‘principe azzurro’ in una sera di fine estate.

Aveva avuto la capacità di intercettare una discreta manciata dei suoi desideri più reconditi, quello di continuare a fare il lavoro che le piaceva, quello di finire un percorso di studi che era stata costretta ad abbandonare a pochi passi dal traguardo, quello di costruire una famiglia.

Un invito improvviso per una vacanza insieme a Venezia, e il gioco era fatto…

Alice si era innamorata, il cervello si era spento.

A dire la verità Alice avrebbe dovuto intuire da subito i tanti segnali presenti che facevano presagire quello che sarebbe stato, ma lei già non li vedeva più.

Alice rimase incinta, forse troppo presto.

L’embrione della sua nuove vita cresceva dentro di lei.

Ma una sera di novembre, la sera del suo compleanno, Alice capì di essere sola, capì che sarebbe stata una madre sola.

Ed era incinta di due mesi.

Lui le camminava davanti distaccato, lasciandola indietro di qualche metro. Separato, distante, nervoso. Dov’era finito il suo ‘principe azzurro’?

Alice chiese spiegazioni.

“Io mi vergogno di te in pubblico, non mi piace che le persone mi vedano accanto a te. Sono da sempre abituato ad avere accanto delle belle ragazze, tu sei una bella persona, ma non sei nè alta, nè bionda, nè con le tette grosse. Scusa. E’ un problema mio.”

Guidava lei la macchina quella sera, e guidò tra le lacrime, urlando, chiedendo spiegazioni, rischiando di sbandare ad ogni curva, su strade di montagna buie e contorte, allungando a dismisura il percorso per tornare a casa.

Probabilmente lui quella sera temette di non tornare vivo a casa.

Alice voleva tornare a casa sua, una casa che di fatto non esisteva più, voleva finirla lì, voleva fuggire lontano.

Ma lui la convinse a restare.

Passò la notte in bianco, camminò perdendosi nelle strade di quello che era diventato il suo nuovo paese la mattina dopo, per diverse ore, finché il suo ‘principe azzurro’ decisamente meno splendido di quando lo aveva conosciuto, non la chiamò per andare a pranzo insieme a tutta la sua famiglia.

Alice fece allora la sua scelta.

Sarebbe rimasta accanto a quell’uomo, per dare un padre a suo figlio.

Avrebbe sacrificato la sua felicità perchè il bambino che aveva in grembo, il figlio di quel ‘principe’ ormai sbiadito, avesse la possibilità di avere un padre e una famiglia.

Iniziò così la sua discesa agli inferi.

Sola a tutte le visite, la frase più carina nei suoi confronti mentre il corpo gonfiava per la gravidanza era “Mamma mia come sei grassa, non ti si può vedere!”

Pulì la loro nuova casa da sola, fece il trasloco delle sue cose da sola, a gravidanza avanzata.

In sala parto le uniche parole che uscirono dalla bocca del padre di suo figlio furono “Madonna che schifo, c’è un monte di sangue!”

Appena nato il bambino, mentre quel piccolo cucciolo d’uomo già succhiava la vita dal suo seno, Alice chiese dell’acqua e lui rispose “Aspetta.”

Stava mandando i messaggi ai suoi amici per farsi bello di una nascita che a guardar bene neanche gli apparteneva.

Alice parlò per la prima volta col suo minuscolo bambino appena nato e gli disse “Preparati, amore dolce, dovrai ‘aspettare’ tanto…”

E l’inferno continuò.

Il ‘principe sbiadito’ non cenò mai con loro, tranne una sera, che alzandosi da tavola disse “Era meglio se andavo a mangiare da mia mamma.”

Il ‘principe sbiadito’ non stava mai con il bambino, perchè si diceva depresso, e Alice era la causa e la scusa più comoda per la sua depressione.

Dormivano in camere separate, perchè le notti che Alice provava e provava ancora a passare con lui erano sempre definite “le peggiori notti” della sua vita. Alice era diventata agli occhi di lui un ‘nano deforme sottosviluppato e con la testa grossa’

Perchè non è vero? Guardati, Nana sei nana, deforme lo sei, non vedi che pancia hai, sottosviluppata sei sottosviluppata, perchè sei bassa, e la testa grossa ce l’hai è un dato di fatto. Guardati. Devi accettare la realtà.”

E Alice aveva quasi finito per credere che avesse ragione.

L’inferno divenne ancora più buio quando il ‘principe’, ormai nero di vuoto ed assenze, cominciò a mettere in pericolo il bambino o a usare su di lui la stessa indifferenza che usava con Alice.

Fino a dire che se in qualche modo si fosse fatto male o peggio fosse venuto a mancare per una sua disattenzione mentre gli era affidato per una rara e momentanea assenza di Alice “non sarebbe stato un problema, sarebbe stato un bambino in meno da campare al mondo.”

Fino ad umiliare il piccolo costringendolo a farsi la pipì addosso mentre cominciava a lasciare il pannolino, nonostante il cucciolo d’uomo chiamasse suo padre e lo chiamasse sempre più forte e piangesse, nonostante lo chiamasse anche Alice dalla stanza dove era confinata da un attacco improvviso della sua subdola malattia cronica.

Lui stava guardando la televisione e non aveva sentito.

Per Alice arrivarono gli attacchi di panico, la psicoterapia, gli psicofarmaci.

Allora Alice decise che sarebbe stata sola, come genitore e come donna, ma per davvero stavolta. Era una sera di autunno quando il suo bambino di poco più di due anni le chiese: “Perchè mamma sei sempre triste? Perchè piangi sempre?”

Alice decise in quel momento che doveva salvarsi.

Lo doveva a se stessa.

Lo doveva a suo figlio.

Alice lasciò la casa del suo ‘principe oscuro’ nel marzo dell’anno successivo, costretta a tornare dai suoi genitori, perchè se non fosse tornata da loro lui non avrebbe firmato il trasferimento di residenza del bambino.

E lì l’inferno aprì un nuovo girone per Alice.

Tornare da donna e madre in una casa dove era stata figlia fu per Alice un ennesimo massacro emotivo.

Fino a sentirsi dire da suo padre che non si meritava suo figlio.

Il coltello che già apriva il cuore fu spinto in fondo.

A quel punto Alice aveva due possibilità.

Morire, dentro.

O tirare fuori quel maledetto coltello e cominciare a lottare per sè e per il suo bambino.

E così fece.

Alice buttò ansiolitici e antidepressivi nel cesso e si riprese la sua vita.

Il quarto trasloco in quattro anni, finalmente soli lei e il suo cucciolo.

Alice ricominciò a vivere, lentamente, dolorosamente, faticosamente, ma visse, un passo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro.

La solitudine, da mostro feroce, divenne una meravigliosa occasione di crescita, perché imparò che si nasce da soli, si vive in fondo da soli, ognuno chiuso nella propria personale ed ermetica visione del mondo e della vita.

Si sceglie da soli, si sbaglia da soli.

Ma prima che il fondo del baratro diventi una seduta troppo confortevole e si decida di smettere di lottare, bisogna ritirarsi in piedi e salvarsi.

E lo si fa da soli, come atto estremo di volontà, come ultimo anelito di voglia di sopravvivere prima, di vivere poi, non appena i polmoni saranno tornati a riempirsi dell’aria nuova della rinascita.

Alice aveva amici e sorrisi vicini, mani e parole pronte a sostenerla non appena fosse scivolata di nuovo nell’abisso.

E imparò a vivere di nuovo e a riconoscere la felicità nella risata di suo figlio, in una passeggiata in estate, nel caffè che borbotta dentro la macchina del caffè un attimo prima di condividerlo con le persone che le sono rimaste accanto nella sua discesa e nella sua risalita, o che le sono arrivate vicine, strada facendo, dai loro rispettivi altrove, riconoscendo in lei il loro stesso sguardo ferito, ma fiero, stanco forse da tante battaglie, ma vivo.

Elena Brilli

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. colpoditacco
    Nov 28, 2016 @ 14:24:37

    Molto bello. All’inizio mi è venuto l’urto, ma ammiro il coraggio e la forza di alice

    Liked by 1 persona

    Rispondi

  2. GretaPix
    Dic 09, 2016 @ 13:44:05

    bello ma ho sofferto troppo =)

    Mi piace

    Rispondi

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