Proposito per il nuovo anno

La fine dell’anno si avvicina a grandi passi.

Un bilancio…mumble mumble…

Non è andata affatto male, nonostante tutto. Anche le cose più spiacevoli o i momenti più offuscati sono stati forieri di spunti di riflessione e di crescita, quindi non me ne lamento, anzi ne ringrazio la presenza ostile che in qualche modo mi ha resa quella che sono oggi.

La consapevolezza più importante, che si è resa tangibile e che ha reso i brutti momenti solo offuscati e non bui, è stata quella, del tutto nuova per me, di aver scoperto che una serie di luci (non so definire se tante o poche, direi giuste per me e sicuramente ognuna preziosa a suo modo), sono sempre accese al mio fianco, in ogni tratto dei percorsi lisci e in ogni scossone o scivolata, e sono quelle di nuovi e vecchi amici divenuti, giorno dopo giorno, veramente luminosi e pregiati alfieri della mia vita.

A loro, ad ognuno di loro va la mia gratitudine.

E adesso un unico proposito…mumble mumble…

Nel prossimo anno voglio impegnarmi a diventare CATTIVA.

Detta così potrebbe sembrare una frase rancorosa carica di malumore e malessere.

In realtà non lo è.

Nasce come estrema sintesi di esperienze e pensieri scomposti che si perdono nella notte del mio tempo e che solo adesso hanno assunto una forma netta e ben definita.

Chi non ‘sente’, chi non ‘ascolta’, chi non ha l’impulso atavico e irrefrenabile di ‘comprendere’, di mettersi sempre e comunque nei panni dell’altro, di scambiare emozioni in modo empatico, di cercare di trovare spiegazioni o giustificazioni a comportamenti dannosi per se stessi e per gli altri, ci è ‘egoista’ senza aggettivi che ne ammorbidiscano la netta chiusura alle emozioni… insomma, in una parola sola, chi è ‘cattivo’ vive meglio.

Per il semplice motivo che non si pone il problema, quindi non ne cerca perennemente una soluzione, non si interroga sulle cose dell’anima, della mente e del mondo e non se ne interessa, perchè, in fondo, non se ne sente parte.

Chi è ‘cattivo’ riesce a mettere davvero al centro della propria esistenza solo e soltanto se stesso, senza accettare compromessi, senza nemmeno vederne la necessità o la possibilità.

Non si pone il problema, di niente, di nessuno, in ultima analisi nemmeno di se stesso.

E in questa aridità emotiva chi è ‘cattivo’ vive alla grande!

Ecco allora che per il prossimo anno voglio allenarmi duramente, lavorare sodo per diventare ‘cattiva’ e quindi sospettosa, disinteressata a qualsiasi cosa accada, ‘sorda’, ‘cieca’ e ‘muta’ alle emozioni.

Abbandonare la bontà, la comprensione, l’ascolto, la compassione, la bontà, l’empatia, il dialogo, il compromesso.

E riservare tutti questi aspetti, che sono e rimarranno la parte migliore di me e che, sono certa, non riuscirò ad eliminare, ma solo a tenere a bada e a nascondere, solo e soltanto a chi ne è degno già oggi e a chi sarà in grado di conquistare la mia fiducia al punto di esserne degno.

Sarà una gran lotta contro la mia natura, che da sempre ha dato fiducia incondizionata alle persone credendo fermamente che siano buone fino a prova contraria e rimanendone sempre, costantemente, delusa e scottata.

Bene, da domani si cambia registro e lavorerò contro me stessa perchè arrivi a considerare le persone ‘cattive’ fino a prova contraria.

Si chiama istinto di sopravvivenza, forse.

O, più semplicemente mi sono definitivamente rotta le palle di prendere palate di merda da ogni direzione.

O forse ancora è arrivato il momento di verificare il detto per cui “non c’è peggior cattivo di un buono quando diventa cattivo”.

Ed è arrivato il mio turno di essere ‘cattiva’.

Il mondo non si merita la parte migliore di me, è solo uno spreco.

E allora la riserverò solo a chi sarà in grado di ‘vederla’ e ‘sentirla’ sotto la scorza da stronza che mi costruirò, un pò come la favola della principessa sul pisello.

Ecco, la parte migliore di me sarà ben nascosta, come un minuscolo pisello, sotto venti strati di materassi di ‘cattiveria’ e solo chi passerà un’intera notte insonne alla ricerca indefessa di quello che c’è ‘sotto’ allora sarà degno di conoscere la vera me.

Perchè io sono merce preziosa, e rara, e luminosissima… e “i diamanti non si danno ai maiali, non sanno che farsene”.

Dimenticavo…

Per tutti, ma forse per l’ultima volta, Buon Anno!

(immagine dal web)

Iniziando a pensare ai buoni propositi per il nuovo anno

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(immagine dal web)

There is no way to happiness,
happiness is the way.

You should be happy right in the here and now.
There is no way to enlightenment.
Enlightenment should be right here and right now.
The moment when you come back to yourself, mind and body together,
fully present, fully alive, that is already enlightenment.
You are no longer a sleepwalker.
You are no longer in a dream.
You are fully alive.
You are awake.
Enlightenment is there.

And if you continue each moment like that,
enlightenment becomes deeper.
More powerful.

There is no way to enlightenment,
enlightenment is the way.

Vietnamese zen buddhist monk – thich nhat hanh – 2007

Il Natale di Alice

La rivista WRITERS, che dirigo da un paio di anni, ha acquisito come sua tradizione quella di fare gli auguri per un Sereno Natale e un Felice Anno Nuovo attraverso la pubblicazione di un numero speciale con racconti, poesie e illustrazioni originali a tema natalizio.

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Il numero di WRITERS SPECIALE NATALE 2016 lo trovate qui: https://drive.google.com/open?id=0B36h81sAzbS9N1J4aEE4dWU4UVU

“Il Natale di Alice” è il racconto che io personalmente ho scritto per fare a tutti i lettori i miei più sinceri auguri di Buon Natale.

Ed eccolo qua:

Il Natale di Alice

di Elena Brilli

Fa caldo qua dentro.

Ma fuori dev’essere tanto freddo e tira anche vento.

L’ho capito quando lei ha aperto la finestra per fumare. Lo fa sempre la sera prima di andare di sopra e lasciare tutto al buio.

Da qualche tempo lei ha messo in salotto una cosa verde a punta, sembra un albero, ma le foglie non si mangiano, non sono come le cose vere.

E poi insieme a quello piccolo, che urla e corre e salta e mi fa paura quasi tutte le volte anche se ho imparato che quando salta devo scappare, lei ha messo, su questa cosa verde, tutta una serie di cose che penzolano e fili e palline e io vorrei tanto prenderle e a volte ci riesco anche, ma se lei è in casa mi brontola e mi tocca scappare anche se volevo continuare a giocare. Ma quando non c’è perché sta fuori tutto il giorno con quello piccolo e tornano solo quando è buio, io allora ci riesco a tirane giù una di quelle cose penzolanti e gioco a rincorrerla tutto il tempo, finché non si nasconde sotto il mobile e non ci arrivo più e allora salgo di sopra e dormo.

Stasera dev’essere una serata speciale però.

Quello piccolo si è addormentato tutto contento.

Prima di andare a dormire, insieme a lei, quello piccolo ha messo sopra il davanzale dove mi siedo per guardare fuori, una cosa uguale a quella dove mi mettono le cose da mangiare.

Ci hanno messo sopra una cosa marrone e una cosa arancione.

Erano tutti contenti prima di andare di sopra.

Io l’ho assaggiata subito la cosa marrone. Mi si è staccato un pezzettino e l’ho mangiato, ma non mi piaceva. Un po’ come quando la mattina quello piccolo mangia prima di uscire e io a volte, quando si incanta a vedere le figure che si muovono da dentro una cosa che fa luce davanti a lui, gliene rubo un pezzettino, ma non mi piace.

Quella arancione invece aveva un odore cattivo.

Dopo che quello piccolo si è addormentato, lei è andata su e giù un tante volte e ha portato un sacco di scatole colorate con un sacco di fili sopra, ma mi ha guardato male e mi ha detto che non le devo toccare. “Sono del mio bambino” ha detto, e credo che siano una cosa importante, ma io ho voglia di giocarci lo stesso.

Sono belle e colorate, e hanno i fili.

Le ha messe sotto la cosa verde tutta colorata e accesa con un sacco di lucine che si muovono, che io ci ho provato a rincorrerle ma non le prendo mai. A volte mi arrampico anche per provare a prenderle, ma quando torno giù mi viene dietro quasi sempre un filo dorato che io un po’ mordo e lei lo rimette a posto tutte le sere quando torna.

Ha lavorato un sacco le scorse sere per sistemare quelle scatole colorate. C’era la carta, che io provavo a sedermici sopra o ad infilarmici sotto e lei mi mandava via, e c’erano i fili, tanti fili, tutti luccicanti, e allora ci giocavo un sacco mentre lei sistemava la carta colorata sopra le scatole. Poi le volte che le serviva proprio il filo che stavo mangiando io, allora me lo prendeva e io lo volevo riprendere e lei allora mi mandava via di nuovo. Ma io tornavo sempre. C’erano tanti fili.

Era contenta mentre lavorava a quelle scatole colorate. Nel silenzio della notte ogni tanto parlava e diceva dei nomi e sorrideva. Forse pensava a qualcosa o a qualcuno che la rendeva felice. Forse è così che lei dice agli altri che vuole loro bene. Forse è il suo modo di fare le fusa. Io faccio le fusa quando voglio bene a qualcuno e mi sento bene. E’ il mio modo per dirgli ‘grazie’.

Poi, dopo aver sistemato le scatole sotto la cosa verde tutta colorata, ha spento tutte le luci grandi e alte ed è andata su.

Io mi sono messa sotto le coperte con lei, come faccio sempre, e mi ha accarezzato tanto stasera. Ho fatto tante fusa.

Lei è buona. Mi da sempre da mangiare e mi coccola e mi brontola a volte. A volte gioca anche con me. Quello piccolo la chiama ‘mamma’, ma non credo assomigli alla mia di mamma. Non me la ricordo la mia mamma, chissà se ne ho una anch’io. Chissà dov’è.

Quello piccolo, invece, lei lo chiama ‘il mio bambino’, gli da anche un nome, ma non me lo ricordo, dev’essere il suo cucciolo.

Il mio nome invece credo sia Alice, lei mi chiama sempre così, anche se a volte, soprattutto quando ho combinato qualcosa che però non saprei dire cosa, mi chiama ‘peste di gatta’, chissà perché.

Dopo che anche lei si è addormentata sono tornata giù e mi son messa sul grande cuscino a guardare la danza delle lucine colorate arrampicate sulla cosa verde.

Non so quanto tempo è passato, forse mi sono addormentata, di nuovo, anch’io.

Ho sentito un rumore e mi sono svegliata di colpo.

Che paura!

C’è un omone grosso e rosso e un animale grande con delle punte sulla testa accanto a lui.

Sono schizzata a nascondermi ma li vedo.

L’animale grande con le punte sulla testa ha mangiato la cosa marrone e quella arancione sulla finestra mentre l’omone grande ha aggiustato un paio di cose sulla cosa verde colorata.

Sembra uno di quegli omini disegnati da quello piccolo, il cucciolo, sulla carta. Ne ha fatti tanti di disegni così ultimamente e tutto contento li descriveva alla sua mamma.

“Guarda mamma, ho disegnato Babbo Natale! E’ tutto rosso, ha la barba bianca e il suo cappello in testa, rosso anche lui! Poi gli ho fatto anche il cinturone nero in vita, gli scarponi e il sacco verde sulle spalle con dentro tutti i miei regali! Ti piace mamma?”

Lei sorrideva sempre e faceva un sacco di complimenti a quegli scarabocchi colorati sulla carta.

Quello piccolo lo chiama ‘Babbo Natale’, ma quello disegnato aveva anche un sacco verde sulle spalle.

Questo qua è tutto uguale a quello disegnato dal cucciolo, ma il sacco verde non ce l’ha.

Forse è proprio ‘Babbo Natale’, quello vero.

Sorride, gli occhi sono calmi.

Sembra tanto buono.

Sono salita sul tavolo, chissà che odore ha.

Ha allungato una mano, ha un buon odore.

La mano è grande e mi ha fatto una carezza, che bella che è la carezza di questo omone grande. Me ne ha fatte due o tre.

E’ calda la sua mano.

Ha detto piano all’animale con le punte sulla testa:

“Andiamo Rudolph, qui non hanno bisogno di me. Hanno già il loro Natale.”

Poi mi ha battuto piano sulla testa e ha detto:

“Buon Natale micetta. Sei fortunata, in questa casa c’è tanto amore, non c’è bisogno dei miei regali.”

Ne hanno parlato tanto lei e il cucciolo di questo ‘Natale’, è una cosa che li rende allegri e quando ci pensano sono tutti contenti. Chissà cos’è ‘Natale’.

Mi sono riaddormentata quasi subito, dopo che ‘Babbo Natale’ è andato via. Chissà come ha fatto ad uscire. La finestra era chiusa. La prossima volta che lo vedo glielo chiedo come fa ad uscire anche se la finestra è chiusa.

Non so se anch’io sorrido. Se potessi farlo, adesso sorriderei.

Sono contenta stanotte. C’è pace.

Lo hanno aspettato tanto lei e il cucciolo.

Non ho capito bene cosa sia, ma stanotte dev’essere ‘Natale’.

Elena Brilli

BUON NATALE

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(Disegno originale di Elio, 6 anni e mezzo)

Ieri la prima recita natalizia del mio pulcino in prima elementare, e una canzoncina della quale stentava a ricordare le parole ma che diceva così:

Buon Natale a te che vieni dal NORD

Porta in dono la serenità

Cogli al volo l’opportunità

Di sentire qualcosa dentro te.

Buon Natale a te che vieni dal MARE

Apri il cuore a chi non ce l’ha

Anche a chi, per colpa del male,

Non la smette di fare la guerra che fa.

 

A chi ha scritto le canzoni, a chi ridere ci fa

A chi sbaglia le opinioni e che si correggerà

A chi non ha molti amici che gli amici troverà

 

Buon Natale, Buon Natale.

Buon Natale a te che vieni dal SUD

Porta il sole a chi non ce l’ha

Il profumo e il colore del mare

Che ci ispira la felicità.

Buon Natale a te che vieni dal FREDDO

Porta un po’ d’aria nella mia città

Il coraggio di un bell’ideale

Per non essere buoni solo a Natale.

 

A chi vive senza condizioni, a chi sente la libertà

A chi stringe le tue mani e che sempre stringerà

Buon Natale a chi non mente perché gli occhi belli avrà

Buon Natale, Buon Natale.

 

BUON NATALE A TE CHE VIENI DAL NORD

BUON NATALE A TE CHE VIENI DAL SUD

BUON NATALE A TE CHE VIENI DAL MARE

BUON NATALE ANCHE A CHI NATALE NON FA.

 

Buon Natale a te che vivi LONTANO

E parlarti fatica un po’ si fa

Prova allora a spedirci un pensiero

E un sorriso sicuro arriverà!

A chi aspetta alle stazioni, a chi il biglietto non ce l’ha

A chi viaggia dentro ai sogni e dove arriva non si sa

Buon Natale a tanta gente perché si sopporterà

Buon Natale, Buon Natale, Buon Natale, Buon Natale.

L’ha scritta Enzo Iachetti, si intitola “Buon Natale”…così, semplicemente.

E trovo che sia il modo migliore per augurare a tutti quanti davvero un Buon Natale.

Perchè credo ci sia un pezzettino di ognuno di noi, nascosto chissà dove tra le parole del testo, e sentirle cantare dai bambini ci fa in fondo sentire scoperti, senza difese, come se dall’alto della loro meravigliosa fanciullezza, ci avessero fatto tana, in un assurdo gioco a nascondino, fuori tempo massimo, con le nostre emozioni.

Che sia davvero un Buon Natale, qualunque parola sia la vostra, nascosta o meno.

Il puntale

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Nella mia famiglia di origine l’albero di Natale non ha mai avuto il puntale.

Per la verità non aveva neanche le palline.

E’ sempre stato un tripudio di fiocchi, uno grande sulla punta, tanti più piccoli tutti intorno a scendere.

Era tra l’altro un abete bianco, che mio padre, contadino mancato e  appassionato di botanica in modi talvolta stravaganti (innesti di meli su peri, piante del pepe, banani e ananas, infinite razze di olivi autoctoni strappati alla miscellanea uniformante del mondo contemporaneo), comprava con l’occasione del Natale, per poi ripiantarlo nel suo orto. A differenza dell’abete rosso, ricco, corposo e panciuto, l’abete bianco era spoglio e striminzito, quindi la sfida, che raccoglievo sempre e solo io, era quella di riempirne i vuoti senza farlo diventare esagerato, e volgare. C’è da dire che, come sempre capita quando qualcuno si prende la briga di far qualcosa mentre gli altri guardano e criticano, quando avevo finito era tutto un piovere di commenti “ma perchè non hai messo questo?”…”ma perchè hai fatto così?”…”ma non era meglio se lo mettevi così?”… che nel tempo, anno dopo anno, non facevano altro che alimentare il mio orgoglio caparbio di ‘mastro costruttore dell’albero di natale’ della mia sgangherata famiglia.

Quando ero arrivata a costruire una mia famiglia, non sapendo allora che sarebbe stata ancora peggio di quella che mi aveva visto crescere e di durata decisamente inferiore, fortunatamente, la prima cosa che era cambiata era stato l’arrivo immediato delle palline colorate al posto dei fiocchi. Mancando nel mio Natale mi aveva sempre affascinato la loro forma sferica, il loro gioco di cattura e deformazione e riflessione delle luci intermittenti e variopinte. Ma sulla punta era rimasto un fiocco, ogni volta di forma e colore diverso, ma sempre un fiocco, una sorta di legame indissolubile coi miei Natale passati.

Il puntale era e rimaneva una cosa altra da me, diversa dalle mie abitudini, un’uscita azzardata dalla mia zona di comfort. Troppo lungo, troppo alto, sproporzionato rispetto alla geometria paffuta dell’albero finto che aveva sostituito la penuria striminzita dell’abete bianco di famiglia.

Ma quest’anno l’ho comprato, finalmente, il mio puntale, economico, in set con una ventina di palline rosse, glitterato. Ha la punta storta, segno inconfutabile del peggioramento consumistico che abbiamo affidato alle cineserie, ma ci sta bene lassù, in cima al mio albero, con le sue palline monocromatiche. Nessun altra aggiunta, nessun riferimento al passato, tutto nuovo.

Strano che un semplice puntale in plasticaccia cinese e venti palline rosse mi abbiano fatto pensare alla mia vita, dandomi lo spunto per una sorta di bilancio natalizio. Forse è arrivato il momento giusto, forse sono davvero diventata adulta, forse il cordone ombellicale delle emozioni non esiste più, forse quel puntale nuovo mi indica che non ho più niente a che vedere col passato, se non una lunga serie di ricordi, più o meno nascosti, volontariamente o no, nei meandri della mia mente e del mio cuore, e sono pronta a costruire da sola, orgogliosamente caparbia come allora, il mio nuovo albero di Natale e con esso ogni giorno della mia vita.

Così, orgogliosamente caparbia, come quella punta rossa, luccicante, rossa come la passione per ogni cosa del mondo di fuori e soprattutto di dentro, un pò storta sulla punta, è vero, ma proprio per questo bella e unica, diversa da qualsiasi altra, esattamente come me.

 

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