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Amiche (WRITERS N.12)

Amiche

di Elena Brilli

“L’amicizia nasce dalle occasioni della vita, spesso dal destino, ma per diventare sentimento irrinunciabile necessita poi di grandi emozioni condivise, non di mediocrità affettiva…”

(Paolo Crepet, “Elogio dell’amicizia”)

Complicato per me definire l’amicizia, e scriverne o parlarne ancora di più.

Perchè, forse più che per definire o parlare d’amore, quando si parla di amicizia ogni possibile definizione è riduttiva, si plasma sul momento della vita che si sta attraversando, si muove sulle relazioni come una danza di storni migranti, e cambia i suoi confini, nel momento stesso in cui si prova a costruirgliene intorno.

Ed è per questo che le persone che definivo amiche nell’infanzia si sono perse nelle strade del mondo, non seguendo la mia, altre che hanno condiviso con me l’adolescenza o la prima maturità se ne sono andate al primo uragano in arrivo, altre ancora, adesso, vanno e vengono come la risacca del mare, che lascia conchiglie ma inesorabilmente risucchia sabbia.

Se c’è una cosa che ho capito però nel percorso, che si avvia lentamente al mezzo secolo, della mia vita, è che l’amicizia, né più né meno che l’amore, si costruisce e si cementa col tempo, nel tempo e con un’infinita e inesauribile spinta a donare. Così come per l’amore, appunto, l’amicizia la ottieni, la ricevi, in misura direttamente proporzionale a quanto di te sei disposto a mettere a nudo e in gioco, a quanta amicizia, in fondo, sei disposto a donare.

E, esattamente come l’amore, l’amicizia è fatta di atomi infiniti di affetto, comprensione, rispetto, vicinanza, empatia, fiducia. A differenza dell’amore, o almeno della maggioranza dell’amore con A minuscola, l’amicizia è costruita su fondamenta imprescindibili di onestà, in primis verso se stessi, e verso l’altro. Ad un amico (e dovrebbe poi essere così anche per l’Amore, quello con la A maiuscola) hai il dovere morale di non nascondere nulla di te e di non tenere niente nascosto, nemmeno i tuoi pensieri più pesanti. Un amico lo uccidi a parole, e devi essere disposto a farlo, sapendo che lo fai soffrire in quel momento, se sai che con quelle parole puoi dargli una mano, se senti che non puoi fare a meno di dirglielo, se sei consapevole che quello è l’unico modo per tendergli la mano e per tirarlo fuori dal pantano in cui la vita lo ha messo e che lui trova paradossalmente confortevole. L’amicizia si misura quindi in quante volte sei in disaccordo con i tuoi amici ma, essendo assolutamente onesto con te stesso, sai che è l’unico modo possibile, per te, di stargli vicino, di dimostrar loro il tuo affetto, di tendere la tua mano per aiutarli, avendo l’assoluta certezza che quella mano la prenderanno perché si fidano di te, perché in fondo, a loro, tu non hai nascosto veramente niente.

Sarà per questo che in questo momento della mia vita, posso vantarmi di avere amici il cui numero non supera quello delle dita di una mano, ma sono assolutamente convinta che siano Amici veri, quelli con la A maiuscola, almeno fino a prova contraria… nel qual caso avrebbero da sentire uscire dalla mia bocca tutto quello che passerebbe dal cuore, per il semplice motivo che io sono Amica loro, ho scelto di esserlo e voglio esserlo, “nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia”, finché vita non ci separi, e anche oltre, se necessario.

E allora ecco che il miglior modo di parlare di amicizia è, per me, parlare di tre Amiche, persone eccezionali, animi meravigliosi, concentrati puri di pregi irraggiungibili per me, e difetti tremendi che strapperei volentieri a morsi dai loro animi… perché sarebbero più felici senza di essi, perché possono essere persone migliori se se ne liberassero… perché voglio loro un gran bene.

G. è una donna di una bellezza straordinaria, della quale è consapevole, ma nasconde in modo altrettanto consapevole, sotto strati e strati di corazze impenetrabili che la vita le ha imposto di costruire per sopravvivere. Austera, imperiosa, perentoria, tagliente, parla sempre a voce alta, attacca, per abitudine tristemente consolidata, per difendersi da tutto e da tutti. Tiene tutti a distanza, perché forse ha capito che è l’unico modo che ha per proteggersi e non fa entrare nessuno all’interno di quei confini che lei ha stabilito sicuri per se stessa. G. ha paura, una paura fottuta di lasciare che il mondo e le persone che lo abitano possano toglierle un altro pezzo di sé, forse perché sa che non è rimasto molto di sé da offrire in pasto agli avvoltoi, e non vuole correre il rischio di perdere quello che rimane e di perdersi con esso. Ma quando io sono giù, la sua mano appoggiata sulla mia spalla, dolcemente, in silenzio, mi fa capire che lei capisce, che mi comprende, che lei sa, che non sono sola. Io e G. non siamo quasi mai d’accordo su niente. E il motivo è presto detto, io e G. siamo molto simili e allora sia io che lei sappiamo bene di essere una risorsa importante a vicenda, sappiamo di poter dare e ricevere tanto l’una dall’altra, in termini di crescita personale, e allora alziamo le barriere, perché io sono capace di entrare nella sua corazza, e lei lo sa, esattamente come io so che lei è capace di entrare nella mia. E allora ci mettiamo vicendevolmente in difesa, salvo poi arrenderci all’evidenza che niente possiamo l’una contro l’altra e ci facciamo trafiggere da quanto di buono a vicenda siamo in grado di donarci. Mi sono fatta consapevole che sono in grado di tendere la mia mano a G. e lei sa che quella mano che io le tenderei se ne avesse bisogno sarebbe forte abbastanza da sollevarla da qualsiasi mare di dolore dovesse mai incontrare e aiutarla a trarsi in salvo. E io sono assolutamente sicura che lei farebbe lo stesso per me. Lo sento nelle corde nascoste del mio animo quando la sua mano sfiora la mia spalla, a ricordarmi che, comunque vada, lei è al mio fianco.

S. è una donna dolce, malinconica, insicura, che nasconde il luccichio dei suoi occhi sotto occhiali castranti e la bellezza del suo corpo sotto maglioni e tute informi. S. non si vuole poi troppo bene, forse perché nessuno è ancora mai riuscito a vedere che meraviglia di donna si nasconde sotto quei maglioni. Scrive e legge molto, e fugge, facendolo, da una realtà che probabilmente non riconosce veramente come sua, che non corrisponde più a quello che era il suo sogno di donna. Ed è orgogliosa e testarda, nel continuare a fuggire anche quando la realizzazione di quello che era il suo sogno potrebbe tornare ad essere possibile. Lei non lo vede, lei non vuole vederlo, lei fugge. Perchè S. ha sopportato il rumore troppo forte di un sogno che si frantuma e allora sogna finché il sogno non si avvicina, ma appena la distanza diminuisce e tutto potrebbe diventare di nuovo possibile, smette di sognare, tira i remi in barca e vorrebbe fuggire. Ma è coraggiosa anche, S., perché vorrebbe fuggire ma non lo fa. A modo suo, magari girata di spalle, pronta a scappare di fronte alle onde, lei mantiene la posizione, perchè l’uragano che arriva e che potrebbe rivoluzionarle la vita, lei non se lo perderebbe per niente al mondo. Perchè, in fondo, S. sogna ancora, e per me è la dimostrazione che si può continuare a sognare, nonostante tutto, nonostante noi, nonostante il male che fa. Lei mi capisce, e me lo ripete spesso. Ha la voce dolce S. quando me lo dice, e ha il potere di calmare le onde burrascose del mio animo, il suono della sua voce. S. è talmente testarda e cocciuta che so che, se fosse in difficoltà, la mia mano lei la rifiuterebbe, orgogliosa com’è. Ma io so che lascerei quella mia mano lì, pronta, salda, solida, sicura, lasciando a lei la decisione di afferrarla o meno. Lei sa, anche se non vuole ammetterlo, che quella mano ci sarebbe.

Infine F…. è la mia dannazione F.. Le voglio un bene dell’anima ma la strozzerei ogni minuto. Perchè F. non si vuole bene per niente, attraversa la sua vita senza mettersene al centro, senza esserne mai la protagonista. F. fa dipendere costantemente la sua felicità da altre persone, da altre situazioni, da quello che le manca o che potrebbe essere diverso da quello che è. F. vive di possibilità e di speranze, che si trasformano costantemente in disillusioni e frustrazioni e così facendo si fa del male. E’ una donna di una bellezza fuori dal comune, dentro e fuori, ma lei non la vede perché misura se stessa con l’unico metro di giudizio che viene da fuori, da altre persone, da altre situazioni, da quello che le manca o potrebbe essere diverso da quello che è. Dicono che i capelli siano uno dei tanti specchi dai quali comprendere una donna. Ecco, F. ha dei capelli bellissimi, scuri, ricci, folti, lunghi, corposi. Io li ho visti, e sono meravigliosi, ma lei li tiene sciolti solo se sono lisciati e fintamente colorati. Quando non sono “falsi” i suoi meravigliosi capelli lei li tiene legati, castrati, umiliati, nascosti. F. si costringe costantemente ad essere quello che non è, credendo in questo modo di avvicinarsi di più all’approvazione di altre persone, di altre situazioni, di quello che le manca o potrebbe essere diverso da quello che è, perché è l’unico modo che conosce per sentirsi viva. Fa male vederla così e allora la brontolo, continuamente, costantemente, cercando di scuoterla per farle capire che deve mettersi al centro della sua vita e diventarne la protagonista assoluta, che non ha bisogno di niente e nessuno perché venga finalmente fuori la meraviglia di donna che è, coi suoi capelli arruffati e bellissimi. F. è come i Paolo e Francesca danteschi, gira costantemente in un vortice impazzito e non la vede nemmeno la mia mano tesa, forse più che per ogni altra persona. E allora io so che a F. non serve la mia mano, ma bisogna che la prenda in braccio, di peso, e la porti via da quel maledetto vortice in cui ha da sempre lasciato che si infilasse la sua vita. Lei sa che io lo faccio, sa perfettamente che lo faccio ogni volta che la tratto male, lei sa che sono forte abbastanza per farlo, prenderla di peso e portarcela, fuori. E lo sa perché lei, nel momento più brutto della mia vita, abituata com’è a girare nel vortice della sua, non aveva esitato un attimo a dirmi che se ne avesse avuto la possibilità, mi avrebbe tirato fuori da lì. E’ da quel momento che io e lei siamo diventate Amiche, di quelle con la A maiuscola, e adesso è arrivato il mio turno. E, quant’è vero Dio, io la prendo di peso e ce la tiro fuori dal quel vortice, e le restituisco la vita che non ha mai voluto vivere davvero per se stessa.

Ecco qua, cos’è per me l’amicizia.

Un’ultima cosa… GRAZIE, bimbe belle, siete e rimarrete tre luci sempre accese nella mia vita. Ne sono pressocchè certa.

Vi voglio bene.

Ora lo sapete, davvero.

Come il vino

Quando siamo insieme,

noi quattro,

siamo come una bottiglia di vino buono.

Una bella forma,

un ottimo contenuto,

un’etichetta accattivante,

e un tappo che tiene bene.

Sedute intorno ad un tavolo

noi parliamo

di figli, lotta, vita,

diversità, lavoro, autostima,

amori vecchi e nuovi,

cultura, amici

e futuro.

E, senza bisogno di istruzioni per l’uso,

il vino buono si beve insieme agli amici veri,

così,

come viene.

Ed è tutto quello che serve per stare bene.

Elena Brilli

Il numero completo della rivista WRITERS dedicato all’AMICIZIA, lo trovate qui:

DRIVE  https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9YXJUTTZ2V1JtYUE/view?usp=sharing

ISSUU http://issuu.com/writersrivista/docs/writers_12__1_

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