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E se parlassi di politica?

Considerazioni politiche varie.

A modo mio.

E se in questo mondo governato dai soldi le persone più adatte a governarlo fissero proprio quelle più esperte proprio di soldi?

(Leggi: e se Trump non fosse proprio un disastro per l’America e il mondo? E del nostro Berlusca ne vogliamo parlare?)

E, stai a vedere che la sinistra tira fuori le palle finalmente!

(Leggi: e se Renzi fosse davvero uno di sinistra. Ma veramente di sinistra, intendo. E bravo pure…)

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La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me

…e dimmi che non vuoi morire 

Patty Pravo

 .
 

Guarda
io sono la sola ormai
credi
non c’è più nessuno che
quando chiedi troppo e lo sai
quando vuoi quello che non sei te
ricordati di me
forse non mi credi.

Sguardi,
guarda sono qui per me
non ti ricordi
eri come loro te.
Tutti quanti sono degli eroi
quando vogliono qualcosa… bè
lo chiedono lo sai
a chi può sentirli…
La cambio io la vita che
non ce la fà a cambiare me
bevi qualcosa
cosa volevi
vuoi far l’amore con me

La cambio io la vita che
che mi ha deluso più di te
portami al mare
fammi sognare
E Dimmi Che Non Vuoi Morire!
ra ra ra ra ra ra ra

Dimmi,
sono solo guai per te
dimmi,
ti sei ricordato che
hai una donna che se non ci sei
come fà a restare senza te
piangi insieme a me
dimmi cosa cerchi.
La cambio io la vita che
non ce la fà a cambiare me
bevi qualcosa
se non ti siedi
vuoi far l’amore con me.

La cambio io la vita che
che mi ha deluso più di te
portami al mare
fammi sognare
E Dimmi Che Non Vuoi Morire!

E Dimmi Che Non Vuoi Morire!

ra ra ra ra ra ra ra

.

Credits
Writer(s): Marco Tonelli, Vasco Rossi

.

Sospiro.

Volevo fermarmi…riposarmi un pò…tirare il fiato.

Invece no, coltello nei denti e via andare…

Avanti.

Arriverà il calore del sole che non sia effimero scherzo di primavera.

Arriverà. Chissà se avrò ancora voglia di guardare il sole. Allora.

Intanto, mi immergo nella luce.

Io sono tempesta, immersa nella luce.

Quando sognavo di diventare architetto

C’è stato un tempo in cui sognavo di diventare architetto.

Il luogo dove abito da sempre, e che odio e amo al tempo stesso, ha un borgo medievale, arroccato sulla vetta di una collina, avamposto strategico della lontana lotta tra Guelfi e Ghibellini nell’alta Toscana.

Attorno alla Rocca dove si rifugiava il Signorotto del tempo quando le cose si mettevano a mal partito, c’era una fortificazione di mura spesse e tre porte di ingresso. La principale che costituisce tutt’ora l’ingresso al borgo vecchio, alla quale si appoggiano la chiesa e il frantoio, una seconda alla sommità di una ripida salita di accesso, alla quale si affianca una torretta di guardia ancora integra, e una terza, citata nei documenti storici come la più importante dell’arroccato insediamento antico, che proteggeva il canale dell’acquedotto che aveva il compito fondamentale di portare l’acqua agli insediamenti rurali della campagna sottostante, e quindi di mantenerli ‘vivi’.

Questa terza era l’Antica Porta di Doccia.

Erano i tempi in cui frequentavo la Facoltà di Architettura e, più precisamente, i tempi dell’esame di Restauro, del quale ricordo la corpulenta figura della professoressa, più o meno intorno ai miei 22, 23 anni, una ventina di anni fa. L’avevo cercata e ritrovata nel bosco, la Porta di Doccia, diroccata, assaltata dalla vegetazione. Ne avevo fatto i rilievi e disegnata tutta, passando interi pomeriggi ad arrampicarmi nella boscaglia, per raggiungerla e riportarne alla luce la memoria e le fattezze. Un paio di anni più tardi, il recupero dell’intero borgo medievale, con il restauro del suo sistema di mura e porte di accesso, e la creazione di un giardino che lo restituisse alla cittadinanza nella completezza della sua fruizione aperta a tutti, avrebbe dovuto essere la mia tesi di Laurea in Architettura con la specializzazione in Arte del Giardini.

La laurea non è mai arrivata, ma questo è un altro discorso. E soprattutto furono altre scelte.

In questi giorni di convalescenza che hanno seguito il mio crollo fisico dovuto ad una pericolosissima carenza di vitamina D che mi ha causato problemi neurologici e muscolari, la cura che mi era stata assegnata dai dottori era quella di stare fuori più possibile e prendere sulla mia pelle i benefici effetti del sole, unico vero medicinale in grado di tirar su i valori della vitamina mancante e farmi tornare in forma.

Quindi ho camminato molto e, dovendo camminare e stare all’aria aperta, mi è venuta voglia di ricercare l’Antica Porta di Doccia, per vedere se fosse ancora lì dove l’avevo lasciata venti anni or sono.

Ci avevo già provato un mesetto fa, ma la dolce compagnia di quel pomeriggio di metà marzo mi aveva distratto dalla ricerca e non l’avevo trovata, nel bosco. Che fosse crollata? Possibile che davvero non esistesse più?

Sicchè in una delle mie recenti passeggiate, ci ho riprovato, spinta da quell’orgoglio testardo di dover dare ragione ai miei ricordi e alla fatica di allora, nonchè quello di voler onorare una mia passione antica e un’estate di vent’anni fa passata nel bosco a restituire vita alle testimonianze di vite passate, nascoste nella notte dei tempi e ricoperte di vegetazione.

C’era. Sapevo che c’era. Doveva essere lì.

Ed eccola, in cima ad una ripida scarpata, lassù, in vetta. Se ingrandite la prima delle foto la vedete in alto, lassù, immersa nel verde.

L’avevo ritrovata!

Mi sono arrampicata, gambe, ginocchia, mani, braccia, scalando la terra ripida che mi separava da lei, a tratti impaurita da quello che sarebbe potuto succedere se fossi scivolata, a tratti preoccupata di come avrei fatto poi a scendere. Ma l’avevo ritrovata, dovevo andare lassù, raggiungere la ‘mia’ Porta di Doccia.

Con l’aiuto di un bastone, aggrappandomi alla vegetazione e cercando di schivare le ortiche in fioritura, ci sono arrivata, alla vetta, a rivederla da vicino.

Ed eccola infine bella, resistente, fiera, ancora in piedi nonostante la vegetazione ne scalzi progressivamente una pietra dietro l’altra. Con il punto di partenza del canale dell’acqua appoggiato alla sua sinistra, i montanti forti, la sua chiave di volta pentagonale che tiene tutto in piedi, miracolo della fisica delle forze.

Bella.

Di quella bellezza che caratterizza i sogni.

Lei c’è ancora. Io pure.

E anche i sogni, diversi, adulti, invecchiati, sono tutti lì. Nonostante tutto.

Esattamente come l’Antica Porta di Doccia.

Nonostante tutto.

Papavero

Solitario soldato di primavera

Rosso vivo di passione accesa appena

Controvento spettinato ma altero

Resiliente al tempo sferzante inclemente

Resistente come resiste chi vuol vivere veramente

Anche quando credi di essere fermo.

Stanno un pò cambiando le mie abitudini sonno/veglia. I recenti fastidi fisici mi fanno essere molto stanca la sera, a vantaggio di un risveglio più agile al mattino… Diciamo che l’ospedale ha dato una sistemata all’insonnia cronica e allora ci si prende il bello anche dalle situazioni peggiori e si riparte.

Però l’altra sera, dopo che il rumore del giorno si era messo a tacere, alla televisione passavano il film “L’amore fa male” di Mirca Viola. Un nutrito grappolo di brave attrici italiane, attori non da meno, una storia interessante con notevoli spunti di riflessione, nonostante il rischio di scivolare nei luoghi comuni delle relazioni affettive tra le persone, una recitazione non sempre armonica ma ‘sufficientemente sopportabile’.

Mi è piaciuto.

E mi è rimasta impressa la fine, il monologo finale soprattutto.

Che chiude in questo modo:

Forse la vita è fatta così.

Se non ti accanisci in un sogno che ti ferma e se non permetti a tutti i sogni di spegnersi, lei ti spinge.

Come una corrente.

Anche quando credi di essere fermo.

E’ una grande verità secondo me, che si collega strettamente al concetto del lasciare che le cose accadano e che noi stessi, come persone, si accada, si evolva senza resistenze.

Ha a che vedere con il lasciarsi attraversare dalla vita, condirla dei sogni di bambini, non legarla a fantasie irrealizzabili, lasciare che fluisca, respirarsela tutta, accettarla così come è, bella anche quando non sembra che lo sia.

Anche quando, appunto, ci sembra di esser fermi. O di esser in qualche modo fermati da quello che accade.

Come diceva Eraclito, “panta rhei” tutto scorre. Anche noi.

E, anche se non ce ne rendiamo conto, si va, nel nostro sempiterno immobile viaggio, lento quanto basta a farci accorgere ogni tanto che son passati gli anni incastrati nei giorni, che son passati i sogni incastrati in lacrime o sorrisi, ma che ci siamo sempre, sporcati nel mondo, con gli occhi accesi, le narici aperte e la voglia di vedere cosa ci sarà, domani.

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