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Si sta. Ma devo andare.

Giornate uggiose, inquiete.

Di emozioni che si incollano sulla pelle invece di scivolare via.

Devo aver finito la sciolina, per farle scorrere via.

Pensieri in affanno.

Sta cambiando qualcosa.

Deve cambiare qualcosa.

Cambierà qualcosa?

Poi una voce che incastra sulla pelle e fa musica con le corde della mia anima.

Risuona, perfetta nella mia testa.

Armonia celeste.

È un segno.

Che sia un segno?

Il momento è adesso?

E allora si fa, ci devo provare.

Ce la faccio, so che posso farlo.

Ma cosa esattamente?

Confusione, dubbi antichi.

Lacci e lacciuoli di cui liberarsi.

Catene da spezzare.

E sono quelle che ho messo io.

Le più difficili da rompere.

Non sono fatta per questo mondo.

Ma devo trovare il coraggio di costruire il mio.

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È ancora oggi

Non si dorme.

Forse perché non voglio sia domani.

Forse perché non mi va.

Finché non dormo è ancora oggi.

Finché non dormo non arriva domani.

Mi manca il mio tempo.

Voglio il mio tempo.

Analisi

Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”, 5 Dicembre 1937


Le analisi, quelle belle, razionalmente ineccepibili, perfette nella loro lucidità.

Quelle che ti illudi, speri, sogni che non siano vere. Ti sforzi anche di agire in modo tale da dimostrare che non lo siano.

Quelle che non ci vuoi proprio credere che siano vere, anche se in fondo lo sai che lo sono. Vere. Forse.

E in quel ‘forse’ ci infili il cuore. Tutto quello che hai.

Perchè “la solitudine (…) fredda e immobile” fa una paura fottuta, in questo sputo di cosmo in cui siamo precipitati.

Elogio delle mamme sbagliate

Alle mamme che non sanno fare le mamme, ma ci provano, e ci provano, e ci provano. A modo loro. In equilibrio precario. A quelle che non sanno bene come fare, che ascoltano i consigli ma raramente li seguono. Perchè non sanno come fare, è vero, ma loro lo fanno e lo fanno come ‘sentono’.

Alle mamme che non hanno paura dei ‘mostri’… e invece ce l’hanno, e tanta pure. E implorano i ‘mostri’ nel buio di notti insonni, di non fermarsi proprio lì, dal loro figlio, perchè non son mica sicure di riuscire a sconfiggerli.

Alle mamme che pregano qualcosa, qualcuno, tutti e nessuno, di proteggere quella creatura che dorme accanto a loro perchè non hanno idea di come si faccia a proteggerla, dal mondo di fuori… e da quello di dentro.

Alle mamme che si accorgono di aver sbagliato sempre un attimo dopo. E si accorgono che hanno sbagliato perchè si ricordano, come un lampo nella notte, ma sempre troppo tardi, di come era essere bambini e del male che faceva, a volte, la voce della mamma. E allora vorrebbero cancellare in un colpo la luce triste negli occhi del loro figlio, perchè sanno di esserne state la causa, ma ormai è tardi e possono solo trovar un modo per far tornare il sorriso. E lo trovano. E sperano che la bilancia dei ricordi che costruiscono per i loro figli continui così a pendere dalla parte dei ricordi ‘belli’.

Alle mamme che pensano a quando erano figlie e si ripetevano che non sarebbero mai state come ‘loro’, come le loro, di mamme. Poi alla fine si ritrovano ad esserlo, mamme, e sentono frasi, accenti, toni imperiosi uscire improvvisamente dalle labbra e un attimo dopo sorridono perchè son diventate, invece, proprio come ‘loro’, come le loro, di mamme. E solo in quel momento si accorgono che in fondo non erano poi tanto male, quelle mamme lì.

Alle mamme che continuano a sognare anche quando il sogno che le ha rese tali non esiste più. E sbriciolandosi, quel sogno, si è portato con se tutti gli altri, di sogni, lasciando anni e anni di lotta feroce, dentro e fuori, contro le giornate. Alle mamme che sognano quasi per forza, che si obbligano a farlo di nuovo, perchè il loro bambino capisca che si sogna, nonostante tutto, e che finchè si sogna non si muore mai davvero.

Alle mamme che si aggrappano con le unghie e con i denti al loro essere donne. Che mangiano, sognano, amano, e scopano anche. Perchè hanno dato la vita, sì, ma la loro, di vita, non è finita lì.

Alla mia, di mamma, rigida, ingombrante, fardello pesante. Che ci ha provato, come tutte, e che ha sbagliato, tanto, come tutte. Che ci prova anche a rimediare, ancora, in un modo strano, tutto suo, che forse solo io capisco sia l’unico modo che conosce per chiedere scusa.

Alla mia, di mamma, che ha costruito me, rigida, ingombrante, fardello pesante. Ma non sono niente male, in fondo, ed è anche merito suo.

E tu lo sai, mamma, vero?

Te

Arrotoli il filo del phon in modo diverso da me.

Sorrido.

Le nostre differenza si scoprono, si misurano, si assaporano, si mischiano.

Gioco dialettico antico e nuovo, di nuovo, per costruire identità condivise.

Dio è amore. L’amore è nei dettagli.

Dio è nei dettagli.

E i tuoi dettagli mi piacciono.

Scolpiti, come sono, tra testa e cuore. Da qualche parte. Lì.

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