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Brillantina!

Non sopporto gel, schiume o lacche per capelli. Mai piaciute.

Sono appiccicose e mi sento i capelli sporchi anche se so che sono appena lavati.

Ma…

Stanno crescendo i capelli, fa caldo, mi danno noia. O li taglio o trovo il modo di tirarli indietro, senza fasce o cerchietti che mi facciano sembrare Lucia Mondella con annesso mal di testa.

Così, curiosando curiosando, al supermercato, trovo la sempiterna Brillantina Linetti.

Sempre sentita nominare, mai avuta per le mani. Di fatto non so esattamente cosa sia, se non una cosa legata alla cura personale di una fetta di mondo maschile abbastanza avanti con gli anni.

La Brillantina Linetti, insomma, appartiene all’immaginario legato ai ‘nonni’, insiema all’abbraccio caloroso, il sorriso placido, le mani ossute, il volto solcato da rughe.

Tentazione troppo grande, la compro.

Arrivo a casa, la apro, ed ecco qua! E’ un olio, profumatissimo, non appiccicoso.

Ganza! Mi piace già!

La provo subito, ovviamente, e adesso i miei capelli sono lucenti, fermi, morbidi e ho la testa profumata come un campo di lavanda in Provenza!

Dai che magari davvero non li taglio i capelli stavolta!

E…

Chissà perchè le cose migliori sono sempre riservate a voi ometti?

Ma questa della Brillantina Linetti, a ‘sto giro, ve l’ho rubata!

Adesso, è (anche) mia!

😀

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Dio è nei dettagli

 

(Immagini personali)

Perché Dio getta nel mondo persone tanto sensibili da non riuscire a farsi realmente comprendere da nessuno?

Che sia forse perché, sole, possano riuscire a comprendere Lui?

Perché riescano a vedere come le spighe gialle in un campo di grano steso al sole, somiglino tanto a dune di sabbia rovente o a morbido manto di lana.

Perché seguano la danza in volo di uccelli eleganti sopra un fosso di campagna e si stupiscano quando la prospettiva dei loro sguardi le riconosce per rondini allegre stagliate nel tramonto.

Perché riescano a  percepire le infinite sfumature di verde nelle foglie di un ulivo che si prepara a dar frutti.

Perché colgano il sole racchiuso nella perfezione di una goccia d’acqua appesa alla fonte, in bilico, sul suo bordo, appena prima di cedere alla forza di gravità e infrangersi, moltiplicandosi al suolo. Dio dentro ogni caduta che renda molteplici le possibilità di racchiudere il sole.

Perché siano in grado di accorgersi del momento esatto in cui la musica, nel suo gioco di note e matematica, si accordi con l’anima e tutto allora diventi armonia e perfezione. E se ne lascino trascinare come suoni nel vento.

Perché riescano a sentirsi un po’ meno sole, quando si accorgono di quanto siano speciali. Perchè anche Lui, sapendo che sono nel mondo, si senta meno solo. Forse.

La guerra di Piero

Sheradzade Hassan, bambina curdo-siriana di otto anni, Idomeni, 2016

 

Carla guidava placida, in una calda fine mattinata di giugno. Piero, suo figlio, era sistemato dietro, sul suo seggiolotto e la sua vocina particolarmente euforica quel giorno rispecchiava la leggerezza della fine dell’ultimo giorno di scuola, a lungo agognato nei tanti risvegli assonnati delle ultime settimane.

Carla vedeva nello specchietto retrovisore i suoi occhietti furbi, la sua chioma di capelli ispidi e biondicci, e si sentiva felice.

“Mamma, lo sai ho fatto un sogno bruttissimo?” iniziò Piero con un tono preoccupato.

“E che hai sognato di tanto brutto? chiese Carla, preparando la sua mente a elaborare rapidamente le informazioni che le sarebbero state fornite di lì a poco da suo figlio, per tentare di arginare le paure che da esse sarebbero emerse.

“Ho sognato che c’era la guerra, tra l’Italia e l’America.”

“Ah… non saremmo messi bene, nel caso succedesse, lo sai? L’America è molto più potente dell’Italia…e la guerra non è mai una bella cosa… Ma che succedeva nel tuo sogno?” Carla intuì subito che non sarebbe stato semplice.

“Gli americani venivano a prenderci, io e te, e i miei amici di scuola coi loro genitori, e ci portavano in un posto tutti insieme, poi ci separavano, noi bambini da una parte e voi genitori dall’altra.”

Nella mente di Carla passarono in un istante immagini sbiadite di soldati, fili spinati, corpi emaciati, camicie a righe con stelle cucite al petto, numeri tatuati, bambini soli, deportazioni, morte, che tristemente caratterizzano la memoria visiva legata all’ultima delle grandi guerre del nostro sciagurato tempo e si preparò a spiegare ad un bambino, a suo figlio, nel modo più sereno possibile, cosa potesse fare la follia del genere umano contro se stesso e perchè succedessero cose del genere, e continuassero a succedere, purtroppo, senza soluzione di continuità e men che meno intelligenza, anche in tempi molto più recenti. Decisamente, non sarebbe stato semplice.

“Ma che facevano poi gli americani? Ci facevano del male?” chiese iniziando a tradire un pò di preoccupazione.

“Ma no mamma! Gli americani facevano la guerra solo ai soldati, mica a noi! Noi non avevamo fatto niente e allora ci avevano portato via per proteggerci!”

“Ah, meno male allora!” Carla si sentì vagamente sollevata. “E, che succedeva? Che facevi te insieme agli altri bambini? E io insieme agli altri genitori? Ci facevano lavorare?”

“Nelle stanze dei bambini, mamma, avevano messo cinque televisioni e i controller per i videogiochi. Noi bambini giocavamo insieme, facevamo le sfide e ci si divertiva un sacco! A voi genitori, invece, avevano dato la carta per scrivere e i libri e stavate a scrivere storie e racconti e a leggere, come piace a te mamma!”

“Eh però! Allora bello così! Tu a giocare io a scrivere, non sarebbe male una guerra così!” Carla aveva ricominciato a sorridere, sentendo la strana visione della guerra che aveva elaborato Piero. E pensava a quanto la fantasia dei bambini fosse potente da trovare colori e bellezza anche nelle più truci delle bassezze degli esseri umani.

“Però, Piero, non saremmo stati liberi, e io senza poter stare con te non sarei felice di scrivere e leggere tutto il giorno…” proseguì Carla, cercando di portare il ragionamento giocoso del bambino sul terreno più profondo della libertà e degli affetti.

“Gli americani ci tenevano prigionieri solo perchè fuori c’era la guerra, quella vera, ma noi non avevamo fatto niente, non la facevano a noi la guerra e ci proteggevano. Ma noi bambini si poteva venire a trovarvi, sai? C’erano le guardie, bisognava chiederlo, ma io lo chiedevo e venivo a trovarti.” Piero era stranamente contento, dato l’argomento.

“Ma te stavi bene? Eri contento? E che facevamo quando venivi a trovarmi?”

“Io stavo benissimo, giocavo sempre e mi davano un sacco di cose buone da mangiare! Quando venivo a trovarti, io ti raccontavo che avevo vinto e che avevo superato i livelli dei giochi, e te mi leggevi le storie che avevi scritto.”

“Ti ricordi quando due mattine fa mi hai svegliato” proseguì Piero “e io ti ho detto che non volevo svegliarmi perchè stavo sognando una cosa bella? Ecco, era quella mattina lì, stavo sognando proprio questa cosa qua della guerra, ma te mi abbracciavi e mi stavi leggendo la storia che avevi scritto, non volevo che finisse il sogno.” Concluse Piero e scoppiò a ridere.

Carla rise con Piero, un riso liberatorio e ammirato per come anche la guerra possa essere a colori per i bambini e come i loro colori, viceversa, possano render bello un sogno che pure era iniziato come un incubo.

Erano arrivati a casa, di lì a poco avrebbero preparato il pranzo. La scuola era finita, il sole riscaldava la pelle. Piero rideva, giocava, colorava il mondo, faceva anche la guerra, per gioco. Carla, per gioco, scriveva davvero racconti, e avrebbe continuato a scriverli, con o senza la guerra del suo Piero.

‘Cattive’ abitudini

.

‘Cattive’ abitudini io sono,

insieme alle buone.

Buone e cattive,

insieme.

Non esistono le prime

senza le seconde.

Di nuovo intera,

ricerco nuovi equilibri.

Io,

buona e cattiva insieme

luce e ombra insieme

mente e cuore insieme.

Il nero nel bianco,

il bianco nel nero,

come un tao a passo di trottola,

si confondono.

Miscellanea iridescente

di passioni sopite,

mai dome,

io sono.

Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. Tocca a noi.

Non mi interesso di politica, non l’ho mai fatto e forse per questo non la comprendo, non ne seguo le dinamiche di palazzo se non come spettatrice curiosa, concorde a volte, fortemente discorde altre volte, critica molto spesso.

Amo pensare con la mia testa e mantenermi fedele per quanto mi è possibile alle idee di uguaglianza, libertà, rispetto, civiltà, democrazia, sottese ad ogni società di persone che costituiscono uno stato moderno, compreso il nostro.

Quindi non mi interessano le definizioni di destra, sinistra et similia, connesse alla vita politica, non mi interessa etichettare in qualche modo il nuovo governo appena costituito, se non calibrandolo sulla tristemente nota incompetenza, insensatezza e talvolta completa mancanza di senso civico e rispetto delle istituzioni dei loro rappresentanti. Ma così è stato deciso e mi adeguo.

Una sola cosa mi sento di dire oggi, e suona come una raccomandazione di madre al figlio scapestrato. Oggi, nell’anniversario della prima volta nella storia d’Italia in cui alle donne veniva concesso il diritto di voto.

Fate attenzione a non calpestare, cari signori a cui sono affidate le sorti del nostro paese, i diritti che una società civile ha acquisito nel tempo, passando quasi sempre, come un fil rouge sempiterno, attraverso la conquista di diritti proprio da parte delle donne.

Le donne sono geneticamente programmate per mettere al mondo figli e per provvedere alla loro crescita, non possono tornare indietro, non possono rinfilarsi in pancia un figlio appena partorito, non possono trattenerlo all’età degli abbracci e delle coccole, sono costrette a seminare in esso i germi dell’adulto che sarà, sapendo che non potrà tornare di nuovo mai niente di quello che è stato.

Le madri proteggono i figli, li difendono, li spingono a crescere, non è ammessa la retrocessione.

I diritti civili sono come i figli di una società e alle donne, private di diritti, tenute al margine della vita politica, differenziate sul lavoro, picchiate e persino uccise in estrema ratio quando difendono i propri diritti alla libertà e alla scelta a partire dall’atomo della società e cioè la famiglia, è implicitamente affidato il compito di difenderli. E lo faranno.

Non tornate indietro, per citarne solo alcuni, sul diritto all’aborto, sui diritti di coppie omosessuali, sui diritti di essere accolti e aiutati delle persone che fuggono dai loro paesi in guerra, perchè avrete le donne in piazza, finalmente aggiungo, a trascinar avanti, e ancora avanti, come solo le madri sanno fare, le sorti di questo nostro paese allo sfascio.

Ferdinand Victor Eugène Delacroix, “La Libertà che Guida il Popolo”, 1830

Non è un caso che nel quadro simbolo della Francia e della sua rivoluzione, sia Marianne, una donna, a portare la bandiera che rappresenta Libertà, Uguaglianza e Fratellanza.

Non provocateci, veniamo uccise al ritmo di una ogni 2 giorni e mezzo da mariti, fidanzati et similia, per non parlare di tutto quello che viene prima.

Non abbiamo paura.

Per difendere i diritti e la comunutà dei suoi figli, le donne non hanno paura.