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Domande

Da una catena Facebook ne è nato uno scambio di domande e risposte, tra me e mio figlio.

Le fisso qui, come spunto di riflessione. Come punto da cui partire, su cui lavorare e da cui trarre, non lo nego, un pizzico di orgoglio personale che fa bene al cuore.

Lui è Elio, 8 anni e un pò… e risponde così:

Qual’è una cosa che ti dico sempre?

-Ti voglio bene.

Cosa mi rende felice?

-Quando io sono felice.

Quanto sono alta?

-Poco.

Quanti anni ho?

-42.

Qual’è il mio colore preferito?

-Nero.

Che cosa mi piace tanto fare?

-Giocare.

Cosa mi rende orgogliosa?

-Quando mi comporto bene.

Qual’è il mio piatto preferito?

-A te piacciono le cose dolci.

Credi che potresti vivere senza di me?

-No.

Se io potessi andare altrove, dove andrei?

-Al mare. Insomma, dove c’è caldo.

Qual è il mio programma TV preferito?

-Propaganda Live.

Qual è una cosa che mi piace fare?

-Scrivere.

Cosa faccio quando non ci sei?

-Le faccende.

In cosa sono brava

-A farmi il solletico.

In cosa non sono brava?

-A stare sulla neve, perchè hai freddo.

Che lavoro faccio?

-Tagli borse.

Cosa ti piace fare con me?

-Stare con te, perchè quando stiamo insieme dopo un pò ci si mette a giocare.

Qual’è la cosa cosa più importante che ti insegno?

-A comportarmi bene.

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Filastrocca del bimbo a colori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(immagine dal web)

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C’era una volta, ma dove chissà,

un luogo un pò strano a vederlo da qua.

Erano sempre tutti scuri e arrabbiati

e facevan discorsi ben poco sensati.

Nere le facce, neri anche i cuori

“Non vogliamo nessuno che porti i colori!”

Questo dicevan come pecore in coro

e il buio abitava ogni parte di loro.

Poi venne dal mare salvato un bel giorno

un bambino che aveva i colori del mondo.

Narrava di terre baciate dal sole

sconfitto da guerre che il cuore non vuole.

Narrava di freddo, di fame e di vento,

di lunghi cammini compiuti a stento.

Visto aveva il filo spinato

che la libertà gli aveva levato.

Poi il mare alla fine lo aveva cullato

ma in una notte d’inverno si era arrabbiato.

Solo, impaurito, smarrito e bagnato

finito il viaggio, lì era arrivato.

Nel paese sognato degli uomini spenti,

che paura avevano, stretta tra i denti,

che il bimbo arrivato dal posto lontano

venisse a prender le cose di mano.

Ma il bimbo voleva solo cominciare a sperare

di poter un giorno tornare a giocare.

Dal buio informe del coro belante

si alzò improvvisa una voce squillante:

“Ma quello è un bimbo come son io,

può essere suo tutto quello che è mio!”

“In cambio sapete che cosa farà?

A vivere insieme ci insegnerà!”

“E il buio tremendo di sterili cuori

verrà riempito dai suoi bei colori!”

Così disse entusiasta quel bimbo sincero

e prese per mano il suo amico straniero.

Andarono incontro ad un giorno nascente

che vedrà stare unita tutta la gente.

Perchè il diverso è uguale, se visto col cuore,

e insieme inventiamo un nuovo colore.

 

(Elena Brilli)

 

E’ accaduto a me

È accaduto a me.

Che incorniciati dallo stipite angusto di una porta ci fossero due anime mai tanto vicine.

Come una musica.

È accaduto a me.

Che due corpi si stringessero nella soave danza di un abbraccio.

Anche i silenzi, lo sai, hanno parole.

È accaduto a me.

Che due mani si intrecciassero sul petto, a metà strada tra il cuore e la testa.

Quel buono di noi.

È accaduto a me.

Che ogni atomo del cosmo racchiuso in quello scatto di spazio fosse in immobile perfezione assoluta, come tempo sospeso.

Come domenica.

È accaduto a me.

Che il sentire si innalzasse sopra ogni cosa, tormento ed estasi, quasi fosse il fiato degli dei a sospingere i sensi.

Di sole e d’azzurro. 

È accaduto a me. 

È per questo che esisto.

È in questo che brillo.

Lucciole in inverno

(immagine personale)

Come lucciole in inverno

atomi di luce illuminano

sentieri impervi

nell’oscura selva degli uomini.

Sta arrivando

un nuovo

Natale

Roghi

(la “Torre dei libri”, Bebelplatz, Berlino, in ricordo del 10 maggio 1933, quando avvenne il rogo in cui i nazisti bruciarono circa 25.000 libri ritenuti ‘pericolosi’)

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Phileîn e Sophía dormivano placidi, nel loro mondo ceruleo e lontano, più o meno nel punto in cui le stelle incontrano il manto del cielo setoso e ne rimangono avvolte. Era una tiepida notte di maggio.

Si divertivano spesso, dal loro punto privilegiato di osservazione, a guardar giù, nel mondo misero degli uomini. C’erano stati tempi in cui gli uomini avevano lasciato che la luce della conoscenza penetrasse le loro menti e forgiasse i loro pensieri in modo da trascinare avanti le culture dei popoli, come altri ne avevan visti di buio e brutture, in cui quegli uomini eppure capaci di tanta bellezza si eran fatti di nuovo simili a bestie, cedendo il passo all’inferno delle ignoranze.

Ma era bello il genere umano, dicevano spesso Phileîn e Sophía, proprio per le contraddizioni che vedeva gli uomini raggiungere nella loro ricerca della conoscenza vette pari solo a quelle degli dei e baratri tanto profondi da annegare col buio persino tutta la luce del sole.

Passavano, in quel tempo, anni non proprio limpidi per le sorti di quegli uomini laggiù. Invece di lavorare insieme alla crescita e alla costruzione delle coscienze avevan cominciato a mettersi gli uni contro gli altri, accampando, i più forti tra essi, assurde rivendicazioni di superiorità, sintomo e piaga purulenta di profonda incoscienza e stupidità.

Dormivano dunque quella sera, Phileîn e Sophía, cullati dalla brezza tiepida della tarda primavera, e d’improvviso udirono grida e urla strepitanti provenire dal basso mondo del genere umano laggiù.

Bruciava qualcosa.

Il bagliore feroce di alte lingue di fuoco fendeva il buio e inondava di fumo denso la profumata notte stellata.

“Phileîn cosa succede mai nelle terre degli uomini? Perchè tanto chiasso e fuoco nefasto a interrompere lo scorrere lento dei sogni?”

“Sophía, gli uomini bruciano qualcosa… Sono libri, bruciano i libri in altissime pire inermi e incolpevoli di parole e pensieri e conoscenza e bellezza! Bruciano i libri Sophía, bruciano i libri!”

Sophía  raggiunse Phileîn sul bordo della terrazza lassù da cui osservavano le cose del mondo.

E videro, oltre il fumo e le fiamme, uomini in divisa col pesante fardello dei loro fucili e folla urlante che gettava nel rogo i libri rinunciando con essi alla propria storia, alla propria crescita, ai propri pensieri alla luce delle proprie menti.

“Bruciano i libri…” ripeterono increduli Phileîn e Sophía, in un sussurro bagnato di lacrime.

Dal cordone di folla che applaudiva stolta al rogo della propria essenza di uomini, un bambino in calzoncini corti fuggì tra le gambe di uomini, donne e soldati.

In uno scatto felino raggiunse la base del fuoco, chinò il braccino a terra e agguantò tra le manine la costola di un libro che ancora sfuggiva alla radice delle fiamme.

Se lo portò al petto chiudendolo a sè con le braccia, come si fa quando si protegge, nel posto più vicino possibile al cuore, la cosa più preziosa che abbiamo.

Un soldato lo vide, gli urlò ingiurie e ordini perentori e gli strappò di mano il libro che quel cucciolo coraggioso aveva strappato alle fiamme. In un volo parabolico con la sua triste discesa, il libro raggiunse gli altri nel rogo.

“Perchè bruciate i libri? Perchè bruciate i libri?” Continuava a urlare il bambino, piangendo, mentre il soldato lo scacciava lontano perchè tornasse tra gli stolti adulti plaudenti allo scempio.

“Perchè bruciate i libri?” Urlava e piangeva, il bimbo, nella sua preghiera sommersa dal fragore della notte fonda del pensiero.

Phileîn e Sophía si unirono alla gracile voce urlante del cucciolo d’uomo che provava a salvare il mondo… “Perchè bruciate i libri? Perchè?”

Un tuono fragorosissimo squarciò improvviso il cielo sereno.

Ma le stolte bestie laggiù non si accorsero del cielo che urlava il suo dissenso.

Il fuoco che illuminava i loro sguardi abbacinati, spenti e ormai privi di ogni coscienza, disegnava sulle linee dei  volti le facce sgorbie di mostri.

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