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Brillantina!

Non sopporto gel, schiume o lacche per capelli. Mai piaciute.

Sono appiccicose e mi sento i capelli sporchi anche se so che sono appena lavati.

Ma…

Stanno crescendo i capelli, fa caldo, mi danno noia. O li taglio o trovo il modo di tirarli indietro, senza fasce o cerchietti che mi facciano sembrare Lucia Mondella con annesso mal di testa.

Così, curiosando curiosando, al supermercato, trovo la sempiterna Brillantina Linetti.

Sempre sentita nominare, mai avuta per le mani. Di fatto non so esattamente cosa sia, se non una cosa legata alla cura personale di una fetta di mondo maschile abbastanza avanti con gli anni.

La Brillantina Linetti, insomma, appartiene all’immaginario legato ai ‘nonni’, insiema all’abbraccio caloroso, il sorriso placido, le mani ossute, il volto solcato da rughe.

Tentazione troppo grande, la compro.

Arrivo a casa, la apro, ed ecco qua! E’ un olio, profumatissimo, non appiccicoso.

Ganza! Mi piace già!

La provo subito, ovviamente, e adesso i miei capelli sono lucenti, fermi, morbidi e ho la testa profumata come un campo di lavanda in Provenza!

Dai che magari davvero non li taglio i capelli stavolta!

E…

Chissà perchè le cose migliori sono sempre riservate a voi ometti?

Ma questa della Brillantina Linetti, a ‘sto giro, ve l’ho rubata!

Adesso, è (anche) mia!

😀

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La guerra di Piero

Sheradzade Hassan, bambina curdo-siriana di otto anni, Idomeni, 2016

 

Carla guidava placida, in una calda fine mattinata di giugno. Piero, suo figlio, era sistemato dietro, sul suo seggiolotto e la sua vocina particolarmente euforica quel giorno rispecchiava la leggerezza della fine dell’ultimo giorno di scuola, a lungo agognato nei tanti risvegli assonnati delle ultime settimane.

Carla vedeva nello specchietto retrovisore i suoi occhietti furbi, la sua chioma di capelli ispidi e biondicci, e si sentiva felice.

“Mamma, lo sai ho fatto un sogno bruttissimo?” iniziò Piero con un tono preoccupato.

“E che hai sognato di tanto brutto? chiese Carla, preparando la sua mente a elaborare rapidamente le informazioni che le sarebbero state fornite di lì a poco da suo figlio, per tentare di arginare le paure che da esse sarebbero emerse.

“Ho sognato che c’era la guerra, tra l’Italia e l’America.”

“Ah… non saremmo messi bene, nel caso succedesse, lo sai? L’America è molto più potente dell’Italia…e la guerra non è mai una bella cosa… Ma che succedeva nel tuo sogno?” Carla intuì subito che non sarebbe stato semplice.

“Gli americani venivano a prenderci, io e te, e i miei amici di scuola coi loro genitori, e ci portavano in un posto tutti insieme, poi ci separavano, noi bambini da una parte e voi genitori dall’altra.”

Nella mente di Carla passarono in un istante immagini sbiadite di soldati, fili spinati, corpi emaciati, camicie a righe con stelle cucite al petto, numeri tatuati, bambini soli, deportazioni, morte, che tristemente caratterizzano la memoria visiva legata all’ultima delle grandi guerre del nostro sciagurato tempo e si preparò a spiegare ad un bambino, a suo figlio, nel modo più sereno possibile, cosa potesse fare la follia del genere umano contro se stesso e perchè succedessero cose del genere, e continuassero a succedere, purtroppo, senza soluzione di continuità e men che meno intelligenza, anche in tempi molto più recenti. Decisamente, non sarebbe stato semplice.

“Ma che facevano poi gli americani? Ci facevano del male?” chiese iniziando a tradire un pò di preoccupazione.

“Ma no mamma! Gli americani facevano la guerra solo ai soldati, mica a noi! Noi non avevamo fatto niente e allora ci avevano portato via per proteggerci!”

“Ah, meno male allora!” Carla si sentì vagamente sollevata. “E, che succedeva? Che facevi te insieme agli altri bambini? E io insieme agli altri genitori? Ci facevano lavorare?”

“Nelle stanze dei bambini, mamma, avevano messo cinque televisioni e i controller per i videogiochi. Noi bambini giocavamo insieme, facevamo le sfide e ci si divertiva un sacco! A voi genitori, invece, avevano dato la carta per scrivere e i libri e stavate a scrivere storie e racconti e a leggere, come piace a te mamma!”

“Eh però! Allora bello così! Tu a giocare io a scrivere, non sarebbe male una guerra così!” Carla aveva ricominciato a sorridere, sentendo la strana visione della guerra che aveva elaborato Piero. E pensava a quanto la fantasia dei bambini fosse potente da trovare colori e bellezza anche nelle più truci delle bassezze degli esseri umani.

“Però, Piero, non saremmo stati liberi, e io senza poter stare con te non sarei felice di scrivere e leggere tutto il giorno…” proseguì Carla, cercando di portare il ragionamento giocoso del bambino sul terreno più profondo della libertà e degli affetti.

“Gli americani ci tenevano prigionieri solo perchè fuori c’era la guerra, quella vera, ma noi non avevamo fatto niente, non la facevano a noi la guerra e ci proteggevano. Ma noi bambini si poteva venire a trovarvi, sai? C’erano le guardie, bisognava chiederlo, ma io lo chiedevo e venivo a trovarti.” Piero era stranamente contento, dato l’argomento.

“Ma te stavi bene? Eri contento? E che facevamo quando venivi a trovarmi?”

“Io stavo benissimo, giocavo sempre e mi davano un sacco di cose buone da mangiare! Quando venivo a trovarti, io ti raccontavo che avevo vinto e che avevo superato i livelli dei giochi, e te mi leggevi le storie che avevi scritto.”

“Ti ricordi quando due mattine fa mi hai svegliato” proseguì Piero “e io ti ho detto che non volevo svegliarmi perchè stavo sognando una cosa bella? Ecco, era quella mattina lì, stavo sognando proprio questa cosa qua della guerra, ma te mi abbracciavi e mi stavi leggendo la storia che avevi scritto, non volevo che finisse il sogno.” Concluse Piero e scoppiò a ridere.

Carla rise con Piero, un riso liberatorio e ammirato per come anche la guerra possa essere a colori per i bambini e come i loro colori, viceversa, possano render bello un sogno che pure era iniziato come un incubo.

Erano arrivati a casa, di lì a poco avrebbero preparato il pranzo. La scuola era finita, il sole riscaldava la pelle. Piero rideva, giocava, colorava il mondo, faceva anche la guerra, per gioco. Carla, per gioco, scriveva davvero racconti, e avrebbe continuato a scriverli, con o senza la guerra del suo Piero.

Papavero

Solitario soldato di primavera

Rosso vivo di passione accesa appena

Controvento spettinato ma altero

Resiliente al tempo sferzante inclemente

Resistente come resiste chi vuol vivere veramente

La giara (su WRITERS N.15)

La giara

di Elena Brilli

C’era una volta, chissà dove chissà quando, una bella casa grande, ricca e ben curata, sulla sommità di una collina coperta di un verde rigoglioso. In cima alla scalinata che conduceva all’immenso portone di legno massiccio c’era una giara antica di terracotta. Laccata di un rosso carminio, decorata da altorilievi finissimi e perfetti nella loro ellenistica eleganza, raccontava con essi la storia di due amanti che si cercavano, si trovavano e poi, come in tutte le storie d’amore, si perdevano. Chissà se nei tempi antichi non avesse contribuito anch’essa, col nettare d’uva contenuto al suo interno, a che i due amanti si trovassero. Chissà se dal suo ventre panciuto non fosse stato colto l’ultimo calice che li aveva visti insieme, quegli amanti.

Ad ogni modo, chiunque avesse il privilegio di arrivare alla vetta di quella scalinata non poteva fare a meno di notare la bellezza di quell’oggetto antico, venuto dalla terra, modellato da mani sapienti, adornato da favole usate.

Tanto era bella che in paese tutti avevano soprannominato quella splendida villa in collina ‘La Giara’ appunto.

Ma il tempo del mondo muta le sorti dell’uomo e delle sue cose, così, non si sa bene quanto tempo dopo, la casa venne abbandonata, i suoi proprietari caddero in disgrazia e la giara rimase per anni e anni in silenzio sul ballatoio alla sommità delle scale, a resistere al sole, al vento, alla pioggia, al gelo e alla cattiveria degli uomini che depredarono la villa più e più volte.

Il suo smalto divenne opaco, i colori dei suoi racconti sbiadirono, la sommità fu rotta in frantumi da bastonate di incivile brutalità. E così stette, resistendo ai colpi, del tempo e dell’uomo, fino a perdere ogni vanto di bellezza e unicità, fino a confondersi con semplice vasellame da giardinaggio, appena appena più manieristicamente agghindato.

La memoria di villa ‘La Giara’ si perse nelle nebbie dei ricordi e con essa l’origine stessa del suo nome. Ai piedi della giara che della villa era stata la sineddoche giacevano inermi i suoi frammenti spolverati dalle intemperie, mucchi di foglie e rami secchi, rifiuti di ogni tipo portati dal vento e dall’incuria.

Finchè una mattina in paese non cominciò a spargersi la voce che un solitario uomo di mezz’età, venuto da chissà dove, avesse comprato per pochi spiccioli la villa e quel poco che era rimasto del suo contenuto. C’era chi gli dava del matto ad aver speso anche solo un soldo per quello che era diventato nient’altro che un rudere. C’era chi, in cuor suo, e forse eran proprio quelli che gli davano del matto, sperava che la villa tornasse al suo splendore d’un tempo, che si riaccendesse in qualche modo quel faro luminoso di bellezza, in cima alla collina, verso cui sollevare lo sguardo, in mezzo alla brutturia del mondo, per alleviar la miseria del cuore.

L’uomo arrivò, col vento caldo dell’estate, i capelli brizzolati di chi ha vissuto diverse lune, gli occhi stanchi di chi ha conosciuto la disperazione, la fierezza del portamento di chi lotta ancora per dare un senso ai giorni. Si diceva avesse perso tutta la sua famiglia in un incidente e cercasse di ritrovar la via della sua vita, ripartendo da lì, da villa ‘La Giara’.

Salì la scalinata che lo conduceva a quella che, con paziente lavoro, sarebbe dovuta diventare la sua nuova casa e vide, nel suo angolo di triste solitudine e incuria la bella giara di terracotta istoriata.

Ne fu colpito dalla perfezione delle forme, dalle tracce dei suoi smalti, da quelle figure che su di essa continuavano a raccontare la loro storia d’amore e abbandono.

La accarezzò, ne vide i traumi, sentì sotto i polpastrelli la disperazione delle sue ferite, ne rintracciò i pezzi strappati dal suo ventre. Decise che se ne sarebbe occupato lui. Della giara, della casa a cui essa aveva dato il nome, della sua vita che attraverso di loro sarebbe tornata ad avere un senso.

Comprò in paese tutto quello che pensava gli sarebbe occorso e decise che avrebbe rimesso insieme i pezzi con della malta color dell’oro.

Lavorò e lavorò incessantemente a ricucire le ferita di quella giara antica. Ne ricostruì l’interezza colmando le mancanze con lucido oro caldo, perché fossero ben evidenti le cicatrici di quello che era stato, ma non meno preziose che se non ci fossero state. Ripulì le figure danzanti sulla sua pancia e riscoprì la bellezza dei loro volti e dei loro corpi, dei loro movimenti fissati nella terracotta e del loro amore incastrato nella lacca rossa della passione. Lucidò ogni centimetro di quella giara accarezzandola e parlandole, come se la gentilezza che le usava potesse in qualche modo tornare a farla splendere di una bellezza ancora maggiore di quella che le era stata donata alla nascita. Se ne prese cura, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, ferita dopo ferita.

E fu così che la giara tornò a splendere sulla sommità di quella scalinata, quasi nello stesso momento in cui la villa stessa tornava, col lavoro sapiente dei restauratori, a dominare con la sua bellezza la sommità della collina.

Si narra che la giara sia ancora lì, che l’uomo che l’ha riportata alla vita se ne prenda cura ogni giorno, ancora e ancora, per farla splendere, con le sue cicatrici dorate, nel caldo dei raggi morenti dei tramonti estivi e alla luce della luna piena che la riveste di un’eterea aura d’argento.

Se vi capitasse mai di trovare quel posto, alzate lo sguardo verso villa ‘La Giara’ nell’ultima ora del giorno. Vedrete la luce del sole che rimbalza sulle cicatrici dorate.

E magari vi troverete a pensare, tra una chiacchera e l’altra al bar, che in fondo, la bellezza delle cose è tale solo nella misura in cui ci si prende cura di loro.

E chissà che poi alla fine tutto questo non valga anche per le persone.

Elena Brilli

Illustrazione di Alexander Jansson

Uscito un paio di giorni fa il nuovo numero della rivista WRITERS, che dirigo, dedicato al mondo delle favole, lo trovate qui:

https://writersezine.wordpress.com/

e qui:

https://drive.google.com/open?id=1S45-MNlzmX3BqrG7d_wycRtkFO9vmWlp

https://issuu.com/writersrivista/docs/writers_15

Andate a dare un’occhiata al lavoro degli altri redattori, vi garantisco che ne vale la pena!

Una quiete accesa

Andando in ordine:
-una doga in legno della rete del letto si è staccata
-ho provato a rimetterla
-l’ho rotta mentre provavo a rimetterla
-nastro, colla a caldo, Ungaretti
-ho creato il ‘mio’ portacandele.

“Il vero amore è una quiete accesa”
G. Ungaretti

Sono un disastro… creativo.

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