Come il vino (WRITERS N.12)

A proposito di Amicizia

Come il vino

Quando siamo insieme,

noi quattro,

siamo come una bottiglia di vino buono.

Una bella forma,

un ottimo contenuto,

un’etichetta accattivante,

e un tappo che tiene bene.

Sedute intorno ad un tavolo

noi parliamo

di figli, lotta, vita,

diversità, lavoro, autostima,

amori vecchi e nuovi,

cultura, amici

e futuro.

E, senza bisogno di istruzioni per l’uso,

il vino buono si beve insieme agli amici veri,

così,

come viene.

Ed è tutto quello che serve per stare bene.

Dedicata alle mie amiche: GIulia, Serena e Fabiana. 💜

La poesia chiudeva il mio contributo al numero 12 di WRITERS dedicato all’AMICIZIA.

Il numero completo lo trovate qui:

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Amiche (WRITERS N.12)

Amiche

di Elena Brilli

“L’amicizia nasce dalle occasioni della vita, spesso dal destino, ma per diventare sentimento irrinunciabile necessita poi di grandi emozioni condivise, non di mediocrità affettiva…”

(Paolo Crepet, “Elogio dell’amicizia”)

Complicato per me definire l’amicizia, e scriverne o parlarne ancora di più.

Perchè, forse più che per definire o parlare d’amore, quando si parla di amicizia ogni possibile definizione è riduttiva, si plasma sul momento della vita che si sta attraversando, si muove sulle relazioni come una danza di storni migranti, e cambia i suoi confini, nel momento stesso in cui si prova a costruirgliene intorno.

Ed è per questo che le persone che definivo amiche nell’infanzia si sono perse nelle strade del mondo, non seguendo la mia, altre che hanno condiviso con me l’adolescenza o la prima maturità se ne sono andate al primo uragano in arrivo, altre ancora, adesso, vanno e vengono come la risacca del mare, che lascia conchiglie ma inesorabilmente risucchia sabbia.

Se c’è una cosa che ho capito però nel percorso, che si avvia lentamente al mezzo secolo, della mia vita, è che l’amicizia, né più né meno che l’amore, si costruisce e si cementa col tempo, nel tempo e con un’infinita e inesauribile spinta a donare. Così come per l’amore, appunto, l’amicizia la ottieni, la ricevi, in misura direttamente proporzionale a quanto di te sei disposto a mettere a nudo e in gioco, a quanta amicizia, in fondo, sei disposto a donare.

E, esattamente come l’amore, l’amicizia è fatta di atomi infiniti di affetto, comprensione, rispetto, vicinanza, empatia, fiducia. A differenza dell’amore, o almeno della maggioranza dell’amore con A minuscola, l’amicizia è costruita su fondamenta imprescindibili di onestà, in primis verso se stessi, e verso l’altro. Ad un amico (e dovrebbe poi essere così anche per l’Amore, quello con la A maiuscola) hai il dovere morale di non nascondere nulla di te e di non tenere niente nascosto, nemmeno i tuoi pensieri più pesanti. Un amico lo uccidi a parole, e devi essere disposto a farlo, sapendo che lo fai soffrire in quel momento, se sai che con quelle parole puoi dargli una mano, se senti che non puoi fare a meno di dirglielo, se sei consapevole che quello è l’unico modo per tendergli la mano e per tirarlo fuori dal pantano in cui la vita lo ha messo e che lui trova paradossalmente confortevole. L’amicizia si misura quindi in quante volte sei in disaccordo con i tuoi amici ma, essendo assolutamente onesto con te stesso, sai che è l’unico modo possibile, per te, di stargli vicino, di dimostrar loro il tuo affetto, di tendere la tua mano per aiutarli, avendo l’assoluta certezza che quella mano la prenderanno perché si fidano di te, perché in fondo, a loro, tu non hai nascosto veramente niente.

Sarà per questo che in questo momento della mia vita, posso vantarmi di avere amici il cui numero non supera quello delle dita di una mano, ma sono assolutamente convinta che siano Amici veri, quelli con la A maiuscola, almeno fino a prova contraria… nel qual caso avrebbero da sentire uscire dalla mia bocca tutto quello che passerebbe dal cuore, per il semplice motivo che io sono Amica loro, ho scelto di esserlo e voglio esserlo, “nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia”, finché vita non ci separi, e anche oltre, se necessario.

E allora ecco che il miglior modo di parlare di amicizia è, per me, parlare di tre Amiche, persone eccezionali, animi meravigliosi, concentrati puri di pregi irraggiungibili per me, e difetti tremendi che strapperei volentieri a morsi dai loro animi… perché sarebbero più felici senza di essi, perché possono essere persone migliori se se ne liberassero… perché voglio loro un gran bene.

G. è una donna di una bellezza straordinaria, della quale è consapevole, ma nasconde in modo altrettanto consapevole, sotto strati e strati di corazze impenetrabili che la vita le ha imposto di costruire per sopravvivere. Austera, imperiosa, perentoria, tagliente, parla sempre a voce alta, attacca, per abitudine tristemente consolidata, per difendersi da tutto e da tutti. Tiene tutti a distanza, perché forse ha capito che è l’unico modo che ha per proteggersi e non fa entrare nessuno all’interno di quei confini che lei ha stabilito sicuri per se stessa. G. ha paura, una paura fottuta di lasciare che il mondo e le persone che lo abitano possano toglierle un altro pezzo di sé, forse perché sa che non è rimasto molto di sé da offrire in pasto agli avvoltoi, e non vuole correre il rischio di perdere quello che rimane e di perdersi con esso. Ma quando io sono giù, la sua mano appoggiata sulla mia spalla, dolcemente, in silenzio, mi fa capire che lei capisce, che mi comprende, che lei sa, che non sono sola. Io e G. non siamo quasi mai d’accordo su niente. E il motivo è presto detto, io e G. siamo molto simili e allora sia io che lei sappiamo bene di essere una risorsa importante a vicenda, sappiamo di poter dare e ricevere tanto l’una dall’altra, in termini di crescita personale, e allora alziamo le barriere, perché io sono capace di entrare nella sua corazza, e lei lo sa, esattamente come io so che lei è capace di entrare nella mia. E allora ci mettiamo vicendevolmente in difesa, salvo poi arrenderci all’evidenza che niente possiamo l’una contro l’altra e ci facciamo trafiggere da quanto di buono a vicenda siamo in grado di donarci. Mi sono fatta consapevole che sono in grado di tendere la mia mano a G. e lei sa che quella mano che io le tenderei se ne avesse bisogno sarebbe forte abbastanza da sollevarla da qualsiasi mare di dolore dovesse mai incontrare e aiutarla a trarsi in salvo. E io sono assolutamente sicura che lei farebbe lo stesso per me. Lo sento nelle corde nascoste del mio animo quando la sua mano sfiora la mia spalla, a ricordarmi che, comunque vada, lei è al mio fianco.

S. è una donna dolce, malinconica, insicura, che nasconde il luccichio dei suoi occhi sotto occhiali castranti e la bellezza del suo corpo sotto maglioni e tute informi. S. non si vuole poi troppo bene, forse perché nessuno è ancora mai riuscito a vedere che meraviglia di donna si nasconde sotto quei maglioni. Scrive e legge molto, e fugge, facendolo, da una realtà che probabilmente non riconosce veramente come sua, che non corrisponde più a quello che era il suo sogno di donna. Ed è orgogliosa e testarda, nel continuare a fuggire anche quando la realizzazione di quello che era il suo sogno potrebbe tornare ad essere possibile. Lei non lo vede, lei non vuole vederlo, lei fugge. Perchè S. ha sopportato il rumore troppo forte di un sogno che si frantuma e allora sogna finché il sogno non si avvicina, ma appena la distanza diminuisce e tutto potrebbe diventare di nuovo possibile, smette di sognare, tira i remi in barca e vorrebbe fuggire. Ma è coraggiosa anche, S., perché vorrebbe fuggire ma non lo fa. A modo suo, magari girata di spalle, pronta a scappare di fronte alle onde, lei mantiene la posizione, perchè l’uragano che arriva e che potrebbe rivoluzionarle la vita, lei non se lo perderebbe per niente al mondo. Perchè, in fondo, S. sogna ancora, e per me è la dimostrazione che si può continuare a sognare, nonostante tutto, nonostante noi, nonostante il male che fa. Lei mi capisce, e me lo ripete spesso. Ha la voce dolce S. quando me lo dice, e ha il potere di calmare le onde burrascose del mio animo, il suono della sua voce. S. è talmente testarda e cocciuta che so che, se fosse in difficoltà, la mia mano lei la rifiuterebbe, orgogliosa com’è. Ma io so che lascerei quella mia mano lì, pronta, salda, solida, sicura, lasciando a lei la decisione di afferrarla o meno. Lei sa, anche se non vuole ammetterlo, che quella mano ci sarebbe.

Infine F…. è la mia dannazione F.. Le voglio un bene dell’anima ma la strozzerei ogni minuto. Perchè F. non si vuole bene per niente, attraversa la sua vita senza mettersene al centro, senza esserne mai la protagonista. F. fa dipendere costantemente la sua felicità da altre persone, da altre situazioni, da quello che le manca o che potrebbe essere diverso da quello che è. F. vive di possibilità e di speranze, che si trasformano costantemente in disillusioni e frustrazioni e così facendo si fa del male. E’ una donna di una bellezza fuori dal comune, dentro e fuori, ma lei non la vede perché misura se stessa con l’unico metro di giudizio che viene da fuori, da altre persone, da altre situazioni, da quello che le manca o potrebbe essere diverso da quello che è. Dicono che i capelli siano uno dei tanti specchi dai quali comprendere una donna. Ecco, F. ha dei capelli bellissimi, scuri, ricci, folti, lunghi, corposi. Io li ho visti, e sono meravigliosi, ma lei li tiene sciolti solo se sono lisciati e fintamente colorati. Quando non sono “falsi” i suoi meravigliosi capelli lei li tiene legati, castrati, umiliati, nascosti. F. si costringe costantemente ad essere quello che non è, credendo in questo modo di avvicinarsi di più all’approvazione di altre persone, di altre situazioni, di quello che le manca o potrebbe essere diverso da quello che è, perché è l’unico modo che conosce per sentirsi viva. Fa male vederla così e allora la brontolo, continuamente, costantemente, cercando di scuoterla per farle capire che deve mettersi al centro della sua vita e diventarne la protagonista assoluta, che non ha bisogno di niente e nessuno perché venga finalmente fuori la meraviglia di donna che è, coi suoi capelli arruffati e bellissimi. F. è come i Paolo e Francesca danteschi, gira costantemente in un vortice impazzito e non la vede nemmeno la mia mano tesa, forse più che per ogni altra persona. E allora io so che a F. non serve la mia mano, ma bisogna che la prenda in braccio, di peso, e la porti via da quel maledetto vortice in cui ha da sempre lasciato che si infilasse la sua vita. Lei sa che io lo faccio, sa perfettamente che lo faccio ogni volta che la tratto male, lei sa che sono forte abbastanza per farlo, prenderla di peso e portarcela, fuori. E lo sa perché lei, nel momento più brutto della mia vita, abituata com’è a girare nel vortice della sua, non aveva esitato un attimo a dirmi che se ne avesse avuto la possibilità, mi avrebbe tirato fuori da lì. E’ da quel momento che io e lei siamo diventate Amiche, di quelle con la A maiuscola, e adesso è arrivato il mio turno. E, quant’è vero Dio, io la prendo di peso e ce la tiro fuori dal quel vortice, e le restituisco la vita che non ha mai voluto vivere davvero per se stessa.

Ecco qua, cos’è per me l’amicizia.

Un’ultima cosa… GRAZIE, bimbe belle, siete e rimarrete tre luci sempre accese nella mia vita. Ne sono pressocchè certa.

Vi voglio bene.

Ora lo sapete, davvero.

Come il vino

Quando siamo insieme,

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Elena Brilli

Il numero completo della rivista WRITERS dedicato all’AMICIZIA, lo trovate qui:

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L’Amicizia è…su WRITERS N.12

Dopo tanta attesa, finalmente ci siamo!
E’ on line il nuovo numero di WRITERS dedicato all’ AMICIZIA!
Lo trovate qui:

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Io immeritatamente lo dirigo, WRITERS, quindi ho raccolto,sotto un progetto comune, per questo numero, la partecipazione di 14 altri scrittori, che sono anche amici fraterni, ottime penne, fini pensatori, nonchè squisite persone, che ho la fortuna di avere intorno in questo mio viaggio nel mondo.

A loro va il mio ringraziamento più sincero e devoto.

A voi il frutto del mio, ma soprattutto del loro lavoro.

Vi lascio qua l’editoriale che apre il numero, augurandomi che possa stuzzicare la curiosità di leggerlo e, perchè no, la voglia di partecipare al prossimo numero e farne parte in maniera attiva.

EDITORIALE

Vede finalmente la luce il nuovo numero della rivista WRITERS, dopo una genesi travagliata, una serie di cambiamenti nella sua impostazione e un conseguente ritardo sulla tabella di marcia, per la quale mi scuso personalmente con i collaboratori e, soprattutto con i lettori.

L’impostazione cambia, a partire da questo numero, principalmente perché la redazione si apre a tutti i lettori, togliendo, già dal sottotitolo della testata, che non esiste più, il suo legame al gruppo “Il mondo in un Blog”, che più di due anni fa aveva dato origine al progetto.

La decisione nasce dalla voglia di allargare gli orizzonti e invitare tutti coloro che fino ad oggi sono stati ‘dall’altra parte’, a prendere coraggio, mettersi in gioco e buttarsi nella mischia, con qualsiasi forma creativa usino quotidianamente per esprimere le proprie emozioni.

Da ora in avanti, quindi, qualsiasi vostro elaborato, di qualsivoglia tipo, potrete mandarlo alla mail writers.blogmagazine@gmail.com e verrà pubblicato nel numero immediatamente successivo.

Il gruppo di lavoro della rivista finirà quindi per essere la pagina facebook di WRITERS https://www.facebook.com/writers.magazine , insieme a tutti quanti voi discuteremo tutti insieme del tema da affrontare e dei termini entro i quali inviare i materiali per la pubblicazione.

Operazione ambiziosa, lo ammetto, ma non vi nego che personalmente, io sono curiosa di sentire ognuna delle vostre voci e ogni vostra forma di espressione, e ho bisogno che partecipiate numerosi a questa ‘chiamata alle armi’ fatta di idee, pensieri, colori, racconti, poesie, disegni, fotografia, e chi più ne ha più ne metta. Mi raccomando!

E’ arrivato il momento di rendere davvero vostro il progetto WRITERS, in modo che non appartenga solo ad un gruppo ristretto di autori, ma diventi parte di ognuno di voi, come ritengo sia giusto che sia!

Troverete quindi, all’interno di questo numero, e in quelli che seguiranno, due sole sezioni, la prima “A proposito di:…” che riunisce gli scritti e gli elaborati che trattano il tema che a suo tempo era stato scelto per la pubblicazione, e la seconda Parole in libertà” nella quale invece confluiscono tutti gli elaborati che erano stati mandati in redazione e che non trattano il tema scelto per il numero.

Tornando quindi a noi, e al numero che vi accingete a leggere, il tema scelto è quello dell’Amicizia, declinato in tanti modi quante le menti di chi ci ha messo la penna, se non la faccia, hanno avuto modo di esprimere a parole.

Per quanto sia una parola usata e abusata forse nel nostro modo comune di parlare e di definire le persone che gravitano nell’orbita della nostra vita, quando ci si ferma a pensare seriamente a cosa significhi davvero essere amico di qualcuno o che qualcuno ti sia amico, la questione diventa complessa e talmente articolata da risultare quasi più complicato che dare una definizione plausibile dell’amore, il sentimento per convenzione comune definito il più complesso di tutti. E allora capita che ti trovi in difficoltà, in seria difficoltà a scrivere di Amicizia. E’ successo anche a me, non mi vergogno ad ammetterlo, per il semplice motivo che l’amicizia attraversa, di fatto, in svariati modi, tutto il percorso delle relazioni sociali della nostra intera esistenza. E allora mi son trovata a ripensare a quelli che definivo amici nell’infanzia e nell’adolescenza, nella prima maturità e fino ad oggi, cercando di capire cosa li accomunasse e cosa li avesse in qualche modo, col tempo, fatti uscire dalla mia vita o rimanerne ai margini.

Diventa un analisi a ritroso un po’ di tutto quello che sono significate, per te, le relazioni con le persone e del modo in cui di fatto ti relazioni, da sempre, ad esse.

La mia personale conclusione è che non si possa definire l’Amicizia, quella con la A maiuscola, in maniera univoca, esattamente come non si possono definire quasi nessuna delle parole che hanno intimamente a che fare con le emozioni e con le relazioni.

E allora ecco che, forse, l’unica definizione possibile, dell’Amicizia è quella di Woodrow Wilson che recita:  “L’amicizia è l’unico cemento capace di tenere assieme il mondo.

Sarebbe un grande onore se aveste poi voglia di condividere con noi le vostre impressioni, le vostre emozioni e anche le vostre critiche, perché no.

Ci troverete sempre pronti ad accogliervi ed ascoltare ogni vostro pensiero qui:

E aspetteremo ogni nuovo spunto creativo che vorrete condividere con noi, i vostri racconti, le vostre poesie, i vostri pezzi di creatività.

Noi saremo pronti ad accoglierli e dar loro spazio nelle future pubblicazioni, perché abbiamo scoperto che dialogare con voi lettori in uno scambio alla pari di parole, immagini ed emozioni ci arricchisce e ci stimola e, credetemi, passare ‘dall’altra parte’ e trovare i vostri scritti sulle pagine della ‘vostra’ rivista, non è poi così complicato come potete pensare, ma è sicuramente bellissimo!

Ricordate che WRITERS può essere anche vostro, anzi che lo è, vostro.

Noi siamo solo l’umile canale attraverso il quale potete tirar fuori da voi tutto il vostro personalissimo caleidoscopio di emozioni.

Buona lettura a tutti, quindi, e ci ritroveremo in estate, pronti a condividere, come ogni volta, ma stavolta un po’ di più, un nostro nuovo sogno, che mi auguro sarà veramente diventato anche il vostro.

La direttrice

Elena Brilli

Le cose belle accadute oggi

Scrivo che è ormai notte fonda e il giorno di cui parlo è ormai definibile ‘ieri’, ma, prendendo spunto da una meravigliosa abitudine di un’amica e collaboratrice eccelsa, che scrive ogni giorno sul suo stato di Facebook l’elenco delle cose belle accadute in giornata, voglio anch’io stasera, scrivere la lista delle cose belle accadute oggi. Un pò perchè si sono davvero concentrati una belle serie di momenti piacevoli e sereni che hanno costruito quegli attimi di ‘dimenticanza’ definibili ‘felicità’. Un pò perchè non riesco a scriverli tutte le volte che si verificano in tanti altri momenti delle mie giornate. Un pò, e forse soprattutto, perchè oggi o ieri, fate voi, era il primo giorno del nuovo anno…e la serie di sorrisi e serenità e gentilezza e allegria mi fanno ben sperare di esser se non altro partita con il piede giusto. E, comunque vada poi il proseguo dei giorni a seguire che si inanelleranno a formare le settimane e i mesi venturi, io oggi sono stata felice e questo è quanto. A futura memoria.

  • Svegliarsi tardi, senza sveglia, e fare colazione con calma insieme al mio ometto tra caffè, latte, briciole, abbracci, calore e cartoni animati.
  • Costruire insieme a lui il set della Lego che attendeva nella sua scatola il momento giusto per prender forma da quando Babbo Natale lo aveva lasciato sotto l’albero, dopo che io lo avevo comprato, impacchettato, nascosto, portato su e giù per le scale e depositato al suo posto, prima che tornasse dal suo ultimo giorno di scuola pre-natalizio. E accorgersi che il mio ometto sta diventando grande anche dal fatto che non ha quasi più bisogno di me per selezionare e incastrare la miriade di pezzettini minuscoli e infinitamente variegati per forme colori e dimensioni. E sorridere con una punta di malinconia per questo suo crescere, veloce sì, ma con me seduta accanto che lo aiuta a trovare il pezzo giusto, proprio quello, al momento giusto, perchè tutto poi alla fine torni come deve tornare… Tutto sommato ho scoperto che il ruolo di ‘supervisore’ non è poi meno importante di quello del ‘costruttore’, perchè è giusto così, che il ‘costruttore’, e non solo della Lego, da ora in avanti diventi sempre più lui e sempre meno io.
  • La lotta coi giornaletti consegnati alla porta dai Testimoni di Geova, che hanno trovato la loro collocazione nel nostro primo pomeriggio diventando spade e manganelli di carta, e risate e corse e salti e lotta e ancora risate e risate.
  • Andare ai gonfiabili nel pomeriggio e vederlo giocare contento insieme al suo amichetto, tornando ogni tanto per un abbraccio o un saluto, per poi zompettare di nuovo a saltare, come un uccellino che lascia il nido a piccoli batter di ali, sempre più audaci. E parlare e parlare con la mamma del suo amichetto, divenuta Amica, con la A maiuscola, solida, presente, vicina, viva al mio fianco e al mio passo.
  • Mangiare una pizza insieme al mio ometto, davanti a me, educato, sorridente, bello, nel suo ruolo di ‘cavaliere’ nella nostra cenetta a due. E il sorriso sdentato della bimba di sei mesi che veniva dal tavolo accanto al nostro, intenta ad assaporare il gusto prelibato delle sue manine paffute finchè non le rivolgevo un buffetto e allora si aprivano il volto e gli occhi e una allegra risata…che bella la vita!
  • Poi il cinema, insieme, io e il mio ometto, a vedere il Grande Gigante Gentile. Gran bella parola la ‘gentilezza’ e quanto manca oggi in tanti, troppi ambiti e momenti. E vederlo attento alla storia e catturato e poi stanco finchè non l’ho portato sulle mie ginocchia, abbracciato a me, e allora son tornate le risate, fragorose, rumorose, gioiose e allegre. Una cosa che apre il cuore sentir ridere i bambini. Una cosa che apre il mio, di cuore, sentir ridere mio figlio. Non esiste cosa più bella.
  • Ancora un pò di lotta coi giornaletti del pomeriggio, prima di andare a letto…ma alla fine l’ho catturato il mio ometto e gli ho fatto il solletico e coperto di baci… e ancora risate e calore e allegria.
  • Poi gli occhi si chiudevano sul racconto del “Riccardo III” di Shakespeare, ma non siamo che all’inizio. Ci saranno tante altre sere di “Riccardo III”, un rigo alla volta quasi, tanto è rapido che il sonno lo colga ancor prima che in tutte le favole lette o raccontate io finisca di dire “C’era una volta…” Ma arriveremo prima o poi anche a “Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!”

Ed ora si spegne la luce del mio pc e si chiude anche la mia giornata.

Il primo giorno dell’anno.

Niente male.

Stasera sono felice. Oggi sono stata felice.

Usa e getta

Sarà il caldo di questi giorni di metà estate che fa ribollire i pensieri, saranno un pò di emozioni sparse nei giorni di sole e nelle notti di luna che fanno guardare indietro ai tanti, uomini e donne, passati nel setaccio dei minuti della mia vita, sarà che va semplicemente così…

Mi sento delusa dalle persone, o forse ancora una volta da me stessa che non riesco a vivere l’intersecarsi delle vite degli altri nella mia con maggiore distacco.

Non c’è niente da fare, non riesco a vivere la gente al netto delle emozioni, non riesco a fare in modo che non rimanga attaccato a me un brandello di chi passa di qua, e, peggio ancora, non riesco ad evitare che una parte di me rimanga attaccata a chi entra nella mia vita, fosse anche solo per un minuto.

Non riesco a vivere le persone a metà.

E allora quando passano, e attraversano i miei giorni in modo più o meno profondo, e poi immancabilmente se ne vanno, talvolta senza nemmeno curarsi di fare poco rumore e lasciare la mia anima così come l’hanno trovata, altre volte sbattendo addirittura la porta senza neanche salutare… allora, dicevo, una parte di me rimane attaccata a loro, e il ricordo di quello che è stato, di quello che sono stati, di quello che hanno dato ai miei attimi e che io ho donato ai loro, dello scambio di vite vissuto… diventa lacerante, doloroso, sanguinolento.

E la sensazione sgradevole che rimane a ronzare nella mia testa è che la mia vita sia vissuta, da chi ha il privilegio di entrare a farne parte e quindi di strapparmene un pezzo, non come un regalo di cui non hanno alcuna consapevolezza, ma come una emozione usa e getta.

Mi sento usata allora, e gettata poi senza far caso a quello che rimane attaccato a me, e soprattutto ignorando e non curandosi di quello che di me rimane legato a loro e mi viene portato via.

Probabilmente è questo uno dei motivi per cui tendo inconsapevolmente a non conservare ricordi, a non avere memoria dei miei giorni passati, dei volti, delle espressioni, dei gesti, come se rimuovessi l’origine di un’azione, quella del ricordo, che in fondo mi crea dolore, e tristezza, e nostalgia, per quella parte di me che è rimasta attaccata a chi se n’è andato.

“La radice della sofferenza è l’attaccamento” recita una frase famosa del Buddha.

Credo, tutto sommato, che abbia ragione…

Ma l’indifferenza è subdolamente dolorosa…

Il “non ti curàr di lór, ma guarda e passa” (cit) è maledettamente ostile.

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