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Avanti un altro, sono pronta.

(immagine dal web)

La vita è una grande commedia strana, fatta di pianti allegri e sorrisi stanchi, attori variopinti dai più piccoli ai più illustri, in un girotondo di stanze condivise e dialoghi col mondo.

Indossa ogni giorno il tuo abito di scena migliore, il protagonista sei tu e meriti la luce del sole.

Consideralo un gioco, da prendere sul serio tanto quanto basta a non smettere di ridere.

 

Buon Anno Nuovo a tutti.

Mi auguro nel nuovo anno di continuare a camminare, giorno dopo giorno, inseguendo le cose che mi fanno stare bene nei miei panni, nè troppo stretti, nè troppo larghi. Quelli giusti per me.

Mi auguro di conquistare la scena a testa alta, di continuare ad abitare le mie stanze, di vivere la vita che sento giusta per me.

“Ben oltre le idee di giusto o sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù.”

Khaled Hosseini (dal libro “E l’eco rispose”)

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Io sto andando ‘laggiù’, e il viaggio non è per niente male.

Auguro lo stesso a tutti quanti voi.

Buon Anno a tutti.

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Di abissi e luce

 

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Sono fatta di rabbia e malinconia
Di schiuma del mare e rosso tramonto
Di notte oscura eppure limpida di luna e stelle
Sono fatta di abissi
E di luce.

Non sono adatta al mondo
Abito il tempo ma non lo sento mio.

Rinuncio a inseguire la sorte
Lascio che faccia di me brandelli di cuore e anima in attesa perenne.

Rimane il sorriso di un bimbo che cresce e acchiappa la vita contento.

Sorrido aspetto vivo
Di abissi e luce

E.

Il puntale

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Nella mia famiglia di origine l’albero di Natale non ha mai avuto il puntale.

Per la verità non aveva neanche le palline.

E’ sempre stato un tripudio di fiocchi, uno grande sulla punta, tanti più piccoli tutti intorno a scendere.

Era tra l’altro un abete bianco, che mio padre, contadino mancato e  appassionato di botanica in modi talvolta stravaganti (innesti di meli su peri, piante del pepe, banani e ananas, infinite razze di olivi autoctoni strappati alla miscellanea uniformante del mondo contemporaneo), comprava con l’occasione del Natale, per poi ripiantarlo nel suo orto. A differenza dell’abete rosso, ricco, corposo e panciuto, l’abete bianco era spoglio e striminzito, quindi la sfida, che raccoglievo sempre e solo io, era quella di riempirne i vuoti senza farlo diventare esagerato, e volgare. C’è da dire che, come sempre capita quando qualcuno si prende la briga di far qualcosa mentre gli altri guardano e criticano, quando avevo finito era tutto un piovere di commenti “ma perchè non hai messo questo?”…”ma perchè hai fatto così?”…”ma non era meglio se lo mettevi così?”… che nel tempo, anno dopo anno, non facevano altro che alimentare il mio orgoglio caparbio di ‘mastro costruttore dell’albero di natale’ della mia sgangherata famiglia.

Quando ero arrivata a costruire una mia famiglia, non sapendo allora che sarebbe stata ancora peggio di quella che mi aveva visto crescere e di durata decisamente inferiore, fortunatamente, la prima cosa che era cambiata era stato l’arrivo immediato delle palline colorate al posto dei fiocchi. Mancando nel mio Natale mi aveva sempre affascinato la loro forma sferica, il loro gioco di cattura e deformazione e riflessione delle luci intermittenti e variopinte. Ma sulla punta era rimasto un fiocco, ogni volta di forma e colore diverso, ma sempre un fiocco, una sorta di legame indissolubile coi miei Natale passati.

Il puntale era e rimaneva una cosa altra da me, diversa dalle mie abitudini, un’uscita azzardata dalla mia zona di comfort. Troppo lungo, troppo alto, sproporzionato rispetto alla geometria paffuta dell’albero finto che aveva sostituito la penuria striminzita dell’abete bianco di famiglia.

Ma quest’anno l’ho comprato, finalmente, il mio puntale, economico, in set con una ventina di palline rosse, glitterato. Ha la punta storta, segno inconfutabile del peggioramento consumistico che abbiamo affidato alle cineserie, ma ci sta bene lassù, in cima al mio albero, con le sue palline monocromatiche. Nessun altra aggiunta, nessun riferimento al passato, tutto nuovo.

Strano che un semplice puntale in plasticaccia cinese e venti palline rosse mi abbiano fatto pensare alla mia vita, dandomi lo spunto per una sorta di bilancio natalizio. Forse è arrivato il momento giusto, forse sono davvero diventata adulta, forse il cordone ombellicale delle emozioni non esiste più, forse quel puntale nuovo mi indica che non ho più niente a che vedere col passato, se non una lunga serie di ricordi, più o meno nascosti, volontariamente o no, nei meandri della mia mente e del mio cuore, e sono pronta a costruire da sola, orgogliosamente caparbia come allora, il mio nuovo albero di Natale e con esso ogni giorno della mia vita.

Così, orgogliosamente caparbia, come quella punta rossa, luccicante, rossa come la passione per ogni cosa del mondo di fuori e soprattutto di dentro, un pò storta sulla punta, è vero, ma proprio per questo bella e unica, diversa da qualsiasi altra, esattamente come me.

 

Usa e getta

Sarà il caldo di questi giorni di metà estate che fa ribollire i pensieri, saranno un pò di emozioni sparse nei giorni di sole e nelle notti di luna che fanno guardare indietro ai tanti, uomini e donne, passati nel setaccio dei minuti della mia vita, sarà che va semplicemente così…

Mi sento delusa dalle persone, o forse ancora una volta da me stessa che non riesco a vivere l’intersecarsi delle vite degli altri nella mia con maggiore distacco.

Non c’è niente da fare, non riesco a vivere la gente al netto delle emozioni, non riesco a fare in modo che non rimanga attaccato a me un brandello di chi passa di qua, e, peggio ancora, non riesco ad evitare che una parte di me rimanga attaccata a chi entra nella mia vita, fosse anche solo per un minuto.

Non riesco a vivere le persone a metà.

E allora quando passano, e attraversano i miei giorni in modo più o meno profondo, e poi immancabilmente se ne vanno, talvolta senza nemmeno curarsi di fare poco rumore e lasciare la mia anima così come l’hanno trovata, altre volte sbattendo addirittura la porta senza neanche salutare… allora, dicevo, una parte di me rimane attaccata a loro, e il ricordo di quello che è stato, di quello che sono stati, di quello che hanno dato ai miei attimi e che io ho donato ai loro, dello scambio di vite vissuto… diventa lacerante, doloroso, sanguinolento.

E la sensazione sgradevole che rimane a ronzare nella mia testa è che la mia vita sia vissuta, da chi ha il privilegio di entrare a farne parte e quindi di strapparmene un pezzo, non come un regalo di cui non hanno alcuna consapevolezza, ma come una emozione usa e getta.

Mi sento usata allora, e gettata poi senza far caso a quello che rimane attaccato a me, e soprattutto ignorando e non curandosi di quello che di me rimane legato a loro e mi viene portato via.

Probabilmente è questo uno dei motivi per cui tendo inconsapevolmente a non conservare ricordi, a non avere memoria dei miei giorni passati, dei volti, delle espressioni, dei gesti, come se rimuovessi l’origine di un’azione, quella del ricordo, che in fondo mi crea dolore, e tristezza, e nostalgia, per quella parte di me che è rimasta attaccata a chi se n’è andato.

“La radice della sofferenza è l’attaccamento” recita una frase famosa del Buddha.

Credo, tutto sommato, che abbia ragione…

Ma l’indifferenza è subdolamente dolorosa…

Il “non ti curàr di lór, ma guarda e passa” (cit) è maledettamente ostile.

E’ andata così

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Il cielo tinto di rosa che odora di primavera.

In macchina, si torna a casa dopo la giornata di lavoro.

L’autoradio suona una voce urlante, graffiata, irosa e triste insieme.

Riconosco Loredana Bertè, ma la melodia non mi è familiare…non che ne conosca l’intera discografia, ma quello che sento, musica e parole suona proprio come nuovo.

La ascolto mentre guido, ne assorbo le parole e le note…mamma mia che bella che è questa canzone…

Lo speaker annuncia poi il titolo del nuovo singolo dell’artista, che anticipa l’uscita del disco di qualche giorno. L’ha scritta Luciano Ligabue per Loredana Bertè.

E’ bella questa canzone, accidenti se è bella.

Ci sono i bilanci di una vita, l’amarezza di cose state e cose perdute, c’è orgoglio e fierezza…e poi quel senso di rassegnazione che anticipa di poco, quasi preannuncia, una sorta di indulgenza plenaria verso il passato che porta finalmente a far pace con se stessi.

E’ una bella metafora della vita, un pò di tutte le vite, anche della mia…

Aiuta a far pace, aiuta a respirare e ad andare avanti.

Me la sono sentita mia.

Accidenti se è bella questa canzone…

È andata così (testo e musica di Luciano Ligabue)

È andata così
è andata che canto canzoni
non so riparare i motori o roba così
qualcuno ti spiega la vita, ti da soluzioni
intanto io canto canzoni… è tutto qui.

Sarà solo un gioco
sarà che ci gioco da tanto
sarà che si gioca da soli
e così sia
conosco il silenzio
e quanto può fare spavento
però non ho tempo né voglia di nostalgia.

Cosa vuoi sentire
la mia o la tua verità
seguirò il mio manifesto in un’altra città
finché c’è chi ascolterà
e poi andrà, dove andrà.

È andata così da sempre ho il fiato sospeso
da sempre magari ho il bisogno di un po’ d’allegria
non so come sia fare conti o tirare su case
è andata che è tutta alta e bassa marea.

Cosa vuoi sentire
la mia o la tua verità
salirò nuda su un palco di un’altra città
finché c’è chi ascolterà
e poi andrà, dove andrà
e poi andrà, dove andrà.

Può darsi che qualche canzone ti suoni ruffiana
chi è che non cerca comunque un po’ di compagnia.

È andata così comunque tutto compreso
chissà cosa mi fa cantare i fatti miei
è andata che mi hanno lasciato il microfono acceso
ma forse non serve nemmeno mi senti se vuoi

Cosa vuoi sentire
la mia o la tua verità
strappo coi denti i momenti di felicità
finché c’è chi ascolterà
e poi andrà, dove andrà
e poi andrà, dove andrà
e poi andrà, dove andrà
e poi andrà, come andrà.

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