Sintesi

“Se ti tagliassero a pezzetti” (Fabrizio De Andrè, Indiano, 1981)

Se ti tagliassero a pezzetti 
il vento li raccoglierebbe 
il regno dei ragni cucirebbe la pelle 
e la luna tesserebbe i capelli e il viso 
e il polline di Dio 
di Dio il sorriso. 

Ti ho trovata lungo il fiume 
che suonavi una foglia di fiore 
che cantavi parole leggere, parole d’amore 
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso 
ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso. 

Rosa gialla rosa di rame 
mai ballato così a lungo 
lungo il filo della notte sulle pietre del giorno 
io suonatore di chitarra io suonatore di mandolino 
alla fine siamo caduti sopra il fieno. 

Persa per molto persa per poco 
presa sul serio presa per gioco 
non c’è stato molto da dire o da pensare 
la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera 
spettinata da tutti i venti della sera. 

E adesso aspetterò domani 
per avere nostalgia 
signora libertà signorina fantasia 
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza 
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza. 

T’ho incrociata alla stazione 
che inseguivi il tuo profumo 
presa in trappola da un tailleur grigio fumo 
i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino 
camminavi fianco a fianco al tuo assassino. 

Ma se ti tagliassero a pezzetti 
il vento li raccoglierebbe 
il regno dei ragni cucirebbe la pelle 
e la luna la luna tesserebbe i capelli e il viso 
e il polline di Dio 
di Dio il sorriso. 

.

C’è una frase nel testo di questa canzone a cui di recente mi sono affezionata, per una serie di motivi che sarebbe superfluo star qui a spiegare.

Dammi quello che vuoi, io quel che posso” recita ad un certo punto, e dentro questa manciata di parole sta la sintesi più precisa di tutti i possibili rapporti tra due persone.

Nel sapere esattamente quello che si può dare all’altro c’è la raffinata consapevolezza dei propri limiti.

Nell’accettare quello che l’altro vuole donare c’è la volontà di mantenerne intatta e inattaccabile la libertà personale, senza porre ad essa nessuna limitazione o forzatura dovuta a quello che il soggetto desidererebbe come il meglio per sè.

Per entrambe le parti in causa si tratta di fare delle scelte, consapevoli, razionali, adulte. ‘Io voglio darti questo’ vs ‘questo è quello che posso darti’. E’ uno scambio, alla pari, di reciproche volontà che non mette sul tavolo della partita a poker della relazione quello che si vorrebbe ottenere, ma quello che si intende donare. Quello che poi si è disposti ad accettare dell’altro stabilisce la misura della relazione, la forza del legame e di conseguenza la sua durata.

Una meravigliosa poesia di Emanuela Pacifici recita:

Non ho bisogno di te, ho voglia di te.

Non ho spazi vuoti da riempire, ho spazi da condividere.

Non mi aspetto che tu mi renda felice,

desidero sorridere della tua gioia e farti sorridere della mia.

Non ti amo da morire, non sono tua e non sei mio.

Sono completa anche senza di te, sei perfetto anche senza di me.

Non morirò se andrai via, non smetterai di essere felice se andrò via.

Non ti carico della responsabilità della mia personale soddisfazione,

ti accolgo come specchio e messaggero, ti offro i miei occhi per indagare nei tuoi.

Non ti lego né mi lascio legare dal bisogno di essere amata, dalla paura dell’abbandono.

Io non sono sola senza di te, tu non sei perso senza di me.

Siamo due meravigliosi e preziosi universi, completi, perfetti,

che si incontrano per creare nuovi mondi.

Non chiuderò porte e finestre per tenerti accanto a me,

non ti permetterò di limitare il mio volo.

Onoro la tua libertà scegliendo ogni giorno la mia.

(Emanuela Pacifici)

 

Proposito per il nuovo anno

La fine dell’anno si avvicina a grandi passi.

Un bilancio…mumble mumble…

Non è andata affatto male, nonostante tutto. Anche le cose più spiacevoli o i momenti più offuscati sono stati forieri di spunti di riflessione e di crescita, quindi non me ne lamento, anzi ne ringrazio la presenza ostile che in qualche modo mi ha resa quella che sono oggi.

La consapevolezza più importante, che si è resa tangibile e che ha reso i brutti momenti solo offuscati e non bui, è stata quella, del tutto nuova per me, di aver scoperto che una serie di luci (non so definire se tante o poche, direi giuste per me e sicuramente ognuna preziosa a suo modo), sono sempre accese al mio fianco, in ogni tratto dei percorsi lisci e in ogni scossone o scivolata, e sono quelle di nuovi e vecchi amici divenuti, giorno dopo giorno, veramente luminosi e pregiati alfieri della mia vita.

A loro, ad ognuno di loro va la mia gratitudine.

E adesso un unico proposito…mumble mumble…

Nel prossimo anno voglio impegnarmi a diventare CATTIVA.

Detta così potrebbe sembrare una frase rancorosa carica di malumore e malessere.

In realtà non lo è.

Nasce come estrema sintesi di esperienze e pensieri scomposti che si perdono nella notte del mio tempo e che solo adesso hanno assunto una forma netta e ben definita.

Chi non ‘sente’, chi non ‘ascolta’, chi non ha l’impulso atavico e irrefrenabile di ‘comprendere’, di mettersi sempre e comunque nei panni dell’altro, di scambiare emozioni in modo empatico, di cercare di trovare spiegazioni o giustificazioni a comportamenti dannosi per se stessi e per gli altri, ci è ‘egoista’ senza aggettivi che ne ammorbidiscano la netta chiusura alle emozioni… insomma, in una parola sola, chi è ‘cattivo’ vive meglio.

Per il semplice motivo che non si pone il problema, quindi non ne cerca perennemente una soluzione, non si interroga sulle cose dell’anima, della mente e del mondo e non se ne interessa, perchè, in fondo, non se ne sente parte.

Chi è ‘cattivo’ riesce a mettere davvero al centro della propria esistenza solo e soltanto se stesso, senza accettare compromessi, senza nemmeno vederne la necessità o la possibilità.

Non si pone il problema, di niente, di nessuno, in ultima analisi nemmeno di se stesso.

E in questa aridità emotiva chi è ‘cattivo’ vive alla grande!

Ecco allora che per il prossimo anno voglio allenarmi duramente, lavorare sodo per diventare ‘cattiva’ e quindi sospettosa, disinteressata a qualsiasi cosa accada, ‘sorda’, ‘cieca’ e ‘muta’ alle emozioni.

Abbandonare la bontà, la comprensione, l’ascolto, la compassione, la bontà, l’empatia, il dialogo, il compromesso.

E riservare tutti questi aspetti, che sono e rimarranno la parte migliore di me e che, sono certa, non riuscirò ad eliminare, ma solo a tenere a bada e a nascondere, solo e soltanto a chi ne è degno già oggi e a chi sarà in grado di conquistare la mia fiducia al punto di esserne degno.

Sarà una gran lotta contro la mia natura, che da sempre ha dato fiducia incondizionata alle persone credendo fermamente che siano buone fino a prova contraria e rimanendone sempre, costantemente, delusa e scottata.

Bene, da domani si cambia registro e lavorerò contro me stessa perchè arrivi a considerare le persone ‘cattive’ fino a prova contraria.

Si chiama istinto di sopravvivenza, forse.

O, più semplicemente mi sono definitivamente rotta le palle di prendere palate di merda da ogni direzione.

O forse ancora è arrivato il momento di verificare il detto per cui “non c’è peggior cattivo di un buono quando diventa cattivo”.

Ed è arrivato il mio turno di essere ‘cattiva’.

Il mondo non si merita la parte migliore di me, è solo uno spreco.

E allora la riserverò solo a chi sarà in grado di ‘vederla’ e ‘sentirla’ sotto la scorza da stronza che mi costruirò, un pò come la favola della principessa sul pisello.

Ecco, la parte migliore di me sarà ben nascosta, come un minuscolo pisello, sotto venti strati di materassi di ‘cattiveria’ e solo chi passerà un’intera notte insonne alla ricerca indefessa di quello che c’è ‘sotto’ allora sarà degno di conoscere la vera me.

Perchè io sono merce preziosa, e rara, e luminosissima… e “i diamanti non si danno ai maiali, non sanno che farsene”.

Dimenticavo…

Per tutti, ma forse per l’ultima volta, Buon Anno!

(immagine dal web)

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(immagine dal web)

Ci siamo…sono qua…e sono quaranta.

Si sono fatti attendere, più o meno per quarant’anni, ma ora sono arrivati. E segnano un pò un passaggio, non so esattamente tra cosa e cosa, ma comincio ad inquadrare tra chi e chi.

Segnano un passaggio tra chi ero e chi sono, tra chi sono stata e chi mi accingo ad essere, tra chi sono e chi sarò.

Quello che sono adesso non sarei stata in grado di prevederlo e in tanta parte corrisponde a quello che nei miei sogni di adolescente temevo come la peste, per il mio futuro.

E forse proprio perchè sono oggi la realizzazione dei miei incubi peggiori di un tempo, e tutto sommato sono sopravvissuta e me la cavo abbastanza bene, il mio lavoro per guardare in faccia le mie paure e affrontarle una ad una a muso duro non ha portato risultati tanto negativi.

Riesco ancora ad indossare una decorosa taglia 40, e se il taglio dell’abito è clemente a volte scendo anche ad una 38.

I capelli sono sale e pepe, ma li tengo corti e maschero abbastanza bene i segni del tempo che passa, rimanendo fedele alla mia scelta di sincerità nei confronti anche, e soprattutto, di me stessa.

Le rughe iniziano a comparire ma sono disposte ancora in modo abbastanza elegante sul mio viso, e finchè il tempo sarà gentile sulla mia pelle saranno bene accette e potranno accomodarsi a loro piacimento, leggere, sulle pieghe delle mie emozioni.

Mi vedo proprio bella porca miseria, e allora che inizi un nuovo capitolo con queste premesse! Traguardo niente male, direi, per una come me che proprio proprio bella non si era vista mai.

Sono sana, ancora, e riconosco che sia un dono preziosissimo che mi auguro resista al tempo almeno tanto da poter vedere mio figlio quarantenne pure lui, e dargli un bacio sulla fronte prima di vederlo partire per festeggiare il suo giro di boa.

Ho un lavoro che mi piace e mi consente di vivere dignitosamente, ho una casa e la possibilità di stare al caldo d’inverno, ho qualcosa da mangiare tutti i giorni, ma soprattutto ho capito che questo basta alla vita e che il segreto è riconoscere quello che di prezioso si ha, non bramare quello che manca.

Ho persone intorno che mi vogliono bene, tante a guardar bene.

Ho ancora due genitori vivi che mi preparo ad accompagnare verso la loro discesa.

Ho amici, pochi, ma che comprendono senza parlare, ascoltano senza dire, aiutano senza darlo a vedere. Posso contare su amici veri che sanno dire la frase “vengo e ti porto via di lì” nel momento che percepiscono, dietro quello che dico, tutto quello che non dico. E, credetemi, sentire quella frase e sapere per certo che lo farebbero davvero mi fa sentire meno sola, mi fa sentire forte.

Ho un figlio. E questo chiude il cerchio, illumina tutto di un’immensità di amore incommensurabile, dà un senso profondo ad ogni mio respiro.

Mi sforzo di essere ogni giorno un valido sostegno per la sua crescita, un capace trampolino per il suo salto nella vita, una presenza importante e solida al suo fianco. Gli chiedo ogni sera di esser clemente nel suo giudizio per questa madre in perenne apprendistato, che lui non ha scelto, ma che ogni giorno lavora con tutte le sue energie per meritare quell’appellativo di ‘mamma’ del quale mi onora.

Manca un tassello solo a questo meraviglioso puzzle della mia vita, ma a fatica comprendo solo adesso che non voglio più forzare pezzi sbagliati su un incastro perfetto. Rimarrà uno spazio aperto fintanto che non ci sarà il pezzo veramente giusto a chiudere questo vuoto. E se questo pezzo non dovesse esistere vorrà dire che dalla fessura aperta passerà più aria per ossigenare la mente ed evitare “la morte a piccole dosi”. Niente più compromessi, non ci si accontenta più. O l’incastro è perfetto, e se lo è lo è da subito, o si fa passare aria e si respira. Profondamente soli. Onestamente soli. Sinceramente soli.

cuore-puzzle

(immagine dal web)

Quindi adesso, almeno per un giorno, si festeggia.

Perchè mi merito cose bellissime, ora lo so, e me le vado a prendere.

Perchè vivere, alla fine, è proprio bello, alla faccia di tutto il tempo perso a piangersi addosso senza accorgersi di tutta la meraviglia che ci circonda in ogni atomo e attimo della nostra esistenza.