Fato

Non credo al destino o al fato come motivazione autoreferenziata delle cose che accadono nella nostra vita. Trovo anzi che affidarsi al fato e ad un qualcosa di già determinato dall’alto, al di sopra della nostra volontà, sia spesso un atto codardo che allontana da noi la responsabilità delle proprie azioni.

Credo piuttosto che ogni cosa di ogni nostro giorno sia frutto di scelte e di una logica catena a cascata di causa-effetto.

Accade però a volte, in strani pomeriggi di un inverno entrato anche nelle ossa, come non accadeva da tempo, che notizie arrivino da lontano, o forse da troppo vicino, a squarciare il cielo come una tempesta furiosa.

E allora forse il fato, il caso, il destino, comunque si voglia chiamarlo, esiste davvero, feroce, crudele, al solo scopo di mettere alla prova la resistenza emotiva delle persone.

E non è per quello che in termini di affetto, vicinanza, crescita personale io andrò a perdere, ma per la persona sulla quale si è abbattuto con la sua spada di Damocle, che una batosta del genere proprio non se la merita, non così grande, non adesso.

Non possiede il senso della misura quel beffardo despota del fato.

E va bene tutto, che si deve fare, siamo in ballo e si dovrà ballare…ma bastava anche meno…decisamente anche meno.

Sei proprio stronzo quando ti ci metti, destino, fato, caso, o in quale maledetto altro modo tu possa chiamarti.

 

Francesca non c’era…

Qualche sera fa ho partecipato entusiasta ad una cena meravigliosa.

Eravamo riuniti in diciassette ex compagni delle scuole elementari, alcuni a distanza di una trentina d’anni dall’ultima volta che ci eravamo visti, ancora vestiti con il grembiulino da scolari.

Molti di loro vivono tutt’ora nella medesima cittadina che ci aveva visti sedere fianco a fianco per anni, nella scuola delle suore del paese, ma la mia scarsissima capacità di mantenere vivi i rapporti con le persone che hanno fatto o fanno parte della mia vita mi aveva portato con gli anni a perderli di vista, fino alla nascita delle nuove ‘amicizie’ virtuali dei social network, che in qualche modo avevano riallacciato i fili da qualche anno a questa parte.

In quella classe tanto lontana eravamo in 28, ne mancavano 11, alcuni perchè la vita li ha portati lontani, altri perchè impegni improvvisi e improcrastinabili, come la nascita di un figlio, hanno impedito loro di partecipare.

Una per me era veramente assente…ma credo che fosse presente più di tutti nei nostri sguardi reciproci, quando le risate dei ricordi si interrompevano.

Si chiamava Francesca.

Era una bambina con i capelli rossi, di quel rosso che si vede solo nelle tinte a basso costo dei supermercati, arancioni carota, come Pippi Calzelunghe, un caschetto liscio, la frangetta…io me la ricordo così.

Ho rammarico di non riuscire a ricordare le cose andate, nè in tempi così lontani, nè in tempi più vicini…faccio fatica a ricordare gli avvenimenti, le conversazioni, i nomi…non dimentico facce e numeri invece.

E di Francesca mi ricordo che non voleva portare la gonna, che si tagliava i capelli da sola e che entrò in scena in una delle recite organizzate dalla scuola con le lacrime agli occhi e la testa bassa, imbronciata per tutto il tempo delle canzoncine infantili, perchè aveva litigato e urlato e pianto con la mamma… e con la maestra… e con le suore proprio perchè quella maledetta gonna lei proprio non se la voleva mettere…

L’avevo persa di vista, come tutti gli altri, negli anni delle medie e del liceo…mia mamma mi raccontava a volte che aveva preso “una brutta strada”.

La rividi molti anni dopo, riconoscendo da lontano il colore rosso carota dei suoi capelli arruffati in una coda, nella strada centrale della città più vicina…barcollava…le gambe piegate…tendeva la mano ai passanti…e aveva le sue cose buttate in terra sullo spigolo di una delle porte d’ingresso del teatro…non mi vide…e io non ebbi il coraggio di avvicinarmi…avevo vent’anni…

Qualche anno dopo ero agli ultimi anni dell’università e avvenne che, passando per andare in facoltà per la piazzetta identificata da tutta la città come ‘la piazza dei tossici’, riconobbi di nuovo la sua chioma rossa…le gambe sempre più piegate…la schiena curva…l’equilibrio ancora più instabile…

Lei alzò lo sguardo e incrociò il mio…io allora feci un paio di passi nella sua direzione, modificando la mia traiettoria, ma lei abbassò la testa e mi dette le spalle…

Mi fermai…fui immediatamente convinta che mi avesse riconosciuto, esattamente come io avevo riconosciuto lei…ma non volesse che andassi lì…

Abbassai anch’io la testa e ripresi il mio cammino…

Da quel momento non l’ho più vista…l’altra sera sono arrivata alla cena pregando che nessuno portasse con se la notizia che Francesca fosse morta…e invece è viva, entra e esce dalle comunità di recupero, mantenendosi su quella lama di rasoio tra la vita e la morte chiamata eroina…e Dio solo sa cos’altro…

Io ho pensato spesso a lei in tutti questi anni…ho pensato alla mia codardia nel non esser stata capace di tenderle la mia mano, al suo rifiuto di confrontarsi con chi la vita la stava affrontando in modo diverso da lei…ma non ho mai pensato di essere mai stata in qualche modo più brava di lei a barcamenarmi in questo altalenante gioco alla roulette russa chiamato vita.

Penso a lei quando mi chiedo cosa ha fatto di me quello che sono adesso…e sono convinta che io nella differenza della sorte tra noi due non abbia alcun merito… cosa ha davvero reso me quello che sono? chi o che cosa hanno cambiato me, se mi hanno cambiata? Chi o che cosa hanno reso lei quello che è diventata?

La famiglia?  Le amicizie?

Un ‘sì proviamo’ che ha catturato lei…che magari può esser stato lo stesso ‘sì proviamo’, detto con la medesima incoscienza, a situazioni diverse e che invece a me mi ha salvato da esser io al suo posto, o al suo fianco, e lei al mio?

E’ allora solo una questione di fortuna? Solo un caso?

E penso a lei quando mi faccio queste domande nei confronti dell’immensa responsabilità che sento nei confronti di mio figlio. Sarò in grado di essergli accanto e di avvertire i segnali, quando arriverà il momento del suo incosciente ‘sì proviamo’ e di tendere il braccio invece di abbassare lo sguardo e continuare il mio percorso?

Rivedo come un fermo immagine le sue gambe curve e tremanti, il viso livido, l’espressione sconvolta, i capelli rossi arruffati…ed è un’immagine tragica, un effetto seppia di un essere umano ridotto a una larva. E quell’immagine, mi agita, m’infuria perfino, per non essere stata talmente forte e risoluta da tendere quella mano.

Anzi mi tormenta ancora di più perché quella pietosa controfigura di essere umano era proprio lei, era Francesca, ed era stata una bambina dai capelli rossi, come me, insieme a me…

Ma Francesca, quel giorno, s’era voltata… Ed io avevo scelto di riprendere la mia strada.

Francesca l’altra sera non c’era…ma sarebbe stata l’unica persona che avrei avuto piacere di rivedere più di tutte le altre con cui parlavo e scherzavo…

Sapete perchè?

Per chiederle scusa…scusa per non aver avuto il coraggio e la forza di correre ad abbracciarla forte, lì, nella ‘piazza dei tossici’ con le sue gambe curve e tremanti e i suoi scaruffati capelli rossi…e di sorreggerla, di compiere un qualsiasi gesto che attenuasse le sue sofferenze…

Anche se lei si era voltata…