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Message in a Bottle

“So che in questi tempi strani, un post su facebook può essere preso in vari modi… Io li prendo come messaggi scritti e messi dentro una bottiglia… affidati al mare… Sono contento che tu abbia trovato la mia bottiglia…”

Inizia qua il complesso tentativo di sciogliere l’ennesimo grumo di pensieri sparsi che gironzolano nella mia mente da qualche giorno, da quando mi sono stati denominati pensieri e parole come ‘messaggi nella bottiglia’.

Cosa si nasconde davvero dentro i pensieri e le parole?

Credo che ogni uomo sia un’isola, ma che siano, pensieri e parole, davvero, messaggi lanciati nel vuoto tra un’isola e un’altra, in cerca di comprensione, in cerca di interpreti, in cerca di chi abbia voglia di allungare la mano e raccoglierli e, fatto questo, riesca a coglierne il vero significato?

Sta qui, nei messaggi lasciati nella bottiglia, l’essenza della comunicazione vera tra due persone, della reale comprensione e quindi il tentativo della creazione di un linguaggio comune che consenta la nascita di un istmo sottile tra le due isole che possa alla fine riuscire a ridurne la distanza?

E cosa può essere un messaggio in una bottiglia?

Forse un pensiero, una frase, una parola, il movimento di una mano, una ruga sul volto, la piega delle spalle, il muoversi rapido degli occhi, il tono della voce, l’incresparsi delle labbra, un taglio di capelli, un nastro rosso  al collo, un silenzio prolungato… tutto allora, ogni singola cosa che ci appartiene e che ci definisce come isola è al tempo stesso un messaggio lasciato nel vuoto in attesa che qualcuno lo raccolga e lo decifri.

Perchè tanto bisogno di comunicare e soprattutto di essere compresi?

Quanti messaggi, aspettative, illusioni, fatica, pensieri, parole, movimenti, silenzi, sprecati in questo tentativo assurdo e titanico di avvicinare due isole?

E soprattutto…soprattutto…

Io, cosa ci metto dentro le mie bottiglie?

Quali sono i miei messaggi?

Perchè tanto bisogno di comunicare e soprattutto di essere compresa?

Io sono felice di essere un’isola, in questo momento della mia vita…eppure manca, ebbene sì, manca tremendamente, contro ogni razionale elucubrazione volta ad evitare che ne possa sentire la mancanza… manca, dicevo, chi tenda la mano, chi raccolga la bottiglia, chi ne legga il contenuto, e soprattutto… soprattutto, chi riesca a comprendere il messaggio…non nella sua esegesi logica, ma nella sua essenza di sensazioni, emozioni, anima ed energia vitale.

Ammetto di non rendere la vita facile, forse…

Mi sono accorta di essere sufficientemente complessa, da risultare ostinatamente incomprensibile e profondamente antipatica anche a me stessa… non possono essere messaggi limpidi e cristallini quelli all’interno delle mie bottiglie…

O forse sì? Che sia tutto estremamente meno complicato e semplice, come se lo facesse un bambino?

Perchè però, se è così semplice come lo facesse un bambino, nessuno ancora comprende davvero? Nessuno ancora mi ‘sente’ davvero?

Cosa c’è scritto nelle mie bottiglie di così incomprensibile o in quale lingua sconosciuta ai più è scritto il mio messaggio?

Nella musica le pause costruiscono la melodia, con un ruolo non meno importante delle note, con un loro linguaggio nascosto di silenzi.

Che sia fatto di silenzi, il mio messaggio? Proprio io che amo parlare ed esprimermi con le parole, che abbia lasciato alle pause il senso del mio messaggio? Per ingannare tutti…per non essere trovata…perchè solo chi riesce a leggere i silenzi possa comprendermi…

E allora ecco, forse, cosa è scritto nel mio messaggio… ” ‘ascolta’ il mio silenzio “…

Chissà…

Mi sono stretta nelle spalle, proprio adesso…che sia un messaggio anche quello?

.

.
Message in a Bottle
The Police
.
Just a castaway
An island lost at sea
Another lonely day
With no one here but me
More loneliness
Than any man could bear
Rescue me before I fall into despair
I’ll send an SOS to the world
I’ll send an SOS to the world
I hope that someone gets my
Message in a bottle
A year has passed since I wrote my note
But I should have known this right from the start
Only hope can keep me together
Love can mend your life
But love can break your heart
I’ll send an SOS to the world
I’ll send an SOS to the world
I hope that someone gets my
Message in a bottle
Walked out this morning
Don’t believe what I saw
A hundred billion bottles
Washed up on the shore
Seems I’m not alone at being alone
A hundred billion casatways
Looking for a home
I’ll send an SOS to the world
I’ll send an SOS to the world
I hope that someone gets my
Message in a bottle
Sending out an SOS
.
Compositori: Gordon Sumner
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Vocabolari perduti

Sogno vocabolari perduti che possano esprimere alcune delle cose che non possiamo più dire.
(Jack Gilbert – I dialetti dimenticati del cuore)

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(immagine dal web)

 The Forgotten Dialect Of The Heart

How astonishing it is that language can almost mean,
and frightening that it does not quite. Love, we say,
God, we say, Rome and Michiko, we write, and the words
get it all wrong. We say bread and it means according
to which nation. French has no word for home,
and we have no word for strict pleasure. A people
in northern India is dying out because their ancient
tongue has no words for endearment. I dream of lost
vocabularies that might express some of what
we no longer can. Maybe the Etruscan texts would
finally explain why the couples on their tombs
are smiling. And maybe not. When the thousands
of mysterious Sumerian tablets were translated,
they seemed to be business records. But what if they
are poems or psalms? My joy is the same as twelve
Ethiopian goats standing silent in the morning light.
O Lord, thou art slabs of salt and ingots of copper,
as grand as ripe barley lithe under the wind’s labor.
Her breasts are six white oxen loaded with bolts
of long-fibered Egyptian cotton. My love is a hundred
pitchers of honey. Shiploads of thuya are what
my body wants to say to your body. Giraffes are this
desire in the dark. Perhaps the spiral Minoan script
is not laguage but a map. What we feel most has
no name but amber, archers, cinnamon, horses, and birds.
Jack Gilbert

Non c’è molto altro da aggiungere a questa meravigliosa interpretazione del senso del linguaggio e della comunicazione, se non citare un altro illuminato pensatore, stavolta della cultura italiana:

Come possiamo intenderci se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e il valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro?
(Luigi Pirandello)

Da qui si deduce che ogni possibile comunicazione a significato univoco è per sua natura impossibile? E come possono due persone allora arrivare a comprendersi davvero e fare in modo che la visione delle cose sia univoca o almeno rivolta nella medesima direzione?

Davvero siamo destinati all’incomprensione, come non sapremo mai il motivo vero del ‘sorriso delle coppie di statue sulle tombe etrusche’?

Che la strada giusta sia quella di abbandonare le parole?

Recuperare altre forme di linguaggio…ma quali? come?

Ferite da pranzo di famiglia

Appartengo ad una famiglia numerosa, da parte di mio padre…8 zii, 18 cugini diretti, e una quantità notevole di parentele più lontane, sia in senso genealogico che fisico (alcuni abitano in altre province d’Italia e del mondo) accresciutesi negli anni con nuove famiglie e nuovi arrivi…

Una mia cugina ha organizzato per oggi un pranzo di famiglia che ci riunisca un pò tutti quanti, per ritrovarsi, vicini e lontani, in occasione di una giornata di festa e non, come spesso succede, di fronte ad una bara per salutare qualcuno di noi che se n’è andato…

Non ho molta voglia di andare…sono occasioni in cui spesso ti ritrovi in mezzo a gente che è tuo parente solo perchè porta il tuo stesso cognome, ma con la quale non hai molto in comune…per tante ragioni, le più varie, non condividi con loro quasi niente della tua vita, sono pressocchè degli sconosciuti…ma magari ne vien fuori comunque una manciata di ore piacevoli…quindi dovrei prepararmi per andare…e invece dentro di me sento l’urgenza di scrivere di una ferita appena ricevuta…fresca…ancora pungente…

Pochi minuti fa, in cucina io aspetto il caffè…mia mamma sta imbottigliando l’olio… siamo sole, il mio bimbo oggi è con suo padre, come tutti i fine settimana…

Dico a mia mamma che di lì a poco dovrò andare a questo pranzo, che non mi va, ma andrò lo stesso…e mia mamma alla prima non capisce…io ripeto…e le chiedo: ” Ma non lo sapevi?  Il babbo non ti ha detto niente?”

No, mio padre non le ha detto del pranzo…nessuno di noi, neanch’io, glielo ha detto…di fatto non è stata invitata…

Lei comunque non sarebbe venuta…ormai è un riccio chiuso nel suo mondo…ma mio padre avrebbe dovuto dirglielo, esattamente come lo ha detto a me…e invece niente…

L’esclusione a priori di mia mamma mi ha ferito…ho sentito un colpo al cuore…e una fitta di senso di colpa per come si comporta mio padre, e per come stavolta mi son comportata anch’io…ho dato per scontato che lei lo sapesse del pranzo, e invece avrei potuto dirglielo io…

Io non vivo un buon rapporto con i miei genitori, non ci sono canali di comunicazione…non ci sono mai stati…e ora fatico non poco, con l’aiuto della psicoterapeuta, per riuscire ad aprire qualche varco…per spiegare a me stessa come sia possibile tra genitori e figli non riuscire a parlare la stessa lingua, non riuscire a comprendersi, in nessuna situazione, dalle più banali questioni pratiche della vita quotidiana, alle più complesse questioni esistenziali, morali, sentimentali…le questioni dell’anima e del pensiero senziente…

Le difficoltà di comunicazione che mi opprimono nei confronti dei miei genitori in realtà vengono da una totale mancanza di relazione comunicativa, da un’assenza cronica di empatia anche tra di loro…vivono ognuno isolati nel proprio mondo…se me lo devo figurare in modo elementare è come se mia madre e mio padre vivessero ognuno dentro ad un palloncino, di quelli dei bambini alla fiera…imprigionati, asfissiati ognuno nel suo mondo impermeabile, chiuso ad ogni comunicazione, ad ogni sentimento sia in entrata che in uscita…ogni tanto battono insieme…ed ecco che le bolle scoppiano e la comunicazione si fa scontro, voci grosse…profonde incomprensioni…senza cattiveria ma proprio con quel disagio di incomunicabilità di due persone che non parlano la stessa lingua…che non si capiscono…

E allora, se è così difficile comunicare…meglio non farlo…è un meccanismo di difesa reciproco…difesa dall’impossibilità oggettiva di essere compresi, dalla certezza di un rifiuto…e allora meglio non provarci più nemmeno a comunicare…tanto non si viene compresi…

Ma mia mamma è mia mamma…per quanto sia difficile per me condividere il mio tempo, il mio spazio, il mio mondo con lei, se io sono quella che sono adesso è anche merito suo…se io appartengo oggi alla famiglia numerosa di mio padre che si riunisce in questa domenica mattina per il suo pranzo di festa è perchè di questa grande famiglia allargata fa parte anche mia mamma…

Vorrei portarla con me, ora che mi preparo a partire…lei mi ha già detto di no…ma sarei tentata di portarcela a forza…perchè mio padre si renda conto, dopo quasi quarant’anni di matrimonio (durante il quale non ricordo che mia mamma sia mai stata chiamata per nome da mio padre…l’ha sempre chiamata per cognome…) che mia mamma, con tutti i difetti che possiede, merita almeno di essere avvisata, di essere messa al corrente…

Non si dovrebbe arrendersi all’incapacità di comunicare…i linguaggi altrui si possono imparare…con grande sforzo si dovrebbe continuare a provare…tra tante incomprensioni magari una piccola falla nel muro eretto a difesa del proprio mondo pieno solo di immensa solitudine si potrebbe trovare…bisogna continuare a credere di riuscire a poterlo fare…

Non voglio diventare come loro…

Vorrei poter far capire a loro due quanto diverso possa essere il rapporto tra due persone…quanto io ancora adesso che sono adulta avrei bisogno di vedere loro due, i miei genitori, uscire dalle loro bolle…e finalmente comunicare…comprendersi…interagire…condividere…

Beh…vado…si è fatto tardi per il pranzo…

Si chiudono le porte del cuore, della mente, dei pensieri, dell’anima…e si va…