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Saldi

Vorrei essere una scelta, non un’occasione in saldo.

Sarà per questo che non amo i saldi, ma scelgo con cura quello che mi piace e, se me lo posso permettere e le condizioni sono favorevoli, lo prendo quando lo voglio, seguendo l’istinto, assecondando l’impulso, facendomi guidare dal senso della bellezza e dalla meraviglia che quella cosa mi procura.

Le cose che prendo in saldo sono quelle poco importanti, quelle di consumo quotidiano, non i pezzi forti, non i desideri.

Leggendo il tutto in senso metaforico, io scelgo.

Non aspetto che si abbassi il prezzo.

Se le condizioni sono favorevoli lo prendo, se non lo sono non lo prendo.

Finisce lì. E non ci torno sopra.

Vorrei essere una scelta anch’io, non un pezzo d’occasione, non un 50%.

Vorrei essere una scelta, un pezzo forte, un desiderio realizzato.

Ma tutto è in saldo oggi, in questo tempo arido e spento che ci è dato vivere.

Lo sono anche i pensieri, i desideri, le emozioni, gli affetti, la dedizione, l’impegno, la passione, i sogni, la vita stessa.

Tutto al 50%.

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Il guaio dell’empatia

Le cose del mondo non sono come sono LORO…

Le cose del mondo sono come sono IO…

E’ un gran guaio quello dell’essere empatici, del sentire su ogni centimetro di pelle le sensazioni della gente, il riuscire a mettersi sempre e comunque nei panni dell’altra persone, patendone gli stati d’animo.

E’ un difetto congenito dell’anima.

Perchè alla fine non è vero il detto popolare secondo cui  le cose spiacevoli sono mandate alle persone forti che sono in grado di sopportarle. La ‘malasorte’ credo che tutto sommato sia anche abbastanza equamente ben distribuita, tutto sta nell’esserne in grado di ‘sentirla’ sulla propria pelle o meno.

C’è chi sventuratamente non può fare a meno di immergersi nel mare delle emozioni fin quasi a restarne soffocato, e chi invece non ne viene toccato, è impermeabile ad esse e scivolano via, sembrando agli occhi degli empatici ben più lievi, o meglio sembrando la persona che li affronta molto più forte e tenace nell’affrontarle.

E’ una condizione sciagurata quella dell’empatia che non sottrae all’analisi nessuna delle possibili emozioni nè della vittima nè del carnefice.

E tutto questo ‘sentire’ e pensare e patire affatica, toglie il sonno, fa male al cuore…

Qualche tempo fa col mio bambino avevamo appena finito di vedere la rappresentazione teatrale della  favola “I tre capelli d’oro del diavolo” dei fratelli Grimm, nella quale il protagonista buono alla fine faceva patire al cattivo la giusta pena per le sue malefatte.

“Mamma, è vero che il re è stato cattivo, ma adesso dovrà stare in punizione per sempre? Perchè se chiede scusa e capisce che è stato cattivo non lo fanno tornare?”

Ecco qua, un empatico in erba…che ‘sentiva’ su di se il peso della pena senza fine del cattivo della favola…

Brutto guaio l’empatia, gran brutto guaio…

Quante volte sarebbe più facile essere ‘sordi’ alle emozioni?… indifferenti al pulsare dell’anima?…impermeabili alle emozioni che rendono vivo il cuore?

“LA GENTE SI INCONTRA” di Vincenzo Costantino

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(Immagine dal web)

LA GENTE SI INCONTRA

Mi interessa quello che vedo.

Mi interessa sempre.

Come quando rimbalza negli occhi un riflesso improvviso,

calpesti un momento di fortuna

e vai a sbattere contro il primo passante.

Mi interessa l’odore che sento.

Mi interessa come quando provi a spacciare gentilezza,

ma ormai è tardi

la tua storia è arrivata prima di te.

Mi interessa il vento che mi porta via ogni emozione

lasciandomi sepolto da una risata di gioia.

Mi interessa l’arrivo.

Mi interessa il ritorno.

Mi interessa il mentre.

Vincenzo Costantino

Sorgente: LA GENTE SI INCONTRA

Cosa rimane

Nonostante la mia sociopatia atavica, è bello incontrare persone nuove.

Nonostante le pessime esperienze del passato, non riesco a non considerare ogni nuova persona che conosco come una sorgente inesplorata di crescita.

Nonostante i fatti abbiano dimostrato nei tempi andati quanto io sia scarsa come giocatrice e intenditrice di anime, continuo ad azzardare, ogni volta un all-in come in una partita a poker con in mano carte disastrose, quindi perdente per definizione, ma la voglia intatta di mettersi in gioco…e allora ascolto, raccolgo, lascio entrare, mi disseto.

Ogni volta consegno a chi entra nella mia vita per un lieve soffio, o per il tempo di un caffè, o per una manciata di giorni, o per un tempo sufficiente a creare sogni e viverli e svegliarsi infine con la testa vuota di chi ancora una volta ha preso il treno sbagliato, o semplicemente aveva sbagliato binario… consegno, dicevo, un pezzetto della mia anima, che se ne va con loro, nel momento che lasciano poi il mio tempo rapidi, o strappano le carni in addii laceranti…

Chissà per quanto tempo e per quanti ancora ne resterà…ma la dono…finchè ce n’è…

Per me tengo però il suono di una voce, le parole di terre lontane, il calore di una mano, un sorriso, un abbraccio, un battito perso del cuore, una lacrima, un emozione, un contatto, uno sguardo, l’istante in cui due mani incorniciano il mio volto per trarlo a se e baciarmi le labbra…e sono solo miei…e rimarranno con me…e, quando tutto sarà finito, il montaggio di ognuno di quei singoli frame sarà il film della mia vita, diventerà l’immagine definita e unica di quello che sono, il mio ritratto.

E allora non importa se vanno, se li lascio andare, se scappano, se mi mandano via, se sgattaiolano fuori dalla mia vita furtivi nello stesso modo in cui ci sono entrati…e portano via un pezzo di me…

Non importa perchè ne vale la pena…perchè in ognuno di quegli istanti il cuore batte…forte…

E allora che sia…io vivo…

RIMMEL

(Francesco De Gregori, 1975)

E qualcosa rimane, fra le pagine chiare

e le pagine scure,

e cancello il tuo nome dalla mia facciata

e confondo i miei alibi e le tue ragioni,

i miei alibi e le tue ragioni.

Chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente

ma uno zingaro è un trucco.

E un futuro invadente, fossi stato un po’ più giovane,

l’avrei distrutto con la fantasia,

l’avrei stracciato con la fantasia.

Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo

e la mia faccia sovrapporla

a quella di chissà chi altro ancora.

I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,

li puoi nascondere o giocare come vuoi

o farli rimanere buoni amici come noi.

Santa voglia di vivere e dolce Venere di Rimmel.

Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi

se per caso avevo ancora quella foto

in cui tu sorridevi e non guardavi.

Ed il vento passava sul tuo collo di pelliccia

e sulla tua persona

e quando io, senza capire, ho detto sì.

Hai detto “E’ tutto quel che hai di me”.

È tutto quel che ho di te.

Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo

e la mia faccia sovrapporla

a quella di chissà chi altro ancora.

I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,

li puoi nascondere o giocare con chi vuoi

o farli rimanere buoni amici come noi.

Io domani parto (racconto)

ragazza seduta alla finestra

(immagine dal web)

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Annalisa si era sistemata sul ripiano in legno della cucina.

Era piccola, minuta, quasi un soprammobile rannicchiata così tra i fornelli e l’acquaio.

Le piaceva stare lì, un luogo sopraelevato, dal quale aveva a suo modo una prospettiva diversa del mondo, e privilegiato al tempo stesso, perché in poche altre avrebbero potuto permettersi di racchiudersi in così poco spazio e sentircisi a proprio agio.

Lui era di là, si stava vestendo.

E’ stato bello far l’amore con te.”

Un pensiero, quel pensiero, le era uscito a voce alta dalle labbra socchiuse.

I suoi occhi erano assenti, sognanti, immersi ancora nella magia di pochi istanti prima.

Lui l’aveva presa in collo, le sue gambe attorcigliate al suo busto forte, le mani a sostenere il sedere.

Le loro bocche non si erano staccate, intente ad esplorarsi l’anima a vicenda con la lingua e con il respiro, corto, ansioso, eccitato.

L’aveva portata così in camera e adagiata sul letto, con un braccio che le sosteneva il corpo e l’altra mano a tenerle la testa, perché la sua bocca restasse vicina, perché non cascasse troppo veloce sul materasso.

Erano scesi insieme sulle coperte, lentamente.

Si erano liberati degli abiti a vicenda, le mani di entrambi avevano viaggiato sicure sul corpo dell’altro, quasi si conoscessero da una vita, le bocche mai lontane più del tempo necessario per riprender fiato.

Erano diventati una cosa sola, lentamente, intensamente, a lungo, molto a lungo.

Lui non aveva mai tolto lo sguardo dagli occhi di lei.

L’aveva guardata ad ogni spinta, ad ogni sussurro, ad ogni gemito, ad ogni bacio.

L’aveva guardata.

L’aveva accarezzata.

L’aveva baciata.

E fatto suo ogni attimo del piacere di cui lei aveva goduto.

Ripetutamente.

Lui aveva fatto una magia.

Aveva sciolto il suo corpo, spento la sua mente, acceso il suo sguardo, slegato, forse, la sua anima.

Dalla stanza accanto la sua voce ruppe il silenzio

Come dici?”

Annalisa si scosse dai suoi pensieri, dai sapori, gli odori, le sensazioni in cui la sua mente era immersa nella sua nicchia sul ripiano della cucina.

Si accorse a quel punto di aver pensato a voce alta poco prima.

Ripetè

E’ stato bello far l’amore con te”

Sì, lo è stato.”

Rispose lui da lontano, e proseguì

Dimenticavo, Annalisa…”

Un attimo di silenzio accentuò la frase che seguì, con la forza di una pausa in musica, immediatamente prima di un attacco in levare…

Io domani parto”.

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da WRITERS N.7  (per scaricarlo in PDF lo trovate qui:

https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9YVdRSEo3ZVV3LTg/view?usp=sharing )

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