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Immersi nel buio e nella bellezza

Per quanto sia oggettivo il dato che io e mia madre non abbiamo grandi cose in comune e una reciproca capacità comunicativa pessima, a lei devo lo sviluppo del mio acuto senso per la bellezza e il fascino delle cose straordinarie.

Eravamo poco più che bambini, io e mio fratello, e ci portava a teatro, a vedere dal vivo i melodrammi e le opere dei più grandi compositori e musicisti della storia dell’uomo. Emozioni che ricordo non comprendessi granchè allora, ma che adesso, nella mia vita adulta, sono il faro che ricerco in ogni cosa che faccio.

A lei devo la possibilità di aver visto ieri Roberto Bolle e alcuni dei più grandi ballerini della scena mondiale ballare sul palco, dal vivo. A lei devo l’insistenza di doverci portare mio figlio (i biglietti erano rigorosamente stati comprati per me e lui…) nonostante i dubbi sul fatto che la sua età non fosse adatta a godere di spettacoli simili. Ha dormito l’intero secondo atto, ma il tentativo di trasmettere anche a lui la curiosità per la bellezza delle cose straordinarie doveva essere fatto. Mia nonna diceva che a tirar l’acqua nel muro, magari non si bagna, ma a lungo andare l’umido rimane…e allora spero che un pò di emozione per la bellezza sia rimasto attaccato a mio figlio, appartenente ad una generazione alla quale il mondo degli adulti spegne la curiosità, bambini lobotomizzati da videogiochi e televisione che imparano prestissimo a staccare ogni canale alle emozioni.

Roberto Bolle non danza…si esprime, cominica con il corpo, e guardandolo in scena, esattamente come accade con la musica che tocca l’anima o la magnificenza delle opere d’arte, scendono le lacrime, in una incontrollabile fusione dei sensi con l’anima.

Lascia la tecnica meravigliosa dei passi di danza canonici ai suoi eccezionali compagni di ventura, ballerini fenomenali delle più grandi compagnie del mondo, tenendo per se l’essenza vera della danza e di ogni forma d’arte, la trasmissione delle emozioni.

Così, vederlo ballare con la sua compagna, Melissa Hamilton del Royal Ballet di Londra, dà la misura di quando raffinata sia la loro arte di comunicare con i corpi. Insieme sono l’amore, la passione, la bellezza di essere uomini, l’atto umano e insieme divino di ‘prendersi cura’ dell’altro. Insieme sono una cosa immensa, e scendono le lacrime.

Dopo la serata di ieri sera, io sono un pò più ricca…dentro… e spero tanto di poter lasciare briciole di questa misera ma immensa ricchezza che mi appartiene, che non si misura in denaro e che nessuno mi può togliere, a mio figlio, un passo dopo l’altro, insieme, immersi nell’arte, nella meraviglia, nella curiosità, nella bellezza.

Grazie mamma.

Non vuoi sentirtelo dire, scansi i miei abbracci, arroccata e ostile…ma ti voglio bene.

Grazie.

 

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La Musica della mia Vita

Non so perchè, nè quale sia stata la causa scatenante che ha aperto la scatola dei ricordi, ma mi sono trovata a ripensare alla musica che ha accompagnato in vari modi e momenti la mia vita fino a qui.

Operazione faticosa per me, che tendo a mettere i ricordi in scatole polverose negli angoli più nascosti della mia anima, ma la magia della musica li ha fatti riemergere, a mosaico, in ordine sparso.

Così li fisso qua, per segnare un punto, per evitare la fatica di spolverarli di nuovo quando accadranno ancora, in futuro, giornate come queste di malinconia e di sguardi e orecchie voltate indietro.

  • Avevo un’età intermedia tra i sei e i dieci anni, il tempo delle scuole elementari per intendersi, e nella scuola che frequentavo erano soliti fare la brutta copia dello Zecchino D’Oro come recita di fine anno. Sono sempre stata abbastanza intonata, lo sono ancora, forse, in parte, e allora a me toccò questa canzone qua:

“…e premierà l’uomo che sarà ricco di niente. Siamo tutti dei Re.”

  • L’estate dei miei sedici anni. Il cuore che batte per la prima volta per un ragazzo di Mantova, conosciuto al mare. La prima storia d’amore della mia vita, il primo bacio. Dopo ben quattro mesi scoprimmo insieme che se ci si metteva la lingua, nei baci, venivano molto meglio. Il sesso era una cosa del tutto fuori dai nostri pensieri, diciamo che non eravamo vispi per niente, nessuno di noi due. Siamo stati insieme due anni, ma senza andare oltre quei baci, udite udite, dati con la lingua! Mi fece scoprire John Lennon. La musica era questa:

  • Arrivano i diciotto anni, la gita di quinta liceo. Una serata in discoteca a Praga e il primo bacio con un mio compagno di scuola. Complice un disguido sull’albergo e uno spostamento improvviso delle classi per le notti successive, dormimmo insieme un paio di notti dopo, ancora in gita. Rimasi vergine ancora per i successivi quattro o cinque mesi. Avevo scoperto il piacere dei corpi nudi pelle a pelle, ma vispi non eravamo neanche a questo secondo giro. Siamo stati insieme per quattro anni. Iniziava la mia svolta ‘rock’. Le note che hanno visto unire le nostre labbra in una freddissima serata di marzo a Praga erano queste:

  • Passano gli anni, mia mamma si ammala, inizio a lavorare, presto arriveranno la fine forzata dell’università ad un passo dalla laurea e le derive della mia vita. Locale rock/punk/metal, pelle, borchie, ragazzi dai lunghi capelli. La musica cambia. Sto altri quattro anni con un ragazzo alto, muscoloso, bello, capelli corvini fino a fine schiena. Scopro il sesso, quello infaticabile e dei vent’anni, quasi una maratona tutte le volte che potevamo stare insieme. Scopro i tatuaggi, il dolore, i piercing, la ribellione, i germoglio della dicotomia incolmabile tra quello che sono e che scoprirò molto più tardi, e quello che il mondo vorrebbe che fossi. Scopro la mia malattia. Sento fortissima l’attrazione per chi ‘non si adegua’. La musica erano i Doors:

  • Vado a vivere da sola. Incontro l’uomo che ha fatto contemporaneamente esplodere ed implodere la mia vita. Era violento. Comincio a chiedermi alcune cose di me, comincio a riflettere sul perchè di scelte e persone sempre uguali intorno a me. Inizio a fumare. Divento adulta. Non ho in memoria musica definita legata a questa persona. Mi sono sforzata di cercarla e di ricordarla ma non l’ho trovata. Quando era tutto finito e sarebbe iniziato di lì a poco lo scalino più grande della mia vita c’era questa:

Era per me, era dedicata a me, a me sola. La cantavo per me. Sullo specchio del mio bagno c’era questa frase, che leggevo ogni mattina quando mi svegliavo: “A te che io ti ho visto piangere nella mia mano, fragile che potevo ucciderti stringendoti un pò, e poi ti ho visto con la forza di un aeroplano, PRENDERE IN MANO LA TUA VITA E TRASCINARLA IN SALVO”

  • Cominciavo a capire che dovevo cambiare prospettiva e mettere me al centro di tutto, e arriva lui. L’uomo più feroce e importante, il più fragile e il più cattivo, il più devastante. Il sogno partiva da qui:

“…extraterrestre portami via, voglio una stella che sia tutta mia, extraterrestre vienimi a pigliare, voglio un pianeta su cui ricominciare.” Mi fidavo.

  • C’era anche questa:

“Ma se io avessi previsto tutto questo, dati, causa e pretesto, le attuali conclusioni…” Frase premonitrice…avrei dovuto ascoltarla, sul serio. Va tutto a rotoli ancora prima che inizi. Aspetto mio figlio da due mesi e lui ” si vergogna di me”.

  • Nasce il mio bimbo, l’inferno diventa sempre più buio. Anni di nervi tesi per mantenere lucida la mia mente e non cedere alla manipolazione. Lacrime e rabbia. Ma più lacrime. Questa la nenia che cantavo al mio bambino per addormentarlo nelle innumerevoli notti insonni:

“Geordie non rubò mai nemmeno per me un frutto un fiore raro. (…) Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso, cadrà l’inverno anche sopra il suo viso, potrete impiccarlo allora.”

C’è tutto l’amore di una madre in questi versi. Era tutto l’amore che mi era rimasto. Io ero tutta lì.

  • Passano due anni. La consapevolezza che dovevo tirare fuori la mia vita da quel buio è segnata da due libri e queste canzoni. La prima era la resa, la mia bandiera bianca:

“Ripenserai ancora
A tutto il bene che
Ti ho dato solo e solamente io
Ripenserai ancora
A quanto il niente tuo
Per me fu tutto
E per sempre hai perso un pezzo di me
E lo sai che son stato troppo buono
Ma che, stanco ormai, non posso più”

La seconda era la testa che si rialza e che punta un piccolo punto di luce là in fondo. Per me, per mio figlio. Per me. Avrei raggiunto quella luce:

“Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per re iniziare, per stravolgere tutti i miei piani
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole”

  • E’ la primavera del 2013. Si avvicina una luce, mi tende la mano, mi aiuta a salire. Mi innamoro di nuovo nel momento più impensabile, quando non credevo sarebbe stato possibile.

Questa la sua canzone per me:

Questa la mia canzone per lui:

Finisce tutto la sera di un triste giorno di Natale di un anno e mezzo dopo. Inizia, con un lungo viaggio in macchina in solitaria, tra campagna sconosciuta e lacrime, la vera decostruzione della mia anima. La vera rinascita.

  • E sono pensieri e delusioni e scoperte e tentativi per costruire finalmente il puzzle vero della mia vita. Rimetto le cose al loro giusto posto, un passo dopo l’altro, un tentativo dopo l’altro, una caduta dopo l’altra. Ma ogni volta in piedi di nuovo. Quando si è stanchi di combattere è faticoso lottare, ma lo si fa, senza sconti, senza maschere, senza paura, perdendo per strada brandelli di cuore ma mantenendo intatti i punti cardine su cui ricostruire, cambiando ogni volta, se necessario, la composizione della malta per tenere insieme i pezzi, mettendo nuove centine. Il puzzle deve finalmente stare in piedi. Deve.

La musica che mi accompagna è questa:

“I said come on, come on, come on, come on and take it,
Take another little piece of my heart now, baby,
Break another little bit of my heart now, darling, yeah.
Hey! Have another little piece of my heart now, baby, yeah.
You know you got it if it makes you feel good,
Oh yes indeed.
All right!”

  • E si arriva ad oggi. Questo, sempre in musica, siamo mio figlio ed io:

“Mio cucciolo d’uomo

( Finardi-Cosma-Porciello )

Mio cucciolo d’uomo, così simile a me
di quello che sono vorrei dare a te
solo le cose migliori e tutto quello che
ho imparato dai miei errori, dai timori che ho dentro di me

Ma c’é una cosa sola che ti vorrei insegnare
é di far crescere i tuoi sogni e come riuscirli a realizzare
ma anche che certe volte non si può proprio evitare
se diventano incubi li devi sapere affrontare

E se ci riuscirò
un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento
e salirai nel sole
e quando verrà il momento
spero solo di ricordare
ch’é ora di farmi da parte
e di lasciarti andare

Mio piccolo uomo, così diverso da me
ti chiedo perdono per tutto quello che
a volte io non sono e non sò nemmeno capire perché
non vorrei che le mie insicurezze si riflettessero in te

e c’é una sola cosa che io posso fare
é di nutrire i tuoi sogni e poi lasciarteli realizzare
ma se le tue illusioni si trasformassero in delusioni
io cercherò di darti la forza per continuare a sperare (lottare)

E se ci riuscirò
un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento
e salirai nel sole
e quando verrà il momento
spero solo di ricordare
ch’é ora di farmi da parte
e di lasciarti andare

(Eppure certe volte mi sembra ancora solo di giocare
alle responsabilità, all’affitto da pagare
e forse fra quarant’anni anche mio figlio mi domanderà
“Ti sembrava solo un gioco papà, tanto tempo fà”)

E se ci riuscirò
un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento
e salirai nel sole
e quando verrà il momento
spero solo di ricordare
ch’é ora di farmi da parte
e di lasciarti andare”

  • E si arriva ad oggi. Questa, sempre in musica, sono io. Questo, in musica, il mio punto di arrivo, il nuovo punto di partenza. Questo, in musica, l’unico pezzo mancante:

 

 

Saldi

Vorrei essere una scelta, non un’occasione in saldo.

Sarà per questo che non amo i saldi, ma scelgo con cura quello che mi piace e, se me lo posso permettere e le condizioni sono favorevoli, lo prendo quando lo voglio, seguendo l’istinto, assecondando l’impulso, facendomi guidare dal senso della bellezza e dalla meraviglia che quella cosa mi procura.

Le cose che prendo in saldo sono quelle poco importanti, quelle di consumo quotidiano, non i pezzi forti, non i desideri.

Leggendo il tutto in senso metaforico, io scelgo.

Non aspetto che si abbassi il prezzo.

Se le condizioni sono favorevoli lo prendo, se non lo sono non lo prendo.

Finisce lì. E non ci torno sopra.

Vorrei essere una scelta anch’io, non un pezzo d’occasione, non un 50%.

Vorrei essere una scelta, un pezzo forte, un desiderio realizzato.

Ma tutto è in saldo oggi, in questo tempo arido e spento che ci è dato vivere.

Lo sono anche i pensieri, i desideri, le emozioni, gli affetti, la dedizione, l’impegno, la passione, i sogni, la vita stessa.

Tutto al 50%.

Il guaio dell’empatia

Le cose del mondo non sono come sono LORO…

Le cose del mondo sono come sono IO…

E’ un gran guaio quello dell’essere empatici, del sentire su ogni centimetro di pelle le sensazioni della gente, il riuscire a mettersi sempre e comunque nei panni dell’altra persone, patendone gli stati d’animo.

E’ un difetto congenito dell’anima.

Perchè alla fine non è vero il detto popolare secondo cui  le cose spiacevoli sono mandate alle persone forti che sono in grado di sopportarle. La ‘malasorte’ credo che tutto sommato sia anche abbastanza equamente ben distribuita, tutto sta nell’esserne in grado di ‘sentirla’ sulla propria pelle o meno.

C’è chi sventuratamente non può fare a meno di immergersi nel mare delle emozioni fin quasi a restarne soffocato, e chi invece non ne viene toccato, è impermeabile ad esse e scivolano via, sembrando agli occhi degli empatici ben più lievi, o meglio sembrando la persona che li affronta molto più forte e tenace nell’affrontarle.

E’ una condizione sciagurata quella dell’empatia che non sottrae all’analisi nessuna delle possibili emozioni nè della vittima nè del carnefice.

E tutto questo ‘sentire’ e pensare e patire affatica, toglie il sonno, fa male al cuore…

Qualche tempo fa col mio bambino avevamo appena finito di vedere la rappresentazione teatrale della  favola “I tre capelli d’oro del diavolo” dei fratelli Grimm, nella quale il protagonista buono alla fine faceva patire al cattivo la giusta pena per le sue malefatte.

“Mamma, è vero che il re è stato cattivo, ma adesso dovrà stare in punizione per sempre? Perchè se chiede scusa e capisce che è stato cattivo non lo fanno tornare?”

Ecco qua, un empatico in erba…che ‘sentiva’ su di se il peso della pena senza fine del cattivo della favola…

Brutto guaio l’empatia, gran brutto guaio…

Quante volte sarebbe più facile essere ‘sordi’ alle emozioni?… indifferenti al pulsare dell’anima?…impermeabili alle emozioni che rendono vivo il cuore?

“LA GENTE SI INCONTRA” di Vincenzo Costantino

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(Immagine dal web)

LA GENTE SI INCONTRA

Mi interessa quello che vedo.

Mi interessa sempre.

Come quando rimbalza negli occhi un riflesso improvviso,

calpesti un momento di fortuna

e vai a sbattere contro il primo passante.

Mi interessa l’odore che sento.

Mi interessa come quando provi a spacciare gentilezza,

ma ormai è tardi

la tua storia è arrivata prima di te.

Mi interessa il vento che mi porta via ogni emozione

lasciandomi sepolto da una risata di gioia.

Mi interessa l’arrivo.

Mi interessa il ritorno.

Mi interessa il mentre.

Vincenzo Costantino

Sorgente: LA GENTE SI INCONTRA

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