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Panta rei…’ci stiamo soltanto dicendo addio’

Saltellando qua e là in rete mi sono imbattuta in questo articolo di Cesare Catà.

Non è il primo che leggo del medesimo autore, e ne sono rimasta incantata, come le volte precedenti, dalla prosa poetica, a tratti malinconica, con la quale racconta storie di ‘poeti, santi, eroi e navigatori’ a cui i sognatori indomiti come me sono tanto affezionati.

L’articolo in questione parla di Ernest Hemingway e di una serata in un bar a L’Havana sul finire della quale germoglia “Il vecchio e il mare”.

Si parla di amore in questo articolo e una frase mi ha colpito per la sua disarmante, poetica verità…

Hemingway si rende conto che gli uomini non sono che vittime di passioni non sincronizzate. Che la vita è solo un lungo addio. Che tutti noi, per quanto ci amiamo – siano le nostre storie d’amore lunghe una settimana o una vita intera –  ci stiamo soltanto dicendo addio. Addio agli abbracci. Siamo treni che si incrociano rapidi in una stazione di smistamento merci.” (cit.)

E alla mente mi si sono riaffacciati i ricordi della ‘filosofia del divenire’ di Eraclito, sepolti nella notte dei tempi dei primi anni di liceo…

‘Panta rei’, tutto scorre… e in quanto divenire, ogni anelito di vita, ogni istante, ogni fotogramma della nostra storia, ogni emozione sono già passati, andati, perduti, nell’attimo stesso in cui si manifestano.

Non solo i moti dell’animo innamorato, ma ogni cosa…niente escluso…

“…la vita è solo un lungo addio…” la versione malinconica del ‘panta rei’… tutto scorre…

…e penso a mio figlio che cresce…in fondo è vero che in ogni attimo che viviamo insieme in questa vita, io mamma, lui figlio, “ci stiamo soltanto dicendo addio”…ma indubbiamente è l’addio più bello che ogni istante la vita mi regala…

 

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Il mio pensiero felice

Una manciata di giorni che il mio bambino non è con me, sta passando alcune delle sue giornate estive con il suo papà…comincio a sentire la sua mancanza e non vedo l’ora di riabbracciarlo e di rivedere il suo faccino sorridente…

Così, mi si sono riaffacciati alla mente i momenti dell’ultima volta che siamo stati in piscina insieme, la scorsa domenica…un pò di tempo a giocare senza i ritmi pressanti della settimana con i suoi orari ancora legati al mio lavoro, in attesa di qualche giorno di ferie.

E l’immagine che ho impressa nella mente della sua felicità, che diventa per osmosi la mia, sono quelli della sua faccia nel momento di un tuffo dal bordo, verso le mie braccia tese…

Il suo costumino giallo, le zampette che pesticciano il bordo, un pò timorose, cariche di quell’adrenalina che precede il salto, una manina che si tappa il naso, l’altra che mi indica di fare un passo indietro dentro l’acqua, poi si gira in alto per dire ‘stop’ va bene così…

Poi le gambe si piegano, la mano inspiegabilmente lascia il naso, le braccia si allargano, i piedi si staccano e vola verso di me, che lo riprendo da sotto il pelo dell’acqua appena arriva…

La sua faccia nel momento del salto è la meraviglia assoluta, la quintessenza della felicità…e io in questi giorni di sua assenza mi sono aggrappata al mio ‘momento felice’ al suo visino con la bocca aperta e sorridente, ai suoi occhi sgranati nel momento del tuffo, del suo volo avventuroso dentro un elemento, l’acqua, che lo spaventa, ma che diventa un porto sicuro perchè lo aspettano le mie braccia, qualcuno di cui si fida, che lo rassicura.

E pensando a tutto questo io sono felice…

Ho ripreso in mano stamattina l’album dei suoi lavoretti dell’asilo, consegnatimi dalle sue manine come il suo regalo più prezioso.

Nella prima pagina ci sono io, e sono bellissima…

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“Lo sai mamma che te sei la più bella?” me lo ripete un sacco di volte… e io rispondo “Sei tu il più bello!” e lui “No, no, sei tu la più bella mamma del mondo.”

Dietro la copertina è riportato quello che era stato il lavoro preliminare delle maestre al disegno dei bambini.

“… (…) ci siamo seduti in cerchio sul tappeto, ci siamo messi le mani sul cuore e lo abbiamo sentito battere…”tum…tum…tum…”

Tenendo gli occhi chiusi e ascoltando la voce del cuore, ogni bambino ha parlato della propria felicità, del momento che lo rende felice, di cos’è la felicità e del colore che potrebbe avere.

ELIO: è una cosa che viene quando sono contento, essere con la mamma è la felicità e il suo colore è…ROSSO.”

Lotta da sola

“La donna “forte” ha bisogno di affetto e protezione come chiunque altra. Perchè quasi sempre quel “lei è forte” significa solo “lotta da sola”.” (cit. da Emanuele Graniglia)

Premetto che quello che sto per scrivere mi candiderà senza rivali alla vittoria assoluta del titolo “peggiore mamma dell’anno”, ma tant’è…almeno per una volta vincerò qualcosa…

Tutto parte da un detto ‘della nonna’ che ho sempre sentito dire in merito ai figli e all’essere genitori: “i figli si fanno in due”.

Mi sto convincendo in questo particolare periodo della mia vita che sia profondamente vero, e che il ‘fare’ non si riferisca all’atto pratico di metterli al mondo, perchè (…e non me ne vogliano i maschietti che leggeranno…), dopo il momento, piacevole peraltro per entrambi (di solito…) della ‘gallatura’ dell’ovulo, l’uomo per tutta la gravidanza e il parto fa ben poco…

Sono le donne che hanno settimane di nausee, i crampi allo stomaco, le caviglie gonfie, il mal di schiena, mesi di malanni vari senza poter prendere medicine, limitazioni in quello che possono e non possono mangiare, fino, nei casi più sfortunati, a periodi di immobilità pressocchè totale…

Vero è che di contro hai dentro di te la meraviglia di una vita che cresce, e la senti, e in quel momento è solo tua, e ti avvicina a Dio…ma quando i crampi alle gambe ti tengono sveglia la notte, maledici, anche solo per un momento quelle manciate di piacere, pochi mesi prima, che ti hanno portato a ridurti così…

Per non parlare del parto, un’esperienza ai confini della realtà, in cui soffri come un cane per ore e a volte giorni perchè il nanerottolo che ti è cresciuto dentro si è finalmente deciso ad uscire, e sangue dappertutto, la sensazione delle viscere che si squartano e uno stuolo di sconosciuti che ti infila le mani ovunque in ogni momento, e gente che ti ordina di spingere, e poi no…e poi sì…mentre tu vorresti solo spararlo fuori quel nanerottolo, tipo la scena del film “Il senso della vita” dei Monty Python…

Devo dire che la mia esperienza è stata abbastanza compromessa dalla presenza del padre di mio figlio che, quando non spippolava sul cellulare si limitava a ripetere in litania un’unica frase: “Mamma che schifo! Vedessi quanto sangue!”

Poi nasce il piccolo alieno dalla testa a punta (tutti i bimbi appena nati ce l’hanno, deformata, piccoli angeli, dal passaggio per un buco troppo stretto…) e te lo lasciano tra le braccia, e realizzi che siete tu e lui, che lui dipende da te, che ha bisogno di te e tu invece, dopo ore di travaglio vorresti solo dormire e che tutto si fermasse per qualche ora almeno…

Ma niente, iniziano settimane e mesi in cui non sei più libera nemmeno di andare a fare la pipì, figurarsi il lusso di farsi una doccia…devi per forza avere qualcuno che si occupi del bimbo mentre ti concedi di lavarti almeno la faccia… e io il padre di mio figlio non ce l’avevo, era volontariamente sempre fuori casa e quando tornava era troppo stanco…lui… per tenere in braccio suo figlio per un paio di minuti, cercando di non farlo piangere…

E piangere è un’arma potentissima che i figli hanno, quando sono così piccoli, per farti sentire in colpa per averli abbandonati anche se sei solo andata a fare pipì, cazzo!

Ed è da questi momenti che prende forma la frase che “i figli si fanno in due”.

Perchè se la madre si occupa del figlio, ed è una cosa che fa perchè ha scelto di farlo in maniera irreversibile, e diventa un bisogno imprescindibile, una necessità improrogabile…ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei.

Io a suo tempo non ho avuto il coraggio di portare avanti la relazione con il padre di mio figlio…avrebbe voluto significare accettare di sottostare ad offese ed umiliazioni quotidiane, come il sentirsi definire ‘nano deforme’…ma forse il segreto delle famiglie che stavano in piedi, nonostante tutto, e crescevano squadre di calcio (…o di calcetto…) di figli, ai tempi dei miei nonni, era proprio quello di ammettere di aver bisogno dell’altra persona, comunque fosse, per tirare avanti, per riuscire a crescerli quei figli…

E sono oggi quegli anziani che nelle balere estive vedo ballare abbracciati e felici…e mi chiedo quali e quanti compromessi con se stesse, e con quell’anziano signore che hanno davanti, quelle signore agghindate dai capelli bianchi abbiano dovuto accettare per rimanere uniti così tanto tempo…

Beh, io non ci sono riuscita… non sono riuscita a costringermi ad ingoiare il rospo….l’ho tenuto a gola per tre anni, ma poi un conato di vomito e un sussulto di rispetto nei confronti della mia dignità di persona me lo hanno fatto sputare, e me ne sono andata…

Ma adesso che cresco da sola il mio cucciolo meraviglioso assaporo tutto l’amaro delle sfaccettature dell’essere da sola a ‘fare’ un figlio… perchè “i figli si fanno in due” non significa farli nascere, ma crescerli, farli diventare grandi, seguirli ogni giorno, renderli adulti un passo dopo l’altro…

E mi sto accorgendo che non ce la faccio da sola…o meglio ce la faccio, ma mi costa in fatica, mentale soprattutto e fisica, molto più di quanto potessi immaginare.

Mi ripeto più e più volte che ci sono mamme che crescono davvero i figli da sole, anche più di uno e magari lavorano tutto il giorno come me, e non hanno nemmeno l’aiuto dei nonni, o la possibilità di un padre, che, per quanto bislacco, possa in qualche occasione sostituirle…e davvero non riesco a capire come possano fare…non riesco a comprendere come sia possibile…

Ammetto i miei limiti…io non ce la faccio…

Così capita in questa torrida estate che io non riesca ad avere neanche un attimo per me, o meglio che non riesca a vivere nemmeno per una sera la vita ‘normale’ di una donna alla soglia dei quarant’anni, non più giovanissima, ma neanche vecchia, che ogni tanto avrebbe bisogno di una chiaccherata e quattro risate tra amici, anche solo per ricaricarsi un pò…

Domani era fissata una rimpatriata con i vecchia amici delle scuole elementari, ero entusiasta, la prima serata fuori da single in tutta l’estate, una boccata d’aria!

Avevo organizzato di lasciare il bambino dal babbo…nota dolente questa dell’essere separati, perchè per avere un pò di tempo per me devo pagare lo scotto di non trovare mio figlio che dorme nel suo lettino quando torno a casa…ma non si può avere tutto dalla vita… e vabbè, facciamolo, è giusto così e già emotivamente pesante anche per il cucciolo tutta questa situazione di babbo e mamma che vivono in due case diverse…

Ma succede che stamattina il pulcino si sveglia con la febbre…e febbre tutto il giorno…e febbre anche stasera…e proprio non ci riesco a lasciare mio figlio da solo se è malato…così salterà tutto…e alla fine va bene così…

Solo che mi sono accorta che davvero da sola comincio a non farcela più…  “i figli si fanno in due” … beh, ho decisamente bisogno del ‘due’…

Come ai vecchi tempi

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(immagine dal web)

E’ sera, abbiamo appena finito di cenare…

Dalla porta giunge un bussare leggero…timido…

Mi avvicino e apro, lasciando la porta socchiusa, chè sennò mi scappano i gatti…

Mio figlio gioca sul divano… ho messo i piatti nel lavello e devo rigovernare…

E’ un ragazzetto biondo, esile, di 10 anni, uno dei bimbi delle case vicine, in questo borghetto affacciato su una stradina stretta, senza sfondo.

La voce è bassa…conferma la timidezza delle nocche che battevano sulla porta poco prima…

“Può venire Elio a giocare?” mi chiede abbassando lo sguardo…

Io rispondo che “sì, può venire”…ma devo rigovernare…mi giro…chiedo a Elio se vuole andare a giocare con i bimbi nella strada, e lui molla il tablet, alza le braccia e grida felice “Sììììììì!!!”

Mi arrendo… chiudo l’acqua, porto fuori mio figlio…e c’è il biondino esile, la bimbetta dallo sguardo furbo della dirimpettaia, un paio di ragazzi più grandi, il figlio grassottello e pestifero della signora della casa in fondo…e una palla…

Mi abbasso, guardo Elio negli occhi e con l’indice puntato al naso lo istruisco: “Stai insieme ai ragazzi più grandi, io sono dentro, devo rigovernare, ma sento la tua voce e non voglio che ti allontani…capito?”

Lui, guardando la palla mi risponde con la testa…Avvicino il dito…e allora si affretta a dire sbiascicando e già scattando verso la palla “Sì mamma! Ho capito…”

Ci sono due anziane signore che frescheggiano di fronte alla porta della casa vicina. Mi avvicino a loro e chiedo: “Me lo tenete d’occhio per qualche minuto? Rientro in casa, ho messo l’acqua, devo rigovernare…”

“Certo, vai! Te lo guardiamo noi!” Mi rispondono.

Rientro…l’orecchio teso…che non perde un decibel della voce di mio figlio…ha solo 5 anni ed è insieme a un 4, un 10, un altro 10 e a un paio di 12-13 massimo…

Ma sono felice da una parte…che fortuna che possa giocare in strada, come ai vecchi tempi…come ho fatto io!

La palla rimbalza…batte sulle macchine parcheggiate, ma nessuno se ne cura…e loro giocano, gridano, ridono…

Ragazzi, quanta bellezza i bambini che giocano…

Dall’altra mi rendo conto che il mio cucciolo sta crescendo…e lentamente ‘devo’ perderlo di vista…e un pò me ne dispiace…è la concretizzazione del tempo che passa e lo rende grande…

Rimane il mio orecchio teso…rimarrà sempre…

Il presente più bello

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Che cos’è una mamma

di Francesco Pastonchi

Mariuccia manda questa poesia (24 gennaio 2002).

Rititì lo vuoi saper tu Che cosa è una mamma? Nessuno, nessuno dei bimbi lo sa. Un bimbo nasce e …va.Lo sanno, ma forse, ma tardi
quelli che non l’hanno più.
Rititì che pensi e mi guardi,
Rititì lo vuoi saper tu?

Una mamma è come un albero grande
che tutti i suoi frutti ti da:
per quanti gliene domandi
sempre uno ne troverà.
Ti da il frutto, il fiore, la foglia,
per te di tutto si spoglia,
anche i rami si taglierà.
Una mamma è come un albero grande

Una mamma è come una sorgente.
Più ne toglie acqua e più ne getta.
Nel suo fondo non vedi belletta:
sempre fresca, sempre lucente,
nell’ombra e nel sol è corrente.
Non sgorga che per dissetarti,
se arrivi ride, piange se parti.
Una mamma è come una sorgente.

Una mamma è come il mare.
Non c’è tesori che non nasconda,
continuamente con l’onda ti culla
e ti viene a baciare.
Con la ferita più profonda
non potrai farlo sanguinare,
subito ritorna ad azzurreggiare.
Una mamma è come il mare.

Una mamma è questo mistero:
tutto comprende tutto perdona,
tutto soffre, tutto dona,
non coglie fiore per la sua corona.
Puoi passare da lei come straniero,
puoi farle male in tutta la persona.
Ti dirà: “Buon cammino bel cavaliero!”
Una mamma è questo mistero.

E…sapete una cosa?

Quella disegnata accanto all’albero fiorito che dietro è carico di mele…ebbene, quella sono io…

E sono BELLISSIMA!!!!

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