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Quando sognavo di diventare architetto

C’è stato un tempo in cui sognavo di diventare architetto.

Il luogo dove abito da sempre, e che odio e amo al tempo stesso, ha un borgo medievale, arroccato sulla vetta di una collina, avamposto strategico della lontana lotta tra Guelfi e Ghibellini nell’alta Toscana.

Attorno alla Rocca dove si rifugiava il Signorotto del tempo quando le cose si mettevano a mal partito, c’era una fortificazione di mura spesse e tre porte di ingresso. La principale che costituisce tutt’ora l’ingresso al borgo vecchio, alla quale si appoggiano la chiesa e il frantoio, una seconda alla sommità di una ripida salita di accesso, alla quale si affianca una torretta di guardia ancora integra, e una terza, citata nei documenti storici come la più importante dell’arroccato insediamento antico, che proteggeva il canale dell’acquedotto che aveva il compito fondamentale di portare l’acqua agli insediamenti rurali della campagna sottostante, e quindi di mantenerli ‘vivi’.

Questa terza era l’Antica Porta di Doccia.

Erano i tempi in cui frequentavo la Facoltà di Architettura e, più precisamente, i tempi dell’esame di Restauro, del quale ricordo la corpulenta figura della professoressa, più o meno intorno ai miei 22, 23 anni, una ventina di anni fa. L’avevo cercata e ritrovata nel bosco, la Porta di Doccia, diroccata, assaltata dalla vegetazione. Ne avevo fatto i rilievi e disegnata tutta, passando interi pomeriggi ad arrampicarmi nella boscaglia, per raggiungerla e riportarne alla luce la memoria e le fattezze. Un paio di anni più tardi, il recupero dell’intero borgo medievale, con il restauro del suo sistema di mura e porte di accesso, e la creazione di un giardino che lo restituisse alla cittadinanza nella completezza della sua fruizione aperta a tutti, avrebbe dovuto essere la mia tesi di Laurea in Architettura con la specializzazione in Arte del Giardini.

La laurea non è mai arrivata, ma questo è un altro discorso. E soprattutto furono altre scelte.

In questi giorni di convalescenza che hanno seguito il mio crollo fisico dovuto ad una pericolosissima carenza di vitamina D che mi ha causato problemi neurologici e muscolari, la cura che mi era stata assegnata dai dottori era quella di stare fuori più possibile e prendere sulla mia pelle i benefici effetti del sole, unico vero medicinale in grado di tirar su i valori della vitamina mancante e farmi tornare in forma.

Quindi ho camminato molto e, dovendo camminare e stare all’aria aperta, mi è venuta voglia di ricercare l’Antica Porta di Doccia, per vedere se fosse ancora lì dove l’avevo lasciata venti anni or sono.

Ci avevo già provato un mesetto fa, ma la dolce compagnia di quel pomeriggio di metà marzo mi aveva distratto dalla ricerca e non l’avevo trovata, nel bosco. Che fosse crollata? Possibile che davvero non esistesse più?

Sicchè in una delle mie recenti passeggiate, ci ho riprovato, spinta da quell’orgoglio testardo di dover dare ragione ai miei ricordi e alla fatica di allora, nonchè quello di voler onorare una mia passione antica e un’estate di vent’anni fa passata nel bosco a restituire vita alle testimonianze di vite passate, nascoste nella notte dei tempi e ricoperte di vegetazione.

C’era. Sapevo che c’era. Doveva essere lì.

Ed eccola, in cima ad una ripida scarpata, lassù, in vetta. Se ingrandite la prima delle foto la vedete in alto, lassù, immersa nel verde.

L’avevo ritrovata!

Mi sono arrampicata, gambe, ginocchia, mani, braccia, scalando la terra ripida che mi separava da lei, a tratti impaurita da quello che sarebbe potuto succedere se fossi scivolata, a tratti preoccupata di come avrei fatto poi a scendere. Ma l’avevo ritrovata, dovevo andare lassù, raggiungere la ‘mia’ Porta di Doccia.

Con l’aiuto di un bastone, aggrappandomi alla vegetazione e cercando di schivare le ortiche in fioritura, ci sono arrivata, alla vetta, a rivederla da vicino.

Ed eccola infine bella, resistente, fiera, ancora in piedi nonostante la vegetazione ne scalzi progressivamente una pietra dietro l’altra. Con il punto di partenza del canale dell’acqua appoggiato alla sua sinistra, i montanti forti, la sua chiave di volta pentagonale che tiene tutto in piedi, miracolo della fisica delle forze.

Bella.

Di quella bellezza che caratterizza i sogni.

Lei c’è ancora. Io pure.

E anche i sogni, diversi, adulti, invecchiati, sono tutti lì. Nonostante tutto.

Esattamente come l’Antica Porta di Doccia.

Nonostante tutto.

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Vento capriccioso

(“La vertigine del vento” di Stefano Iori)

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Vento capriccioso

In un giorno d’aprile

Punge come coda d’ inverno

Odora di primavera

Che tarda a venire.

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Agita i capelli

Irrita i pensieri

Passa lesto

Tra le fessure

Di un’anima in risveglio.

Fastidioso.

Insolente.

Briccone.

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Come un bimbo

Nascosto tra le pieghe

Di una gonna di donna

Scova desideri nascosti

Sogni dimenticati ridesta.

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Mescola le carte

Di una vita che si aggiusta

Con mani di un gioco

Senza fortuna di sorta

Per barare e tornare a burlarsi

Di scelte nuove in giorni persi.

.
Arriva la primavera con pungenti folate di gelo

A ricordar che l’inverno c’è stato

Ma anche stavolta è passato.

E.

Cocco e frutta

La spiaggia è un posto strano, ci si adagiano i corpi di bambini morti portati dal mare di terre lontane, ci si adagia la parte fortunata del mondo per passare le sue vacanze al sole.

C’ero anch’io, adagiata (poco per la verità… son sempre stata allergica allo star sdraiata come balena spiaggiata, e da qualche anno sono allergica per davvero al sole, mi ricopro di bolle nonostante la protezione 50) su una spiaggia della riviera romagnola per far passare al mio pulcino un pò di tempo al mare, per vedere se si riesce a schivare, nel lungo inverno che arriverà, almeno un’influenza.

C’erano chiasso, musica, colori, corpi, storie, vite varie sotto gli ombrelloni, e venditori ambulanti a passeggio, ognuno con le proprie cianfrusaglie da vendere, ognuno con la propria personale invenzione di business per arrivare alla fine della giornata con qualche soldo in tasca, magari da mandare alla propria famiglia in terre lontane, magari per iniziare con il duro ‘lavoro’ di un’estate un nuovo progetto di vita a stagione finita.

C’era un ragazzo dagli occhi verde-blu, di una bellezza impressionante, giovane, magnetico, che vendeva il cocco e gli spiedini di frutta, su e giù tutto il giorno dal grattacielo di Cesenatico a Zadina, almeno quattro km, a occhio, due volte la mattina due volte la sera.

Il mio cucciolo era attratto dalle sue urla “Alè cocco! Cocco e frutta, cocco!”, stranamente composte, non sguaiate, poco fastidiose, merito anche, forse, di un fortunato tono di voce.

Appena lo sentiva mi diceva “Mamma senti, c’è il cocco!”

Io gli chiedevo: “Lo vuoi?”

Lui: “Sì!”

E io: “Corri, vai a dirglielo, fallo venire qui che te lo prendo!” e glielo dicevo perchè deve imparare a lavorare per ottenere le cose che desidera, e andare a chiamare il venditore di cocco era la sua parte di lavoro per avere la sua merenda.

Così il pulcino partiva con le sue gambette tra gli ombrelloni, lo chiamava, lo aspettava, lo accompagnava dove ero io, all’ombra, sotto un ombrellone defilato rispetto al percorso dritto della sua traiettoria giornaliera di ‘lavoro’.

Arrivava, faceva scegliere al mio bambino il pezzo che voleva, e beveva un pò di acqua che gli offrivo, ringraziandomi ogni volta, e un sacco di volte, perchè era faticoso andare su e giù sulla spiaggia per km e km tutti i giorni e tutto il giorno.

Giorno dopo giorno raccontava un pezzo di sè.

Così mi diceva che la sera era molto stanco, e il più delle volte andava a letto distrutto dalla giornata sotto il sole…ma se aveva conosciuto delle ragazze e lo invitavano ad uscire allora si faceva forza, si cambiava, e ci usciva con le belle ragazze.

Così mi diceva che questa estate la passava così perchè poi in autunno sarebbe andato a Brescia, ospite da una sua zia, per cercare di trovare un lavoro vero. Perchè da dove viene lui di lavoro non ce n’è, ed è un disastro essere giovani laggiù.

L’ultimo giorno lo abbiamo salutato con una promessa, e cioè che il prossimo anno lo vogliamo rivedere su quella spiaggia, ma in vacanza però, come noi, non a vendere il cocco (il che vorrebbe dire che un lavoro quel ragazzo alla fine lo avrà trovato…), ma il mio bambino, l’ultimo giorno, lo ha rincorso ancora una volta per dirgli: “Il prossimo anno tu devi essere qua in vacanza come noi, però il cocco a me lo porti tu, va bene? Solo a me, va bene?”

C’era un ragazzo dagli occhi verde-blu, di una bellezza impressionante, che vendeva il cocco sulla spiaggia.

Non era un’immigrato, non era un extracomunitario.

È calabrese, è italiano, e ha solo 22 anni.

Si chiama Simone.

A tu per tu con i demoni

Noi non vediamo le cose come sono.
Noi vediamo le cose come siamo.

Anaïs Nin (ma molto tempo prima nel Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo)

Domenica pomeriggio, una festa, tanta gente, un’amicizia speciale…e poi un progetto, un’opportunità, prospettive.

Le premesse per ore ricche.

Di fronte a tanta felicità, alla realizzazione dei sogni di altri, alle vite degli altri io mi sono sentita piccola, insignificante, colma solo di fallimenti, insicura, impaurita, sfiduciata, incapace, triste.

Così aria piovosa , un fiume, una staccionata, svariate sigarette, una voce rassicurante e un orizzonte di placido indifferente verde autunnale hanno accolto le mie lacrime, il mio crollo emotivo.

Di fronte alle luminose vite degli altri la mia è apparsa improvvisamente immersa in un cono d’ombra che non credo di avere la forza di illuminare…lo spirito delle mie vite passate, quello della mia vita presente e il terrificante spirito della mia vita futura hanno invaso la mia mente mettendomi davanti allo specchio impietoso dei bilanci che ha riflesso, nell’aria festosa che mi circondava dei successi altrui, una serie di mancate conquiste il primo, un affanno costante il secondo, e la cornucopia dei giorni a venire carica di paura e stanchezza il terzo.

Non posso permettermi altre scivolate, lo devo adesso a mio figlio oltre che al minimo di dignità che ancora fermamente conservo.

E allora che fare?

Perchè tanta viscerale e atavica insoddisfazione? cosa cerco davvero nel mezzo del cammino della mia vita? cosa ho davvero realmente inseguito nel passato? a quale maleaugurato sentimento disfattista di presunzione devo i miei innumerevoli cambi di programma, i miei disastrosi voli pindarici? perchè non riesco a rassegnarmi e il mio animo anela costantemente al sogno che la mia vita diventi più simile alle vite degli altri di cui in modo tanto assetato assorbo estasiata racconti e aneddoti mai vissuti e sempre meno possibili per me? com’è possibile che contemporaneamente spinga avanti e tiri indietro? perchè da sempre mi arrendo?

Che senso ha realmente, adesso, continuare a sognare?

Vorrei volare, so che potrei farlo, ma la paura mi attanaglia e mi tiene a terra…così siedo, immobile, ferma, e i giorni passano tutti uguali mentre lo sguardo sale a vedere la lontano chi vola e…si tiene per mano.

VOLARE E’ POTARE

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(immagine dal web)

Se volere è potere, allora… VOLARE E’ POTARE 

(Anonimo)

La frase l’ho trovata in rete qualche giorno fa.

Al di là dell’ironico gioco di parole, il senso che ad essa ha dato il mio stato d’animo di questi giorni, contiene una verità assoluta.

Si potrebbe pensare che tagliare e volare siano due azioni in aperta contraddizione. Le ali sono lo strumento, tanto invidiato e copiato agli uccelli, che consentirebbero a noi animali terreni, e in qualche modo meccanico lo fanno da secoli ormai, di volare…tagliarle allora non avrebbe alcun senso…

Ma se si pensa alla potatura che sapientemente viene fatta di alberi e piante, da mani esperte, in modi e tempi stabiliti, essa consente alla pianta stessa di disfarsi di rami secchi, infruttuosi, che si sono accresciuti in direzioni pericolose per la stabilità, per rinascere a nuova vita, per continuare a crescere correttamente, per avere nuovi germogli sani, per dare frutti copiosi, per tornare rigogliosa all’affacciarsi della nuova stagione.

Ho sempre trovato triste la pianta appena potata…sembra monca, ferita, divelta, danneggiata… ma quando arriva la stagione dei germogli essa sprigiona tutta la sua potenza vitale, resa ancor più prosperosa da quell’operazione di mutilazione curativa che è stata la potatura.

E allora metaforicamente, se penso a me stessa come ad una pianta, tagliare i rami secchi, disfarmi del peso distorto del passato, potare le parti marcescenti di quello che è stato, vorrebbe dire spiccare il volo, tornare a germogliare, rinascere di nuova vita sana e rigogliosa.

Io raramente riesco a dare un taglio netto al passato, come quando si recide una rosa con le forbici sbagliate e rimane ancorato al fusto un filamento che non si taglia… quel filamento rimane attaccato, ad ogni colpo di forbice si sfilaccia, ma la rosa ancora non si stacca.

Ecco, io conservo sempre un filo collegato, un ramo sterile, in tutte le situazioni del passato, nelle relazioni, nei sentimenti, negli avvenimenti, come se rimanessi sempre lì, penzolante, non più legata ma non ancora recisa e pronta a nuova vita.

Invece dovrei imparare a “potare”, lasciar indietro i rami secchi, i percorsi sbagliati, le scelte infruttuose, i sentimenti cresciuti nella direzione pericolosa per la stabilità.

Tagliare per tornare a volare, per riprendere fiato, per respirare aria nuova a pieni polmoni e andare avanti, senza più quel filamento legato al passato, sempre più sottile e sfilacciato.

E allora sì che sarebbe vero che “VOLARE E’ POTARE” !!!!

Chiunque abbia inventato questa lungimirante frase metaforica dell’esistenza e del suo rinnovamento ha pienamente colpito nel segno…

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(immagine personale)

 Qualche tempo fa leggevo che da una ricerca sul destino commissionata a non ricordo quale istituto – eccone un’altra di cose che proprio non sopporto: questa mania di indagare sulle questioni più assurde – risulterebbe che il destino, appunto, non esiste e che tutto dipende dalle nostre decisioni: attimo dopo attimo siamo noi gli unici incontrastati padroni del nostro futuro. Adesso, a parte che sarebbe come dire che si può dimostrare scientificamente la inesistenza di un altrove o di dio, restando più modestamente al mio caso, se in quel giorno di luglio, per l’esattezza la mattina dell’ultima lezione con Loretta prima delle vacanze, la signora Clelia, dopo un nuovo fugace ma assai intenso incontro – oh, era l’addio prima di una lunga separazione: «Mi mancherai» mi disse lisciandomi il basso corredo concertistico – non mi avesse riferito che al fratello, direttore d’albergo, gli si era incidentato il pianista, e quindi chiesto se volessi sostituirlo, quale direzione avrebbe preso la mia vita? Certo potevo anche risponderle di no. Ma perché mai rifiutare un ingaggio con un compenso più che allettante rinunciando quindi a quella che, considerato l’impegno che mi avrebbe richiesto -appena qualche ora di sera – sivprospettava, per il resto, come una insperata vacanza al mare?Oltretutto in un hotel di lusso che mai più mi sarei potuto permettere? Sì, avrei potuto anche risponderle che m’ero già impegnato con la comitiva dei miei amici dell’Azione Cattolica per quindici giorni al campeggio Marilena di Agropoli – ma in tal caso sarei stato solo un povero stronzo con un giusto destino da povero stronzo, no? – e forse forse sarebbe stato meglio. Invece preparai la valigia e, come volle il destino, il giorno dopo partii.

Gaetano Cappelli – Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi, Marsilio 2012

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