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Roghi

(la “Torre dei libri”, Bebelplatz, Berlino, in ricordo del 10 maggio 1933, quando avvenne il rogo in cui i nazisti bruciarono circa 25.000 libri ritenuti ‘pericolosi’)

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Phileîn e Sophía dormivano placidi, nel loro mondo ceruleo e lontano, più o meno nel punto in cui le stelle incontrano il manto del cielo setoso e ne rimangono avvolte. Era una tiepida notte di maggio.

Si divertivano spesso, dal loro punto privilegiato di osservazione, a guardar giù, nel mondo misero degli uomini. C’erano stati tempi in cui gli uomini avevano lasciato che la luce della conoscenza penetrasse le loro menti e forgiasse i loro pensieri in modo da trascinare avanti le culture dei popoli, come altri ne avevan visti di buio e brutture, in cui quegli uomini eppure capaci di tanta bellezza si eran fatti di nuovo simili a bestie, cedendo il passo all’inferno delle ignoranze.

Ma era bello il genere umano, dicevano spesso Phileîn e Sophía, proprio per le contraddizioni che vedeva gli uomini raggiungere nella loro ricerca della conoscenza vette pari solo a quelle degli dei e baratri tanto profondi da annegare col buio persino tutta la luce del sole.

Passavano, in quel tempo, anni non proprio limpidi per le sorti di quegli uomini laggiù. Invece di lavorare insieme alla crescita e alla costruzione delle coscienze avevan cominciato a mettersi gli uni contro gli altri, accampando, i più forti tra essi, assurde rivendicazioni di superiorità, sintomo e piaga purulenta di profonda incoscienza e stupidità.

Dormivano dunque quella sera, Phileîn e Sophía, cullati dalla brezza tiepida della tarda primavera, e d’improvviso udirono grida e urla strepitanti provenire dal basso mondo del genere umano laggiù.

Bruciava qualcosa.

Il bagliore feroce di alte lingue di fuoco fendeva il buio e inondava di fumo denso la profumata notte stellata.

“Phileîn cosa succede mai nelle terre degli uomini? Perchè tanto chiasso e fuoco nefasto a interrompere lo scorrere lento dei sogni?”

“Sophía, gli uomini bruciano qualcosa… Sono libri, bruciano i libri in altissime pire inermi e incolpevoli di parole e pensieri e conoscenza e bellezza! Bruciano i libri Sophía, bruciano i libri!”

Sophía  raggiunse Phileîn sul bordo della terrazza lassù da cui osservavano le cose del mondo.

E videro, oltre il fumo e le fiamme, uomini in divisa col pesante fardello dei loro fucili e folla urlante che gettava nel rogo i libri rinunciando con essi alla propria storia, alla propria crescita, ai propri pensieri alla luce delle proprie menti.

“Bruciano i libri…” ripeterono increduli Phileîn e Sophía, in un sussurro bagnato di lacrime.

Dal cordone di folla che applaudiva stolta al rogo della propria essenza di uomini, un bambino in calzoncini corti fuggì tra le gambe di uomini, donne e soldati.

In uno scatto felino raggiunse la base del fuoco, chinò il braccino a terra e agguantò tra le manine la costola di un libro che ancora sfuggiva alla radice delle fiamme.

Se lo portò al petto chiudendolo a sè con le braccia, come si fa quando si protegge, nel posto più vicino possibile al cuore, la cosa più preziosa che abbiamo.

Un soldato lo vide, gli urlò ingiurie e ordini perentori e gli strappò di mano il libro che quel cucciolo coraggioso aveva strappato alle fiamme. In un volo parabolico con la sua triste discesa, il libro raggiunse gli altri nel rogo.

“Perchè bruciate i libri? Perchè bruciate i libri?” Continuava a urlare il bambino, piangendo, mentre il soldato lo scacciava lontano perchè tornasse tra gli stolti adulti plaudenti allo scempio.

“Perchè bruciate i libri?” Urlava e piangeva, il bimbo, nella sua preghiera sommersa dal fragore della notte fonda del pensiero.

Phileîn e Sophía si unirono alla gracile voce urlante del cucciolo d’uomo che provava a salvare il mondo… “Perchè bruciate i libri? Perchè?”

Un tuono fragorosissimo squarciò improvviso il cielo sereno.

Ma le stolte bestie laggiù non si accorsero del cielo che urlava il suo dissenso.

Il fuoco che illuminava i loro sguardi abbacinati, spenti e ormai privi di ogni coscienza, disegnava sulle linee dei  volti le facce sgorbie di mostri.

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Fallo per te

FALLO PER TE

  • Sii te stessa, ma senza esagerare: l’eccesso di zelo è sempre nocivo, anche se si pratica l’onestà. Diciamo, sii te stessa fintanto che non obblighi gli altri a sopportarti. E, comunque, sii te stessa per non essere costretta a non riconoscerti.

  • Concediti qualche pazzia. La pazzia aiuta molto, a condizione di non confonderla con la stupidità. Una pazzia può esaltare, una stupidaggine deprime.

  • Fuggi l’ignoranza degli altri, ma insegui la tua (per catturarla e farla a pezzi). Impara a imparare e cancella dal tuo lessico la frase “non me ne potrebbe fregare di meno”. Tutto serve alla mente e allo spirito, soprattutto quello che è inutile.

  • Procurati un amico o spera in un amore, il resto è importante come lo è un buon contorno per un piatto forte. Ma non abbuffarti: ci metterai troppo a digerire.

  • Prova a volerti bene senza essere egoista. La strada più semplice è di accettarsi, con pregi e difetti, senza orgoglio per i primi e con un po’ di fastidio per i secondi.

  • Sii soddisfatta di quel che hai, ma prova ad avere un pochino di più. Senza avidità, senza ossessioni materiali.

  • Accontentati dei peccati che hai a disposizione: in migliaia di anni non sono riusciti ad inventarne di nuovi. Se commetterai sempre il solito sarai una maniaca, se ne proverai qualcuno sarai solo un essere umano. Ma non esagerare: fai piccoli assaggi, tanto per sapere il gusto che hanno.

  • Ascolta tutti e fai come meglio credi. Segui i consigli buoni, ma procurati soprattutto un cervello buono.

                                                                                                                                                                                                                 Cesara Buonamici

Erano i giorni immediatamente precedenti al Capodanno del 2007 (…credo…se la memoria non mi inganna…)

E questo era l’articolo di Cesara Buonamici su una delle rubriche in calce ad una delle riviste femminili…forse Vanity Fair…ma non ci giurerei a distanza di così tanti anni…

Era il numero immediatamente prima della fine dell’anno, quello dove in tanti giornalisti, di varia forma e natura si affannano a fare il bilancio dell’anno che sta finendo e ad anticipare qualche previsione sull’anno che verrà…

Ricordo di averlo letto e riletto come un mantra diverse volte, nella settimana di vita della rivista…e poi di aver strappato la pagina, ritagliata e conservata, come una serie di ottimi consigli da applicare alla stregua dei buoni propositi che tutti quanti noi mettiamo in ponte ad ogni passaggio di anno…salvo poi verificare nel corso dell’anno stesso, che per la maggior parte quei buoni propositi se ne vanno allegramente a quel paese, mese dopo mese, uno dopo l’altro…

A quel tempo vivevo da sola nel mio bilocale a Firenze, e quella pagina strappata mi ha fatto compagnia (per tutto il tempo che sono stata in quella misuscola casetta che sentivo tanto mia, che aveva il sapore di una grande conquista personale…), attaccata con lo scotch, sulla minuscola scrivania che avevo nel mio piccolo soggiorno, accanto al pc…quasi come fosse il tappetino del mouse…in modo da costringermi a rileggerla tutte le volte che mi fossi seduta e avessi acceso il computer.

Una volta sbiadita e consumata la pagina, pur di non perdere quei preziosi ‘propositi per il nuovo anno’ che avevo fatto miei giorno dopo giorno, anno dopo anno, prima di iniziare l’ennesimo trasloco della lunga serie che ha caratterizzato la mia vita recente, lo avevo trascritto in una pagina di word, a lasciato dentro al computer a memoria di ‘miti passati’…

Ed ecco riapparsa adesso, dalle nebbie del tempo, la liste delle cose da fare per me…

Mi sembrano ancora, oggi più di ieri, ottimi consigli per provare a vivere ogni giorno in modo sereno…una serenità che si è persa nel mio animo, come si perde lo sguardo in mezzo alla nebbia fitta di queste fredde mattine pre-invernali, e che sto cercando di ritrovare, di ridefinire anche…

“Sii te stessa per non essere costretta a non riconoscerti”…