La rinascita di Alice – WRITERS N.11

Quella che leggerete a seguire è il racconto che ho scritto per la mia rubrica “Inseguendo il Bianconiglio” all’interno del numero 11 di WRITERS, la rivista on line che dirigo e sulla quale scrivo, uscito qualche settimane fa.

Se aveste voglia di leggerlo tutto e scaricarvelo lo trovate qui:

https://drive.google.com/open?id=0B36h81sAzbS9Ti1YUEwtNzlVcWs

Il tema che la redazione aveva scelto e sul quale eravamo tutti chiamati a confrontarci era quello della “RINASCITA”…ed ecco il mio modesto tentativo di confrontarmi con le sbucciature della caduta e la fierezza del rialzarsi e guardare sempre avanti, comunque vada.

Buona lettura.

CREDEVO FOSSE AMORE E INVECE ERA UN CALESSE

LA STORIA DI ALICE

Alice aveva incontrato il suo ‘principe azzurro’ in una sera di fine estate.

Aveva avuto la capacità di intercettare una discreta manciata dei suoi desideri più reconditi, quello di continuare a fare il lavoro che le piaceva, quello di finire un percorso di studi che era stata costretta ad abbandonare a pochi passi dal traguardo, quello di costruire una famiglia.

Un invito improvviso per una vacanza insieme a Venezia, e il gioco era fatto…

Alice si era innamorata, il cervello si era spento.

A dire la verità Alice avrebbe dovuto intuire da subito i tanti segnali presenti che facevano presagire quello che sarebbe stato, ma lei già non li vedeva più.

Alice rimase incinta, forse troppo presto.

L’embrione della sua nuove vita cresceva dentro di lei.

Ma una sera di novembre, la sera del suo compleanno, Alice capì di essere sola, capì che sarebbe stata una madre sola.

Ed era incinta di due mesi.

Lui le camminava davanti distaccato, lasciandola indietro di qualche metro. Separato, distante, nervoso. Dov’era finito il suo ‘principe azzurro’?

Alice chiese spiegazioni.

“Io mi vergogno di te in pubblico, non mi piace che le persone mi vedano accanto a te. Sono da sempre abituato ad avere accanto delle belle ragazze, tu sei una bella persona, ma non sei nè alta, nè bionda, nè con le tette grosse. Scusa. E’ un problema mio.”

Guidava lei la macchina quella sera, e guidò tra le lacrime, urlando, chiedendo spiegazioni, rischiando di sbandare ad ogni curva, su strade di montagna buie e contorte, allungando a dismisura il percorso per tornare a casa.

Probabilmente lui quella sera temette di non tornare vivo a casa.

Alice voleva tornare a casa sua, una casa che di fatto non esisteva più, voleva finirla lì, voleva fuggire lontano.

Ma lui la convinse a restare.

Passò la notte in bianco, camminò perdendosi nelle strade di quello che era diventato il suo nuovo paese la mattina dopo, per diverse ore, finché il suo ‘principe azzurro’ decisamente meno splendido di quando lo aveva conosciuto, non la chiamò per andare a pranzo insieme a tutta la sua famiglia.

Alice fece allora la sua scelta.

Sarebbe rimasta accanto a quell’uomo, per dare un padre a suo figlio.

Avrebbe sacrificato la sua felicità perchè il bambino che aveva in grembo, il figlio di quel ‘principe’ ormai sbiadito, avesse la possibilità di avere un padre e una famiglia.

Iniziò così la sua discesa agli inferi.

Sola a tutte le visite, la frase più carina nei suoi confronti mentre il corpo gonfiava per la gravidanza era “Mamma mia come sei grassa, non ti si può vedere!”

Pulì la loro nuova casa da sola, fece il trasloco delle sue cose da sola, a gravidanza avanzata.

In sala parto le uniche parole che uscirono dalla bocca del padre di suo figlio furono “Madonna che schifo, c’è un monte di sangue!”

Appena nato il bambino, mentre quel piccolo cucciolo d’uomo già succhiava la vita dal suo seno, Alice chiese dell’acqua e lui rispose “Aspetta.”

Stava mandando i messaggi ai suoi amici per farsi bello di una nascita che a guardar bene neanche gli apparteneva.

Alice parlò per la prima volta col suo minuscolo bambino appena nato e gli disse “Preparati, amore dolce, dovrai ‘aspettare’ tanto…”

E l’inferno continuò.

Il ‘principe sbiadito’ non cenò mai con loro, tranne una sera, che alzandosi da tavola disse “Era meglio se andavo a mangiare da mia mamma.”

Il ‘principe sbiadito’ non stava mai con il bambino, perchè si diceva depresso, e Alice era la causa e la scusa più comoda per la sua depressione.

Dormivano in camere separate, perchè le notti che Alice provava e provava ancora a passare con lui erano sempre definite “le peggiori notti” della sua vita. Alice era diventata agli occhi di lui un ‘nano deforme sottosviluppato e con la testa grossa’

Perchè non è vero? Guardati, Nana sei nana, deforme lo sei, non vedi che pancia hai, sottosviluppata sei sottosviluppata, perchè sei bassa, e la testa grossa ce l’hai è un dato di fatto. Guardati. Devi accettare la realtà.”

E Alice aveva quasi finito per credere che avesse ragione.

L’inferno divenne ancora più buio quando il ‘principe’, ormai nero di vuoto ed assenze, cominciò a mettere in pericolo il bambino o a usare su di lui la stessa indifferenza che usava con Alice.

Fino a dire che se in qualche modo si fosse fatto male o peggio fosse venuto a mancare per una sua disattenzione mentre gli era affidato per una rara e momentanea assenza di Alice “non sarebbe stato un problema, sarebbe stato un bambino in meno da campare al mondo.”

Fino ad umiliare il piccolo costringendolo a farsi la pipì addosso mentre cominciava a lasciare il pannolino, nonostante il cucciolo d’uomo chiamasse suo padre e lo chiamasse sempre più forte e piangesse, nonostante lo chiamasse anche Alice dalla stanza dove era confinata da un attacco improvviso della sua subdola malattia cronica.

Lui stava guardando la televisione e non aveva sentito.

Per Alice arrivarono gli attacchi di panico, la psicoterapia, gli psicofarmaci.

Allora Alice decise che sarebbe stata sola, come genitore e come donna, ma per davvero stavolta. Era una sera di autunno quando il suo bambino di poco più di due anni le chiese: “Perchè mamma sei sempre triste? Perchè piangi sempre?”

Alice decise in quel momento che doveva salvarsi.

Lo doveva a se stessa.

Lo doveva a suo figlio.

Alice lasciò la casa del suo ‘principe oscuro’ nel marzo dell’anno successivo, costretta a tornare dai suoi genitori, perchè se non fosse tornata da loro lui non avrebbe firmato il trasferimento di residenza del bambino.

E lì l’inferno aprì un nuovo girone per Alice.

Tornare da donna e madre in una casa dove era stata figlia fu per Alice un ennesimo massacro emotivo.

Fino a sentirsi dire da suo padre che non si meritava suo figlio.

Il coltello che già apriva il cuore fu spinto in fondo.

A quel punto Alice aveva due possibilità.

Morire, dentro.

O tirare fuori quel maledetto coltello e cominciare a lottare per sè e per il suo bambino.

E così fece.

Alice buttò ansiolitici e antidepressivi nel cesso e si riprese la sua vita.

Il quarto trasloco in quattro anni, finalmente soli lei e il suo cucciolo.

Alice ricominciò a vivere, lentamente, dolorosamente, faticosamente, ma visse, un passo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro.

La solitudine, da mostro feroce, divenne una meravigliosa occasione di crescita, perché imparò che si nasce da soli, si vive in fondo da soli, ognuno chiuso nella propria personale ed ermetica visione del mondo e della vita.

Si sceglie da soli, si sbaglia da soli.

Ma prima che il fondo del baratro diventi una seduta troppo confortevole e si decida di smettere di lottare, bisogna ritirarsi in piedi e salvarsi.

E lo si fa da soli, come atto estremo di volontà, come ultimo anelito di voglia di sopravvivere prima, di vivere poi, non appena i polmoni saranno tornati a riempirsi dell’aria nuova della rinascita.

Alice aveva amici e sorrisi vicini, mani e parole pronte a sostenerla non appena fosse scivolata di nuovo nell’abisso.

E imparò a vivere di nuovo e a riconoscere la felicità nella risata di suo figlio, in una passeggiata in estate, nel caffè che borbotta dentro la macchina del caffè un attimo prima di condividerlo con le persone che le sono rimaste accanto nella sua discesa e nella sua risalita, o che le sono arrivate vicine, strada facendo, dai loro rispettivi altrove, riconoscendo in lei il loro stesso sguardo ferito, ma fiero, stanco forse da tante battaglie, ma vivo.

Elena Brilli

Inseguendo “i sogni” del Bianconiglio… – WRITERS n.10

Nei primi giorni del mese di Agosto è uscito il numero di WRITERS dedicato ai SOGNI. Se vi andasse di dare un’occhiata e non lo avete ancora fatto, il link per leggerlo e scaricarlo è questo:

https://drive.google.com/open?id=0B36h81sAzbS9Wi05TEl1bmhMRzA

Questo il testo della mia rubrica, “Inseguendo il Bianconiglio…”

Buona lettura, se vi va…

SOGNARE UMANUM EST

La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?”

Questa famosa domanda ha accompagnato per anni tutti gli ospiti delle trasmissioni di Gigi Marzullo, nascoste nei palinsesti notturni della nostra televisione, e per i medesimi anni, quando mi capitava di trovarmi a seguire le suddette trasmissioni, ogni volta mi interrogavo su quale potesse esserne una plausibile risposta.

Se ci provassi adesso a trovare una risposta a quella domanda, in questo preciso istante del percorso della mia vita, non potrei dire altro che “NO, la vita NON è un sogno e NO, i sogni NON aiutano a vivere meglio.”

E per chiunque trovasse deprimente una risposta simile, vorrei avvisare che la depressione è ormai un lontano ricordo, sebbene forse una qualche traccia, sparsa qua e là come pesanti molliche di Pollicino, probabilmente l’ha lasciata.

Proverò quindi ad argomentare la risposta e a portarvi su una terza strada, la mia, se vi va di seguirmi.

I sogni di cui vi parlo non hanno in realtà niente di onirico, collocandosi di fatto nelle ore di veglia più che in quelle dell’incoscienza favolistica del sonno, e sono quindi più assimilabili ad aspirazioni, desideri, obiettivi, ambizioni.

Intesi in questo senso, noi uomini siamo quindi sì fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, ma la nostra vita non lo è affatto. I sogni, e con essi i nostri desideri più o meno palesi o reconditi, non sono altro che la somma infinitesimale ed infinita dei nostri pensieri coscienti, delle nostre scelte, che, uno dopo l’altro, spesso costellati da frequenti deviazioni di percorso, almeno nel mio caso, portano, sospinti da atti continui di volontà, al raggiungimento dell’obiettivo.

La vita tutto è fuorchè un sogno, se lo si intende nella sua definizione onirica.

E’ una tensione continua, uno sforzo continuo, nel peggiore (o migliore…) dei casi una battaglia continua, volta a tener vivi i pensieri, a mantenere un percorso, a raggiungere un obiettivo.

I sogni diventano quindi il netto di tutti quei pensieri che costellano ognuna delle nostre azioni, che non si esauriscono in loro stessi, che si mantengono vivi, che trovano il modo di conquistare il loro posto nella nostra mente anche per il giorno successivo all’odierno. Sono i pensieri che arrivano a domani.

I sogni sono quei pensieri che lottano indefessi per rimanere vivi.

Se ci pensate bene, tutto questo lavoro del pensiero, non è esente da fatica.

Ed ecco allora perché i sogni non aiutano a vivere meglio, perché la rincorsa dei sogni, la cavalcata di pensieri e scelte atta a realizzare un desiderio rende indubbiamente la vita una questione per cui valga davvero la pena svegliarsi ogni giorno, ma contiene in sé, per sua stessa definizione, un’immane mole di lavoro, di sudore, di fatica, di energia e il purulento germe di una possibile delusione e la probabilità, fifty fifty, del fallimento.

Se non avessimo i sogni, forse perderemmo quella meraviglia senziente che ci rende uomini, ma siamo proprio sicuri che non vivremmo meglio? Niente più affanni, niente più desideri, niente più pensiero. La mente spenta, la vita, nel suo fluire placido dal giorno alla notte fino ad un nuovo giorno e così via, finché la luce invadesse i nostri occhi… il respiro, lo spazio, le stelle, il cielo, il mare, l’immensa bellezza della natura. E basta. Niente corse, niente pensieri, al pari di un albero o di una farfalla. Non sarebbe meglio? Ma saremmo ancora uomini? Beh, probabilmente no.

In quanto uomini, probabilmente abbiamo bisogno dei sogni, proprio per la misura della fatica del loro inseguimento, che ci da la percezione della vita, che da un senso a tutto. E oltre la fatica che sottende all’inseguimento del sogno, quello che sappiamo bene far parte della sua stessa natura è la sua irraggiungibilità e quindi il senso di fallimento che ne costituisce immancabilmente il rovescio della medaglia.

Quand’anche riuscissimo a raggiungere il nostro obiettivo, vi siete mai trovati a chiedervi cosa sia rimasto indietro, cosa sia stato sacrificato per esso e in che misura?

E una volta realizzato, cosa succede di un sogno?

Vi siete mai chiesti cosa succede dopo, una volta catturato un sogno? Una volta raggiunto, la luce emanata da quell’obiettivo, da quel traguardo si spegne e nella maggior parte dei casi comincerete a vederlo con occhi diversi, ancor meglio, con una luce diversa appunto. Si accartoccerà su se stesso, perderà la sua bellezza di quando splendeva nella sua lontananza presunta irraggiungibile, a volte imploderà addirittura e vi precipiterà al punto di partenza, rimanendo, in quelli che saranno diventati ricordi, come un immenso buco nero di delusione che ha inghiottito anni, illusioni, tempo, energie, aspettative, coraggio…in una parola sola, una fetta della vostra vita.

Una dicotomia infinita, come tutte quelle che caratterizzano la nostra esistenza di esseri umani.

Il bene e il male, il giorno e la notte, la guerra e la pace, la vita e la morte, il bianco e il nero.

Il sogno e la delusione.

Mi sono imbattuta qualche giorno fa in una foto bellissima di un fotografo che si chiama Riccardo Mongiu (i suoi riferimenti e i suoi lavori li trovate qui: web: http://mongiur.wix.com/riccardomongiu, pagina facebook: https://www.facebook.com/rmongiuphoto/ ). In bianco e nero, due volti che si avvicinano… Si sfiorano? Si baciano? Chissà… Uomo e donna? Due donne? Due uomini? Poco importa. Sono due vite che si stanno incontrando.

E’ l’istante che da vita ad un sogno. E tutta la realtà, tutto il sogno, tutta la loro storia sta dentro la riga nera che separa le loro labbra. E’ tutto quanto dentro quella riga nera. La potenza di questa foto sta in quella riga. La potenza dei sogni sta in quella riga.

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(foto originale di Riccardo Mongiu)

Sì perché un bacio segna l’inizio di qualcosa, magari è esso stesso la realizzazione di un sogno, la chiusura di una tensione emotiva che porta i due soggetti a voler mischiare le loro labbra, le loro salive, per un tempo indefinito che potrebbe spaziare da qualche secondo, fino a tutta una vita. Magari lo hanno sognato, quel bacio, e nell’avvicinarsi dei due volti sta l’embrione di tutta una miriade di altri sogni, passando da un regalo inatteso, una passeggiata sotto la luna, un tramonto abbracciati, una decisione importante, la volontà di affrontare insieme i giorni, fino alle urla, i litigi, i pianti, i piatti rotti, la sofferenza, l’addio.

C’è tutto un mondo dentro quella striscia nera, ci sono due vite, c’è tutto quello che potrebbe essere e tutto quello che potrebbe non essere. C’è tutto quello che probabilmente sarà, ma non sarà piacevole. Ed è parte del sogno anche quello.

Perchè se è vero che dentro quella striscia nera che separa i loro volti potrebbe esserci un mondo di felicità variamente colorata e dalle infinite sfumature, è anche vero che potrebbe esserci la delusione, il fallimento, la consapevolezza di non poter essere l’una il bene dell’altro e viceversa, il frantumarsi dei sogni, la triste consapevolezza di non esser riusciti a tener vivo il sogno, di non aver coltivato quei pensieri che lo avrebbero reso infinito e immortale.

Due persone si stanno baciando dietro quella striscia nera. Potrebbe essere l’inizio di una magia o il primo passo per la reciproca autodistruzione, in quel percorso perverso, malvagio e bellissimo al tempo stesso, che porta le vite di tutti noi esseri umani, ogni giorno a splendere come uccelli dalle piume d’oro ed ad autodistruggersi come fenici in combustione, per poi ogni volta rinascere dalle proprie ceneri più belli e consapevoli di prima, per rimettersi in moto, di nuovo, verso sogni diversi all’apparenza, ma che in realtà sono sempre lo stesso, la ricerca infinita, indomita, faticosa ma meravigliosa, ognuno, del proprio angolo di felicità.

Sognare significa dunque mettersi in viaggio o rinnovare ogni istante il proprio personale percorso alla ricerca della felicità e non si tratta di un’azione onirica inconsapevole ma di un cosciente e risoluto atto di volontà, una scelta continua, un ‘all in’ nel grande gioco a poker della vita. Non si sogna a metà, se si sogna lo si deve fare con tutte le scarpe, rischiando la possibilità di essere infelici, è vero, ma se siamo dei bravi giocatori, la posta in gioco è la FELICITA’.

E voi siete pronti a rischiare continuando a sognare?

I sogni non vi aiuteranno a vivere meglio, ma vi renderanno VIVI. A questo servono.

Se vi va, venite a trovarmi su https://writersezine.wordpress.com e se avete qualcosa da condividere con me per fare quattro chiacchiere insieme e magari raccontarmi se i vostri sogni siano chiusi in un cassetto oppure vi guidino nelle scelte di ogni vostro passo scrivete a writers.blogmagazine@gmail.com.

Io, intanto, mi rimetto in cammino, un sogno via l’altro, un sorriso via l’altro, una delusione via l’altra. E’ dalle cicatrici più dolorose che prendono vita i sogni più fantastici.

Ecco svelato il senso del Bianconiglio, e non smetterò mai di inseguirlo.

Vi aspetto numerosi e arrivederci alla prossima!

Elena Brilli

Il viaggio più importante della sua vita – WRITERS N.9

Come ad ogni nuova uscita della rivista WRITERS, che dirigo, riporto qua sul mio blog il mio modestissimo, se paragonato a quello che esce dalle menti e le tastiere degli scrittori veri coi quali collaboro, contributo creativo.

Si parlava di viaggi stavolta e a me, che non viaggio molto se non con la mente, il tema mi ha portato a pensare ad un altro viaggio… o meglio, al viaggio di un altro.

Se ancora non lo avete fatto e vi andasse di dare un’occhiata all’intero nuovo numero, lo trovate qui, da scaricare in versione pdf:WRITERS 9 - copertina

https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9OW1vbVA4aFUyVWM/view?usp=sharing

Se poi aveste voglia di partecipare attivamente al progetto scrivete a writers.blogmagazine@gmail.com, oppure venite a trovarci sulla pagina facebook https://www.facebook.com/writers.magazineo anche sul sito internet https://writersezine.wordpress.com/

 

IL VIAGGIO PIU’ IMPORTANTE DELLA SUA VITA

Strana la vita.

Strane le vite di tutti.

Io non viaggio molto. Diciamo che, non avendolo mai fatto in modo serio, con cadenze regolari, con mete programmate di anno in anno, forse non mi piace neanche più di tanto.

O probabilmente questo è quello che mi racconto per mascherare l’insoddisfazione di aver viaggiato tanto poco nella mia vita.

Ai tempi dell’adolescenza e della prima maturità avrei avuto tempo, ma non c’erano i soldi in famiglia per sostenere i viaggi, se io e mio fratello volevamo avere le tasse universitarie pagate.

Adesso che i prezzi dei viaggi si sono abbassati parecchio e una volta ogni tanto potrei approfittarne, ecco che non c’è più il tempo, senza contare che i soldi, comunque, tanti non sono diventati e non lo diventeranno mai.

Così, non ho mai preso un aereo, niente di così vitale importanza direte voi, ma io vorrei tanto provare, per vedere cosa significa, per evitare, come è successo per la nave ad esempio, di stare anni a sognare la crociera come viaggio di nozze, apoteosi del viaggio per eccellenza per me, all’apice della lista dei miei desideri, per poi scoprire durante una brevissima traversata Toscana-Sardegna che io su una nave non ci posso stare, che mi si rivolta lo stomaco appena ci metto piede su e la nausea assale il mio corpo ininterrottamente per tutto il viaggio. Niente crociera quindi, che tanto ormai mi son rassegnata a niente matrimonio e quindi niente viaggio di nozze.

Tutto torna quindi, perfetto, la vita va avanti.

Ma… prima di lasciare questa terra vorrei vedere l’America, e allora su un aereo bisognerà pure che mi decida a salirci.

E poi non voglio che il mio cucciolo arrivi alla mia età non avendo provato a volare, perchè va bene che sono molto allenata a volare con la fantasia e per lui sono un ottimo personal trainer in questo senso, ma bisogna che voli davvero lui, perchè trovarsi tra le nuvole, non solo con la testa, dev’essere una gran bella cosa!

E allora gli ho promesso che andremo a Parigi, perchè voglio portarlo a Disneyland prima che arrivi il tempo in cui smetterà di credere nelle favole… e perché io voglio vedere il Louvre.

Dovevamo andarci in primavera, ora sta già arrivando l’estate…ma lo faremo, prima o poi lo faremo. E dev’essere prima che sia troppo tardi, prima che smetta di credere a Babbo Natale, ai draghi, ai mostri… e ai sogni.

Non viaggio molto quindi, lo avete capito e chissà se riuscirò a farlo con l’andare avanti degli anni. Probabilmente no. E allora mi capita di trovarmi incantata ad ascoltare i racconti dei viaggi degli altri, quasi attraverso le loro vite, le loro avventure, le loro emozioni, potessi viaggiare anch’io.

Ne sono avida, curiosa, quasi una moderna vampira che succhia la linfa delle vite altrui. E allora sì che posso dire di aver visto Londra e Parigi, Berlino e la Polonia, sono stata in Colombia e a Miami, e in Giappone, in Cina, e a New York…

Mentre i miei interlocutori raccontano, io vedo nella mia mente quello che le loro parole descrivono, sono là, nei loro ricordi, nei luoghi che per qualche tempo sono stati cornice delle loro vite, mi nutro di essi.

Poi però, durante una serata grigia di fine inverno davanti allo schermo del pc, tra le tante pieghe della rete, arriva lui… un bambino, congolese, che scende da un barcone vestito a festa, con la sua giacca più bella, per il viaggio più importante della sua vita.

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Quel bimbo congolese in giacca e papillon sbarcato da una delle navi di Frontex non lo dimenticherà mai.

Avrà 3 o 4 anni e si era fatto tutta la traversata dalla Libia vestito in quel modo. La madre che lo teneva per mano gli aveva detto che sarebbe stato il viaggio più importante della sua vita, sarebbero arrivati in un Paese che li avrebbe accolti con una grande festa e dunque bisognava vestirsi eleganti. Dal Congo volevano arrivare fino in America, ma non sapevano neanche dove stessero sbarcando quando sono arrivati qui.”

Di bimbi cosi il vicequestore Marica Scacco, non ne ha più visti. Da dirigente dell’ufficio immigrazione, si occupa dell’accoglienza delle migliaia di migranti che hanno ripreso a sbarcare sulle coste siciliane, quasi 5mila negli ultimi 5 giorni. E proprio a Catania, già nei prossimi giorni sarà operativo l’hotspot che il Viminale ha previsto di aggiungere a quelli di Lampedusa, Pozzallo e Trapani e un altro, di imminente apertura, a Messina.

di FRANCESCO VIVIANO

21 Marzo 2016

(fonte:http://www.repubblica.it/cronaca/2016/03/21/foto/quel_bimbo_sceso_da_un_barcone_con_giacca_e_papillon_gli_avevano_detto_vestiti_elegante_ci_accoglieranno_bene_-135985494/1/#2)

Ed ecco che il viaggio, il suo viaggio, immaginato mio per osmosi attraverso il racconto di chi l’ha visto sbarcare con la sua giacca nuova e il papillon, assume tutta un’altra connotazione.

E in quell’abito quasi troppo elegante per un bambino della sua età vedo racchiusi tutti insieme un sogno, una speranza, una fuga, un addio, un cammino, silenzi, occhi sbarrati, domande inespresse, risposte incerte…

E poi la spiaggia, il mare, le urla, la notte, il freddo, l’acqua, una barca, la paura… il pianto, immagino.

E ancora nuove domande inespresse e ancora risposte incerte e rassicurazioni, immagino, di quegli adulti che sono con lui, che hanno più il sapore di favole per calmare il terrore piuttosto che di promesse sicure…e ancora buio… e mare…fino ad una nuova spiaggia, a mani tese, alla terraferma… finalmente.

Il viaggio più importante della sua vita, immerso nella paura e approdato in una terra che non lo vuole. Eppure ha solo 4 anni, ma è un migrante, e non c’è posto per lui.

Un altro viaggiatore aveva intrapreso un viaggio simile più di 500 anni fa, alla ricerca delle Indie. Tra mare, paura, speranza e sogni era arrivato in un posto che era diverso da quello che cercava, nuovo rispetto a quello che avrebbe dovuto trovare.

Era Cristoforo Colombo quel viaggiatore, e con il viaggio più importante della sua vita aveva scoperto l’America e avviato il mondo all’epoca moderna.

Ironia della sorte, quel bambino e le persone che erano con lui, cercando di arrivare in America, sono arrivati in Italia. Hanno scoperto un paese che anticipa quelle terre che si fanno vanto di definirsi Europa e che non fanno loro una bella festa per accoglierli, ma li rinchiude all’interno di reti di fili spinati.

Eppure quel bambino il suo vestito più bello se lo era messo.

Per il viaggio più importante della sua vita, per presentarsi a noi nel migliore dei modi possibili.

Chissà quali storie potrebbe raccontare della sua vita nella sua terra, dei colori della savana, e di elefanti e rinoceronti, gorilla e ghepardi… e chissà come racconterebbe il suo tremendo viaggio, e l’accoglienza che è stata riservata a lui e al suo abito più bello, se solo concedessimo a lui che questa meravigliosa e ostile Europa metaforicamente diventasse la sua America… se solo concedessimo a noi la possibilità di entrare attraverso di lui, in una nuova epoca moderna di reale libertà di movimento e di vita per gli esseri umani nel mondo.

Se solo tutti quanti noi, destinatari ultimi, e casuali in fondo, del suo viaggio più importante, ci fermassimo un attimo per ‘viaggiare’ con lui nella sua vita, dando una possibilità a lui, e soprattutto a noi.

E allora cos’è che rende un percorso, una strada, un mare, un vero viaggio?

A mio avviso la risposta sta in una sola parola: il sogno.

Il viaggio trae la sua stessa ragione di esistere, arriva alla sua definizione più profonda, nel momento che in esso si riversano i nostri desideri, il sogno di quello che ci aspettiamo di trovare durante il suo divenire e soprattutto all’arrivo, tutto quello che di diverso ci aspettiamo di trovare da terre e luoghi e persone che non conosciamo, la curiosità e la meraviglia di scoprire tutto quello che di nuovo ci riserva un fazzoletto di terra, sia esso reale o figurato, che costituisce il terreno in cui far germogliare il nostro domani, la nostra crescita, il nostro futuro.

Il Bianconiglio, se ci pensate bene, è un ottimo viaggiatore. Corre corre corre in continuazione, spinto ad andare in luoghi costantemente diversi da quello in cui fugacemente si trova.

E accoglie Alice, una straniera all’interno del suo mondo, che come il piccolo congolese in giacca e papillon, a suo modo, sta compiendo il viaggio più importante della sua vita, quello dentro di sé…e non la scaccia, non la rinchiude, non la discrimina, non la isola. Semplicemente se la porta con sé, lascia che lei la segua, la guida, con le sue fugaci apparizioni, all’interno del suo mondo.

Ognuno di noi, all’interno del personalissimo viaggio della propria vita dovrebbe concedersi il lusso di essere non solo il protagonista assoluto del suo viaggio, ma anche e soprattutto la guida, il sostegno, il conforto del viaggio di altre persone come lui.

Il piccolo bambino congolese, in modo del tutto inconsapevole forse, sta indicando a noi strade nuove per il nostro percorso, per migliorare la rotta del nostro viaggio.

Perchè non concedersi il lusso di fare altrettanto e non organizzare davvero una bella festa per il suo arrivo tra di noi, in questa sua personalissima America chiamata Italia, chiamata Europa?

Chissà quante meravigliose cose che ancora non abbiamo avuto la fortuna di vedere coi nostri occhi possiamo immaginare attraverso i suoi racconti di vite tanto diverse dalla nostra?

Perchè non concedersi il privilegio di ‘crescere’ insieme a lui?

E voi cosa ne pensate?

Venite a trovarmi su https://writersezine.wordpress.com , se vi va, e se avete qualcosa da condividere con me per fare quattro chiacchiere insieme e magari raccontarci il senso del viaggio più importante della vostra vita scrivete a writers.blogmagazine@gmail.com.

Io, intanto, mi rimetto in viaggio, all’inseguimento del Bianconiglio!

Vi aspetto numerosi e arrivederci alla prossima!

Elena Brilli

Un tuffo in un abbraccio – WRITERS N.7

Una decina di giorni fa è uscito il nuovo numero di WRITERS la rivista on line che riunisce sotto la sua ala un gruppo di bloggers e no, tutti amanti della scrittura e delle parole, che più o meno ogni due mesi si diverte a scrivere “a soggetto”.

Il PDF del numero, se vi va di scaricarlo, lo trovate qui:

 https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9YVdRSEo3ZVV3LTg/view?usp=sharing

oppure sulla pagina Facebook: https://www.facebook.com/writers.magazine

Il tema di questo numero erano le EMOZIONI, declinate secondo la personalissima visione di ognuno di noi, e abbiamo parlato di uomini, di donne, di bambini, di viaggi, di scoperte, di sfide, di amore, di scrittura, di morte, di tutto quello che, attraversando gli animi come un fulmine che scarica a terra il suo voltaggio, ci rende vivi ogni attimo, ci definisce e al tempo stesso ci contraddice, ci rende, in definitiva, uomini.

All’interno di questo progetto curo, immeritatamente, una rubrica dal titolo “Inseguendo il Bianconiglio”.

Questo il pezzo che ho scritto:

 

UN TUFFO IN UN ABBRACCIO

Un bambino zampetta sul bordo della piscina, indeciso se tuffarsi o no. Si mette la mano sul naso, per tapparlo prima del salto…poi zampetta ancora…

Fa segno con l’altra manina di venire più vicino, poi la manina si gira col palmo in avanti e segna lo stop, va bene così, ci siamo…

Zampetta ancora, ancora e ancora…

Poi piega le ginocchia…e salta nell’acqua.

La mano lascia il naso e si allarga insieme all’altra a preannunciare un abbraccio.

Le gambe si allargano, scomposte, nel salto.

Dura un attimo, prima che il suo corpo raggiunga la superficie dell’acqua e la mamma che lo aspetta di sotto, ma il suo viso in quella frazione infinitesimale del tempo assume l’espressione della felicità.

Il sorriso si allarga, gli occhi si spalancano e si illuminano come stelle.

Tutto l’insieme della sua figura, in quell’istante, è di una meraviglia abbagliante.

Ed è tuo figlio.

Tu sei l’abbraccio sicuro che lo spinge a superare le sue paure e a lanciarsi verso l’acqua, metafora, in un assolato pomeriggio di piscina, di quello che dovrà essere per sempre la dinamica sotterranea, nell’affrontare la vita ogni attimo del tempo a vostra disposizione su questa terra, tra voi due esseri umani.

Non è facile parlare di emozioni, per il semplice fatto che l’atto stesso di parlarne, e di scriverne ancora peggio, ne impoverisce le sensazioni, ne riduce l’intensità, ne ridimensiona i contorni, facendole passare attraverso i pensieri e definendole all’interno di parole, grammatica, frasi che per la comune comprensione devono avere un senso compiuto e quindi ragionato.

E ogni volta che si fornisce una definizione di qualcosa, automaticamente se ne escludono tutti i possibili altri significati, tutte le possibili sfumature, rendendola di fatto molto più povera di quello che avrebbe potuto essere se non ci fossimo presi la briga,o meglio se non avessimo fatto addirittura lo sforzo, di chiuderla all’interno di una casella, di una definizione, appunto.

E’ un po’ come quando ad un concerto degli Eagles, a cui hai avuto il privilegio di poter assistere, parte l’arpeggio iniziale della chitarra di ‘Hotel California’ e nella platea di fronte a te si accende una foresta di schermi luminosi per ‘catturare’ il momento più importante della serata.

Nessuno dei volti dietro a quegli schermi ha realmente visto i quattro musicisti che suonavano, nessuno delle orecchie di quei cineasti improvvisati ha realmente ascoltato la loro musica.

Quattro signori di mezza età, avviati alla vecchiaia, che hanno fatto la storia della musica erano lì, in carne ed ossa, probabilmente per molti dei presenti, come per me, quella era l’unica occasione della loro vita di vederli suonare dal vivo, di sentirli suonare ‘davvero’ , di sentire la magia della loro arte trasformata in musica direttamente dai loro strumenti, dalle loro mani, dalla loro arte, dalla loro passione, e nessuno li ha veramente sentiti o visti in quel momento, perché lo smartphone, il tablet, o la macchina fotografica erano nel mezzo tra i volti e la musica, tra le orecchie, gli occhi e la magia.

Impossibile, inutile, sterile, svilente quindi definire un’emozione, esattamente come impossibile fissare in una fotografia il volto della felicità di quel bambino che si tuffa in piscina verso sua mamma…mancherà sempre qualcosa in quello che uno strumento esterno al complesso meccanismo delle nostre emozioni sarà in grado di catturare.

Ci saranno i colori, il sorriso, l’atto del salto, ma niente restituirà il significato sommerso di quel salto per i due attori della scena, niente catturerà quel momento, esso non esisterà più, svanirà nel mare delle emozioni nell’attimo stesso in cui sarà stato vissuto.

Impossibile, inutile, sterile, svilente definirsi felici, tristi, annoiati, allegri, delusi, speranzosi, preoccupati, arrabbiati, innamorati, perché, se non ci prendiamo in giro cercando appunto di incasellare, di definire le nostre sensazioni, le emozioni ci sono tutte insieme mescolate, fuse esattamente come nell’amalgama di un dolce dove, una volta creato l’impasto, non è più possibile distinguere la farina dalla cioccolata, il pizzico di sale dal lievito, lo zucchero dal goccio di olio.

Quando si prova un emozione, di qualsiasi tipo essa sia, non è mai una cosa sola e univocamente definita, ma un insieme di sensazioni che stravolgono l’ordine dei pensieri, spengono la testa, staccano l’interruttore del cervello e, perso per un attimo il pensiero cosciente, diventiamo solo anima.

Quando il cuore manca un colpo per una sorpresa, quando sale un groppo alla gola per una sensazione di impotenza, quando gli occhi si inumidiscono dalla felicità, quando lo stomaco si contrae e manca il fiato se una mano ci sfiora, ecco in quei momenti che durano un attimo, l’infinitesima parte di un attimo, noi siamo invasi dalla magia delle emozioni, tutte insieme, è un’esplosione, una deflagrazione del nostro sentire più incosciente, primitivo, fanciullesco.

Un’ imperativa, categorica e prepotente dimostrazione del nostro essere uomini, fatti di mente e sensazioni, di pensieri ed emozioni, di cervello e ‘folletti’.

E solo se la magia suona una melodia intonata, solo se i folletti ballano una danza elegante, noi stiamo bene con noi stessi e con le persone che abbiamo intorno, i cui folletti, negli attimi di un incontro, devono suonare e danzare la stessa nostra musica, il nostro stesso ritmo, per trovare un canale di comunicazione che ci consenta di diventare un insieme osmotico di coscienze, in grado di scambiare emozioni.

E’ una questione di accordo delle parti, di osmosi delle emozioni, di assenza di parole, di onestà dei gesti, di libertà dell’anima.

E’ una questione di comprensione di un linguaggio. Un linguaggio sotterraneo, potente come formule magiche appunto.

Perchè di magia si tratta. Oppure, semplicemente, di emozioni…

Vieni qua Bianconiglio, siediti accanto a me e guarda questo tramonto meraviglioso.

Il sole infuocato si tuffa in un mare petrolio.

Lasciati invadere.

Piangi…ridi…guarda…osserva…respira…ascolta…

…shhhh….niente parole…io saprò che sei qui vicino a me…

Volete venire anche voi in riva al mare con noi?

Venite a trovarci su https://writersezine.wordpress.com/ e se avete qualche emozione da condivide con noi scriveteci a writers.blogmagazine@gmail.com.

Sappiate che non capiremo fino in fondo, ma se riuscirete a far perdere un colpo al nostro cuore almeno in parte ci siete riusciti…senza altre parole.

Io e il Bianconiglio vi aspettiamo.

Elena Brilli

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(immagine dal web)

IL BIANCONIGLIO SI FERMA A PRENDERE IL TÈ (da WRITERS n.6)

Lo scorso 10 Settembre è uscito on line il nuovo numero di WRITERS!

Lo trovate qui per scaricarlo nella versione pdf:

https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9WTZwN2kycjFyT0U/view?usp=sharing

E sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/writers.magazine

E sul sito internet https://writersezine.wordpress.com/

Quello che segue è il pezzo che ho scritto per la mia rubrica “Inseguendo il Bianconiglio”.

Leggetelo, se vi va… c’è un pò di me anche qui…come in tutto quello che scrivo…

 

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(Illustrazione di Rebecca Dautremer – “Le lapin est en retard”)

 

IL BIANCONIGLIO SI FERMA A PRENDERE IL TÈ

Esiste un tempo per tutto, un tempo per l’operosità, la fretta, il lavoro e un tempo per il riposo, la festa, la lentezza… Credo però che i confini di suddetti tempi siano, contrariamente a quanto la codifica umana del tempo imponga, estremamente variabili, condizionati da ogni personale visione di lavoro e festa, di routine e vacanza.

Così, se per la maggior parte delle persone, esiste un tempo agognato per l’intero anno che lo precede, durante il quale staccare la spina,allontanarsi dalla routine e dai luoghi che quella routine la rappresentano e fuggire per qualche giorno, esistono persone che, in vacanza da una vita per fortunate coincidenze spazio temporali che consentono loro di non vivere con la giornata scandita dalle ore lavorative, per rompere la routine della festa si inventano periodi di ritmi durissimi e immersione nella fatica… Se per qualcuno vacanza è sdraiarsi al sole e oziare nella dilatazione del tempo, per altri vacanza è sudare e immergersi in un’attività faticosa, non appartenente alla propria routine…

Come sempre tutto dipende dalla prospettiva dalla quale si osserva la questione.

Esistono quindi tre ‘conditio sine qua non’ per la definizione del concetto di ‘vacatio’:

  • una routine dalla quale si sente l’esigenza di distaccarsi

  • l’attesa del tempo in cui il distacco potrà avvenire

  • la ‘pausa’ finalmente ottenuta sulla quale si allunga l’ombra del ritorno alla routine

Giacomo Leopardi, nella poesia “Il sabato del villaggio” del 1829 aveva perfettamente descritto, con parole, versi e animo sicuramente più elevati del mio tutto quello di cui mi accingo a scrivere, ma tant’è…perdonate se potete la mia pedissequa interpretazione di quei concetti…è quanto di meglio riesca a fare.

Il concetto di pausa, di ‘vacatio’, di vuoto, prevede per definizione che ci sia una realtà consolidata dalla quale si sente la necessità di staccarsi, un pieno da compensare con del vuoto, per riportare l’animo in equilibrio. Ma non credo sia necessario preparare le valigie, andare lontano, allontanarsi fisicamente dai luoghi della routine per prendersi delle pause. La mia esperienza quotidiana mi porta ad avere le giornate impegnate tra il lavoro, un bambino da crescere e una casa di cui aver cura…tempi sempre uguali a se stessi, quasi sempre le stesse persone, ritmi che si ripetono con pochissime variazioni una settimana dopo l’altra.

E’ capitato però in questa estate torrida che tornassi a frequentare persone appartenenti ai tempi dell’infanzia e che capitasse di uscire un paio di sere in compagnia. Cosa normale, direte voi, ma non per me che venivo da anni, e dico anni, di pressocchè totale abbandono della vita sociale in compagnia di coetanei e di serate allegre, di chiacchere, risate, e leggerezza. Quelle serate, da contarsi sulle dita di una sola mano, senza nemmeno aver bisogno di tutte e cinque, sono state a loro modo una ‘vacanza’ una pausa, un distacco dalla vita di sempre, quasi una vita parallela, essere per una manciata di sere una persona diversa da quella che il ruolo che mi sono cucita addosso in questo spicchio di vita mi costringe ad essere.

Ho respirato aria diversa, visto colori diversi, parlato parole diverse, e sono rientrata le mattine successive nella mia vita con un senso di rilassamento, con una leggerezza rivitalizzata e rincuorata, che non credevo possibile. Prendermi una pausa di qualche ora mi faceva essere nuovamente orgogliosa della mia vita di sempre, me la faceva vedere sotto nuove prospettive, rinnovare le scelte fatte in età adulta con nuova consapevolezza e una sensazione di serenità che da tempo non mi apparteneva. Stranamente, parlando in una di queste serate di ‘vita diversa’ con qualcuno dei miei compagni di avventura e di infanzia, scoprivo come la loro realtà di tutti i giorni fosse molto diversa dalla mia e quelle occasione di socializzazione si ripetessero, contrariamente alla mia quotidianità, con una frequenza pressocchè quotidiana. E allora nelle loro parole scoprivo che quasi invidiavano la mia vita, contrassegnata, molto differentemente dalla loro, dalla pressione di un lavoro a tempo pieno, dalla meravigliosa e faticosa al tempo stesso presenza di un figlio, da un’indipendenza economica vissuta come conquista personale che non ammette distrazione per poter essere mantenuta. Così, nel momento spesso in cui io vivevo la mia ‘vacatio’ immersa per una manciata di ore nella loro vita, loro avrebbero desiderato vivere la loro di ‘vacatio’ immersi nella mia.

Strana la vita, vero?

Io rivalutavo quanto preziosi fossero i punti fermi che sono riuscita a mettere nella mia esistenza, nel momento stesso in cui loro mettevano in dubbio i loro. L’animo umano ha quindi in sé quella meravigliosa e tremenda capacità di abituarsi a tutto, di rendere routine quasi ogni cosa, qualsiasi essa sia…così se per qualcuno, essere sempre sotto pressione fa nascere la necessità di staccare la spina, per altri avere la spina sempre staccata fa nascere la necessità di essere sotto pressione. La noia forse sottende ogni forma di abitudine, e per sconfiggerla sentiamo il bisogno di staccarsi da quella abitudine, in qualsiasi forma essa si manifesti, per tornare a scegliere, per rinnovare le scelte, per esercitare quel controllo sul tempo che ci è dato di vivere che chiamiamo ‘libero arbitrio’. Se perdiamo di vista che quello che siamo scaturisce da scelte che abbiamo fatto, lo viviamo come un peso…se riusciamo ad uscire da quello che siamo e vediamo delle alternative possibili siamo in grado di vedere di nuovo, da prospettiva diversa, quello che veramente abbiamo, quello che veramente siamo, e compiamo nuovamente una scelta, la medesima scelta il più delle volte, ma con rinnovata consapevolezza.

Le ferie sono arrivate anche per me in questo scorcio di estate.

Le ho attese con quel piacere che caratterizza l’attesa del piacere stesso, rendendo reale, ogni giorno che mi separava dall’ultimo di lavoro, l’aforisma “L’attesa del piacere è essa stessa il piacere. ” di Gotthold Ephraim Lessing.

Arrivato finalmente l’agognato momento di ‘staccare la spina’ si è impossessato di me un vago senso di disorientamento…le mie vacanze con il mio bambino sono organizzate, e in modo diverso indubbiamente anche loro diventeranno un ‘lavoro’, ma, abbandonati per una quindicina di giorni i ritmi ‘normali’, la domanda che frullava nella testa era ‘e adesso che faccio?’…

L’abitudine forse allora ci serve per sentirsi al sicuro, come un caldo nido del quale conosciamo ogni centimetro di parete…è in fondo il risultato di quella serie di scelte che abbiamo fatto in tutta la nostra vita, per confermare le quali o elaborarne di nuove abbiamo bisogno di staccarci da essa. Ma aveva forse ragione Giacomo Leopardi… il momento più bello è il sabato, prima che arrivi il giorno di festa…in esso si concentrano sogni, aspettative, speranze, futuro…arrivato il ‘dì di festa’ la mente torna quasi immediatamente e irrimediabilmente a pensare al ritorno ai ‘giorni usati’ a quando torneremo nell’alcova della nostra vita di sempre…

In ogni caso, il Bianconiglio che sempre corre, in questi giorni si è fermato finalmente a prendersi un tè…volete fargli compagnia? Sotto al tavolo però le sue zampette già scalpitano per tornare a correre…che ci volete fare…è la vita… è la vita che lui ha scelto… Faccio compagnia al Bianconiglio io…e se volete fermarvi, rallentare per un attimo anche voi venire a trovarci su https://writersezine.wordpress.com/ e se avete qualcosa da condividere con noi per fare quattro chiacchere insieme scriveteci a writers.blogmagazine@gmail.com.

Il tempo di riprender fiato e ripartiremo…ma mentre giriamo il nostro tè vi aspettiamo!

Elena Brilli

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