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Lasciarsi accadere

(immagine dal web)

“Wu wei”

“Lasciarsi accadere”

Lao Tzu (antico filosofo e scrittore cinese)

Ho trovato la foto e la traduzione (presumo) degli ideogrammi rappresentati, nella bacheca facebook di una cara amica, alla vigilia di una giornata per lei importante e al tempo stesso faticosa.

Mi son trovata a pensare al suo significato, nelle ore del tardo pomeriggio della mia domenica solitaria.

Rispetto all’altrettanto illuminante aforisma “LET IT BE” (Lascia che le cose accadano), titolo peraltro di una meravigliosa canzone dei Beatles, che proprio scemi scemi non erano, “LASCIARSI ACCADERE” pone il percorso di crescita in una prospettiva diversa, cambia il soggetto. Non solo bisogna imparare a lasciare che ‘le cose’ accadano, ma bisogna imparare a lasciare che ‘noi stessi’ si accada, si fluisca, si germogli, si gioisca, si cresca infine nel nostro percorso di vita.

Tante volte ci si auto-censura, ci si auto-incatena, ci si auto-ferma in schemi mentali, definizioni, situazioni che in qualche modo assurdo e velatamente autolesionista ci bloccano in un punto del nostro percorso, mentre dentro lo sentiamo bene che il nostro ‘io’, il nostro mondo interiore vorrebbe continuare a fluire, esondare, andare avanti, crescere. E invece no, mettiamo barriere, conformismo, recinti, il giusto e lo sbagliato, il senso comune, la morale condivisa. La pecora nera che è dentro di noi e che vorrebbe saltare il recinto e continuare la sua strada, qualsiasi essa sia, si scontra contro la massa informe delle pecore bianche.

Bisogna “LASCIARSI ACCADERE” invece, ha ragione Lao Tzu, è proprio necessario farlo. Bisogna regalare a noi stessi la libertà di evolvere nella direzione che più si confà al nostro essere unici, non schematizzabili, non definibili, non recintabili.

“LASCIARSI ACCADERE” rende liberi di dipendere solo ed unicamente dalle proprie scelte personali, assumendosi con esse, ogni onere ed onore che ne derivino.

“LASCIARSI ACCADERE” diventa allora la chiave della felicità, senza più timori, senza più resistenze interiori, senza più fatica.

Lasciare che si accada…

Gran bella cosa.

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Sintesi

“Se ti tagliassero a pezzetti” (Fabrizio De Andrè, Indiano, 1981)

Se ti tagliassero a pezzetti 
il vento li raccoglierebbe 
il regno dei ragni cucirebbe la pelle 
e la luna tesserebbe i capelli e il viso 
e il polline di Dio 
di Dio il sorriso. 

Ti ho trovata lungo il fiume 
che suonavi una foglia di fiore 
che cantavi parole leggere, parole d’amore 
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso 
ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso. 

Rosa gialla rosa di rame 
mai ballato così a lungo 
lungo il filo della notte sulle pietre del giorno 
io suonatore di chitarra io suonatore di mandolino 
alla fine siamo caduti sopra il fieno. 

Persa per molto persa per poco 
presa sul serio presa per gioco 
non c’è stato molto da dire o da pensare 
la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera 
spettinata da tutti i venti della sera. 

E adesso aspetterò domani 
per avere nostalgia 
signora libertà signorina fantasia 
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza 
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza. 

T’ho incrociata alla stazione 
che inseguivi il tuo profumo 
presa in trappola da un tailleur grigio fumo 
i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino 
camminavi fianco a fianco al tuo assassino. 

Ma se ti tagliassero a pezzetti 
il vento li raccoglierebbe 
il regno dei ragni cucirebbe la pelle 
e la luna la luna tesserebbe i capelli e il viso 
e il polline di Dio 
di Dio il sorriso. 

.

C’è una frase nel testo di questa canzone a cui di recente mi sono affezionata, per una serie di motivi che sarebbe superfluo star qui a spiegare.

Dammi quello che vuoi, io quel che posso” recita ad un certo punto, e dentro questa manciata di parole sta la sintesi più precisa di tutti i possibili rapporti tra due persone.

Nel sapere esattamente quello che si può dare all’altro c’è la raffinata consapevolezza dei propri limiti.

Nell’accettare quello che l’altro vuole donare c’è la volontà di mantenerne intatta e inattaccabile la libertà personale, senza porre ad essa nessuna limitazione o forzatura dovuta a quello che il soggetto desidererebbe come il meglio per sè.

Per entrambe le parti in causa si tratta di fare delle scelte, consapevoli, razionali, adulte. ‘Io voglio darti questo’ vs ‘questo è quello che posso darti’. E’ uno scambio, alla pari, di reciproche volontà che non mette sul tavolo della partita a poker della relazione quello che si vorrebbe ottenere, ma quello che si intende donare. Quello che poi si è disposti ad accettare dell’altro stabilisce la misura della relazione, la forza del legame e di conseguenza la sua durata.

Una meravigliosa poesia di Emanuela Pacifici recita:

Non ho bisogno di te, ho voglia di te.

Non ho spazi vuoti da riempire, ho spazi da condividere.

Non mi aspetto che tu mi renda felice,

desidero sorridere della tua gioia e farti sorridere della mia.

Non ti amo da morire, non sono tua e non sei mio.

Sono completa anche senza di te, sei perfetto anche senza di me.

Non morirò se andrai via, non smetterai di essere felice se andrò via.

Non ti carico della responsabilità della mia personale soddisfazione,

ti accolgo come specchio e messaggero, ti offro i miei occhi per indagare nei tuoi.

Non ti lego né mi lascio legare dal bisogno di essere amata, dalla paura dell’abbandono.

Io non sono sola senza di te, tu non sei perso senza di me.

Siamo due meravigliosi e preziosi universi, completi, perfetti,

che si incontrano per creare nuovi mondi.

Non chiuderò porte e finestre per tenerti accanto a me,

non ti permetterò di limitare il mio volo.

Onoro la tua libertà scegliendo ogni giorno la mia.

(Emanuela Pacifici)

 

Lei balla da sola

La sala era buia, come sempre, la musica alta, ma non troppo, era quella giusta.

Il cubo incastrato nell’angolo di pareti rosso fuoco e tappezzato di specchi.

Il loro locale, il suo cubo, dove tante delle loro serate insieme aveva ballato solo per lui, attirando su di sè gli sguardi, l’eccitazione, il desiderio di tutto il pubblico maschile presente. Quando però incontrava i suoi occhi, tra un giro e l’altro intorno al palo che conosceva così bene la presa delle sue mani, lei, in mezzo a tanti sguardi, riconosceva la sua luce. E si sentiva viva.

Era poi precipitato tutto troppo in fretta, come rapida era stata l’accensione del loro fuoco. Un fiammifero ardente di fiamma improvvisa e potente, che si era spento in una voluta di fumo al profumo aspro di zolfo. Nessun rancore per come era andata a finire, nel bilancio della sua vita quella fiamma folgorante era stata una delle cose che avrebbe ricordato tra le migliori. Era stata viva, era stata lei, era stata libera.

Ma si era trovata sola. E incinta.

Erano stati mesi complicati, fitti di rivoluzioni da domare e scelte che cambiavano la vita, di pensieri annodati da sciogliere e passi da muovere su strade senza ritorno.

Ma quella mattina aveva saputo che la vita che si portava dentro sarebbe stata una bambina. E doveva farle capire un paio di cose, prima possibile.

Così si era fatta bella, una lunga doccia immersa nell’acqua bollente e scrosciante, battente sulla testa, sulle spalle e sui fianchi, a lavare via ogni cosa brutta e sporca avesse nei mesi precedenti offuscato la sua bellezza.

Aveva tirato fuori il suo tubino più sexy, nero, provocante, corto. Un pò troppo corto davanti, forse, riempito com’era da una pancia colma di vita e ormai evidente. Si era lisciata i suoi capelli biondi, si era truccata, riuscendo nell’impresa in quel modo speciale che le veniva di rado, e cioè volendosi bene. Si era messa le sue scarpe più belle, il tacco alto, la suola rossa. Quelle che a lui piacevano tanto.

Si era messa in macchina da sola, era arrivata da sola, era entrata da sola. Il ‘suo’ cubo libero. Intorno a lei specchi, il rosso delle passioni, musica. Dentro di lei la vita, di nuovo, e sua figlia.

Aveva iniziato a ballare, e a guardarsi agli specchi intorno a lei. Si vedeva bella, era una meraviglia di donna quella sera, e la sua pancia che ballava con lei intorno al palo la faceva sentire una dea.

Continuava a guardarsi, incrociando i suoi occhi dentro gli specchi. E ad ogni sguardo si innamorava di quella donna, bella, intrigante, sensuale. Si innamorava della vita che aveva dentro, si innamorava di sè. E stava bene, accidenti se stava bene!

Nel silenzio della sua testa dentro la quale tacevano i pensieri ovattati dalle luci e dalla musica, scorrevano parole mute dirette a sua figlia. “Tu sei libera. Meravigliosa, splendida e libera. Ti insegnerò ad esserlo. Ti insegnerò a scegliere. E a scegliere di essere libera in ogni attimo della tua vita. Sii libera e splendi.”

Non si rese conto per quanto tempo durò la sua danza, ma ad un certo punto la musica cessò. Si alzarono le luci.

Si fermò con un ultimo giro su se stessa e intorno al palo. Sorrise a quella donna che vide adesso nitidamente riflessa nello specchio. Sorrise a quella pancia fasciata nel tubino troppo corto. Scese dal cubo. Si guardò intorno e si accorse solo in quel momento dei tanti occhi di uomini che la guardavano e che con ogni probabilità l’avevano seguita nei suoi movimenti per tutta la sera. Passò in mezzo a loro con passo sicuro, fiero, quasi altero. Prese il cappotto e uscì.

Fuori, una notte nebbiosa di inizio inverno disfaceva le luci gialle dei lampioni facendo sembrare che il sole sorgesse in ogni direzione, tutto intorno a lei. Era l’alba di una nuova pagina della sua vita. E l’avrebbe vissuta, senza sconti. Si sentiva libera. E viva.

Per ricordarci a chi dobbiamo la nostra Libertà, e imparare a tenercela stretta

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana
Le lettere che trovate sotto sono tratte dai libri di Malvezzi e Pirelli (“Lettere di condannati a morte della Resistenza
italiana”, Einaudi, Torino 1994, quindicesima edizione) e di Avagliano e Le Moli (“Muoio innocente. Lettere di caduti
della Resistenza a Roma”, Mursia, Milano 1999).
Erano giovani…accidenti se lo erano…e avevano fatto una scelta. Credendo fino in fondo nella libertà degli individui, e di un intero paese, che guarda caso è il nostro.
Bisognerebbe ricordarsene più spesso che loro non ci hanno messo solo la faccia o tante belle parole, ma la loro vita, per donare ai propri genitori, mogli, mariti, figli, e a noi dopo di loro quella libertà di cui adesso godiamo e che troppo spesso, pericolosamente, diamo per scontata, finendo per svenderla, quasi senza accorgersene, al miglior offerente, sia esso il politico urlatore di turno, o l’ultimo smartphone messo sul mercato, o il nuovo programma spazzatura della tv che ci rilava il cervello.
Loro sono morti, ed erano giovani… accidenti se lo erano.
 .
Albino Albico
Di anni 24 –Fucilato il 28 agosto 1944, contro il muro di Via Tibaldi 26 a Milano, con Giovanni Aliffi, Bruno Clapiz e Maurizio Del Sale.
 .
“Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti,
mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo.
Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia.
Il sole risplenderà su noi “domani” perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.
Voi siate forti come lo sono io e non disperate.
Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albuni che sempre vi ha voluto bene.”
.
Armando Amprino (Armando)
Di anni 20 – Fucilato il 22 dicembre 1944, al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino da plotone di militi della GNR, con Candido Dovis.
 .
“Dal Carcere, 22 dicembre 1944
Carissimi genitori, parenti e amici tutti,
devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi.
Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir cosí… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi. Vi sarò sempre vicino, vicino a te, caro papà, vicino a te, mammina.
Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione. Andate
poi da lui, vi dirà dove mi avranno seppellito. Pregate per me. Vi chiedo perdono, se vi ho dato dei dispiaceri.
Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. la mia roba, datela ai poveri del paese. Salutatemi il Parroco ed il Teologo, e dite loro che preghino per me. Voi fatevi coraggio. Non mettetevi in pena per me. Sono in Cielo e pregherò per voi. Termino con mandarvi tanti baci e tanti auguri di buon Natale. Io lo passerò in Cielo. Arrivederci in Paradiso.
Vostro figlio Armando
Viva l’Italia! Viva gli Alpini!”
.
Achille Barilatti (Gilberto della Valle)
Di anni 22 – Fucilato senza processo alle ore 18,25 del 23 marzo 1944, contro la cinta del cimitero di Muccía Medaglia d’Oro al Valor Militare.
.
“Mamma adorata,
quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande.
Da Dita Marasli di Atene potrai avere i particolari sui miei ultimi giorni.
Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muoio per l’Italia. Ricordatevi della donna di cui sopra che tanto ho amata. Ci rivedremo nella gloria celeste.
Viva l’Italia libera!
Achille”
 .
Paolo Braccini (Verdi)
Di anni 36 – Fucilato il 5 aprile 1944 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da plotone di militi della GNR, Con Franco Baibís ed altri sei membri del cmrp. – Medaglia d’Oro al Valor Militare.
.
“3 aprile 1944
Gianna, figlia mia adorata,
è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.
Sarò fucilato all’alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno.
Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l’infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo: quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa.
Riversa su tua Madre tutto il bene che vuoi a lui: ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascierà il mio cuore.
Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto.
Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.”
.
Antonio Brancati
Di anni 23 – Fucilato il 22 marzo 1944, a Maiano Lavacchio, con Mario Becucci, Rino Cíattini, Silvano Guidoni, Alfiero Grazi, Corrado Matteini, Emanuele Matteini, Alcide Mignarri, Alvaro Nfinucci, Alfonso Passananti e Attilio Sforzi.
.
“Carissimi genitori,
non so se mi sarà possibile potervi rivedere, per la qual cosa vi scrivo questa lettera. Sono stato condannato a morte per non essermi associato a coloro che vogliono distruggere completamente l’Italia.
Vi giuro di non aver commessa nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all’Italia, nostra amabile e martoriata Patria.
Voi potete dire questo sempre a voce alta dinanzi a tutti.
Se muoio, muoio innocente.
Vi prego di perdonarmi se qualche volta vi ho fatto arrabbiare, vi ho disobbedito, ero allora un ragazzo.
Solo pregate per me il buon Dio. Non prendetevi parecchi pensieri. Fate del bene ai poveri per la salvezza della mia povera anima. Vi ringrazio per quanto avete fatto per me e per la mia educazione. Speriamo che Iddio vi dia giusta ricompensa.
Baciate per me tutti i fratelli: Felice, Costantino, Luigi, Vincenzo e Alberto e la mia cara fidanzata.
Non affliggetevi e fatevi coraggio, ci sarà chi mi vendicherà. Ricompensate e ricordatevi finché vivrete
di quei signori Matteini per il bene che mi hanno fatto, per l’amore di madre che hanno avuto nei miei riguardi. Io vi ho sempre pensato in tutti i momenti della giornata.
Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra; ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo.
Ricordatevi sempre di me.
Un forte bacione
Antonio
Sappiate che il vostro Antonio penserà sempre a voi anche dopo morto e che vi guarderà dal cielo.”
.
Giordano Cavestro (Mirko)
Di anni 18 – Fucilato il 4 maggio 1944 nei pressi di Bardi (Parma), in rappresaglia all’uccisione di quattro militi, con Raimondo Pelinghelli, Vito Salmi, Nello Venturini ed Erasmo Venusti.
 .
“Parma, 4-5-1944
Cari compagni, ora tocca a noi.
Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia.
Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella.
Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.
Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.
La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio.
Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.”
.
Giancarlo Puecher Passavalli
Di anni 20 – Fucilato lo stesso 21 dicembre 1943, al cimitero nuovo di Erba, da militi delle Brigate Nere -. Medaglia d’Oro al Valor Militare
.
“Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato: Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto… Accetto con rassegnazione il suo volere.
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono. Viva l’Italia. Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse per i vent’anni della mia vita.
L’amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale. Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.
A te Papà l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.
Gino e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita. I martiri convalidano la fede in una Idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la Sua volontà. Baci a tutti.
Giancarlo”
.
Fabrizio Vassalli
25-5-1944
.
“Carissimi papone e mammina,
perdonatemi il dolore che vi reco che è veramente una angoscia per me. Pensate che tanti sono morti per la Patria ed io sono uno di quelli. La mia coscienza è a posto: ho fatto tutto il mio dovere e ne sono fiero. Questo deve essere per voi vero conforto.
Vi abbraccio con tutta l’anima
Fabrizio vostro
La spilletta regalatela a Bice e così un altro ricordino anche ai miei nipotini.
Saluto e abbraccio tutti, Enrico, Gina, ecc.
Non fate storie per il cadavere od altro. Dove mi buttano mi buttano. Quando potrete mettete l’inserzione sui giornali.
Viva l’Italia.”

LIBERTA’ – Paul Éluard (1895-1952)

Una fredda notte di Gennaio, il divano, l’ultima sigaretta prima di andare a dormire, un giro di tv, un film, “Maps to the stars”, David Cronenberg, paranoico, visionario, profondo come una trivella che mescola i luoghi oscuri dell’anima.

E una poesia di Paul Éluard, ripetuta in modo ossessivo, paranoico, visionario esso stesso.

E le parole diventano ricordi, visioni, pensieri fluttuanti, catarsi, metafore oscure eppure chiarissime illuminate dal faro solido di quello che è stato, che illumina adesso la strada dei passi presenti e segna il percorso di quel che sarà.

E’ per questo che amo la notte, e il silenzio, e il buio.

Di notte si respira libertà.

E anche i mostri di oggi e i fantasmi di ieri escono allo scoperto, liberi pure loro, nel silenzio e nel buio.

Ma adesso li vedo, non fanno paura.

“E in virtù d’una parola
 Ricomincio la mia vita
 Sono nato per conoscerti,
 Per chiamarti

 Libertà”

Le parole sono importanti, hanno un potere assoluto e fortissimo.

Questa poesia le scatena come potente formula magica.

L’ho trovata nella notte, e nel silenzio, e nel buio.

Ve la offro, in un pomeriggio come tanti di un inverno qualunque, immerso nel ghiaccio.

 

LIBERTÀ

 

Sui quaderni di scolaro
Sui miei banchi e gli alberi
Sulla sabbia sulla neve
Scrivo il tuo nome

Su ogni pagina che ho letto
Su ogni pagina che è bianca
Sasso sangue carta o cenere
Scrivo il tuo nome

Sulle immagini dorate
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Scrivo il tuo nome

Sulla giungla ed il deserto
Sui nidi sulle ginestre
Sulla eco dell’infanzia
Scrivo il tuo nome

Sui miracoli notturni
Sul pan bianco dei miei giorni
Le stagioni fidanzate
Scrivo il tuo nome

Su tutti i miei lembi d’azzurro
Sullo stagno sole sfatto
E sul lago luna viva
Scrivo il tuo nome

Sulle piane e l’orizzonte
Sulle ali degli uccelli
E il mulino delle ombre
Scrivo il tuo nome

Su ogni alito di aurora
Sulle onde sulle barche
Sulla montagna demente
Scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole
Sui sudori d’uragano
Sulla pioggia spessa e smorta
Scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
Le campane dei colori
Sulla verità fisica
Scrivo il tuo nome

Sui sentieri risvegliati
Sulle strade dispiegate
Sulle piazze che dilagano
Scrivo il tuo nome

Sopra il lume che s’accende
Sopra il lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Scrivo il tuo nome

Sopra il frutto schiuso in due
Dello specchio e della stanza
Sul mio letto guscio vuoto
Scrivo il tuo nome

Sul mio cane ghiotto e tenero
Sulle sue orecchie dritte
Sulla sua zampa maldestra
Scrivo il tuo nome

Sul decollo della soglia
Su gli oggetti familiari
Sulla santa onda del fuoco
Scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Scrivo il tuo nome

Sopra i vetri di stupore
Su le labbra attente
Tanto più su del silenzio
Scrivo il tuo nome

Sopra i miei rifugi infranti
Sopra i miei fari crollati
Sulle mura del mio tedio
Scrivo il tuo nome

Sull’assenza che non chiede
Sulla nuda solitudine
Sui gradini della morte
Scrivo il tuo nome

Sul vigore ritornato
Sul pericolo svanito
Sull’immemore speranza
Scrivo il tuo nome

E in virtù d’una parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti,
Per chiamarti

Libertà

Paul Éluard (1895-1952)

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