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Elogio delle mamme sbagliate

Alle mamme che non sanno fare le mamme, ma ci provano, e ci provano, e ci provano. A modo loro. In equilibrio precario. A quelle che non sanno bene come fare, che ascoltano i consigli ma raramente li seguono. Perchè non sanno come fare, è vero, ma loro lo fanno e lo fanno come ‘sentono’.

Alle mamme che non hanno paura dei ‘mostri’… e invece ce l’hanno, e tanta pure. E implorano i ‘mostri’ nel buio di notti insonni, di non fermarsi proprio lì, dal loro figlio, perchè non son mica sicure di riuscire a sconfiggerli.

Alle mamme che pregano qualcosa, qualcuno, tutti e nessuno, di proteggere quella creatura che dorme accanto a loro perchè non hanno idea di come si faccia a proteggerla, dal mondo di fuori… e da quello di dentro.

Alle mamme che si accorgono di aver sbagliato sempre un attimo dopo. E si accorgono che hanno sbagliato perchè si ricordano, come un lampo nella notte, ma sempre troppo tardi, di come era essere bambini e del male che faceva, a volte, la voce della mamma. E allora vorrebbero cancellare in un colpo la luce triste negli occhi del loro figlio, perchè sanno di esserne state la causa, ma ormai è tardi e possono solo trovar un modo per far tornare il sorriso. E lo trovano. E sperano che la bilancia dei ricordi che costruiscono per i loro figli continui così a pendere dalla parte dei ricordi ‘belli’.

Alle mamme che pensano a quando erano figlie e si ripetevano che non sarebbero mai state come ‘loro’, come le loro, di mamme. Poi alla fine si ritrovano ad esserlo, mamme, e sentono frasi, accenti, toni imperiosi uscire improvvisamente dalle labbra e un attimo dopo sorridono perchè son diventate, invece, proprio come ‘loro’, come le loro, di mamme. E solo in quel momento si accorgono che in fondo non erano poi tanto male, quelle mamme lì.

Alle mamme che continuano a sognare anche quando il sogno che le ha rese tali non esiste più. E sbriciolandosi, quel sogno, si è portato con se tutti gli altri, di sogni, lasciando anni e anni di lotta feroce, dentro e fuori, contro le giornate. Alle mamme che sognano quasi per forza, che si obbligano a farlo di nuovo, perchè il loro bambino capisca che si sogna, nonostante tutto, e che finchè si sogna non si muore mai davvero.

Alle mamme che si aggrappano con le unghie e con i denti al loro essere donne. Che mangiano, sognano, amano, e scopano anche. Perchè hanno dato la vita, sì, ma la loro, di vita, non è finita lì.

Alla mia, di mamma, rigida, ingombrante, fardello pesante. Che ci ha provato, come tutte, e che ha sbagliato, tanto, come tutte. Che ci prova anche a rimediare, ancora, in un modo strano, tutto suo, che forse solo io capisco sia l’unico modo che conosce per chiedere scusa.

Alla mia, di mamma, che ha costruito me, rigida, ingombrante, fardello pesante. Ma non sono niente male, in fondo, ed è anche merito suo.

E tu lo sai, mamma, vero?

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Lotta da sola

“La donna “forte” ha bisogno di affetto e protezione come chiunque altra. Perchè quasi sempre quel “lei è forte” significa solo “lotta da sola”.” (cit. da Emanuele Graniglia)

Premetto che quello che sto per scrivere mi candiderà senza rivali alla vittoria assoluta del titolo “peggiore mamma dell’anno”, ma tant’è…almeno per una volta vincerò qualcosa…

Tutto parte da un detto ‘della nonna’ che ho sempre sentito dire in merito ai figli e all’essere genitori: “i figli si fanno in due”.

Mi sto convincendo in questo particolare periodo della mia vita che sia profondamente vero, e che il ‘fare’ non si riferisca all’atto pratico di metterli al mondo, perchè (…e non me ne vogliano i maschietti che leggeranno…), dopo il momento, piacevole peraltro per entrambi (di solito…) della ‘gallatura’ dell’ovulo, l’uomo per tutta la gravidanza e il parto fa ben poco…

Sono le donne che hanno settimane di nausee, i crampi allo stomaco, le caviglie gonfie, il mal di schiena, mesi di malanni vari senza poter prendere medicine, limitazioni in quello che possono e non possono mangiare, fino, nei casi più sfortunati, a periodi di immobilità pressocchè totale…

Vero è che di contro hai dentro di te la meraviglia di una vita che cresce, e la senti, e in quel momento è solo tua, e ti avvicina a Dio…ma quando i crampi alle gambe ti tengono sveglia la notte, maledici, anche solo per un momento quelle manciate di piacere, pochi mesi prima, che ti hanno portato a ridurti così…

Per non parlare del parto, un’esperienza ai confini della realtà, in cui soffri come un cane per ore e a volte giorni perchè il nanerottolo che ti è cresciuto dentro si è finalmente deciso ad uscire, e sangue dappertutto, la sensazione delle viscere che si squartano e uno stuolo di sconosciuti che ti infila le mani ovunque in ogni momento, e gente che ti ordina di spingere, e poi no…e poi sì…mentre tu vorresti solo spararlo fuori quel nanerottolo, tipo la scena del film “Il senso della vita” dei Monty Python…

Devo dire che la mia esperienza è stata abbastanza compromessa dalla presenza del padre di mio figlio che, quando non spippolava sul cellulare si limitava a ripetere in litania un’unica frase: “Mamma che schifo! Vedessi quanto sangue!”

Poi nasce il piccolo alieno dalla testa a punta (tutti i bimbi appena nati ce l’hanno, deformata, piccoli angeli, dal passaggio per un buco troppo stretto…) e te lo lasciano tra le braccia, e realizzi che siete tu e lui, che lui dipende da te, che ha bisogno di te e tu invece, dopo ore di travaglio vorresti solo dormire e che tutto si fermasse per qualche ora almeno…

Ma niente, iniziano settimane e mesi in cui non sei più libera nemmeno di andare a fare la pipì, figurarsi il lusso di farsi una doccia…devi per forza avere qualcuno che si occupi del bimbo mentre ti concedi di lavarti almeno la faccia… e io il padre di mio figlio non ce l’avevo, era volontariamente sempre fuori casa e quando tornava era troppo stanco…lui… per tenere in braccio suo figlio per un paio di minuti, cercando di non farlo piangere…

E piangere è un’arma potentissima che i figli hanno, quando sono così piccoli, per farti sentire in colpa per averli abbandonati anche se sei solo andata a fare pipì, cazzo!

Ed è da questi momenti che prende forma la frase che “i figli si fanno in due”.

Perchè se la madre si occupa del figlio, ed è una cosa che fa perchè ha scelto di farlo in maniera irreversibile, e diventa un bisogno imprescindibile, una necessità improrogabile…ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei.

Io a suo tempo non ho avuto il coraggio di portare avanti la relazione con il padre di mio figlio…avrebbe voluto significare accettare di sottostare ad offese ed umiliazioni quotidiane, come il sentirsi definire ‘nano deforme’…ma forse il segreto delle famiglie che stavano in piedi, nonostante tutto, e crescevano squadre di calcio (…o di calcetto…) di figli, ai tempi dei miei nonni, era proprio quello di ammettere di aver bisogno dell’altra persona, comunque fosse, per tirare avanti, per riuscire a crescerli quei figli…

E sono oggi quegli anziani che nelle balere estive vedo ballare abbracciati e felici…e mi chiedo quali e quanti compromessi con se stesse, e con quell’anziano signore che hanno davanti, quelle signore agghindate dai capelli bianchi abbiano dovuto accettare per rimanere uniti così tanto tempo…

Beh, io non ci sono riuscita… non sono riuscita a costringermi ad ingoiare il rospo….l’ho tenuto a gola per tre anni, ma poi un conato di vomito e un sussulto di rispetto nei confronti della mia dignità di persona me lo hanno fatto sputare, e me ne sono andata…

Ma adesso che cresco da sola il mio cucciolo meraviglioso assaporo tutto l’amaro delle sfaccettature dell’essere da sola a ‘fare’ un figlio… perchè “i figli si fanno in due” non significa farli nascere, ma crescerli, farli diventare grandi, seguirli ogni giorno, renderli adulti un passo dopo l’altro…

E mi sto accorgendo che non ce la faccio da sola…o meglio ce la faccio, ma mi costa in fatica, mentale soprattutto e fisica, molto più di quanto potessi immaginare.

Mi ripeto più e più volte che ci sono mamme che crescono davvero i figli da sole, anche più di uno e magari lavorano tutto il giorno come me, e non hanno nemmeno l’aiuto dei nonni, o la possibilità di un padre, che, per quanto bislacco, possa in qualche occasione sostituirle…e davvero non riesco a capire come possano fare…non riesco a comprendere come sia possibile…

Ammetto i miei limiti…io non ce la faccio…

Così capita in questa torrida estate che io non riesca ad avere neanche un attimo per me, o meglio che non riesca a vivere nemmeno per una sera la vita ‘normale’ di una donna alla soglia dei quarant’anni, non più giovanissima, ma neanche vecchia, che ogni tanto avrebbe bisogno di una chiaccherata e quattro risate tra amici, anche solo per ricaricarsi un pò…

Domani era fissata una rimpatriata con i vecchia amici delle scuole elementari, ero entusiasta, la prima serata fuori da single in tutta l’estate, una boccata d’aria!

Avevo organizzato di lasciare il bambino dal babbo…nota dolente questa dell’essere separati, perchè per avere un pò di tempo per me devo pagare lo scotto di non trovare mio figlio che dorme nel suo lettino quando torno a casa…ma non si può avere tutto dalla vita… e vabbè, facciamolo, è giusto così e già emotivamente pesante anche per il cucciolo tutta questa situazione di babbo e mamma che vivono in due case diverse…

Ma succede che stamattina il pulcino si sveglia con la febbre…e febbre tutto il giorno…e febbre anche stasera…e proprio non ci riesco a lasciare mio figlio da solo se è malato…così salterà tutto…e alla fine va bene così…

Solo che mi sono accorta che davvero da sola comincio a non farcela più…  “i figli si fanno in due” … beh, ho decisamente bisogno del ‘due’…

La mamma I.

“Mamma, lo sai che la mamma I. …”

“Chi???”

“La mamma I. …”

“Non la chiamare mamma, la tua mamma sono io…”

“E allora come la devo chiamare???”

“Solo I.”

I. è la nuova compagna del padre di mio figlio, vivono tutti insieme da qualche mese, lei, il padre di mio figlio e i di lei due figli, pressocchè coetanei del mio…

Quando mio figlio passa del tempo con suo padre, quindi, ci sono lei e gli altri due bambini, che ovviamente la chiamano mamma…

Ma dopo un giorno e mezzo che mio figlio ha passato con suo padre e la sua nuova famiglia, ecco che, ieri sera, lei era diventata la ‘mamma I.’

Una coltellata avrebbe fatto meno male, che sentire mio figlio chiamare mamma un’altra persona…

Ne ho parlato con suo padre, che a me va bene tutto, accetto tutto, posso anche essere felice per lui che si stia ricostruendo la vita con un’altra persona…ma che mio figlio la chiami mamma, questo proprio non mi va giù…

E capisco che per mio figlio sia poco comprensibile, e in fondo si tratti solo di una parola, e che gli altri due bimbi che si trova intorno quando sta con suo padre la chiamino mamma e quindi la chiami mamma anche lui…capisco che un bambino di 5 anni sia già sufficientemente messo alla prova da questa nuova situazione da non star lì ad attaccarsi alle parole…ma proprio non mi va…

‘Mamma’ non è solo una parola cazzo…è una faccenda seria…

E sento che devo trovare il modo meno offensivo per il mio ex e la sua nuova compagna per mettere in chiaro i ruoli, capisco che magari sia un terreno non facile nemmeno per loro…e soprattutto sento che mio figlio ha bisogno delle parole giuste, dette nel modo giusto, da parte mia, per evitare un senso di esclusione dalla nuova famiglia di suo padre, ed inquadrare la nuova realtà che si è costruita, senza che quelle parole siano inquinate dall’uragano delle mie emozioni…

La ‘mamma I.” proprio no…non ci sto…

Ho chiamato la psicologa stamani…

Mi sa che ho bisogno di una mano…

Risponde allora amore

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(immagine dal web)

Maschera di felicità

copre mondi di delusione.

Poi una voce chiama mamma,

risponde allora amore.

Ed è nuova gioia.

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