Annunci

La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me

…e dimmi che non vuoi morire 

Patty Pravo

 .
 

Guarda
io sono la sola ormai
credi
non c’è più nessuno che
quando chiedi troppo e lo sai
quando vuoi quello che non sei te
ricordati di me
forse non mi credi.

Sguardi,
guarda sono qui per me
non ti ricordi
eri come loro te.
Tutti quanti sono degli eroi
quando vogliono qualcosa… bè
lo chiedono lo sai
a chi può sentirli…
La cambio io la vita che
non ce la fà a cambiare me
bevi qualcosa
cosa volevi
vuoi far l’amore con me

La cambio io la vita che
che mi ha deluso più di te
portami al mare
fammi sognare
E Dimmi Che Non Vuoi Morire!
ra ra ra ra ra ra ra

Dimmi,
sono solo guai per te
dimmi,
ti sei ricordato che
hai una donna che se non ci sei
come fà a restare senza te
piangi insieme a me
dimmi cosa cerchi.
La cambio io la vita che
non ce la fà a cambiare me
bevi qualcosa
se non ti siedi
vuoi far l’amore con me.

La cambio io la vita che
che mi ha deluso più di te
portami al mare
fammi sognare
E Dimmi Che Non Vuoi Morire!

E Dimmi Che Non Vuoi Morire!

ra ra ra ra ra ra ra

.

Credits
Writer(s): Marco Tonelli, Vasco Rossi

.

Sospiro.

Volevo fermarmi…riposarmi un pò…tirare il fiato.

Invece no, coltello nei denti e via andare…

Avanti.

Arriverà il calore del sole che non sia effimero scherzo di primavera.

Arriverà. Chissà se avrò ancora voglia di guardare il sole. Allora.

Intanto, mi immergo nella luce.

Io sono tempesta, immersa nella luce.

Annunci

Cavalieri nella tempesta

Un amico in vacanza a Parigi, meta sognata ed immaginata di uno dei miei agognati quanto improbabili viaggi futuri.

I giorni che precedono la fine di un anno e l’inizio di uno nuovo, uguale a se stessi eppure carichi di bilanci, per quello che è stato, e di aspettative, come ogni cosa che inizia.

“Mandami delle foto quando sarai lì, fammi vedere Parigi attraverso i tuoi occhi”

Io non ho mai visto Parigi.

Nel pomeriggio di sabato scorso mi manda la foto della tomba di Jim Morrison, nel cimitero del Père-Lachaise.

Scrive: “C’era un tipo vicino alla tomba, che suonava Riders On The Storm. Suggestivo.”

Mi sono immaginata la scena, avrei voluta viverla io, vederla io, sentirla io, annusarla io.

La perfezione dei momenti, quando accade, è magica.

Il penultimo giorno di un anno faticoso ma esaltante, un sogno che si avvicina, un testo, quello di questa canzone, che non è soltanto una manciata di parole in musica, ma si fa poesia e fa sua la sintesi di quello che penso della vita, in questo periodo della mia vita.

Cavalieri nella tempesta.

E allora si capisce perchè i Doors sono i Doors, e perchè Jim Morrison è Jim Morrison.

E perchè un uomo, sulla sua tomba, suoni per i vivi, una delle sue canzoni più potenti, nei giorni in cui ci si illude che qualcosa finisca e qualcos’altro inizi, quando in realtà è sempre la stessa battaglia, sempre la stessa tempesta. E ognuno ha la sua, senza sconti.

E dice che siamo soli, quaggiù, gettati in pasto alla vita. Bisogna prenderla come viene, lasciar giocare i bambini, anche quelli che abbiamo ancora dentro, amare, comprendere. E combattere.

Il viaggio continua. Coraggio.

Riders On The Storm – Cavalieri nella tempesta

Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Into this house we’re born – In questa casa siamo nati
Into this world we’re thrown – In questo mondo siamo stati gettati
Like a dog without a bone – Come un cane senza un osso
An actor out alone – Un attore da solo
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta

There’s a killer on the road – C’è un killer sulla strada
His brain is squirmin’ like a toad – Il suo cervello si sta contorcendo come un rospo
Take a long holiday – Prenditi una lunga vacanza
Let your children play – Lascia giocare i tuoi bambini
If you give this man a ride – Se dai un passaggio a quest’uomo
Sweet memory will die – Il dolce ricordo morirà
Killer on the road, yeah – Killer sulla strada, si

Girl ya gotta love your man – Ragazza devi amare il tuo uomo
Girl ya gotta love your man – Ragazza devi amare il tuo uomo
Take him by the hand – Prendilo per mano
Make him understand – Fagli capire
The world on you depends – Il mondo dipende da te
Our life will never end – La nostra vita non finirà mai
Gotta love your man, yeah – Devi amare il tuo uomo, si

Wow!

Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Into this house we’re born – In questa casa siamo nati
Into this world we’re thrown – In questo mondo siamo stati gettati
Like a dog without a bone – Come un cane senza un osso
An actor out alone – Un attore da solo
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta

Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta

Sintesi

“Se ti tagliassero a pezzetti” (Fabrizio De Andrè, Indiano, 1981)

Se ti tagliassero a pezzetti 
il vento li raccoglierebbe 
il regno dei ragni cucirebbe la pelle 
e la luna tesserebbe i capelli e il viso 
e il polline di Dio 
di Dio il sorriso. 

Ti ho trovata lungo il fiume 
che suonavi una foglia di fiore 
che cantavi parole leggere, parole d’amore 
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso 
ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso. 

Rosa gialla rosa di rame 
mai ballato così a lungo 
lungo il filo della notte sulle pietre del giorno 
io suonatore di chitarra io suonatore di mandolino 
alla fine siamo caduti sopra il fieno. 

Persa per molto persa per poco 
presa sul serio presa per gioco 
non c’è stato molto da dire o da pensare 
la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera 
spettinata da tutti i venti della sera. 

E adesso aspetterò domani 
per avere nostalgia 
signora libertà signorina fantasia 
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza 
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza. 

T’ho incrociata alla stazione 
che inseguivi il tuo profumo 
presa in trappola da un tailleur grigio fumo 
i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino 
camminavi fianco a fianco al tuo assassino. 

Ma se ti tagliassero a pezzetti 
il vento li raccoglierebbe 
il regno dei ragni cucirebbe la pelle 
e la luna la luna tesserebbe i capelli e il viso 
e il polline di Dio 
di Dio il sorriso. 

.

C’è una frase nel testo di questa canzone a cui di recente mi sono affezionata, per una serie di motivi che sarebbe superfluo star qui a spiegare.

Dammi quello che vuoi, io quel che posso” recita ad un certo punto, e dentro questa manciata di parole sta la sintesi più precisa di tutti i possibili rapporti tra due persone.

Nel sapere esattamente quello che si può dare all’altro c’è la raffinata consapevolezza dei propri limiti.

Nell’accettare quello che l’altro vuole donare c’è la volontà di mantenerne intatta e inattaccabile la libertà personale, senza porre ad essa nessuna limitazione o forzatura dovuta a quello che il soggetto desidererebbe come il meglio per sè.

Per entrambe le parti in causa si tratta di fare delle scelte, consapevoli, razionali, adulte. ‘Io voglio darti questo’ vs ‘questo è quello che posso darti’. E’ uno scambio, alla pari, di reciproche volontà che non mette sul tavolo della partita a poker della relazione quello che si vorrebbe ottenere, ma quello che si intende donare. Quello che poi si è disposti ad accettare dell’altro stabilisce la misura della relazione, la forza del legame e di conseguenza la sua durata.

Una meravigliosa poesia di Emanuela Pacifici recita:

Non ho bisogno di te, ho voglia di te.

Non ho spazi vuoti da riempire, ho spazi da condividere.

Non mi aspetto che tu mi renda felice,

desidero sorridere della tua gioia e farti sorridere della mia.

Non ti amo da morire, non sono tua e non sei mio.

Sono completa anche senza di te, sei perfetto anche senza di me.

Non morirò se andrai via, non smetterai di essere felice se andrò via.

Non ti carico della responsabilità della mia personale soddisfazione,

ti accolgo come specchio e messaggero, ti offro i miei occhi per indagare nei tuoi.

Non ti lego né mi lascio legare dal bisogno di essere amata, dalla paura dell’abbandono.

Io non sono sola senza di te, tu non sei perso senza di me.

Siamo due meravigliosi e preziosi universi, completi, perfetti,

che si incontrano per creare nuovi mondi.

Non chiuderò porte e finestre per tenerti accanto a me,

non ti permetterò di limitare il mio volo.

Onoro la tua libertà scegliendo ogni giorno la mia.

(Emanuela Pacifici)

 

Paganini

Era una sera d’autunno, la prima in cui il vento freddo cominciava ad insinuarsi feroce tra gli strappi del lacero soprabito consunto. Le foglie agitate sbattevano sulle sue caviglie, il passo veloce, il respiro corto in quel tratto di mondo in cui trascorreva la sua vita, tra puzzo di luride locande e piscio e vomito e sesso. Tirò su il bavero del cappotto, il peso del violino sotto braccio gli ricordò d’un tratto che di lì a poco avrebbe dovuto esibirsi davanti ad un’aristocratica massa di anime spente, racchiuse in belletti e parrucche e volant e sorrisi ipocriti. Lo avevano cercato, invitato, lusingato con la promessa di soldi, tanti soldi per due ore della sua musica. E lui aveva bisogno di soldi. Non aveva preparato niente, però. Avrebbe improvvisato, qualcosa sarebbe venuto fuori. Gli sarebbe bastato cogliere un unico lampo di sincerità, magari negli occhi della servetta che avrebbe portato il tè ai signori, o in uno sguardo d’angoscia dell’ultima giovane madama andata in sposa ad un vecchio maschese decrepito. Se la sarebbe cavata, qualcosa sarebbe venuto fuori. Lui e il suo violino sapevano il fatto loro, era il loro mestiere.

I suoi pensieri agitati dal vento furono interrotti da singhiozzi di donna che venivano dalla sua destra. Si voltò. Sotto la fioca luce di un lampione scorse la figura sottile di una fanciulla piegata su se stessa, raccolta in un angolo. Si avvicinò. Era Odette, non poteva sbagliarsi, la riconobbe dal profilo gentile, dalla curvatura del naso, dalla piega della sua bocca carnosa. Ah Odette! L’unica persona che, fin quando aveva deciso di condividere uno stralcio della sua vita con lui, gli aveva regalato, senza che fosse stato necessario chiederle niente, la meravigliosa illusione di essere davvero qualcosa per qualcuno. Quanto male le aveva fatto con la sua irrequieta ostilità verso chiunque mostrasse un minimo di affetto per lui. Si era sentito braccato, ad un certo punto, in trappola. E lei se ne era andata esausta, sotto la pioggia battente dell’ultimo temporale estivo.

Affrettò il passo, la raggiunse, le mise una mano sulla spalla, la chiamò con un tono dolce che quasi non riconobbe come suo. Lei si voltò, le lacrime si fermarono per un secondo e fu l’unica cosa che vide di lei prima che un pugno fortissimo lo colpisse in faccia. Cadde per terra, la sorpresa per quello che era successo quasi superava il dolore. Di fronte a lui si ergeva un uomo massiccio, lo sguardo cattivo, la voce rude che tuonava: “E te chi sei, lurido pezzente vagabondo! Come osi toccare la mia puttana! Sparisci immondo rifiuto se vuoi arrivare vivo a domani!”

Nel tempo che si alzava, cercando di rimettersi in piedi, vide Odette che si era alzata a sua volta e tentava di buttare le braccia al collo di quell’energumeno inferocito. La sentì implorare: “Perdonami Gerard, non succederà più, lascialo stare, è solo un vagabondo, voleva solo aiutarmi. Farò tutto quello che vorrai, lascialo andare.”

Quando fu in piedi i suoi occhi incrociarono quelli di Odette. Erano tristi, rassegnati, fieri, innamorati. Non poteva sbagliarsi, nei suoi occhi vide in un attimo infinito tutto il bene che ancora lei gli voleva, tutto quello che c’era stato tra loro, tutto quello che erano stati, tutto quello che avrebbe potuto essere e non era più.

Scosse il cappotto, raccolse la custodia del suo violino, tirò di nuovo su il bavero del cappotto e se ne andò.

La sala era buia, un cerchio di candele accese gli circondava i piedi. Pulì col dorso della mano il sangue che il pugno di quel Gerard gli aveva fatto uscire da un profondo taglio sul labbro. Imbracciò il suo violino.

Si fece silenzio.

Poi musica. La sua musica.

Per Odette.

 

Sopravvivere a Kurt Cobain

Lo scorso fine settimana mi è capitato di ascoltare per caso uno dei singoli dei Foo Fighters, il gruppo alternative rock fondato da Dave Grohl, batterista dei Nirvana, dopo il suicidio di Kurt Cobain.

Non sono una loro fan, per caso in passato mi era capitato altre volte di ascoltare alcune loro canzoni di successo trovandole decisamente ben scritte, con tematiche profonde, socialmente impegnate, arrabbiate, caustiche. Belle insomma.

Così, mentre la musica scorreva e la linea melodica della voce diventava urlata quasi fino a ‘strappare’, mi sono trovata a pensare a cosa possa aver significato, per Dave Grohl, sopravvivere a Kurt Cobain, indiscutibilmente uno dei geni musicali della mia epoca, fuori dal tempo, fuori dallo spazio, incapace di vivere nel suo tempo e nel suo spazio e di conseguenza fragile come una farfalla al sole (ne avevo parlato qui: Genio e mediocrità ormai più di tre anni fa).

Un diamante immenso fragile come cristallo, che ha subito e costruito la sua vita, e la sua morte, tra vette altissime e abissi profondissimi al pari dei grandi artisti di ogni epoca.

Ecco, chissà cosa doveva essere vivere vicino ad una persona tanto elevata rispetto alla mediocrità del mondo e del genere umano…chissà come si sopravvive dopo.

Nella voce e nella musica di Dave Grohl, immersa oggi nella sua maturità artistica, c’è tanta roba.

Chissà com’è, sopravvivere a Kurt Cobain.

Voci precedenti più vecchie