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Bisogna sparargli (WRITERS n.14)

Bisogna sparargli

di Elena Brilli

I bar di provincia sono luoghi senza tempo e senza spazio, immersi nella luce afona dei neon che rimbalza su banconi fintamente marmorei, corrosi da mani incuranti e sorrisi usati di una cortesia becera quanto falsa.

Appoggiati ad uno di essi due tizi urlavano all’aria indifferente, travestista da barista stanco, i loro proclami:

“Bisognerebbe buttare addosso a quei barconi carichi di feccia immonda un paio di bombe tirate bene, e poi vedresti come non ne arriverebbero più! Ecco la soluzione! Ne affondi un paio e il problema è risolto! Se ne stanno a casa loro quei sudici che ciondolano nelle nostre strade e bisogna anche pagargli il vitto e l’alloggio!” diceva uno.

E l’altro di rimbalzo, a voler scendere quasi forzatamente un altro scalino verso l’ignoranza:

“Lo dico sempre io! Che si stava meglio quando c’era “Lui”! Tutti su un treno con le giacchine a righe e il simbolino cucito e via andare! Una bella gassata e problema risolto!”

Vittoria stava finendo di bere il suo caffè, dopo le solite otto ore abbondanti di lavoro che non bastavano mai per arrivare a fine mese, e aveva sentito tutta la conversazione senza distogliere lo sguardo dal suo angolino di serenità, che si regalava ogni sera prima di tornare a casa dal suo bambino.

Posò la tazzina, alzò lo sguardo e disse:

“Scusate signori…”

I due si voltarono sentendo l’esile voce femminile che chiedeva la loro attenzione.

“…una sola domanda. Come fate ad essere così sicuri che, nella vostra vita, non vi debba toccare mai di trovarvi su un barcone contro cui vengono tirate delle bombe? E, perdonatemi, come fate ad essere così sicuri che, qualora tornasse uno come “Lui”, non siate voi ad avere la casacca a righe col simbolino cucito? Come fate ad essere così sicuri che non vi trovereste dalla parte ‘sbagliata’ con un biglietto di sola andata per l’inferno?”

I due la guardarono, improvvisamente muti.

Vittoria pagò il suo caffè, ringraziò il barista, sorrise rivolta ai due signori e uscì.

Elena Brilli

Il racconto che avete letto lo trovate pubblicato sull’ultimo numero della rivista WRITERS.

Se volete dargli un occhio, la trovate

qui: https://drive.google.com/file/d/1J6i0_tz6pnd0DKyA9foPQRoiF-qGeimJ/view?usp=sharing

e qui: https://issuu.com/writersrivista/docs/writers_2014

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Poteva essere suo padre (WRITERS n.14)

Nasce, il racconto che segue, dal tema scelto per l’ultimo numero di WRITERS, dedicato al complicato tema dell’indifferenza.

Se volete dargli un occhio, la rivista la trovate

qui: https://drive.google.com/file/d/1J6i0_tz6pnd0DKyA9foPQRoiF-qGeimJ/view?usp=sharing

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Nasce da una storia vera, come quasi tutto quello che scrivo, perchè forse, devo ammetterlo, non sono capace di fare diversamente da così. Raccolgo stralci di vita, la mia, o una delle tante che mi vivono intorno, e ne faccio una storia.

Questa.

Poteva essere suo padre

di Elena Brilli

La chiave fece il suo solito suono metallico per far scattare la serratura della porta. Annalisa rientrò in casa, c’era buio e silenzio, la vita che la abitava si era abbandonata al sonno. Era decisamente più tardi dell’ora alla quale era solita rientrare dal lavoro per abbracciare forte il suo cucciolo dopo una giornata lontano e accompagnarlo nel mondo dei sogni raccontandogli una favola a bassa voce.

Lasciò le borse in cucina e si avviò nella penombra verso la camera. Il suo bambino dormiva sereno, il respiro lento e placido di chi ancora sogna solo cose belle.

Si sedette in terra accanto al lettino a cancelli, prese la manina del suo cucciolo e iniziò a raccontare la sua storia di quella sera, quasi a volersi giustificare con lui del fatto di aver lasciato che dovesse addormentarsi senza averla vicina.

“Sai topolino dolce, la mamma è tornata tardi stasera perché ha incontrato una persona che aveva bisogno del suo aiuto. Stavo andando verso la macchina dopo aver chiuso il negozio e aver finito di lavorare e mentre camminavo sul marciapiede ho visto un signore aggrappato ad un cestino della spazzatura che barcollava e non riusciva a stare in piedi. Non era tanto giovane, era un signore anzianotto, più o meno come il nonno, sai? E non riusciva a stare in piedi. Doveva essere un tossico, in botta piena dopo la sua dose serale di eroina, consumata sui marciapiedi puzzolenti ai margini delle luci natalizie dei negozi del centro. Tu non lo sai cos’è un tossico, forse lo capirai un giorno e mi auguro che tu non arrivi mai ad essere una persona superbamente giudicante, ma solo umilmente comprensiva. Perchè ci sono tante persone che non si vogliono bene al punto da farsi del male, come se facendosi del male trovassero l’unica strada possibile nella loro anima per stare bene. E allora si fanno del male. E questo signore, che poteva essere il nonno, non stava bene. Io l’ho visto da lontano, ciondolante, le gambe molli, parlava parole sconnesse al muro. Chissà cosa diceva, chissà con chi credeva di parlare. Ma avevo paura che cadesse e si facesse male o che, perdendo i sensi, per la troppa roba marcia infilata nelle vene, finisse per morire di freddo, da solo, lì, abbandonato sul marciapiede. E allora non mi sono avvicinata, non gli ho parlato, perché non ero sicura di come potesse reagire vedendo me che disturbavo i suoi sogni distorti o affollavo di più i suoi incubi chimici, però ho continuato a tenerlo d’occhio, oltrapassandolo. Se fosse caduto lo avrei soccorso. Ho chiesto ad un paio di persone che ho incontrato sulla medesima via se lo conoscessero e se potessero fare qualcosa per lui. E sai cosa mi hanno risposto? ‘Signora, ma non lo vede che è un tossico? Lo lasci perdere. Vada a casa.’ Ma io non ce la facevo a lasciarlo lì da solo. Volevo tornare da te, sai? Ma non potevo lasciarlo lì da solo. E allora ho chiamato l’ambulanza. Mi hanno risposto che sarebbero arrivati di lì a poco e mi hanno chiesto di stare lì perché potessi indicarglielo quando sarebbero arrivati i dottori a prendersi cura di lui. Mi hanno detto anche di seguirlo da lontano, nel caso si fosse allontanato barcollando da quel cestino che sembrava essere l’unico suo appiglio alla vita, perché almeno avrei saputo indicare loro dove era andato e lo avrebbero trovato. Ci hanno messo mezz’ora ad arrivare. E’ tanto tempo per stare al freddo, ad un angolo di strada, a guardare una persona che si sente male e impreca al muro la sua disperazione. Un paio di volte si è accasciato, stavo per avvicinarmi, avevo paura di doverlo fare davvero. Ma poi ogni volta, aggrappandosi al cestino si rimetteva in piedi. Quando sono arrivati i dottori con l’ambulanza, mi hanno chiesto cosa avessi visto e come si fosse comportato quel signore che poteva essere il nonno. Si sono avvicinati, gli hanno parlato, lo hanno sostenuto perché camminasse verso il lettino per poi metterlo sull’ambulanza e portarlo all’ospedale. Uno dei dottori si è avvicinato a me scuotendo la testa. Aveva gli occhi tristi, sai? Mi ha detto ‘Grazie signora, adesso ci pensiamo noi, passerà la notte in ospedale, ma domani sera sarà qua di nuovo, ancora pieno di eroina nelle vene, finché non arriverà la sera giusta. Ma non è stasera, adesso è con noi. Grazie.’ Poi sono saliti tutti, hanno acceso i lampeggianti e la sirena che a te piace tanto sentire e sono andati via. Così la mamma è potuta correre da te. Sono arrivata tardi, ma dovevo aiutarlo, dovevo fare la cosa giusta. Per quel signore che sembrava il nonno. Dovevo fare la cosa giusta per me…e anche per te.”

Mentre Annalisa stava pronunciando sottovoce le ultime parole sussurrate della sua storia della buonanotte, la figura di sua madre si stagliò controluce nella lama illuminata dalla lampadina gialla del corridoio.

“Ho dovuto metterlo a letto io, te non tornavi. Dove diavolo sei stata finora?”

“Mamma, mentre stavo per tornare ho trovato una persona in difficoltà, era un tossico, si stava sentendo male, non potevo lasciarlo lì da solo. Ho aspettato che arrivasse l’ambulanza.” Rispose Annalisa, cercando di mantenere basso il volume della conversazione che aveva l’idea di non essere particolarmente cordiale, come sempre accadeva con sua madre.

“Ma per quale accidenti di motivo non lo hai lasciato stare? Ma che t’importa? Era un tossico!”

“Mamma”, rispose Annalisa, “era un uomo, e aveva bisogno di una mano. Io gliel’ho data.”

Sua madre stizzita si tolse dalla luce e ciabattò veloce verso camera sua.

Annalisa, posò un bacio leggero sulla fronte del suo bambino, che tirò un respiro lungo e rilassato.

Si svestì nella penombra, senza accendere la luce e si sdraiò nel letto accanto al lettino con le sbarre. Nessuno forse avrebbe capito il suo stato d’animo, ma per lei quella sera sarebbe stata una sera da ricordare nella sua vita, una di quelle sere in cui ti rendi conto di aver fatto la differenza per qualcuno. Una persona in difficoltà, una mano tesa, una notte in più.

Poteva essere suo padre.

Elena Brilli

Per non rimanere indifferenti, ecco a voi il nuovo numero di WRITERS!

Dirigo da un paio di anni questo meraviglioso esperimento. La ‘mia’ rivista on line, il ‘mio’ spazio nel quale contenere la creatività di amici e collaboratori sodali e splendidi. Ne sono orgogliosamente fiera.

E ‘mia’ solo perchè ne tengo le fila, la compongo, la rimetto insieme in tempi lunghi e a tratti sofferti, quasi come la gestazione di un figlio, ma quando riesco a mandarla on line è una enorme soddisfazione per me. E diventa ‘vostra’. Appartiene a tutti quelli a cui appantengono i pensieri e gli spunti creativi che la compongono, appartiene a chi ha voglia di perdere qualche minuto del proprio tempo per leggerla, a chi, magari poi in privato, mi scrive dicendomi che ha apprezzato, si è fermato a pensare, si è commosso.

E’ un regalo che faccio a voi, è un regalo che faccio a me.

Oggi è il mio compleanno, e questo è il mio regalo per me. Perché WRITERS mi permette di tenere acceso il mio sogno…mi aiuta a pensare che “forse la vita non è stata tutta persa,
forse qualcosa s’è salvato,
forse davvero non è stato poi tutto sbagliato.” (cit. da Sally di Vasco Rossi)…

Si parla di “INDIFFERENZA NEI RAPPORTI UMANI”,in questo numero, tema tosto e dalla complicata decifrazione in parole scritte, perchè l’indifferenza è quasi come un vento freddo che entra nelle ossa ma non si riesce a vedere e a toccare, finchè non la si subisce o se ne diventa meschini artefici. C’è stato da pensarci su…bene e a lungo, da parte mia e di tutti i redattori, che non mi stancherò mai di ringraziare.

Se volete dargli un occhio, la trovate

qui: https://drive.google.com/file/d/1J6i0_tz6pnd0DKyA9foPQRoiF-qGeimJ/view?usp=sharing

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Queste le mie poche righe che aprono il numero, ve le metto qua, così magari vi viene voglia di andare a dare un’occhiata… che dite?

EDITORIALE

Vede la luce un nuovo numero di WRITERS per il quale i nostri lettori, attraverso la pagina Facebook (che trovate qui: https://www.facebook.com/writers.magazine ) avevano scelto il tema dell’ INDIFFERENZA NEI RAPPORTI UMANI.

Argomento difficile da trattare, non solo perché chi scrive tende di solito ad avere un animo sensibile che quindi ricusa per definizione stessa il concetto di indifferenza, ma soprattutto perché parlandone si tende ad analizzarlo per negazione, cioè raccontando comportamenti ed azioni che ne sottolineano la mancanza, evidenziando di fatto la compassione e l’empatia come condanna dell’indifferenza stessa.

Nei rapporti umani l’indifferenza si declina nella mancanza di partecipazione, di comprensione, nella mancanza di immedesimazione nell’altro, in una sorta di vuoto nell’anima, incapace di provare sentimenti di qualsiasi genere nei confronti di qualsiasi cosa o persona ci si trovi ad avere intorno.

Anna Bellucci, l’artista che da un paio di numeri firma il disegno originale per la copertina ha colto esattamente questa definizione, disegnando persone con un buco al posto del cuore, in un paesaggio di sterile freddezza autunnale.

Leggendo il numero troverete invece storie dense di umanità, di compassione ed empatia, con le quali gli scrittori che hanno partecipato al numero hanno definito l’indifferenza attraverso la sua negazione, provando di fatto, in qualche modo a riempire il suo ‘vuoto’.

E troverete spunti di riflessione su quanto il susseguirsi dei nostri giorni convulsi, in questa epoca così priva di compartecipazione delle anime, non ci costringa all’indifferenza quasi come strumento di difesa contro le troppe richieste di aiuto provenienti da ogni dove, che superano il limite possibile a cui riuscire a dare ascolto, ognuno secondo le proprie possibilità.

Si può guarire dall’indifferenza e colmare il vuoto che ci divora o piuttosto l’indifferenza diventa, gioco forza, la cura a quell’emorragia dell’anima provocata dall’empatia che ci rende umani?

Troverete anche la presentazione di due libri, da poco usciti in libreria, firmati uno da Paolo Mormile, storico collaboratore di WRITERS che è riuscito a fare il ‘grande balzo’, l’altro da Angelo Pio Villani, del quale avevamo ospitato un racconto in uno dei precedenti numeri.

E’ stato un onore grandissimo, per me, ospitare tra le pagine di questo numero la presentazione delle loro opere.

E così si parte, e non rimane per me altro da fare se non augurare a tutti voi lettori che le pagine che andrete a leggere possano tenervi compagnia, emozionarvi e, perché no, anche fornire spunti di riflessione, di introspezione e di analisi.

Sarebbe un grande onore se aveste poi voglia di condividere con noi le vostre impressioni, le vostre emozioni e anche le vostre critiche, che, preziosissime, ci aiutano ad andare avanti e migliorare.

Ci troverete sempre pronti ad accogliervi ed ascoltare ogni vostro pensiero qui:

E aspetteremo con ansia, per la costruzione dei nuovi numeri, ogni nuovo spunto creativo che vorrete condividere con noi, i vostri racconti, le vostre poesie, i vostri pezzi di creatività.

Noi saremo pronti ad accoglierli e dar loro spazio nelle future pubblicazioni, perché abbiamo scoperto che dialogare con voi lettori in uno scambio alla pari di parole, immagini ed emozioni ci arricchisce e ci stimola e, credetemi, passare ‘dall’altra parte’ e trovare i vostri scritti sulle pagine della ‘vostra’ rivista, non è poi così complicato come potreste pensare, ma è sicuramente bellissimo!

Ricordate che WRITERS può essere anche vostro, anzi che lo è, vostro.

Noi siamo solo l’umile canale attraverso il quale potete tirar fuori da voi tutto il vostro personalissimo caleidoscopio di emozioni.

Vi aspettiamo.

                                                                             La direttrice  Elena Brilli

 

Clarissa (WRITERS N.13)

Nel numero 13 di WRITERS che potete leggere e scaricare qui: https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9MWlXMnY2Ri1oNzg/view?usp=sharing

trovate il mio racconto dedicato al tema della “crescita personale”.

E’ la storia di ‘Clarissa’…un pò vera, un pò no… come tutte le storie…

Clarissa

di Elena Brilli

Clarissa è una ragazza di vent’anni, ‘una brava ragazza’ dicono di lei gli abitanti del quartiere in cui vive da sempre.

Vive coi suoi genitori e suo fratello, più piccolo di un paio di anni, e ama studiare.

Mente brillante durante gli anni del liceo, i primi anni di università avevano confermato la sua stacanovistica volontà di apprendere e di dimostrare che lo è davvero, quella brava ragazza che tutti dicono.

Le sue giornate sono divise tra lezioni e studio, incontri coi professori, esami e lezioni, ancora… ancora… e ancora.

Università, studio, esami… esami, studio, università…

Perchè “le cose o si fanno al massimo delle proprie possibilità o non si fanno”, così le aveva sempre ripetuto sua madre, fin dalla tenera infanzia, così aveva imparato a fare in ogni cosa della sua vita, così è adesso il suo modo di essere viva, vista, vissuta e riconosciuta.

Poi sua madre si ammala e succede tutto all’improvviso. Un’esame di routine rivela nei suoi esiti un ospite sgradito e pericoloso: carcinoma mammario metastatico al IV stadio.

Bisogna operare, subito.

Le giornate di Clarissa diventano allora lezioni, studio, università, esami… e ospedale.

Arrivata di corsa all’uscita di sua madre dalla sala operatoria, dopo l’ennesimo esame superato a pieni voti, la sua vita di studentessa modello si scontra con la sofferenza impressa su quel volto semicoscente, ancora immerso nell’anestesia, e con la pesante mutilazione subita.

E sono giornate di ansie, dolore, dottori, medicazioni, visite, lezioni, studio, università, esami… e panni da lavare e stirare, pasti da cucinare per suo fratello e suo padre, casa da tenere più o meno in ordine durante la convalescenza di sua madre.

Ed è chemioterapia, pesantissima, invasiva, devastante…

Sua madre perde i capelli e soffre. Passa le sue giornate abbandonata sul divano, spenta, assente, o si trascina per la casa per arrivare in bagno a vomitare. E Clarissa le tiene la testa, la sorregge in mezzo agli spasmi, la rimette in poltrona, la copre e ogni tanto interrompe i suoi studi per controllare che sua mamma respiri ancora, una volta che le convulsioni le danno tregua. Il percorso tra la sua scrivania e la poltrona dove giace sua madre, o l’involucro che ne rimane, è un incubo che ogni mezz’ora la costringe ad avvicinarsi a quel corpo esanime per accertarsi che il petto si alzi ancora tra un respiro faticoso e l’altro.

Così le sue giornate diventano sostenere sua madre, cercare di controllare, per quanto possibile, che sopravviva a quella cura che la sta uccidendo perché non la uccida il tumore, e poi, se rimane il tempo, esami, studio, università, lezioni… lezioni, università, studio, esami…

Se rimane il tempo.

Finisce la chemioterapia, ritorna il tumore, quasi uno scherzo del destino, o un suo accanimento feroce sul corpo di sua madre e sulla vita di Clarissa. Si torna in prigione…senza passare dal via…mano sfortunata nel giro di Monopoli che spesso è la vita.

Di nuovo sotto i ferri sua madre, di nuovo le giornate tornano a concludersi in ospedale, dopo le lezioni, l’università, lo studio, gli esami e la casa da tenere in ordine.

Si ricomincia con la chemioterapia, e stavolta non è un ciclo solo ma tre, pesantissimi, invasivi, devastanti. Stroncano ogni resistenza del tumore, forse… Di sua madre, di sicuro…

Per la prima volta nella sua vita Clarissa, tra uno spasmo di vomito e l’altro, vede sua madre piangere e implorare che finisca tutto.

Io l’ho fatto per voi, per il babbo, per te e tuo fratello… ma se dovesse tornare un’altra volta io non lo faccio più, non chiedetemi di farlo di nuovo…” è la resa definitiva che Clarissa raccoglie dalle labbra di sua madre prima di sorreggerla di nuovo mentre il corpo sfinito si scuote a vomitare ancora.

Sua madre smette di lavorare, una ‘finestra’ per il pensionamento anticipato si apre sulla sua quasi quarantennale carriera di insegnante, suo padre lavora molto meno per poter seguire sua moglie dentro e fuori dagli ospedali, le giornate di Clarissa sono ancora lezioni, università, esami, studio, casa da tenere in ordine… ma cominciano a mancare i soldi.

Suo fratello è più piccolo e merita di studiare… accidenti se lo merita… molto più di lei, forse.

E allora Clarissa decide di togliere un peso a quel bilancio familiare che comincia a dare segni di cedimento e che non può più permettersi di mantenere due figli all’università.

Clarissa inizia a lavorare nella ristorazione di un grande centro commerciale, e le sue giornate sono adesso lezioni, università, studio, esami… e lavoro, tutte le sere, dalle 20 a mezzanotte e a giornate intere nei fine settimana.

Usa la macchina che divide con suo fratello, la porta la mattina presto vicino al suo posto di lavoro, prende l’autobus, va a lezione, passa la giornata all’università, torna indietro in autobus al tramonto, riprende la macchina, va al lavoro, torna a casa, sistema casa, studia… se ce la fa.

E avanti così per mesi e mesi, si addormenta in aula un paio di volte, è costretta a saltare esami ed incontri coi professori perché non riesce tutte le volte a spostare gli orari dei suoi colleghi…

Clarissa accelera… lo studio rallenta.

Poi suo fratello comincia a brontolare perché Clarissa è costretta a tenere sempre la macchina, ma lui è un ragazzo giovane e ogni tanto la sera vorrebbe uscire con gli amici.

Ha ragione lui, ovviamente, e d’altronde lei lavora adesso e può comprarsi la sua prima macchinuccia tutta sua.

Così fa, Clarissa, e nello stipendio suo lavoretto part-time deve entrarci adesso anche la rata della macchina e l’assicurazione, oltre alle tasse universitarie e le spese per gli esami.

Sua madre sta un po’ meglio, però, e Clarissa pensa che in fondo ce la po’ fare ad andare avanti così, tra lezioni, università, esami, studio, lavoro, casa da rassettare e soldi da gestire.

Nell’estate dei suoi 25 anni, però, Clarissa, nonostante i suoi sforzi e il tremante e faticosissimo equilibrio che ha dato alla sua vita, si accorge che deve lavorare di più, perché a settembre ci sono le tasse universitarie da pagare e anche l’assicurazione della macchina, e tutti quei soldi lei non li ha. E a settembre il suo contratto scadrà.

Così le sue giornate diventano, in quell’estate calda, un nuovo lavoro la mattina, una corsa in facoltà, lezioni, studio, università, esami… sempre meno per la verità… poi una corsa al suo solito lavoro la sera, fine settimana compresi.

Non ce la fa più, Clarissa, non regge più quella vita, se ne è accorta da un pezzo, lo sa bene, ma deve andare avanti, le mancano così pochi esami a finire…sua madre sta meglio, deve farcela… anche per lei.

Arriva settembre e scadono i contratti, tutti e due… ma Clarissa deve lavorare, non può più smettere… chi può pagare le sue spese se smette di studiare? Chi pagherà adesso le tasse universitarie e gli esami, e le spese per la sua macchinuccia?

Arriva insperata una proposta di un lavoro nuovo, tutto il giorno, le classiche otto ore da passare in ufficio, bloccata dietro ad una scrivania.

Clarissa accetta, può continuare a studiare, andrà in facoltà molto meno di prima, ma se vuole ce la può fare.

Ci crede Clarissa, e continua a pagare le tasse universitarie per altri tre anni, senza più riuscire ad andare in università, senza più nessun esame.

Clarissa rinuncia agli studi, sono passati cinque anni dal giorno in cui è cambiato tutto, sua madre sta bene, è sopravvissuta al tumore e alla chemioterapia.

La sua vita ha cambiato strada… Clarissa è diventata grande, si vede che doveva andare così.

Forse, è così che si diventa grandi… scegliendo la cosa giusta da fare in ogni momento, l’unica cosa possibile per andare avanti.

Elena Brill

Come si diventa ‘grandi’… su WRITERS N.13

Il nuovo numero della rivista on line di scrittura creativa che dirigo è finalmente on line!

Si chiama WRITERS, è arrivata al suo tredicesimo numero e il tema che stavolta è stato affrontato dai suoi redattori e collaboratori è quello della “crescita personale”, del modo in cui, nelle esperienze di ognuno di noi, si diventa ‘grandi’.

La trovate qui: https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9MWlXMnY2Ri1oNzg/view?usp=sharing

e qui: https://issuu.com/writersrivista/docs/writers_13

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e qui: https://www.facebook.com/writers.magazine/

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Queste le mie poche righe che aprono il numero, ve le metto qua, così magari vi viene voglia di andare a dare un’occhiata… che dite?

EDITORIALE

Nasce con queste poche righe il nuovo numero di WRITERS dedicato ad un tema complesso e intimamente ostico, quello della ‘crescita personale’, del modo in cui, per intendersi, nel percorso di vita di ognuno di noi si ha la percezione chiara e netta che niente sarà più come prima e soprattutto che noi non saremo più quello che siamo stati fino a quel momento.

Per noi autori si è trattato di tornare indietro ciascuno nel proprio tempo di vita alla ricerca di qualcosa o qualcuno di molto importante che ci ha costretto ad un certo punto, accompagnandoci con gentilezza o trascinandoci nostro malgrado, a fare un balzo in avanti nel nostro percorso di crescita.

E fare questa operazione mentale, credetemi, non è cosa semplice, né, spesso, priva di dolore.

Si rimettono in campo emozioni e sensazioni chiuse nella scatola dei ricordi e le parole devono costruire intorno ad esse un castello di frasi credibili e al tempo stesso meno personalizzate possibili.

Il processo di astrazione sotteso al meraviglioso gioco delle parole diventa allora un equilibrismo pericoloso per parlare di sé, senza parlare troppo di sé, con quel distacco che il tempo impone ad emozioni sopite che tornano prepotentemente a galla e che consente, forse per la prima volta, di mettere quello che ci ha fatto ‘diventare grandi’ nella giusta prospettiva.

Siate dunque clementi nel leggere le pagine di questo nuovo numero di WRITERS, c’è un pezzo importante della vita di ognuno di noi autori, che vi chiediamo di ‘maneggiare con cura’.

Speriamo che le nostre parole siano un tramite perché anche voi che leggete possiate o vogliate fare un passo indietro alla ricerca consapevole di quello che vi ha portato avanti, di cosa vi ha fatto diventare quello che siete e, nonostante la fatica che magari vi costerà questa operazione, credetemi, ne sarà valsa la pena, dopo.

Sarebbe un grande onore se aveste poi voglia di condividere con noi le vostre impressioni, le vostre emozioni e anche le vostre critiche, perché no.

Ci troverete sempre pronti ad accogliervi ed ascoltare ogni vostro pensiero qui:

E aspetteremo con ansia, per la costruzione dei nuovi numeri, ogni nuovo spunto creativo che vorrete condividere con noi, i vostri racconti, le vostre poesie, i vostri pezzi di creatività.

Noi saremo pronti ad accoglierli e dar loro spazio nelle future pubblicazioni, perché abbiamo scoperto che dialogare con voi lettori in uno scambio alla pari di parole, immagini ed emozioni ci arricchisce e ci stimola e, credetemi, passare ‘dall’altra parte’ e trovare i vostri scritti sulle pagine della ‘vostra’ rivista, non è poi così complicato come potete pensare, ma è sicuramente bellissimo!

Ricordate che WRITERS può essere anche vostro, anzi che lo è, vostro.

Noi siamo solo l’umile canale attraverso il quale potete tirar fuori da voi tutto il vostro personalissimo caleidoscopio di emozioni.

Buona lettura a tutti, quindi, e buona estate, sia che vi troviate sulla sabbia calda di spiagge assolate, sia che cerchiate riparo al fresco di alberi secolari disseminati sulle nostre montagne, sia che vi avvolga la penombra di un crepuscolo iridato sul terrazzo di casa vostra.

Noi ci ritroveremo in autunno, pronti a condividere, come ogni volta, ma stavolta un po’ di più, un nostro nuovo sogno, che mi auguro sarà veramente diventato anche il vostro.

La direttrice

Elena Brilli

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