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Usa e getta

Sarà il caldo di questi giorni di metà estate che fa ribollire i pensieri, saranno un pò di emozioni sparse nei giorni di sole e nelle notti di luna che fanno guardare indietro ai tanti, uomini e donne, passati nel setaccio dei minuti della mia vita, sarà che va semplicemente così…

Mi sento delusa dalle persone, o forse ancora una volta da me stessa che non riesco a vivere l’intersecarsi delle vite degli altri nella mia con maggiore distacco.

Non c’è niente da fare, non riesco a vivere la gente al netto delle emozioni, non riesco a fare in modo che non rimanga attaccato a me un brandello di chi passa di qua, e, peggio ancora, non riesco ad evitare che una parte di me rimanga attaccata a chi entra nella mia vita, fosse anche solo per un minuto.

Non riesco a vivere le persone a metà.

E allora quando passano, e attraversano i miei giorni in modo più o meno profondo, e poi immancabilmente se ne vanno, talvolta senza nemmeno curarsi di fare poco rumore e lasciare la mia anima così come l’hanno trovata, altre volte sbattendo addirittura la porta senza neanche salutare… allora, dicevo, una parte di me rimane attaccata a loro, e il ricordo di quello che è stato, di quello che sono stati, di quello che hanno dato ai miei attimi e che io ho donato ai loro, dello scambio di vite vissuto… diventa lacerante, doloroso, sanguinolento.

E la sensazione sgradevole che rimane a ronzare nella mia testa è che la mia vita sia vissuta, da chi ha il privilegio di entrare a farne parte e quindi di strapparmene un pezzo, non come un regalo di cui non hanno alcuna consapevolezza, ma come una emozione usa e getta.

Mi sento usata allora, e gettata poi senza far caso a quello che rimane attaccato a me, e soprattutto ignorando e non curandosi di quello che di me rimane legato a loro e mi viene portato via.

Probabilmente è questo uno dei motivi per cui tendo inconsapevolmente a non conservare ricordi, a non avere memoria dei miei giorni passati, dei volti, delle espressioni, dei gesti, come se rimuovessi l’origine di un’azione, quella del ricordo, che in fondo mi crea dolore, e tristezza, e nostalgia, per quella parte di me che è rimasta attaccata a chi se n’è andato.

“La radice della sofferenza è l’attaccamento” recita una frase famosa del Buddha.

Credo, tutto sommato, che abbia ragione…

Ma l’indifferenza è subdolamente dolorosa…

Il “non ti curàr di lór, ma guarda e passa” (cit) è maledettamente ostile.

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La terza via

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(immagine personale)

In genere ci viene detto che nella vita abbiamo una scelta tra due sole strade: lottare con tutte le nostre forze per arrivare in cima e per avere successo, o riunirci all’esercito dei ‘nessuno’. Invece esiste una terza via, amico, puoi farti da parte e cominciare ad essere la persone che vuoi essere. Non sei obbligato a fare il loro gioco: sono gli altri che hanno bisogno di te non tu di loro.

(Sergio Bambarén)

Vivo da sempre, tranne brevi o disastrose parentesi, nella “ridente cittadina” di M., un luogo che odio e amo al tempo stesso, dal quale anelo la fuga ogni momento e al quale mi faccio irrimediabilmente legare, di giorno in giorno, di anno in anno, di vita in vita.

La vecchia stradina sopraelevata esiste da sempre nella mia memoria, la pista ciclabile risale invece a tempi più recenti, di cui comunque non ricordo la precisa collocazione temporale. Non ricordo quindi nemmeno cosa ci fosse prima della costruzione della pista ciclabile, ma da quando esiste la pista ciclabile quel cancello è sempre stato lì, statuario, fisso nella sua insensatezza, e la pista ciclabile si divide incontrandolo, passando alla sua destra e alla sua sinistra, piegandosi, quasi in senso di rispetto, alla sua presenza.

Segna un confine, testimonia un antico passaggio tra un dentro e un fuori, tra un ‘di qua’ e un ‘di la’…

Le due corsie della pista ciclabile sono un bivio, puoi andare a destra o a sinistra del cancello, devi scegliere da che parte andare… metaforicamente diventano la via giusta e la via sbagliata, la strada nota e la strada ignota, diventano il bianco e il nero, il vero e il falso.

Ma cosa c’è dentro al cancello?

Se fosse un passaggio in altre dimensioni? Un binario 9 e 3/4 verso un altrove altro dal codice binario delle scelte?

E se il cancello fosse la via della fantasia, del gioco, delle possibilità, delle intuizioni, dell’amore, della follia, dell’irrazionalità, della magia, della meraviglia, dei sensi, del rischio, se fosse tutto quello che sta nel mezzo tra il giusto e lo sbagliato, tra il bianco e il nero, tutto il possibile, tutto l’immaginabile, tutto quello che non è ma potrebbe essere?

E’ sempre socchiuso quel cancello…chissà perchè…