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Sette giorni

Ho lasciato il mio piccolo grande ometto dal suo babbo lo scorso sabato.

“Mamma, voglio stare qua dal babbo tutta la settimana!” sono state le sue parole domenica pomeriggio quando avevo chiamato per organizzare il suo rientro in serata. Va bene, ricordo di aver pensato, in fondo è l’ultima settimana di ‘libertà’ prima del rientro a scuola e ai ritmi da essa imposti, in fondo è giusto così, in fondo sapevo che doveva succedere che i rapporti tra ‘uomini’ prima o poi si rinsaldassero, o quantomeno iniziassero finalmente a costruirsi, in fondo sono contenta che stia accadendo, in fondo lo sentirò tutte le sere e appena mi chiede di andarlo a prendere lo andrò a prendere, in fondo io voglio solo che sia contento.

E così, sono sette giorni che non divido almeno una parte della mia giornata con il mio piccolo grande uomo. Ogni sera, mentre torno da lavorare lo chiamo e lo sento sereno, allegro, mi racconta di quello che fa nelle giornate con suo padre, quando è libero dal lavoro, o con la nonna e ieri sera, insieme al suo ‘babbone’, prima di cena, dividevano i buoni e i cattivi… e allora tra i buoni c’erano Benigni e il Lamalamalama (il Dalai Lama :-D), il Joker era un cattivo, Ironman il supereroe di tutti i supereroi, quindi per definizione il più buono tra i buoni. Bello sentirlo allegro!

E io invece sperimento, per il periodo più lungo da quando è nato, la sua assenza fisica. Ed è un susseguirsi di sensazioni strane, nuove, insolite, dimenticate… attese anche.

Uno strizzone allo stomaco arriva quando spengo le luci per andare a letto, perchè non posso appoggiare un bacio leggero sulla sua fronte e sentire il suo respiro addormentato… Ma per il resto non me la sto passando male.

Mi trattengo al lavoro senza la fretta di dover tornare a casa per ‘salvare’ mia mamma, anzianotta e un pò malandata in questo periodo, e restituirle un pò di pace dopo il pomeriggio trascorso a ritmi forzati tra compiti, partite a scopa e giochi dell’oca. E lavorare senza l”urgenza’ di dover passare quanto prima possibile dal lavoro di operaia a quello di mamma ha un che di piacevole.

Ho coltivato un pò di vita sociale, tra vecchie e nuove amicizie, un paio di aperitivi al barettino vicino a casa, una manciata di noccioline e qualche chiacchera con gente sorridente, almeno una decina d’anni più giovane di me, quindi ‘leggera’, priva di almeno qualcuno dei pesi della zavorra di casini che, in maniera direttamente proporzionale, aumentano man mano che ci si addentra nella vita adulta.

Mi sono regalata una serata speciale, cucinando per un uomo, a modo mio. Non amo cucinare e non so, non sono in grado di seguire le indicazioni di una ricetta, perchè la creatività non si misura al grammo, ma quando mi prende bene invento alla grande, e non era venuto niente male. Mi sono messa un abito, i tacchi, mi sono truccata… insomma, per una sera sono stata una donna e non solo una mamma.

Volevo anche provare a ballare. Sono andata alla lezione gratuita di prova di un corso di boogie-woogie, consapevole che non potrò seguire il corso, sia perchè non posso permettermelo, sia perchè gli orari non si incastrano con le necessità del mio cucciolo, ancora. L’ho mancata per un pelo…mannaggia… C’ero solo io nella lista degli interessati e non avevano fatto venire gli insegnanti da Firenze per una persona sola e poi a scrocco…uno dei tanti guai del vivere in periferia. Lo rifaranno il prossimo giovedì, ma venerdì sarà il primo giorno di scuola e quindi niente…passata l’occasione, pazienza. Ci riproveremo il prossimo anno.

Ho visto ottimi film spaparanzata sul divano coi gatti acciambellati sopra di me, ho letto, ho scritto, scrivo, anche adesso.

Domani sera ho un invito a cena.

Non è andata poi tanto male, dai.

Forse sto imparando davvero a stare bene con me.

Nonostante qualche attimo di recalcitrante nostalgia, imparo a far pace con la persona davvero più importante della mia esistenza. Io.

 

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Finisce l’estate

Nell’ora della sera in cui luna e sole dividono lo stesso spicchio di cielo,

punge improvvisa la malinconia insieme al primo vento fresco di settembre.

Finisce l’estate.

All-in

Eccoci qua.

Sta arrivando di nuovo il momento.

Quel brivido strano che corre lungo la schiena un attimo prima di buttare sul tavolo l’ennesimo all-in.

Dell’anima.

Pensieri in vacanza

Le menti semplici, senza nemmeno saperlo, forse conoscono il segreto per la felicità.  Non si fanno domande e in ogni caso le risposte che si danno o che ottengono sono giuste, senza porsi il problema, senza chiedere di più. Vanno d’istinto…e raramente l’istinto sbaglia.

Eppure la gente si lamenta per tutto, per le vespe che ronzano troppo vicine, per l’ombrellone che questo era il mio e  invece adesso ci sei tu, per il mare troppo mare, per il vento troppo vento, per il buffet che era meglio da un’altra parte. E non si accorgono che le vespe son pure belle e non le vedresti se non ti fossero vicine. Che c’è un ombrellone vuoto a due passi e con ha senso fare i prepotenti, tanto meno qua, tanto meno al mare, tanto meno in vacanza…datti una calmata… Che il mare è il mare ed è una meraviglia che non ti spieghi comunque sia e che il vento idem. Che il buffet, se era meglio da un’altra parte potevi tornare lì, ma forse il viaggio di nozze te lo sei già fatto coi soldi dei parenti l’anno prima…e sappi che ti è già andata di culo…e se adesso sei nel posto dove sono io vuol dire che non navighi nell’oro e le cose non ti vanno granché e allora non ti lamentare, accontentati di poter esserci venuto al mare a sfoggiare la tua buzza flaccida, esattamente come la mia. E  allora datti una calmata, rilassati, e prova a godere di quello che hai.

E ci sono i bambini pieni di sabbia che sembrano cotolette impanate pronte per andare in padella che ridono e giocano insieme e sono tutti amici prima ancora di aver chiesto come si chiamano, che il nome alla fine non è nemmeno poi così importante. La cosa importante è essere amici e scambiarsi palette e secchielli nei turni per andare a prendere l’acqua a riva per poi costruire piste e castelli e draghi e buchi e gallerie. E ridono e giocano. E in fondo a tutto il mare.

E poi c’è lui col quale vivo questa manciata di giorni di assoluta complicità, consapevole che non mancano poi troppi anni al momento in cui quello che potrò offrirgli non sarà più abbastanza e avrà bisogno di stimoli nuovi, di posti nuovi, e chissà… Ma intanto lui ride e tanto, fino quasi a farsela addosso, e mi dice “Mamma posso darti un abbraccio?” E mentre si stringe dentro al mio di abbraccio, offrendomi il suo: “Mamma, ti voglio bene.” E io sono felice. Ma non tanto per dire…sono proprio felice. Felice.

In me confido

Sulla strada che faccio tutti i giorni per andare e tornare dal lavoro campeggia, all’altezza di un semaforo e posizionato in modo che in qualsiasi senso di marcia si stia viaggiando non possa sfuggirne la visione, un cartellone con un’immagine iconica del Cristo Redentore sottotitolata a caratteri cubitali dalla scritta. “Gesù in te confido”.

Io mi ritengo credente il giusto, cattolica il minimo indispensabile, ma sufficientemente cristiana da ritenere che gli insegnamenti tramandati come dettati dal Cristo siano una buona sintesi dei comportamenti atti a vivere rispettosamente in una società civile, tuttavia quel cartellone 2 metri per 1 che mi ricorda di confidare in altro da me e per di più in un’entità divina all’inizio e alla fine di ogni mia giornata lavorativa, francamente mi disturba.

Perchè sono fermamente convinta che tutto accada per una ragione, intesa non come fato o destino, ma come una ragione, un ragionamento, un lavoro di intelletto e quindi una discendenza di causa-effetto che dipende dalle continue scelte, consapevoli o meno, che si fanno in ogni momento.

Con qualche rara eccezione che riconosco soltanto nell’insorgere di malattie per le quali ovviamente non si ha, il più delle volte la possibilità di scegliere. Ma non è neanche detto che sia sempre così. Perchè accade che alcune malattie, in alcuni momenti, insorgano perchè siamo costretti o ci si costringe, ed ecco la scelta, a ritmi di vita parossistici che alla lunga indeboliscono le capacità reattive del fisico… ed ecco che a metà agosto, nel mezzo di un’estate torrida come nessuno di noi ricordi mai esserci stata in precedenza, un caro amico si trovi ad affrontare una polmonite per un banale colpo di fresco causato dai condizionatori che troppo contrastano negli ambienti chiusi rispetto alle temperature elevatissime dell’esterno. Perchè lui sì e io no? Perchè lui gestisce e si obbliga a subire livelli di stress molto più elevati dei miei. Scelte… consapevoli o meno… potrebbe essere, no? 50 e 50…

‘Confidare’ viene dal latino CUM=CON e FIDES=FEDE e significa ‘avere fede, fiducia; avere certa speranza’ (dal Dizionario Etimologico). Ecco, la fede è per me quel moto dell’anima che interviene quando la ragione non riesce a dare spiegazioni plausibili, quando, tornando indietro di scelta in scelta, non riesce a trovare la causa primigenia di tutta la cascata di effetti che hanno portato all’evento che stiamo affrontando e per il quale non si riesce a trovare razionalmente una soluzione. E allora arriva la fede a salvare il culo alla ragione, a dare una spiegazione quando una spiegazione non si trova o non si è in grado di trovarla.

Ma quando una spiegazione non si trova, il più delle volte o non si è consapevoli del percorso che ci ha portato fino a quel punto, o non si vuole esserlo…e quindi in fondo non si vuole trovare. E allora ecco che se penso alla mia condizione di donna che non riesce a trovare un uomo che voglia starle accanto, e decido di pensarci consapevolmente, l’ago della bilancia si sposta drasticamente dagli uomini che ‘sono tutti stronzi’, luogo comune comodo e fin troppo inflazionato, a me che, ogni volta che incontro una persona nuova non riesco più a non vedere attaccati su di lui tutti quei comportamenti degli uomini che lo hanno preceduto e che per me sono stati dolorosissimi e devastanti. Non è colpa, nè merito suo se, dopo la seconda o terza volta che ci vediamo si eclissa in un silenzio che odora di fuga a gambe levate, ma sono io che, buttando su uno sconosciuto tutto quello che di peggio è stata la mia esperienza con il sesso maschile (che, diciamolo, in grandissima parte è stato generato da mie scelte autopunitive per carenza tossica di autostima…), non gli lascio nemmeno la possibilità di provare a dimostrarmi che esiste un’altra via. Io scelgo, come riflesso automatico ormai, quindi in modo abbastanza inconsapevole, lì per lì, di etichettarlo come un pericolo e faccio in modo che si allontani. Sono quindi arrivata alla conclusione che mi boicotto da sola, mi proteggo, mi difendo, in un meccanismo automatico talmente perfezionato, batosta dopo batosta, da rendermi del tutto inabile a gestire una ipotetica nuova relazione. Non sono loro, il problema, sono io… ammesso e non concesso che questo sia un problema… La persona in questione dovrebbe allora scegliere di lottare a denti stretti contro i mostri del mio passato e contro il mio meccanismo automatico di difesa ad oltranza, come un novello Don Chisciotte contro i mulini a vento… accettando il rischio di perdere comunque la battaglia. E chi, oggettivamente potrebbe mai essere talmente folle da volerci anche solo provare? Non c’entrano niente il destino, la sfortuna, gli uomini sbagliati… la spiegazione di tutto sta nelle mie scelte, nelle direzioni che ho via via imposto alla mia vita. Ed è andata così. Forse non poteva andare che così. Quindi va bene così, basta esserne consapevoli.

E allora questa serie di riflessioni nascono da poche righe scritte da un’amica d’infanzia, che sul suo profilo facebook si lamentava stasera di non avere adesso la vita che avrebbe voluto e che vorrebbe, e di non meritarsi quello che ha, lasciando intendere che meriterebbe invece la realizzazione dei suoi sogni. Mentre leggevo pensavo invece che lei, come tutti, si merita invece proprio quello che ha, perchè frutto di scelte passate che, facendo prendere alla sua vita una direzione invece che un’altra, l’hanno portata ad essere quello che è adesso e a vivere la vita che vive adesso. Quindi si merita tutto, il bello e il brutto della sua vita, esattamente come me, con la differenza che io ho capito che devo essere orgogliosa di tutto quello che di bene e soprattutto di male io mi sono meritata, perchè io l’ho voluto, perchè io l’ho scelto in fondo e non ‘confido’ in niente e nessuno, se non in me…lei invece se ne lamenta.

Ma lamentarsi non ha senso oltre ad essere un assurdo spreco di energie intellettive, perchè se nella direzione che hai dato alla tua vita qualcosa non torna, bisogna ‘confidare’ in se stessi, raccogliere le forze e trascinare la tua esistenza da un’altra parte, pronti ad affrontare la medesima fatica di chi tiene il timone di una barca in un mare in tempesta lanciandola contro le onde, perchè sa che lì deve andare come unica soluzione possibile in mezzo all’inferno, e lì andrà.

Io ‘confido’ in me. I lamenti, la sfortuna, il caso, il destino, la fede, non mi appartengono più. Io governo la barca, io sono il miglior capitano possibile della mia vita, io non ho fede in nessun altro se non in me. E che Gesù, se c’è, dal suo cartellone 2 metri per 1, mi aiuti solo ad essere ‘giusta’ (Giusto: “Di persona che conforma i propri giudizi e comportamenti a criteri di equità, di imparzialità. Fondato su ragioni moralmente valide” dal Dizionario di Italiano Sabatini Coletti).

 

 

 

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