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Nei capelli delle donne risiede il seme dei loro cambiamenti.

Quando una donna cambia i suoi capelli dentro di lei sta cambiando qualcosa. E cambiare fuori misura il momento esatto in cui una donna volta pagina.

Io li taglio, i capelli. E me li taglio da sola, nel mio bagno, con il mio gioco di specchi perfezionato in anni di esperienza. Sto diventando anche bravina.

Stasera mi sono tagliata i capelli.

All’opposto di Sansone, tagliare i capelli e fare del mio aspetto qualcosa di decisamente poco femminile, mi prepara ad affrontare una nuova battaglia per sconfiggere quel senso di irrequietezza che mi coglie quando mi accorgo di non essere felice. Di solito succede quando i capelli li avevo fatti riscrescere, nei momenti in cui mi illudevo di averla trovata, la felicità, di aver trovato la quadra giusta. E invece no.

E allora saltano i capelli e si rimette in discussione tutto. Rimetto in discussione me. Volto pagina. E faccio un passo avanti.

Sta arrivando la primavera.

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In solitudine ostinata e contraria.

C’è un tempo per tutto.

E ogni persona ha un proprio personalissimo tempo per tutto.

Non si fanno le cose seriamente a 15 anni, si fanno molto raramente e con estrema razionalità le minchiate a 40 anni. Perché si fanno eh! Tante anche! Ma lo sai che stai facendo una minchiata, ne sei perfettamente consapevole…quindi è decisamente molto meno minchiata e assume la dimensione di una scelta, pure quella.

Così, c’è un tempo in cui si adora stare in mezzo alla gente e far baldoria e un tempo in cui ci si raccoglie in se stessi, in solitudine ostinata e contraria. Perché non ci si capisce più per se stessi e figurarsi se si può pensare di comprendersi in relazione agli altri. Che sono tanti, troppi, sconosciuti, indifferenti. Ecco, indifferenti. E se non fanno differenza non sono interessanti. Non hanno senso. Perdono qualsiasi tipo di attrazione. Non meritano attenzione.

Così si rimane soli. Anche in mezzo ad un mare di gente.

E non fa male, non è scomodo, non mette in difficoltà. Semplicemente stai, in solitudine ostinata e contraria, perché il tempo della tua vita di adesso è quel tempo lì. Quello delle minchiate consapevoli. Quello delle minchiate sempre meno minchiate.

Quello della solitudine consapevole, ostinata e contraria.

Stanchezza

Questa è l’ora del giorno in cui mi trovo a sistemar scartoffie per il prossima scadenza burocratica. Di quelle che devi recuperare fogli, foglini e foglietti di tutto lo scorso anno, e andar a chiedere l’elemosina allo stato per vedere se il misero indicatore della mia condizione economica mi consentirà ancora di avere un pò di sconto su bollette varie e manterrà basse le spese del cucciolo. Per vedere di continuare a tener botta. A pensarci è quasi umiliante dover andar lì a vedersi scritto nero su bianco quanto poco sia il risultato numerico di tutta la tua fatica. Potrebbero tenerselo per sè quel numero e fare tutto di conseguenza, senza dovermelo sbandierare davanti e costringermi a portarmelo in giro, quasi fosse un numero di matricola, per chieder la questua che aiuti a condurre una vita almeno dignitosa per me e mio figlio.

Ed è questa l’ora non perchè mi abbia difettato la voglia, ma perchè dopo 12 ore fuori casa a lavorare, il cucciolo stasera aveva bisogno di me per le sue cose di scuola e poi la nanna e poi la cartella pronta per domani e così via. Fino a poco fa.

E c’era la prima puntata del festival stasera. Non per la musica, che ai miei orecchi le canzonette di Sanremo hanno perso interesse ormai da diversi anni, ma per gli abiti della conduttrice femminile. Vezzo da donna, questo, mio. Amore per gli abiti di alta moda, per la loro artistica maestria e unicità, più o meno apprezzabile ma a cui rendere omaggio almeno con la curiosità. Ho fatto in tempo a vedere solo il primo abito. Una meraviglia. Poi son rientrata nel turbine.

Mi piacerebbe sposarmi con un abito così. Un abito lungo di alta moda, Armani, nero. Non succederà.

Mi piacerebbe farmi un regalo per San Valentino. Senti cosa mi è venuto in mente… Un pezzo di lingerie. Ma non avrò il tempo di andarmelo a comprare, e forse quei soldi è meglio se li tengo da parte. Arriverà la bolletta del gas, presto.

Sono davvero tanto stanca.

Distanze

Lo insegnano gli antichi, lo insegnano le sempiterne regole per la costruzione prospettica, che le distanze sono fondamentali. Ogni cosa, per averne completa visione e comprensione deve essere osservata alla giusta distanza.

Anche il David di Michelangelo, nella sua perfezione assoluta, è sproporzionato e antiprospettico, con quel suo testone e le sue manone, se visto dal punto di vista sbagliato. Solo visto dal basso, reclinando la testa indietro per cercare di incontrare il suo sguardo, quasi per immaginifica simbiosi con la dimensione reale di David rispetto al gigantesco Golia, solo dal basso, dicevo, assume la sua dimensione esatta e diventa meraviglia.

Così tutte le cose della vita vanno messe alla giusta distanza, perché con essa sia chiara la loro corretta prospettiva nel complesso paesaggio della vita.

Così, ancora più importante, tutte le persone che si incontrano sul nostro cammino vanno messe alla giusta distanza, perché si possa vederle nella loro interezza, nella loro complessità, in quell’armonico miscuglio di scelte e pensieri e sensazioni ed emozioni che le rendano interessanti al nostro percorso.

Nessuno deve mai essere troppo vicino, a meno che non sia davvero più necessario coglierne l’interezza ma concentrarsi sui dettagli. Ma ho imparato che poche persone sono davvero belle, anche se scollegate dalla prospettiva che le rende complete. E sono belle perchè è bella la somma dei loro meravigliosi infinitesimi dettagli. Mio figlio è una di queste, forse l’unica. Ma forse lo guardo con la visione prospettica dell’amore.

Per tutti gli altri, se si avvicinano troppo, superato l’abbaglio della bellezza del dettaglio, se ne vede la fastidiosa posizione antiprospettica e bisogna allontanarsi, recuperare la giusta distanza. Se sono troppo distanti, non se ne vedono bene i punti di luce e ombra, come immagini sfocate da miopia perdono ogni loro interesse, lasciando spazio solo alla curiosità di avvicinarsi per veder meglio o alla necessità strizzare gli occhi per definirne i contorni, col rischio però che poi quello che si vede oltre la nebbia non sia poi così bello.

Ogni persona deve essere messa alla giusta distanza. Solo così diventa bella per la sua unicità, oltre l’idea stessa di giusto e sbagliato, oltre il concetto di bene e di male, oltre i pregi e i difetti, ma finalmente nella prospettiva corretta per essere ‘ricca’ di anima, di significato, di sensazioni, di emozioni.

Tendo da sempre ad accorciare le distanze, per un moto istintivo di curiosità e irrazionale fanciullesca contentezza per le cose nuove. Sono impulsiva, talvolta avventata. Lo faccio con le cose, lo faccio ancor più con le persone, ansiosa di tuffarmi nella bellezza delle loro vite, di comprenderne le emozioni, di penetrarne gli sguardi. Come Icaro, accorcio le distanze e le ali unte di cera si sciolgono, sempre troppo vicine al sole.

Ecco, sbaglio.

È arrivato il momento di imparare a mantenere le distanze, a metterne di nuove se nesessario, per far sì che tutto e tutti tornino nella giusta prospettiva.

E che siano di nuovo, finalmente, tutto e tutti, meravigliosamente perfetti, nella loro sublime bellezza.

Senza più alcun dolore, senza più fastidio.

Correndo verso Y

Mi è ricapitato per le mani, o meglio tra i pensieri, “L’avventura di un automobilista” di Italo Calvino.

Pezzo sublime, di quelli che, da scribacchina quale sono, mi fanno dire a me stessa, senza molti dubbi, che io vorrei scrivere come quel signore lì. Immenso.

E tra i pensieri sortiva dalla nebbia questa frase:

“M’accorgo che correndo verso Y ciò che più desidero non è trovare Y al termine della mia corsa: voglio che sia Y a correre verso di me, è questa la risposta di cui ho bisogno, cioè ho bisogno che lei sappia che io sto correndo verso di lei ma nello stesso tempo ho bisogno di sapere che lei sta correndo verso di me.”

Sintesi elementare, nella sua geometrica struttura, che potrebbe esser disegnata su un foglio a quadretti come un grafico di un’equazione matematica, del senso delle relazioni tra gli uomini.

Perchè questo è, quasi matematica.

Se un soggetto si avvicina ad un altro, se smettiamo di girar intorno alla cosa e togliamo le sovrastrutture inutili e sterili, quello che in ogni situazione si desidera in modo inconscio, istintivo, primordiale, animalesco, è che l’altro stia in qualche modo avvicinandosi a sua volta. Dà un senso alla tensione verso l’altro, restituisce allo sforzo che il soggetto fa o è disposto a fare per uscire dalla propria ‘zona di comfort’, una ragion d’essere.

Se poi di mezzo ci si mettono i sentimenti, allora la posta in gioco si alza.

L’amore si nutre di sè, è vero. E allora si ama perchè non si può fare a meno di farlo, si ama perchè si sente di volerlo fare e nonostante l’elevato rischio del dono di sè, quello che si sente in termini di ‘testa’ e ‘pancia’ e ‘respiri’ e ‘emozioni’ e ‘adrenalina’ e ‘gioia’ e ‘lacrime’ val bene anche il fallimento, pur di dimostrare a se stessi di essere ancora veramente vivi. Si ama perchè si sceglie di amare, senza aspettarsi niente in cambio, se è amore vero.

Però in fondo al cuore si vuole che Y corra verso di noi, si sogna che Y lo stia facendo, si prega persino che lo faccia.

Perchè allora sì che tutto avrebbe senso.

Ma, poniamo il caso che si corra verso Y, ma, a differenza del dubbio che alimenta Calvino, si abbia la certezza che Y non stia correndo verso di noi. Che si fa?

Si continua ad andare verso Y? Ci si ferma? Si torna indietro?

Bisogna trovare un altro senso, un senso che non stia in quello che sta facendo o non sta facendo Y, ma nella misura in cui correre verso Y, delusa l’aspettativa che la cosa sia in qualche modo reciproca, ci possa in qualche modo far fare un passo avanti. Perchè Y potrebbe alla fine anche non essere così importante, ma il senso di tutto, potrebbe risiedere nel viaggio e non nella destinazione. In quello che viaggiare verso Y può portare a migliorare comunque X.

E allora questo sarebbe il senso dell’amore donato con la certezza di non essere ricambiato con la medesima moneta: ottenere monete diverse. Non amore ma esperienza, consapevolezza, nuove prospettive, lungimiranza, definizione, autorevolezza di sè, capacità di scegliere. E allora sì che sarebbe ricambiato in ogni caso il viaggio verso Y, con o senza Y, per il solo fatto di essersi messi in viaggio. E, strano a dirsi, sarebbe comunque amore.

E quindi, che si fa?

Si continua a correre verso Y.

E’ nella tensione della corda, la nostra vera natura umana. Non la freccia è importante ma quanto si tende la corda perchè la freccia raggiunga il punto dove deve arrivare. Lì ci definiamo.

Calvino continua e sviscera la cosa fino a livelli inarrivabili, che comprendo non senza fatica, ma che non riuscirei ad argomentare. Leggetevelo, se vi va. Credetemi, ne vale la pena.

 

 

L’AVVENTURA DI UN AUTOMOBILISTA

ITALO CALVINO (1967)

Appena uscito dalla città m’accorgo che è buio. Accendo i fari. Sto andando in macchina da A a B, per un’autostrada a tre corsie, di quelle con la corsia di mezzo che serve per i sorpassi nelle due direzioni.

A guidare di notte anche gli occhi devono come staccare un dispositivo che hanno dentro e accenderne un altro, perché non hanno più da sforzarsi a distinguere tra le ombre e i colori attenuati del paesaggio serale la macchiolina delle auto lontane che vengono incontro o che precedono, ma hanno da controllare una specie di lavagna nera che richiede una lettura diversa, più precisa ma semplificata, dato che il buio cancella tutti i particolari del quadro che potrebbero distrarre e mette in evidenza solo gli elementi indispensabili, strisce bianche sull’asfalto, luci gialle dei fari e puntini rossi.

È un processo che avviene automaticamente, e se io stasera sono portato a rifletterci sopra è perché ora che le possibilità esterne di distrazione diminuiscono quelle interne prendono in me il sopravvento, i miei pensieri corrono per conto loro in un circuito d’alternative e di dubbi che non riesco a disinnestare, insomma devo fare uno sforzo particolare per concentrarmi sulla guida.

Sono salito in macchina all’improvviso dopo un litigio telefonico con Y. Io abito ad A, Y abita a B. Non prevedevo d’andarla a trovare, stasera. Ma nella nostra telefonata quotidiana ci siamo detti cose molto gravi; alla fine, portato dal risentimento, ho detto a Y che volevo rompere la nostra relazione; Y ha risposto che non le importava, e che avrebbe subito telefonato a Z, mio rivale. A questo punto uno di noi due – non ricordo se lei o io stesso – ha interrotto la comunicazione.

Non era passato un minuto e mi ero già reso conto che l’occasione del nostro litigio era poca cosa in confronto alle conseguenze che stava provocando. Richiamare Y al telefono sarebbe stato un errore; l’unico modo di risolvere la questione era di fare una corsa a B e avere una spiegazione con Y a faccia a faccia. Eccomi dunque su quest’autostrada che ho percorso centinaia di volte a tutte le ore e in tutte le stagioni ma che non mi era sembrata mai così lunga.

Per meglio dire, mi sembra d’aver perduto il senso dello spazio e quello del tempo: i coni di luce proiettati dai fari fanno sprofondare nell’indistinto il profilo dei luoghi; le cifre dei chilometri sui cartelloni e quelle che scattano nel cruscotto sono dati che non mi dicono niente, che non rispondono all’urgenza delle mie domande su cosa Y sta facendo in questo momento, su cosa sta pensando.

Intendeva davvero chiamare Z o era solo una minaccia buttata lì, per ripicca? E se diceva sul serio, l’avrà fatto immediatamente dopo la nostra telefonata, o avrà voluto pensarci sopra un momento, lasciar sbollire l’arrabbiatura prima di decidere? Z abita come me ad A; ama da anni Y senza fortuna; se lei gli ha telefonato invitandolo, lui certo si è precipitato in macchina a B; quindi anche lui sta correndo su quest’autostrada; ogni macchina che mi sorpassa potrebbe essere la sua, e così ogni macchina che sorpasso io. Assicurarmene è difficile: le macchine che vanno nella mia stessa direzione sono due luci rosse quando mi precedono e due occhi gialli quando le vedo seguirmi nello specchietto retrovisore.

Nel momento del sorpasso posso distinguere tutt’al più che tipo di macchina è, e quante persone ci sono a bordo, ma le auto col solo guidatore sono la grande maggioranza, e quanto al modello non mi risulta che la vettura di Z sia particolarmente riconoscibile.

Come se non bastasse, si mette a piovere. Il campo visuale si riduce al semicerchio del vetro spazzolato dal tergicristallo, tutto il resto è oscurità striata o opaca, le notizie che mi vengono da fuori sono solo bagliori gialli e rossi deformati da un vortice di gocce.

Tutto quello che posso fare con Z è cercare di sorpassarlo e non lasciare che mi sorpassi, in qualsiasi macchina egli sia, ma non riuscirò a sapere se c’è e qual è. Sento ugualmente nemiche tutte le macchine che vanno in direzione di A: ogni auto più veloce della mia che bussa affannosamente con l’indicatore di direzione nello specchietto per chiedermi strada provoca in me una fitta di gelosia; e ogni volta che davanti a me vedo diminuire la distanza che mi separa dalle luci posteriori d’un rivale, è con un balzo di trionfo che mi getto nella corsia centrale per arrivare da Y prima di lui.

Mi basterebbero pochi minuti di vantaggio: vedendo con che prontezza sono corso da lei Y dimenticherà subito i motivi del litigio; tutto tra noi tornerà come prima; Z arrivando comprenderà d’esser stato chiamato in causa solo per una specie di gioco tra noi due; si sentirà un intruso. Anzi, forse già in questo momento Y si è pentita di tutto quel che mi aveva detto, ha cercato di richiamarmi al telefono, oppure anche lei ha pensato come me che la cosa migliore era venire di persona, s’è messa al volante, ecco che ora sta correndo in senso opposto al mio su questa autostrada.

Adesso ho smesso di stare attento alle macchine che vanno nella mia stessa direzione e guardo quelle che mi vengono incontro e che per me consistono soltanto nella doppia stella dei fari che si dilata fino a spazzare il buio dal mio campo visuale per poi sparire di colpo alle mie spalle trascinandosi dietro una specie di luminescenza sottomarina.

Y ha una macchina di modello molto comune; come la mia, del resto. Ognuna di queste apparizioni luminose potrebbe essere lei che corre verso di me, a ognuna sento qualcosa che mi si muove nel sangue come per un’intimità destinata a rimanere segreta, il messaggio amoroso diretto esclusivamente a me si confonde con tutti gli altri messaggi che corrono sul filo dell’autostrada, eppure non saprei desiderare da lei un messaggio diverso da questo.

M’accorgo che correndo verso Y ciò che più desidero non è trovare Y al termine della mia corsa: voglio che sia Y a correre verso di me, è questa la risposta di cui ho bisogno, cioè ho bisogno che lei sappia che io sto correndo verso di lei ma nello stesso tempo ho bisogno di sapere che lei sta correndo verso di me.

L’unico pensiero che mi conforta è pure quello che mi tormenta di più: il pensiero che se in questo momento Y sta correndo in direzione di A, anche lei ogni volta che vedrà i fari di un’auto in corsa verso B si domanderà se sono io che corro verso di lei, e desidererà che sia io, e non potrà mai esserne sicura.

Ora due macchine che vanno in direzioni opposte si sono trovate per un secondo affiancate, una vampata ha illuminato le gocce della pioggia e il rumore dei motori s’è fuso come in un brusco soffio di vento: forse eravamo noi, ossia è certo che io ero io, se ciò significa qualcosa, e l’altra poteva essere lei, cioè quella che io voglio sia lei, il segno di lei in cui voglio riconoscerla, sebbene sia proprio il segno stesso che me la rende irriconoscibile. Correre sull’autostrada è l’unico modo che ci resta, a me e a lei, per esprimere quello che abbiamo da dirci, ma non possiamo comunicarlo né riceverne comunicazione finché stiamo correndo.

Certo mi sono messo al volante per arrivare da lei al più presto; ma più vado avanti più mi rendo conto che il momento dell’arrivo non è il vero fine della mia corsa. Il nostro incontro, con tutti i particolari inessenziali che la scena d’un incontro comporta, la minuta rete di sensazioni e significati e ricordi che mi si dispiegherebbe davanti – la stanza con il philodendron, la lampada d’opaline, gli orecchini -, e le cose che direi, alcune delle quali di sicuro sbagliate o equivocabili, e le cose che lei direbbe, in qualche misura certamente stonate o non quelle comunque che io m’aspetto, e tutto il rotolio di conseguenze imprevedibili che ogni gesto e ogni parola comporta, solleverebbero attorno alle cose che abbiamo da dirci, o meglio che vogliamo sentirci dire, una nuvola di brusio tale che la comunicazione già difficile al telefono risulterebbe ancora più disturbata, soffocata, sepolta come sotto una valanga di sabbia.

È per questo che ho sentito il bisogno, anziché continuare a parlare, di trasformare le cose da dire in un cono di luce lanciato a centoquaranta all’ora, di trasformare me stesso in questo cono di luce che si muove sull’autostrada, perché è certo che un segnale così può essere ricevuto e compreso da lei senza perdersi nel disordine equivoco delle vibrazioni secondarie, così come io per ricevere e comprendere le cose che lei ha da dirmi vorrei che non fossero altro (anzi, vorrei che lei non fosse altro) che questo cono di luce che vedo avanzare sull’autostrada a una velocità (dico così, a occhio) di centodieci centoventi.

Ciò che conta è comunicare l’indispensabile lasciando perdere tutto il superfluo, ridurre noi stessi a comunicazione essenziale, a segnale luminoso che si muove in una data direzione, abolendo la complessità delle nostre persone e situazioni ed espressioni facciali, lasciandole nella scatola d’ombra che i fari si portano dietro e nascondono. La Y che io amo in realtà è quel fascio di raggi luminosi in movimento, e tutto il resto di lei può rimanere implicito; e il me stesso che lei può amare, il me stesso che ha il potere d’entrare in quel circuito d’esaltazione che è la sua vita affettiva, è il lampeggio di questo sorpasso che sto, per amor suo e non senza qualche rischio, tentando.

E pure con Z (non mi sono affatto dimenticato di Z) il rapporto giusto posso stabilirlo soltanto se lui è per me solo lampeggio e abbaglio che m’insegue, o luci di posizione che io inseguo: perché se comincio a prendere in considerazione la sua persona, con quel tanto – diciamo – di patetico ma anche d’innegabilmente sgradevole, però pure – devo ammettere – di giustificabile, con tutta questa sua storia noiosa dell’innamoramento infelice, e il suo modo di comportarsi sempre un po’ equivoco… bè, non si sa più dove si va a finire.

Invece, finché tutto continua così va benissimo: Z che cerca di sorpassarmi o si lascia sorpassare da me (ma io non so se è lui), Y che accelera verso di me (ma non so se sia lei) pentita e di nuovo innamorata, io che accorro da lei geloso e ansioso (ma non posso farglielo sapere, né a lei né a nessuno).

Certo, se sull’autostrada fossi assolutamente solo, se non vedessi correre altre macchine né in un senso né nell’altro, allora tutto sarebbe molto più chiaro, avrei la certezza che né Z si è mosso per soppiantarmi, né Y si è mossa per rappacificarsi con me, dati che potrei segnare all’attivo o al passivo nel mio bilancio, ma che comunque non lascerebbero adito a dubbi. Eppure se mi fosse dato di sostituire al mio presente stato d’incertezza una tale certezza negativa, rifiuterei senz’altro il cambio.

La condizione ideale per escludere ogni dubbio sarebbe che in tutta questa parte del mondo esistessero solo tre automobili: la mia, quella di Y e quella di Z: allora nessun’altra macchina potrebbe procedere nel mio senso se non quella di Z, e la sola macchina diretta in senso opposto sarebbe certamente Y. Invece, tra le centinaia di macchine che la notte e la pioggia riducono ad anonimi bagliori, solo un osservatore immobile e situato in una posizione favorevole potrebbe distinguere una macchina dall’altra e magari riconoscere chi è a bordo.

Questa è la contraddizione in cui mi trovo: se voglio ricevere un messaggio dovrei rinunciare ad essere messaggio io stesso, ma il messaggio che vorrei ricevere da Y – cioè che Y si è fatta lei stessa messaggio – ha un valore solo se io sono messaggio a mia volta, e d’altra parte il messaggio che io sono diventato ha un senso solo se Y non si limita a riceverlo come una qualsiasi ricevitrice di messaggi ma se è lei quel messaggio che io aspetto di ricevere da lei.

Ormai arrivare a B, salire alla casa di Y, trovare che lei è rimasta lì col suo mal di testa a rimuginare i motivi del litigio, non mi darebbe più nessuna soddisfazione; se poi sopraggiungesse anche Z ne nascerebbe una scena da teatro, detestabile; e se invece venissi a sapere che Z si è guardato bene dal venire o che Y non ha messo in atto la sua minaccia di telefonargli, sentirei d’aver fatto la parte del cretino.

D’altro canto, se io fossi rimasto ad A, e Y fosse venuta fin lì a chiedermi scusa, mi sarei trovato in una situazione imbarazzante: avrei visto Y con altri occhi, come una donna debole, che mi si aggrappa, qualcosa tra noi sarebbe cambiato. Non riesco più ad accettare altra situazione se non questa trasformazione di noi stessi nel messaggio di noi stessi. E Z? Anche Z non deve sfuggire alla nostra sorte, deve trasformarsi anche lui nel messaggio di se stesso, guai se io corro da Y geloso di Z e se Y corre da me pentita per sfuggire a Z mentre intanto Z non s’è sognato di muoversi da casa…

A metà dell’autostrada c’è una stazione di servizio. Mi fermo, corro al bar, compro una manciata di gettoni, formo il prefisso di B, il numero di Y. Nessuno risponde. Faccio cadere la pioggia di gettoni con gioia: è chiaro che Y non ha retto l’impazienza, è salita in macchina, è corsa verso A. Ora sono tornato sull’autostrada dall’altro lato, corro verso A anch’io. Tutte le macchine che sorpasso potrebbero essere Y, oppure tutte le macchine che mi sorpassano. Sulla corsia opposta tutte le macchine che avanzano in senso contrario potrebbero essere Z, l’illuso. Oppure: anche Y si è fermata a una stazione di servizio, ha telefonato a casa mia ad A, non trovandomi ha capito che io stavo venendo a B, ha invertito la direzione di marcia. Ora stiamo correndo in direzioni opposte, allontanandoci, e la macchina che sorpasso o che mi sorpassa è quella di Z che anche lui a metà strada ha provato a telefonare a Y…

Tutto è ancora più incerto ma sento d’avere ormai raggiunto uno stato di tranquillità interiore: finché potremo controllare i nostri numeri telefonici e non ci sarà nessuno a rispondere continueremo tutti e tre a scorrere avanti e indietro lungo queste linee bianche, senza luoghi di partenza o di arrivo che incombano gremiti di sensazioni e significati sulla univocità della nostra corsa, liberati finalmente dallo spessore ingombrante delle nostre persone e voci e stati d’animo, ridotti a segnali luminosi, solo modo d’essere appropriato a chi vuole identificarsi a ciò che dice senza il ronzio deformante che la presenza nostra o altrui trasmette a ciò che diciamo.

Certo il costo da pagare è alto ma dobbiamo accettarlo: non poterci distinguere dai tanti segnali che passano per questa via, ognuno con un suo significato che resta nascosto e indecifrabile perché fuori di qui non c’è più nessuno capace di riceverci e d’intenderci.

(Italo Calvino)

 

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