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Il cielo in una stanza (storia della buonanotte)

“Mamma, facciamo qualcosa insieme, prima di andare a letto?”

“Tesoro, è tardi adesso, dobbiamo dormire…”

“Uffa, io volevo fare qualcosa insieme a te, prima di andare a letto… Mi racconti una storia allora?”

“Inventiamola insieme una storia, prima di andare a letto, ti va?”

“Va bene. Io invento, tu scrivi…”

Ed eccola qua, la nostra storia della buonanotte…

(immagine dal web)

C’erano una volta una lampadina vecchia, la sua signora moglie e la loro figlia piccola, che un giorno vennero buttati via nella spazzatura.

Passò di lì poco dopo una ragazza che, mentre stava buttando il suo sacchetto nel bidone, vide che c’erano tre lucine che lampeggiavano come se chiedessero aiuto.

Decise allora di guardare meglio e quando vide che le luci venivano da una vecchia lampadina, la sua signora moglie e la piccola lampadina loro figlia, decise di salvarle e le tirò fuori di lì per portarle a casa sua.

Le appoggiò tutte e tre sul comodino decisa a controllare se funzionassero ancora o se le luci che aveva visto in fondo al bidone fossero state solo un’illusione.

Attaccò alla presa la lampadina più grande, che doveva essere il padre e…meraviglia!

Sulle pareti della stanza buia apparve la luna!

Attaccò subito allora la lampadina poco più piccola, la sua signora moglie e…meraviglia!

Sulle pareti accanto alla luna d’argento apparvero i nove pianeti splendenti dell’intero sistema solare!

Fremente di curiosità attaccò allora anche quella più piccola, la loro figlia, e tutto intorno alla luna e ai pianeti luminosi apparvero in ogni parte della stanza miliardi di stelle luminosissime!

Nella sua stanza adesso la ragazza aveva tutto quanto il cielo splendente di una limpida notte d’estate!

Quanto erano stati stolti i proprietari di quella famiglia di vecchie lampadine a gettarle nella spazzatura!

Dalle cose vecchie talvolta si possono avere tante sorprese nuove e inaspettate, basta solo volerle continuare a vederle con occhi ogni volta diversi, invece di buttarle via!

Elio e la mamma Elena

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Temporale (racconto)

(immagine dal web)

Si erano incontrati in una sera di fine giugno sconvolta da un temporale estivo gonfio di pioggia feroce, vento iroso, lampi e tuoni furibondi.

“La pioggia ha sempre segnato i momenti più importanti della mia vita” aveva detto lui, e lei aveva fatto finta di credere che fosse ancora possibile che quella tempesta così fuori stagione portasse delle novità anche nella sua, di vita.

Le loro menti avevano aperto reciprocamente le porte delle rispettive tane del Bianconiglio qualche giorno prima, iniziando il viaggio eccitante l’uno alla scoperta dell’altra.

Quando i corpi si incontrarono, e con essi si incontrarono gli odori, i sapori, la pelle, gli sguardi, le voci, i sorrisi… la scintilla si accese.

Caddero le corazze, e con esse i vestiti.

Navigavano a vista l’uno nella tempesta dell’altra, l’uno sul corpo dell’altra, l’uno nella mente dell’altra, l’uno dentro l’altra.

Curiosi, timidi, furiosi, giocosi.

In un modo che poteva sembrare frutto di un magico sortilegio, lui conosceva e svelava, a se stesso e anche a lei, ogni fantasia confessata o celata, ogni desiderio noto o sconosciuto, e li rendeva vivi e reali, senza che lei chiedesse niente, senza nessuna istruzione, senza che fosse spesa nemmeno una parola per dar forma a quei sogni inconfessati.

Sembrava come se mischiando il suo corpo con quello di lei, lui volesse entrare nella sua mente, volesse conoscerla davvero, senza più nemmeno il filtro della ragione.

“Sei brava con le parole, parlami… dimmi cosa pensi, fammi entrare nella tua testa…” le diceva ansimando mentre entrava dentro al suo corpo.

Lei non parlava, non riusciva a farlo… godeva nel silenzio della sua mente, finalmente priva di ogni pensiero, invasa anch’essa da un fuoco incontenibile che le saliva dalle viscere, che la collegava direttamente al suo cuore in tumulto.

Teneva gli occhi chiusi, perchè potesse essere un pò meno vero quello che stava succedendo. Così facendo quella meravigliosa tempesta di sensazioni ed emozioni che stava vivendo sarebbe rimasta un pò nella dimensione di un sogno, non riuscendo in quel modo ad invadere la realtà. L’indomani sarebbe stato un pò meno doloroso, e avrebbe potuto riviverlo ogni volta che avesse chiuso di nuovo gli occhi.

“Guardami” le disse con tono diventato sottilmente imperioso.

Quando lei aprì gli occhi, non lontano dai suoi,  trovò due punti luminosi come stelle all’interno di due occhi scuri e profondi che la guardavano vogliosi, mentre lei godeva dal più profondo della sua anima.

In quel momento pensò… e pensò che sarebbe stato bello se quelle due stelle accese dentro ai suoi occhi, in quel momento, fossero così luminose solo per lei. E che avrebbe voluto che i suoi occhi si accendessero in quel modo di desiderio di lei per tanti e tanti momenti a seguire.

“Dimmi cosa pensi, fammi entrare nella tua testa” le ripetè lui, col medesimo tono sottilmente imperioso

Lei a quel punto abbassò anche l’ultima barriera, e con la voce strozzata dal piacere disse “Io mi innamoro di te…anzi, io ti amo già…” e se ne pentì un attimo dopo, perchè sapeva che quella frase l’avrebbe allontanato da lei, per quella innata paura che hanno gli uomini dei sentimenti degli altri.

In quel momento, però, lei lo amava, non poteva dire niente di diverso…

Sapeva benissimo che sarebbe potuto durare anche solo il tempo di quella meravigliosa tempesta che li aveva travolti fuori e dentro, ma in quel momento lei lo amava, perchè si stava prendendo cura di lei, con ogni atomo del suo corpo, con ogni scintilla della sua mente, con ogni battito del suo cuore, come non aveva mai fatto nessuno prima di quel momento.

Lei era fatta così, amava. Per quanto si fosse sforzata in passato di fermare l’emorragia del suo cuore, lei era fatta per amare, ogni cosa, in modo profondo, immenso, dolorosissimo…ma non riusciva a smettere, non riusciva a farne a meno.

Qualche giorno prima gli aveva detto “Non mi piacciono le persone che si risparmiano, che mi risparmiano. Io non mi risparmio.”

Lei non si risparmiava, lei amava.

E in quel momento, non avendo assolutamente idea di quanto sarebbe stato lungo, se il tempo del battito d’ali di una farfalla, o una vita intera, lei lo amava.

Il giorno dopo era sempre il più faticoso, in qualche modo lei si metteva in attesa, di un segnale, di un contatto, poi la vita tornava a girare come sempre.

Avrebbe voluto che quelle due stelle che continuavano a brillare mentre la guardavano godere, brillassero ancora, e ancora, e ancora, solo per lei.

Si sarebbe messa in attesa, l’indomani…di quei due punti luminosi in fondo ai suoi occhi scuri e profondi….di una nuova tempesta… di un nuovo temporale.

Coffee and cigarette.

“L’architettura deve essere il luogo in cui la vita accade” (cit. Yvonne Farrell e Shelley McNamara, architetti – Nuova sede Bocconi, Milano)

Elisa beve veloce il suo caffè e accende vorace una sigaretta. La prima di una lunga serie che scandirà di lì a poco la sua serata di lavoro.

Fa freddo fuori, tra la dispensa e i bidoni del sudicio, e la camicetta da cameriera a poco serve contro il gelo della sera di autunno che si appresta ad arrivare.

Chi lavora nei ristoranti lo sa bene, il caffè è la benzina che serve per far muovere le gambe, la sigaretta si fuma veloce, senza pensare, prendendosi una pausa di pochi minuti e qualche voluta di fumo, tra una danza di piatti e l’altra, tra un antipasto e un turbinare di primi e secondi, tra un giro di dolci e i saluti.

Elisa fuma veloce, i tavoli apparecchiati si riempiranno presto di clienti affamati e sorridenti, di vite reali, di tristezze nascoste, di menzogne vestite a festa e alcoliche verità di alticci schiavi del sabato sera.

E’ convinta, Elisa, che il suo sia il mestiere più bello del mondo, è quello che ha scoperto per caso e vive adesso per scelta.

Le persone che prendono una pausa dal mondo e si siedono al tavolo di un ristorante le consegnano il soddisfacimento di un loro bisogno primario, le servono su un piatto d’argento il loro bisogno di felicità che arriva diretto al cervello passando dallo stomaco. E allora lei consiglia, indirizza, scherza con loro, li conquista e, soddisfacendo il loro bisogno rende sazio il suo, che si nutre di quel desiderio sottile e fortissimo di far star bene le persone.

Era sempre stato così, fin dai tempi in cui aveva scelto la facoltà di architettura per costruire il suo futuro.

Lo spazio aveva imparato essere qualsiasi cosa in cui un uomo avesse voglia di esistere in se stesso o nel confronto con gli altri. Lo spazio poteva essere allora un’immensa cattedrale o la luce creata da un incontro di ombre. Poteva essere un giardino, un abito, una caffettiera, una borsa, un piatto di un ristorante, purchè assolvesse al suo compito primario, cioè quello di far star bene le persone che lo avessero abitato, o che ne avessero fruito, anche solo per un istante. L’architettura costruiva spazi in cui la vita potesse prendere forma e la bellezza mettesse il germoglio per atomi di felicità.

Il sogno di costruire spazi reali di felicità si era interrotto bruscamente sbattendo sulle difficoltà della malattia di sua madre e da allora lavorare nei ristoranti, costruire la bellezza e la felicità delle persone, una briciola per volta, servendo loro piatti che per la grande maggioranza non poteva nemmeno mangiare a causa della sua, di malattia, era diventato il suo modo di portare avanti quel sogno di far star bene le persone, in un modo che a lei, tra l’altro, era precluso.

Quando alla fine della cena i suoi ospiti si alzavano sorridenti, la ringraziavano, le confessavano che sarebbero tornati a mangiare in quel posto solo nel caso in cui fosse stata lei a servirli, ecco, quelle erano diventate le sue briciole di felicità.

E non aveva nessuna importanza il male alle gambe e fine serata o la stanchezza nelle braccia o l’impossibilità di godere delle feste comandate…la sua gioia era lì, in quella danza di piatti fumanti, in quei sorrisi dei quali, in minima parte, si sentiva in qualche modo artefice e artigiana, come costruttrice di uno spazio minuscolo di felicità che stava tutto in una manciata di morsi, in una voluta di profumo, in un tovagliolo spiegazzato con una sbavatura di rossetto mista a cioccolato abbandonato sulla sedia.

Quella era la sua architettura, il suo spazio in cui la vita accadeva, la sua e quella delle persone a cui serviva la cena, in un intreccio etereo e insieme solidissimo tra passione e desiderio, tra cuore e stomaco.

Elisa esala l’ultima tirata di sigaretta, butta la cicca in mezzo ai bidoni, tra un sacco nero e le cassette di legno da buttare. Il fondo del caffè è rappreso nella tazzina.

E’ finito il tempo, è finito il caffè, è finita la sigaretta.

E’ tempo di andare a costruire sogni lunghi una cena e a cullare i frammenti dei suoi.

Chissà se torna Edoardo stasera ,quel ragazzo che ogni tanto si ferma a cena, da solo e col quale spesso incrocia sguardi malinconici e fieri di chi non si accontenta del mondo ma insegue, con la sua solitudine, la magia della vita che accade davvero.

“Elisaaaaa!” la voce dello chef arriva imperiosa e potente dalla cucina. “Vieni, svelta, sono arrivati i primi clienti! Il boss ti cerca!”

“Arrivo!” Urla Elisa.

Tira un respiro profondo, rientra in cucina. Un brivido le percorre la schiena. Fa davvero freddo fuori.

Inizia una nuova danza di piatti.

Tra un antipasto e un turbinare di primi e secondi, tra un giro di dolci e i saluti ci saranno altri caffè e sigarette veloci, rubate al tempo della costruzione di attimi della felicità altrui, in cui incastrare, come schegge profonde, briciole minuscole della sua.

Il Natale di Alice

La rivista WRITERS, che dirigo da un paio di anni, ha acquisito come sua tradizione quella di fare gli auguri per un Sereno Natale e un Felice Anno Nuovo attraverso la pubblicazione di un numero speciale con racconti, poesie e illustrazioni originali a tema natalizio.

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Il numero di WRITERS SPECIALE NATALE 2016 lo trovate qui: https://drive.google.com/open?id=0B36h81sAzbS9N1J4aEE4dWU4UVU

“Il Natale di Alice” è il racconto che io personalmente ho scritto per fare a tutti i lettori i miei più sinceri auguri di Buon Natale.

Ed eccolo qua:

Il Natale di Alice

di Elena Brilli

Fa caldo qua dentro.

Ma fuori dev’essere tanto freddo e tira anche vento.

L’ho capito quando lei ha aperto la finestra per fumare. Lo fa sempre la sera prima di andare di sopra e lasciare tutto al buio.

Da qualche tempo lei ha messo in salotto una cosa verde a punta, sembra un albero, ma le foglie non si mangiano, non sono come le cose vere.

E poi insieme a quello piccolo, che urla e corre e salta e mi fa paura quasi tutte le volte anche se ho imparato che quando salta devo scappare, lei ha messo, su questa cosa verde, tutta una serie di cose che penzolano e fili e palline e io vorrei tanto prenderle e a volte ci riesco anche, ma se lei è in casa mi brontola e mi tocca scappare anche se volevo continuare a giocare. Ma quando non c’è perché sta fuori tutto il giorno con quello piccolo e tornano solo quando è buio, io allora ci riesco a tirane giù una di quelle cose penzolanti e gioco a rincorrerla tutto il tempo, finché non si nasconde sotto il mobile e non ci arrivo più e allora salgo di sopra e dormo.

Stasera dev’essere una serata speciale però.

Quello piccolo si è addormentato tutto contento.

Prima di andare a dormire, insieme a lei, quello piccolo ha messo sopra il davanzale dove mi siedo per guardare fuori, una cosa uguale a quella dove mi mettono le cose da mangiare.

Ci hanno messo sopra una cosa marrone e una cosa arancione.

Erano tutti contenti prima di andare di sopra.

Io l’ho assaggiata subito la cosa marrone. Mi si è staccato un pezzettino e l’ho mangiato, ma non mi piaceva. Un po’ come quando la mattina quello piccolo mangia prima di uscire e io a volte, quando si incanta a vedere le figure che si muovono da dentro una cosa che fa luce davanti a lui, gliene rubo un pezzettino, ma non mi piace.

Quella arancione invece aveva un odore cattivo.

Dopo che quello piccolo si è addormentato, lei è andata su e giù un tante volte e ha portato un sacco di scatole colorate con un sacco di fili sopra, ma mi ha guardato male e mi ha detto che non le devo toccare. “Sono del mio bambino” ha detto, e credo che siano una cosa importante, ma io ho voglia di giocarci lo stesso.

Sono belle e colorate, e hanno i fili.

Le ha messe sotto la cosa verde tutta colorata e accesa con un sacco di lucine che si muovono, che io ci ho provato a rincorrerle ma non le prendo mai. A volte mi arrampico anche per provare a prenderle, ma quando torno giù mi viene dietro quasi sempre un filo dorato che io un po’ mordo e lei lo rimette a posto tutte le sere quando torna.

Ha lavorato un sacco le scorse sere per sistemare quelle scatole colorate. C’era la carta, che io provavo a sedermici sopra o ad infilarmici sotto e lei mi mandava via, e c’erano i fili, tanti fili, tutti luccicanti, e allora ci giocavo un sacco mentre lei sistemava la carta colorata sopra le scatole. Poi le volte che le serviva proprio il filo che stavo mangiando io, allora me lo prendeva e io lo volevo riprendere e lei allora mi mandava via di nuovo. Ma io tornavo sempre. C’erano tanti fili.

Era contenta mentre lavorava a quelle scatole colorate. Nel silenzio della notte ogni tanto parlava e diceva dei nomi e sorrideva. Forse pensava a qualcosa o a qualcuno che la rendeva felice. Forse è così che lei dice agli altri che vuole loro bene. Forse è il suo modo di fare le fusa. Io faccio le fusa quando voglio bene a qualcuno e mi sento bene. E’ il mio modo per dirgli ‘grazie’.

Poi, dopo aver sistemato le scatole sotto la cosa verde tutta colorata, ha spento tutte le luci grandi e alte ed è andata su.

Io mi sono messa sotto le coperte con lei, come faccio sempre, e mi ha accarezzato tanto stasera. Ho fatto tante fusa.

Lei è buona. Mi da sempre da mangiare e mi coccola e mi brontola a volte. A volte gioca anche con me. Quello piccolo la chiama ‘mamma’, ma non credo assomigli alla mia di mamma. Non me la ricordo la mia mamma, chissà se ne ho una anch’io. Chissà dov’è.

Quello piccolo, invece, lei lo chiama ‘il mio bambino’, gli da anche un nome, ma non me lo ricordo, dev’essere il suo cucciolo.

Il mio nome invece credo sia Alice, lei mi chiama sempre così, anche se a volte, soprattutto quando ho combinato qualcosa che però non saprei dire cosa, mi chiama ‘peste di gatta’, chissà perché.

Dopo che anche lei si è addormentata sono tornata giù e mi son messa sul grande cuscino a guardare la danza delle lucine colorate arrampicate sulla cosa verde.

Non so quanto tempo è passato, forse mi sono addormentata, di nuovo, anch’io.

Ho sentito un rumore e mi sono svegliata di colpo.

Che paura!

C’è un omone grosso e rosso e un animale grande con delle punte sulla testa accanto a lui.

Sono schizzata a nascondermi ma li vedo.

L’animale grande con le punte sulla testa ha mangiato la cosa marrone e quella arancione sulla finestra mentre l’omone grande ha aggiustato un paio di cose sulla cosa verde colorata.

Sembra uno di quegli omini disegnati da quello piccolo, il cucciolo, sulla carta. Ne ha fatti tanti di disegni così ultimamente e tutto contento li descriveva alla sua mamma.

“Guarda mamma, ho disegnato Babbo Natale! E’ tutto rosso, ha la barba bianca e il suo cappello in testa, rosso anche lui! Poi gli ho fatto anche il cinturone nero in vita, gli scarponi e il sacco verde sulle spalle con dentro tutti i miei regali! Ti piace mamma?”

Lei sorrideva sempre e faceva un sacco di complimenti a quegli scarabocchi colorati sulla carta.

Quello piccolo lo chiama ‘Babbo Natale’, ma quello disegnato aveva anche un sacco verde sulle spalle.

Questo qua è tutto uguale a quello disegnato dal cucciolo, ma il sacco verde non ce l’ha.

Forse è proprio ‘Babbo Natale’, quello vero.

Sorride, gli occhi sono calmi.

Sembra tanto buono.

Sono salita sul tavolo, chissà che odore ha.

Ha allungato una mano, ha un buon odore.

La mano è grande e mi ha fatto una carezza, che bella che è la carezza di questo omone grande. Me ne ha fatte due o tre.

E’ calda la sua mano.

Ha detto piano all’animale con le punte sulla testa:

“Andiamo Rudolph, qui non hanno bisogno di me. Hanno già il loro Natale.”

Poi mi ha battuto piano sulla testa e ha detto:

“Buon Natale micetta. Sei fortunata, in questa casa c’è tanto amore, non c’è bisogno dei miei regali.”

Ne hanno parlato tanto lei e il cucciolo di questo ‘Natale’, è una cosa che li rende allegri e quando ci pensano sono tutti contenti. Chissà cos’è ‘Natale’.

Mi sono riaddormentata quasi subito, dopo che ‘Babbo Natale’ è andato via. Chissà come ha fatto ad uscire. La finestra era chiusa. La prossima volta che lo vedo glielo chiedo come fa ad uscire anche se la finestra è chiusa.

Non so se anch’io sorrido. Se potessi farlo, adesso sorriderei.

Sono contenta stanotte. C’è pace.

Lo hanno aspettato tanto lei e il cucciolo.

Non ho capito bene cosa sia, ma stanotte dev’essere ‘Natale’.

Elena Brilli

La rinascita di Alice – WRITERS N.11

Quella che leggerete a seguire è il racconto che ho scritto per la mia rubrica “Inseguendo il Bianconiglio” all’interno del numero 11 di WRITERS, la rivista on line che dirigo e sulla quale scrivo, uscito qualche settimane fa.

Se aveste voglia di leggerlo tutto e scaricarvelo lo trovate qui:

https://drive.google.com/open?id=0B36h81sAzbS9Ti1YUEwtNzlVcWs

Il tema che la redazione aveva scelto e sul quale eravamo tutti chiamati a confrontarci era quello della “RINASCITA”…ed ecco il mio modesto tentativo di confrontarmi con le sbucciature della caduta e la fierezza del rialzarsi e guardare sempre avanti, comunque vada.

Buona lettura.

CREDEVO FOSSE AMORE E INVECE ERA UN CALESSE

LA STORIA DI ALICE

Alice aveva incontrato il suo ‘principe azzurro’ in una sera di fine estate.

Aveva avuto la capacità di intercettare una discreta manciata dei suoi desideri più reconditi, quello di continuare a fare il lavoro che le piaceva, quello di finire un percorso di studi che era stata costretta ad abbandonare a pochi passi dal traguardo, quello di costruire una famiglia.

Un invito improvviso per una vacanza insieme a Venezia, e il gioco era fatto…

Alice si era innamorata, il cervello si era spento.

A dire la verità Alice avrebbe dovuto intuire da subito i tanti segnali presenti che facevano presagire quello che sarebbe stato, ma lei già non li vedeva più.

Alice rimase incinta, forse troppo presto.

L’embrione della sua nuove vita cresceva dentro di lei.

Ma una sera di novembre, la sera del suo compleanno, Alice capì di essere sola, capì che sarebbe stata una madre sola.

Ed era incinta di due mesi.

Lui le camminava davanti distaccato, lasciandola indietro di qualche metro. Separato, distante, nervoso. Dov’era finito il suo ‘principe azzurro’?

Alice chiese spiegazioni.

“Io mi vergogno di te in pubblico, non mi piace che le persone mi vedano accanto a te. Sono da sempre abituato ad avere accanto delle belle ragazze, tu sei una bella persona, ma non sei nè alta, nè bionda, nè con le tette grosse. Scusa. E’ un problema mio.”

Guidava lei la macchina quella sera, e guidò tra le lacrime, urlando, chiedendo spiegazioni, rischiando di sbandare ad ogni curva, su strade di montagna buie e contorte, allungando a dismisura il percorso per tornare a casa.

Probabilmente lui quella sera temette di non tornare vivo a casa.

Alice voleva tornare a casa sua, una casa che di fatto non esisteva più, voleva finirla lì, voleva fuggire lontano.

Ma lui la convinse a restare.

Passò la notte in bianco, camminò perdendosi nelle strade di quello che era diventato il suo nuovo paese la mattina dopo, per diverse ore, finché il suo ‘principe azzurro’ decisamente meno splendido di quando lo aveva conosciuto, non la chiamò per andare a pranzo insieme a tutta la sua famiglia.

Alice fece allora la sua scelta.

Sarebbe rimasta accanto a quell’uomo, per dare un padre a suo figlio.

Avrebbe sacrificato la sua felicità perchè il bambino che aveva in grembo, il figlio di quel ‘principe’ ormai sbiadito, avesse la possibilità di avere un padre e una famiglia.

Iniziò così la sua discesa agli inferi.

Sola a tutte le visite, la frase più carina nei suoi confronti mentre il corpo gonfiava per la gravidanza era “Mamma mia come sei grassa, non ti si può vedere!”

Pulì la loro nuova casa da sola, fece il trasloco delle sue cose da sola, a gravidanza avanzata.

In sala parto le uniche parole che uscirono dalla bocca del padre di suo figlio furono “Madonna che schifo, c’è un monte di sangue!”

Appena nato il bambino, mentre quel piccolo cucciolo d’uomo già succhiava la vita dal suo seno, Alice chiese dell’acqua e lui rispose “Aspetta.”

Stava mandando i messaggi ai suoi amici per farsi bello di una nascita che a guardar bene neanche gli apparteneva.

Alice parlò per la prima volta col suo minuscolo bambino appena nato e gli disse “Preparati, amore dolce, dovrai ‘aspettare’ tanto…”

E l’inferno continuò.

Il ‘principe sbiadito’ non cenò mai con loro, tranne una sera, che alzandosi da tavola disse “Era meglio se andavo a mangiare da mia mamma.”

Il ‘principe sbiadito’ non stava mai con il bambino, perchè si diceva depresso, e Alice era la causa e la scusa più comoda per la sua depressione.

Dormivano in camere separate, perchè le notti che Alice provava e provava ancora a passare con lui erano sempre definite “le peggiori notti” della sua vita. Alice era diventata agli occhi di lui un ‘nano deforme sottosviluppato e con la testa grossa’

Perchè non è vero? Guardati, Nana sei nana, deforme lo sei, non vedi che pancia hai, sottosviluppata sei sottosviluppata, perchè sei bassa, e la testa grossa ce l’hai è un dato di fatto. Guardati. Devi accettare la realtà.”

E Alice aveva quasi finito per credere che avesse ragione.

L’inferno divenne ancora più buio quando il ‘principe’, ormai nero di vuoto ed assenze, cominciò a mettere in pericolo il bambino o a usare su di lui la stessa indifferenza che usava con Alice.

Fino a dire che se in qualche modo si fosse fatto male o peggio fosse venuto a mancare per una sua disattenzione mentre gli era affidato per una rara e momentanea assenza di Alice “non sarebbe stato un problema, sarebbe stato un bambino in meno da campare al mondo.”

Fino ad umiliare il piccolo costringendolo a farsi la pipì addosso mentre cominciava a lasciare il pannolino, nonostante il cucciolo d’uomo chiamasse suo padre e lo chiamasse sempre più forte e piangesse, nonostante lo chiamasse anche Alice dalla stanza dove era confinata da un attacco improvviso della sua subdola malattia cronica.

Lui stava guardando la televisione e non aveva sentito.

Per Alice arrivarono gli attacchi di panico, la psicoterapia, gli psicofarmaci.

Allora Alice decise che sarebbe stata sola, come genitore e come donna, ma per davvero stavolta. Era una sera di autunno quando il suo bambino di poco più di due anni le chiese: “Perchè mamma sei sempre triste? Perchè piangi sempre?”

Alice decise in quel momento che doveva salvarsi.

Lo doveva a se stessa.

Lo doveva a suo figlio.

Alice lasciò la casa del suo ‘principe oscuro’ nel marzo dell’anno successivo, costretta a tornare dai suoi genitori, perchè se non fosse tornata da loro lui non avrebbe firmato il trasferimento di residenza del bambino.

E lì l’inferno aprì un nuovo girone per Alice.

Tornare da donna e madre in una casa dove era stata figlia fu per Alice un ennesimo massacro emotivo.

Fino a sentirsi dire da suo padre che non si meritava suo figlio.

Il coltello che già apriva il cuore fu spinto in fondo.

A quel punto Alice aveva due possibilità.

Morire, dentro.

O tirare fuori quel maledetto coltello e cominciare a lottare per sè e per il suo bambino.

E così fece.

Alice buttò ansiolitici e antidepressivi nel cesso e si riprese la sua vita.

Il quarto trasloco in quattro anni, finalmente soli lei e il suo cucciolo.

Alice ricominciò a vivere, lentamente, dolorosamente, faticosamente, ma visse, un passo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro.

La solitudine, da mostro feroce, divenne una meravigliosa occasione di crescita, perché imparò che si nasce da soli, si vive in fondo da soli, ognuno chiuso nella propria personale ed ermetica visione del mondo e della vita.

Si sceglie da soli, si sbaglia da soli.

Ma prima che il fondo del baratro diventi una seduta troppo confortevole e si decida di smettere di lottare, bisogna ritirarsi in piedi e salvarsi.

E lo si fa da soli, come atto estremo di volontà, come ultimo anelito di voglia di sopravvivere prima, di vivere poi, non appena i polmoni saranno tornati a riempirsi dell’aria nuova della rinascita.

Alice aveva amici e sorrisi vicini, mani e parole pronte a sostenerla non appena fosse scivolata di nuovo nell’abisso.

E imparò a vivere di nuovo e a riconoscere la felicità nella risata di suo figlio, in una passeggiata in estate, nel caffè che borbotta dentro la macchina del caffè un attimo prima di condividerlo con le persone che le sono rimaste accanto nella sua discesa e nella sua risalita, o che le sono arrivate vicine, strada facendo, dai loro rispettivi altrove, riconoscendo in lei il loro stesso sguardo ferito, ma fiero, stanco forse da tante battaglie, ma vivo.

Elena Brilli

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