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Roghi

(la “Torre dei libri”, Bebelplatz, Berlino, in ricordo del 10 maggio 1933, quando avvenne il rogo in cui i nazisti bruciarono circa 25.000 libri ritenuti ‘pericolosi’)

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Phileîn e Sophía dormivano placidi, nel loro mondo ceruleo e lontano, più o meno nel punto in cui le stelle incontrano il manto del cielo setoso e ne rimangono avvolte. Era una tiepida notte di maggio.

Si divertivano spesso, dal loro punto privilegiato di osservazione, a guardar giù, nel mondo misero degli uomini. C’erano stati tempi in cui gli uomini avevano lasciato che la luce della conoscenza penetrasse le loro menti e forgiasse i loro pensieri in modo da trascinare avanti le culture dei popoli, come altri ne avevan visti di buio e brutture, in cui quegli uomini eppure capaci di tanta bellezza si eran fatti di nuovo simili a bestie, cedendo il passo all’inferno delle ignoranze.

Ma era bello il genere umano, dicevano spesso Phileîn e Sophía, proprio per le contraddizioni che vedeva gli uomini raggiungere nella loro ricerca della conoscenza vette pari solo a quelle degli dei e baratri tanto profondi da annegare col buio persino tutta la luce del sole.

Passavano, in quel tempo, anni non proprio limpidi per le sorti di quegli uomini laggiù. Invece di lavorare insieme alla crescita e alla costruzione delle coscienze avevan cominciato a mettersi gli uni contro gli altri, accampando, i più forti tra essi, assurde rivendicazioni di superiorità, sintomo e piaga purulenta di profonda incoscienza e stupidità.

Dormivano dunque quella sera, Phileîn e Sophía, cullati dalla brezza tiepida della tarda primavera, e d’improvviso udirono grida e urla strepitanti provenire dal basso mondo del genere umano laggiù.

Bruciava qualcosa.

Il bagliore feroce di alte lingue di fuoco fendeva il buio e inondava di fumo denso la profumata notte stellata.

“Phileîn cosa succede mai nelle terre degli uomini? Perchè tanto chiasso e fuoco nefasto a interrompere lo scorrere lento dei sogni?”

“Sophía, gli uomini bruciano qualcosa… Sono libri, bruciano i libri in altissime pire inermi e incolpevoli di parole e pensieri e conoscenza e bellezza! Bruciano i libri Sophía, bruciano i libri!”

Sophía  raggiunse Phileîn sul bordo della terrazza lassù da cui osservavano le cose del mondo.

E videro, oltre il fumo e le fiamme, uomini in divisa col pesante fardello dei loro fucili e folla urlante che gettava nel rogo i libri rinunciando con essi alla propria storia, alla propria crescita, ai propri pensieri alla luce delle proprie menti.

“Bruciano i libri…” ripeterono increduli Phileîn e Sophía, in un sussurro bagnato di lacrime.

Dal cordone di folla che applaudiva stolta al rogo della propria essenza di uomini, un bambino in calzoncini corti fuggì tra le gambe di uomini, donne e soldati.

In uno scatto felino raggiunse la base del fuoco, chinò il braccino a terra e agguantò tra le manine la costola di un libro che ancora sfuggiva alla radice delle fiamme.

Se lo portò al petto chiudendolo a sè con le braccia, come si fa quando si protegge, nel posto più vicino possibile al cuore, la cosa più preziosa che abbiamo.

Un soldato lo vide, gli urlò ingiurie e ordini perentori e gli strappò di mano il libro che quel cucciolo coraggioso aveva strappato alle fiamme. In un volo parabolico con la sua triste discesa, il libro raggiunse gli altri nel rogo.

“Perchè bruciate i libri? Perchè bruciate i libri?” Continuava a urlare il bambino, piangendo, mentre il soldato lo scacciava lontano perchè tornasse tra gli stolti adulti plaudenti allo scempio.

“Perchè bruciate i libri?” Urlava e piangeva, il bimbo, nella sua preghiera sommersa dal fragore della notte fonda del pensiero.

Phileîn e Sophía si unirono alla gracile voce urlante del cucciolo d’uomo che provava a salvare il mondo… “Perchè bruciate i libri? Perchè?”

Un tuono fragorosissimo squarciò improvviso il cielo sereno.

Ma le stolte bestie laggiù non si accorsero del cielo che urlava il suo dissenso.

Il fuoco che illuminava i loro sguardi abbacinati, spenti e ormai privi di ogni coscienza, disegnava sulle linee dei  volti le facce sgorbie di mostri.

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Dall’altra parte

(immagine dal web)

Claire sentiva che la sua vita fosse arrivata ad un nuovo bivio, ad uno di quei punti in cui, ad ogni anima senziente a cui sia data dal cielo la possibilità di abitare un minuscolo atomo di questo mondo, si imponga l’urgenza di compiere una scelta. Se rimanere immobile nello stato delle cose o se compiere un passo avanti, con la fatica che ne consegue, per evolvere ad uno stadio superiore della propria crescita.

A questo pensava mentre si asciugava i capelli. Aspettava l’uomo che in qualche modo, da qualche tempo, le dava segnali luminosi e chiarissimi, come fari nella nebbia, che qualcosa stesse già cambiando nel complesso sistema della sua vita. E che stesse cambiando in meglio.

E allora, perchè non buttare nella mischia una manciata di volontà personale e di impegno perchè la spinta che quell’uomo eccezionale le dava non si limitasse alla sfera delle emozioni, così importanti per Claire, e trascinasse con se, come un volano di rivoluzione personale tutti gli altri aspetti della sua vita? Dal lavoro alla gestione del suo tempo, dalle opportunità che conosceva e che non aveva il coraggio di cogliere, ritenendosi incapace di meritarle, fino al rapporto con la parte più profonda di sè dove albergavano ancora, ben nascosti ma mai sopiti, i suoi desideri disattesi si bambina?

Mentre il phon frullava il suo rumore ipnotico, le tornò in mente l’immagine di una sera di diversi anni prima a casa di amici, durante la quale una ragazza che conosceva appena aveva catalizzato l’attenzione dei presenti con la lettura dei tarocchi, nella quale si dilettava da un pò.

Claire, con quella titubanza che la legava a previsioni di futuri tanto improbabili quanto facilmente confutabili, aveva accettato l’offerta che quella ragazza dalla chioma fluente di capelli lunghissimi le leggesse le carte.

La domanda iniziale a cui i tarocchi avrebbero dovuto fornire risposta era stata quella che riguardava la direzione complessiva della sua vita, non limitando quindi l’esito della sorte ad un ambito particolare, ma in qualche modo mettendo alla prova quel gioco casuale di carte sull’intera sua esistenza, per vedere un pò se sarebbero state in grado di fornirle riposte plausibili, arrivati al dunque della domanda che conteneva in sè tutte le altre.

Claire non ricordava assolutamente quali allora fossero state le carte che aveva estratto dal mazzo, ma ricordava benissimo la risposta che l’improvvisata fattucchiera le aveva fornito leggendole, variopinte, una volta disposte sul tavolo.

Le carte erano divise in due parti nette, contrapposte e contrarie. Da una parte una serie di carte negative, dall’altra una corrispondente serie di carte positive.

“E’ rarissimo che le carte si dispongano in modo così simmetricamente contrapposto” aveva esordito Adele. Si chiamava così la sibilla di quella serata lontana che riaffiorava prepotente alla memoria di Claire.

E aveva proseguito:

“Qui nella parte delle carte negative, c’è tutto quello che non va nella tua vita o che in qualche modo ti senti addosso come un vestito troppo stretto. Di qua, dove ci sono le carte positive, c’è tutto quello che ti aspetta per essere felice. Devi solo passare da quest’altra parte e tutto andrà a posto.”

“Devi solo passare da quest’altra parte” si ripeteva Claire continuando a sentire il phon scompigliarle i capelli.

Sopra il rumore del vento caldo sentì suonare alla porta.

Staccò il phon, lo rimise a posto, scese di corsa le scale passandosi una mano tra i capelli per rimetterli un pò in ordine e si precipitò ad aprire la porta.

L’uomo che era in grado di allargarle il sorriso sulle labbra ogni volta che i loro occhi si incontravano, la aspettava appoggiato alla macchina.

“Tutto quello che vuoi è dall’altra parte delle paura.”

Le aveva scritto questo aforisma di Jack Canfield la sera prima, intercettando l’irrequietezza che aveva caratterizzato le ultime giornate di Claire. Lui le voleva bene davvero, e Claire lo percepiva sulla pelle e oltre, in ogni diramazione della sua anima, in modo nettissimo.

“Tutto quello che vuoi è dall’altra parte della paura. Devi solo passare dall’altra parte, Claire”  si ripetè allora come un mantra per chiudere il flusso dei suoi pensieri.

Prese le chiavi dal tavolo, uscì, richiuse la porta alle sue spalle e prese la mano che l’uomo meraviglioso che aveva di fronte le offriva.

“Bene, Claire, andiamo dall’altra parte. Questo è un ottimo inizio” si disse tra sè e sè.

Claire sorrise. L’uomo che le teneva la mano sorrise.

E si incamminarono insieme, fianco a fianco, nell’aria tiepida di un luminosissimo tramonto di fine estate.

 

Poco meno di un metro quadrato

(immagine dal web)

Annie e Richard erano entrati nel ristorante augurandosi silenziosamente che ci fosse posto per due e che riuscissero a consumare la loro pizza in tempo utile per raggiungere il cinema che li avrebbe visti vicini, nel buio di una sala gremita per la loro ‘prima volta’ insieme.

Annie portava con sè la consapevolezza che ogni momento, che il turbinio della sua vita le concedesse di trascorrere con Richard avesse la meravigliosa consistenza di un regalo. Troppe volte si era trovata a pensare che nello straordinario gioco delle relazioni umane, lei avesse giocato le sue carte in modo disastroso e che la partita fosse avviata ad una conclusione ineluttabilmente solitaria, senza grandi margini di appello. Poi, era arrivato Richard, e aveva rovesciato l’intero tavolo delle sue convinzioni, facendole intravedere la possibilità che, invece, fosse ancora tutto possibile. E che lei, potesse ancora ‘valere la pena’ per qualcuno. E non per un ‘qualcuno’ qualsiasi, ma per Richard appunto.

Si sentiva euforica, leggera, contenta, colma di stupore, come una bambina che scarti i regali tanto attesi la mattina di Natale.

La responsabile li aveva accolti sorridente, offrendo loro la conferma della disponibilità di un tavolo e rassicurandoli sulle tempistiche della loro cena e del servizio che si sarebbe occupato di fargliela avere.

Mentre si incamminavano al seguito di quella bella signora in carne, dai capelli raccolti sulla nuca, che li stava accompagnando al loro posto, si erano scambiati un’occhiata complice e sorridente.

Richard aveva lasciato che la galanteria di cui amava vestirsi quando si trovava in compagnia di una donna facesse in modo che Annie lo precedesse di qualche passo. Adorava osservare la sua figura racchiusa nella pelle candida finemente profumata e carica di sensualità, illuminata a tratti da punti brillanti ma discreti che le adornavano sapientemente i diversi profili. Non riusciva a fare a meno di desiderarla seguendo con gli occhi le sue curve partire dal dorso del piede, passare per le sensualissime gambe, profilarle i glutei che l’abito corto metteva in risalto e, arrivando alla nuca, pregustare il momento in cui si sarebbe voltata per prendere posto al tavolo e lo avrebbe incantato il disegno preciso delle sue labbra.

La sala era affollata, chiassosa, ricolma di quella umanità colorata e divertita tipica del sabato sera, quando, fosse anche solo per una manciata di ore, si dismettono i panni che ingombrano i giorni sempre uguali delle settimane e si gode del tempo che passa senza un cartellino da timbrare.

Seduti al loro tavolo, che li vedeva separati dal legno quadrato su cui appoggiavano stoviglie e addobbi vari in attesa di asservirsi al loro ruolo, Annie e Richard si erano guardati negli occhi, vedendo l’una, nel luccicare racchiuso tra le palpebre dell’altro, lo specchio di quel moto dell’anima che ognuno di loro era sicuro illuminasse i propri.

Il sorriso di Richard si era aperto contemplando la bellezza di quella donna che aveva l’onore di avere al suo fianco e aveva scosso il capo per mascherare l’imbarazzo di non riuscire a trovare dentro di sè le parole adatte a testimoniarle quanto fosse pazzo di lei.

Le braccia di entrambi si erano mosse all’unisono e si erano distese sul bordo del tavolo per fare in modo che le pelli dei polpastrelli si incontrassero a metà strada e godessero di quel contatto dei sensi che tanto li aveva visti uniti fino a poche ore prima e che li tratteneva, uniti. Il loro sguardo reciproco era muto, non avevano bisogno di parole e, come d’incanto, tutto il resto dei rumori e dei colori era sparito. In quell’angolo di mondo di un metro quadrato scarso, c’erano solo loro, la luce dei loro occhi, il senso della loro pelle che si sfiorava, il battito dei loro cuori.

Non avevano idea di quanto tempo fosse passato nel loro minuscolo angolo di amore in circolo, quando un cameriere fin troppo sorridente, a mascherare lo sforzo connesso al proprio lavoro di servizio, appoggiò le loro pizze sul tavolo e augurò loro una buona serata.

L’incanto si era spezzato.

Era improvvisamente tornato il frastuono. Troppe persone intorno, troppo baccano perchè Annie potesse cogliere le frequenze dei messaggi potentissimi ma silenti che Richard le stava inviando.

Richard prese allora il cellulare dalla tasca e, senza interrompere il silenzio, iniziò a scrivere. Sarebbe riuscito, senza ulteriori indugi e sfidando la cacofonia che li circondava, a raggiungerla, con precise e meditate parole scritte, accompagnate fittamente dagli sguardi più sinceri di cui fosse capace, per dirle quanto la desiderasse ogni minuto di più.

Annie non comprendeva il senso di quello che stava facendo Richard, non sapeva a chi stesse scrivendo con quella che le era sembrata essere quasi un’urgenza improvvisa. Vedeva il suo volto assorto ma disteso attraverso il fumo che saliva dalla pizza appena sfornata. Era serena, non temeva niente da quell’uomo che, inaspettatamente, aveva conquistato la sua fiducia, senza riserve.

Passò un lungo minuto, poi Richard alzò lo sguardo e fece cenno ad Annie con la testa, indicandole in quel modo di prendere il suo cellulare dalla borsetta che lei aveva completamente dimenticato attaccata allo schienale della seggiola.

Annie lo prese, lo sbloccò e vide che c’erano le notifiche di una serie di messaggi.

“Io sto facendo l’amore con te, anche adesso, con il mio sguardo, con i miei movimenti, con le mie intenzioni.”

Annie alzò lo sguardo, incontrò gli occhi di Richard, ne intravide la calda luce viva per un attimo, prima che lo sguardo di Richard si abbassasse nuovamente sullo schermo del cellulare e le sue mani tornassero a scrivere.

“Ti sto desiderando con calma… e con ansia al tempo stesso. Quasi non fossi mai, davvero, mia.”

Annie tornò a leggere e alzò di nuovo lo sguardo. Gli occhi di Richard erano di nuovo tutti per lei, immersi nei suoi.

“Sono un uomo complicato, ma non esiste alcuna complicazione che mi impedisca adesso di dirti che ti voglio un gran bene e che ti desidero ogni giorno di più.”

Il respiro nel  petto di Annie perse un colpo e si fece ansimante per recuperare terreno sull’emozione che stava per travolgerla.

Le sue labbra si mossero in una risposta priva di suoni.

Mimarono, lentamente, il “ti amo” più dolce che avessero mai pronunciato.

“Mi commuovi” aggiunsero, sempre silenziose, le labbra di  Annie e i suoi occhi divennero lucidi.

“Anche tu” risposero le labbra, silenziose anch’esse, di Richard.

I loro occhi, illuminati più di quanto non fossero stati fino a quel momento con l’umidità dell’emozione che ne accentuava i riflessi iridescenti, si fissarono a lungo.

Le labbra di entrambi si aprirono nel più bel sorriso che fossero mai riuscite a comporre nel geometrico incastro dei loro muscoli.

Il tempo, fermo, in attesa dei loro respiri, assisteva allo spettacolo della felicità chiusa in poco meno di un metro quadrato, che rimbalzava tra due corpi immobili ma tesi l’uno verso l’altro nella più bella delle danze, al di sopra di due pizze fumanti.

Seduti sul canto del fuoco (su WRITERS N.16)

Seduti sul canto del fuoco

di Elena Brilli

Era il lontano 1985, l’anno in cui si ricorda la più grande ghiacciata degli ultimi decenni del secolo scorso.

Io ero un bambino di quasi dieci anni che realizzava, coi fiocchi di neve che cadevano lenti, il desiderio atavico di ogni bimbo di vedere il Natale ammantato di bianco come nelle immagini delle cartoline di auguri.

Non si sarebbe più verificato, dopo quell’inverno entrato negli annali per la crudeltà delle sue temperature, che schiantarono un’intera generazione di ulivi sulle colline che abito da sempre, e con essi le tubazioni idrauliche di gran parte delle abitazioni.

Era quasi Natale, la scuola era chiusa, la casa di mia nonna era diventata inagibile a causa del ghiaccio e il fuoco bruciava nel camino. Giornate memorabili per un bambino che giocava a palle di neve invece di andare a scuola, in quelle vacanze anticipate e piacevolmente forzate. Preparavo l’albero di Natale insieme alla sorellina mentre il fuoco crepitava nel camino, e avevo la nonna a giro per casa, ospite della mia famiglia finché l’emergenza neve non fosse rientrata e avesse potuto tornare a casa.

Era una vecchina minuta ma in carne, la nonna. I capelli bianchissimi le ornavano il volto rugoso, la veste da casa le fasciava le carni morbide nelle quali amavo sprofondare quando mi abbracciava stretto. Portava sempre uno scialle sulle spalle e intorno al collo, la nonna, fardello pesante di una vita da contadina che aveva indebolito i suoi polmoni e, costretta a trascorrere quei giorni esule dai suoi luoghi usati, si era portata con se, per passare il tempo, la sua attrezzatura da maglia.

Era un paniere di vimini nel quale trovavano posto gomitoli ordinati di lane di vari colori e i ferri di tutte le misure, coi quali, quasi ogni anno da che io e mia sorella eravamo nati, ci confezionava, proprio per Natale, le babucce di lana per tener caldi i nostri piedini la notte.

In quei giorni se ne stava seduta sul canto del camino quasi tutto il tempo.

Coi ferri in mano e il filo colorato che usciva dal paniere ammaestrato dalle sue mani sapienti, costruiva, giro dopo giro, le babucce che sarebbero state il nostro regalo di Natale di quell’anno.

Io le gironzolavo intorno chiassoso, eccitato in modo pressocchè incontrollabile da quella situazione tanto anomala. Quando la mia voce squillante di bimbo euforico si alzava oltre quella soglia che, da madre di nove figli e nonna di una quantità di nipoti da far quasi due squadre di calcio, aveva imparato a sopportare, la nonna alzava gli occhi dal suo sferruzzare, si posava le lane in grembo e, con la sua voce pacata mi diceva:

Via Bruno, non urlare, stai buono. Se non impari a moderare la voce, quando la tua mamma torna, finisce che ti brontola e ti mette a fare i compiti in punizione. Se invece giochi piano piano, vedrai che la mamma non si accorge nemmeno che stai giocando, così non ti dice niente e tu puoi continuare a giocare senza dover fare i compiti!”

Che immensa maestra del compromesso che era la nonna.

Aveva lottato la sua vita nei campi, passato da infante la prima guerra mondiale e difeso coi denti la sua numerosa famiglia durante la seconda. Ma non aveva studiato. Non sapeva né leggere né scrivere, la sua scuola era sempre stata ed era rimasta per sempre solo la vita, quella dura di chi vive di miseria materiale, ma di ricchezza morale, di rispetto, di coerenza, di valori immutati e fortissimi. Aveva voluto che le fosse insegnato, ormai adulta, la scrittura del suo nome e cognome. Ogni mese si recava da sola e a piedi alle poste e orgogliosa siglava col suo nome la ricevuta per ritirare la pensione. Una combattente senza parole da scrivere o leggere, ma con una volontà indefessa e incorruttibile di tirare avanti nonostante tutto e tutti.

Ogni tanto, nei lunghi pomeriggi imbiancati della nostra convivenza forzata di quell’inverno, mi fermavo dai miei salti giocosi e rimanevo incantato dalla maestria delle sue mani che trasformavano coi ferri il filo, nel tessuto morbido, caldo e colorato delle mie babucce.

Nonna, mi insegni a fare la maglia?” le chiedevo.

Certo Bruno, vieni qua accanto a me”, rispondeva accostandosi stretta al fuoco perché avessi un po’ di posto nella seduta accanto a lei.

Quasi a ricambiare lo scambio di conoscenze, io le dicevo ogni volta “Poi, nonna, io ti insegno a leggere e scrivere.”

La sua risposta, declinata in sfumature ogni volta leggermente diverse era sempre la stessa e suonava più o meno così:

Lascia stare, Bruno, per me ormai è tardi, io non riesco più ad imparare a leggere e scrivere. Ma tu studia, studia finché ti sarà concesso di farlo, perché se impari a leggere, scrivere e contare, nessuno potrà mai prenderti in giro e provare ad imbrogliarti.”

Ricordo che borbottavo che le avrei insegnato lo stesso a leggere e scrivere, e prendevo un foglio di carta dai miei quaderni e una penna, pronto per quando sarebbe finita la lezione coi ferri da maglia nella quale avrei dovuto imparare a fare il punto rasato a diritto. La lezione, sempre la stessa, che categoricamente aveva esiti disastrosi, per la scarsa maestria e la testarda disattenzione dell’allievo, finiva sempre troppo presto per poter davvero imparare qualcosa. Quella della nonna, a cui avrei dovuto insegnare a leggere e scrivere, di fatto, non iniziava mai.

Dismessi i ferri, per me era di nuovo il tempo di zompettare a giocare o di vestirsi di tutto punto per andar fuori in giardino a fare a pallate con la mia sorellina. Il foglio e la penna rimanevano posati sul canto del fuoco accanto alla nonna, e non ci fu mai la prima lezione per insegnarle a scrivere, né in quelle giornate della grande nevicata del 1985, né dopo.

La nonna morì qualche anno più tardi, nella tarda primavera che seguiva la fine del mio primo anno di liceo.

Non è più caduta tanta neve come nei giorni intorno al Natale del 1985, e anche il fuoco, in quel camino di mattoni rossi e calce bianca, è stato acceso molte poche volte da allora.

Ma ancora adesso, ogni volta che torno nella casa dei miei genitori e il mio sguardo incontra il canto del camino, io ricordo mia nonna, la sua figura minuta, il suo scialle colorato sulle spalle, i capelli bianchissimi, lo sguardo dolce, e la sua voglia, che è diventata la mia, di leggere, scrivere e contare, perché nessuno possa mai prendersi gioco di me.

E’ una frase, quella che mi ripeteva mia nonna, che rivendo adesso a mio figlio, quasi a fare in modo che possa esserci anche lui, seduto sul canto del camino acceso, accanto a quella vecchina dagli occhi dolci e lo sguardo acceso, che era mia nonna.

Elena Brilli

Uscito un paio di giorni fa il nuovo numero della rivista WRITERS, dedicato a “I LUOGHI CHE ABBIAMO NEL CUORE”, lo trovate qui:

https://writersezine.wordpress.com/

e qui:

https://drive.google.com/open?id=1UNLkZVmtV9vwy7QTMtdfnlDl0wViK9sU

e qui:

Andate a dare un’occhiata al lavoro degli altri redattori, vi garantisco che ne vale la pena!

La guerra di Piero

Sheradzade Hassan, bambina curdo-siriana di otto anni, Idomeni, 2016

 

Carla guidava placida, in una calda fine mattinata di giugno. Piero, suo figlio, era sistemato dietro, sul suo seggiolotto e la sua vocina particolarmente euforica quel giorno rispecchiava la leggerezza della fine dell’ultimo giorno di scuola, a lungo agognato nei tanti risvegli assonnati delle ultime settimane.

Carla vedeva nello specchietto retrovisore i suoi occhietti furbi, la sua chioma di capelli ispidi e biondicci, e si sentiva felice.

“Mamma, lo sai ho fatto un sogno bruttissimo?” iniziò Piero con un tono preoccupato.

“E che hai sognato di tanto brutto? chiese Carla, preparando la sua mente a elaborare rapidamente le informazioni che le sarebbero state fornite di lì a poco da suo figlio, per tentare di arginare le paure che da esse sarebbero emerse.

“Ho sognato che c’era la guerra, tra l’Italia e l’America.”

“Ah… non saremmo messi bene, nel caso succedesse, lo sai? L’America è molto più potente dell’Italia…e la guerra non è mai una bella cosa… Ma che succedeva nel tuo sogno?” Carla intuì subito che non sarebbe stato semplice.

“Gli americani venivano a prenderci, io e te, e i miei amici di scuola coi loro genitori, e ci portavano in un posto tutti insieme, poi ci separavano, noi bambini da una parte e voi genitori dall’altra.”

Nella mente di Carla passarono in un istante immagini sbiadite di soldati, fili spinati, corpi emaciati, camicie a righe con stelle cucite al petto, numeri tatuati, bambini soli, deportazioni, morte, che tristemente caratterizzano la memoria visiva legata all’ultima delle grandi guerre del nostro sciagurato tempo e si preparò a spiegare ad un bambino, a suo figlio, nel modo più sereno possibile, cosa potesse fare la follia del genere umano contro se stesso e perchè succedessero cose del genere, e continuassero a succedere, purtroppo, senza soluzione di continuità e men che meno intelligenza, anche in tempi molto più recenti. Decisamente, non sarebbe stato semplice.

“Ma che facevano poi gli americani? Ci facevano del male?” chiese iniziando a tradire un pò di preoccupazione.

“Ma no mamma! Gli americani facevano la guerra solo ai soldati, mica a noi! Noi non avevamo fatto niente e allora ci avevano portato via per proteggerci!”

“Ah, meno male allora!” Carla si sentì vagamente sollevata. “E, che succedeva? Che facevi te insieme agli altri bambini? E io insieme agli altri genitori? Ci facevano lavorare?”

“Nelle stanze dei bambini, mamma, avevano messo cinque televisioni e i controller per i videogiochi. Noi bambini giocavamo insieme, facevamo le sfide e ci si divertiva un sacco! A voi genitori, invece, avevano dato la carta per scrivere e i libri e stavate a scrivere storie e racconti e a leggere, come piace a te mamma!”

“Eh però! Allora bello così! Tu a giocare io a scrivere, non sarebbe male una guerra così!” Carla aveva ricominciato a sorridere, sentendo la strana visione della guerra che aveva elaborato Piero. E pensava a quanto la fantasia dei bambini fosse potente da trovare colori e bellezza anche nelle più truci delle bassezze degli esseri umani.

“Però, Piero, non saremmo stati liberi, e io senza poter stare con te non sarei felice di scrivere e leggere tutto il giorno…” proseguì Carla, cercando di portare il ragionamento giocoso del bambino sul terreno più profondo della libertà e degli affetti.

“Gli americani ci tenevano prigionieri solo perchè fuori c’era la guerra, quella vera, ma noi non avevamo fatto niente, non la facevano a noi la guerra e ci proteggevano. Ma noi bambini si poteva venire a trovarvi, sai? C’erano le guardie, bisognava chiederlo, ma io lo chiedevo e venivo a trovarti.” Piero era stranamente contento, dato l’argomento.

“Ma te stavi bene? Eri contento? E che facevamo quando venivi a trovarmi?”

“Io stavo benissimo, giocavo sempre e mi davano un sacco di cose buone da mangiare! Quando venivo a trovarti, io ti raccontavo che avevo vinto e che avevo superato i livelli dei giochi, e te mi leggevi le storie che avevi scritto.”

“Ti ricordi quando due mattine fa mi hai svegliato” proseguì Piero “e io ti ho detto che non volevo svegliarmi perchè stavo sognando una cosa bella? Ecco, era quella mattina lì, stavo sognando proprio questa cosa qua della guerra, ma te mi abbracciavi e mi stavi leggendo la storia che avevi scritto, non volevo che finisse il sogno.” Concluse Piero e scoppiò a ridere.

Carla rise con Piero, un riso liberatorio e ammirato per come anche la guerra possa essere a colori per i bambini e come i loro colori, viceversa, possano render bello un sogno che pure era iniziato come un incubo.

Erano arrivati a casa, di lì a poco avrebbero preparato il pranzo. La scuola era finita, il sole riscaldava la pelle. Piero rideva, giocava, colorava il mondo, faceva anche la guerra, per gioco. Carla, per gioco, scriveva davvero racconti, e avrebbe continuato a scriverli, con o senza la guerra del suo Piero.

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