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In solitudine ostinata e contraria.

C’è un tempo per tutto.

E ogni persona ha un proprio personalissimo tempo per tutto.

Non si fanno le cose seriamente a 15 anni, si fanno molto raramente e con estrema razionalità le minchiate a 40 anni. Perché si fanno eh! Tante anche! Ma lo sai che stai facendo una minchiata, ne sei perfettamente consapevole…quindi è decisamente molto meno minchiata e assume la dimensione di una scelta, pure quella.

Così, c’è un tempo in cui si adora stare in mezzo alla gente e far baldoria e un tempo in cui ci si raccoglie in se stessi, in solitudine ostinata e contraria. Perché non ci si capisce più per se stessi e figurarsi se si può pensare di comprendersi in relazione agli altri. Che sono tanti, troppi, sconosciuti, indifferenti. Ecco, indifferenti. E se non fanno differenza non sono interessanti. Non hanno senso. Perdono qualsiasi tipo di attrazione. Non meritano attenzione.

Così si rimane soli. Anche in mezzo ad un mare di gente.

E non fa male, non è scomodo, non mette in difficoltà. Semplicemente stai, in solitudine ostinata e contraria, perché il tempo della tua vita di adesso è quel tempo lì. Quello delle minchiate consapevoli. Quello delle minchiate sempre meno minchiate.

Quello della solitudine consapevole, ostinata e contraria.

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Ogni uomo è un’isola

Non ho capito granchè, ancora, di come funzionino le cose nel profondissimo mare dei rapporti umani.

Ma una cosa credo di averla chiara, e, in questo momento della mia vita, credo di non essere molto lontana dalla verità.

Si nasce e si muore da soli, questo in sintesi quello che si sa da sempre da proverbi e detti popolari, dalla saggezza antica, dallo studio di generazioni di filosofi e psicologi.

Io rincaro la dose e dico che si vive anche da soli.

Ogni uomo è un’isola e nessuno sarà mai in grado di comprendere con precisione e fino in fondo il modo in cui la vita si manifesta per quella persona. Nella maggior parte dei casi, nemmeno la persona stessa sarà in grado di comprendersi del tutto, rimanendo anche per se stessa, alla fine dei conti, un mistero imperscutabile.

Lo scivolone più grande, quindi, che si possa fare all’interno delle relazioni a vario titolo tra le persone, è quello di dare per scontato che una passione, un sentimento, finanche una singola parola, possano avere per l’altro lo stesso significato o la medesima intensità di emozioni che noi ci riversiamo dentro, e che per noi è l’unica possibile, al pari della definizione del bianco o del nero.

Accade poi che nel corso dell’esistenza si creino tra le persone, in modo casuale e al tempo stesso estremamente razionale (come vuole la dicotomia illogica che sottende ad ogni vita, tra tutto il possibile e tutto il suo contrario…), dei sottilissimi istmi, o una rarissima forma di empatia condivisa, per la quale le due isole per brevi stralci di sentimenti ed emozioni, entrano in contatto in maniera univoca, senza fraintendimenti, senza incomprensioni, ma il contatto è talmente lieve e fragile che dura poco, basta lo scorrere di un singolo giorno o di un attimo, per rimettere tutto in discussione.

Ogni uomo è un isola, ed è presuntuoso, oltre che dannoso per il proprio equilibrio, pensare che l’altro veda e senta le cose nel modo in cui le vediamo e sentiamo noi.

Non è facile pensare che la vita accada in questo modo dentro di noi e intorno a noi, il senso di solitudine profonda che ne deriva e che non si sana con una quantità maggiore di persone intorno, è deprimente e devastante, ma bisogna lasciare che sia così.

Nello scorrere delle esistenze accadrà che i percorsi si avvicinino, entrino anche in contatto a volte, ma è importante lasciare andare e lasciarsi andare. Forzare le cose perchè l’altro avvicini il suo fluire al tuo o al contrario cambiare il tuo corso per avvicinarsi a quello di un altro, porterà solo a perdere la strada, a tradire alla fine se stessi e la propria personale, e in quanto tale universale perchè l’unica veramente possibile per se stessi, visione del mondo e delle cose.

Ogni uomo è un’isola, è così che è, è così che deve essere, è così che è giusto che sia.

Qualcuno arriverà alle nostre sponde, attraccherà la sua isola alla nostra, ma nel momento spesso in cui saremo pronti ad accoglierlo con un caloroso benvenuto, dobbiamo esser consapevoli che lo vedremo andar via, non potremo trattenerlo, e se ci proveremo sarà una trappola emotiva e una tortura senza fine per entrambi.

Bisogna imparare a lasciare andare.

Bisogna imparare a vivere soli.