La difesa della sconfitta

Mentre aspettavo che si freddasse la mia tazza di tè e che mio figlio finisse la sua opera d’arte coi pennarelli prima di andare a letto e salutare la giornata, ho sfogliato il nuovo numero di Vanity Fair, l’unica rivista femminile alla quale sia abbonata e che abbia il pregio di riuscire a farsi leggere con interesse, oltre alle pagine di stile e bellezza, e fashion e borse, e scarpe e vestiti e trucchi, che catturano l’occhio, ma ben poco la mente.

Ultima pagina, ed ecco la rubrica di Massimo Gramellini, dal titolo {RICOMINCIAMO}.

Ho letto l’articolo, l’ho trovato bellissimo e ho deciso di condividerlo, perchè, sebbene io non conosca minimamente i fatti descritti, il senso dell’accettazione della sconfitta come presa di coscienza, come accettazione di quello che è stato e non tornerà, l’abbandono dei sensi di colpa e la capacità di ‘lasciare andare’ quello che non è più, confinandolo nel passato e nel ricordo, sono passi importanti di un cammino che sto facendo proprio in questo momento storico della mia vita.

Lo spunto è la lettera di una lettrice, alla quale Massimo Gramellini risponde con una parafrasi calcistica di una delle più importanti lezioni che la vita possa insegnare.

La rubrica e l’articolo in dettaglio lo trovate qui: http://ricominciamo.vanityfair.it/

Il testo è questo:

Dopo le lacrime, il cappuccino

25 FEBBRAIO 2015

Ricominciare è molto più che cominciare: è avere il coraggio (e la forza) di rinascere dopo essere fniti un po’. Ti scrivo mentre sto ricominciando: dopo la brutta fine di una bella storia. Dopo una notte passata a chiedermi quale sia (e se esista) il confne tra odiare e amare. Dopo che lui mi ha tradita soltanto per l’incapacità (o la paura?) di perdersi nell’immensità di quella passione. Di perdere il controllo. Stamattina ho aperto Vanity Fair e sembrava che tu dicessi proprio a me: «Ricominciamo, Simona». La mia risposta è stata sì. Sì a una passeggiata mattutina con mia mamma. Sì a un vestito rosso, a un libro che parla dell’estrema utilità dell’inutile, a un cappuccino. A una vita che, nonostante tutto, io trovo irresistibile. E allora l’ho capito: il bello del «ricominciare » è rimettersi in piedi e scoprire che quegli stessi piedi riescono ancora a reggere il nostro peso. —S
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Cesare Pavese scriveva: «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è ricominciare, sempre, a ogni istante». C’è una storia che non smette di afascinarmi e che non smetto di raccontarmi, ogni volta che la voglia di ricominciare sembra venire meno. È un’antica storia che ha a che fare con una partita di pallone, ma anche se tu fossi calciofoba ti consiglierei di non interrompere la lettura.
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Ti porterò indietro nel tempo. Nel 1950, allo stadio Maracanã di Rio de Janeiro, dove sta andando in scena l’ultima sfda dei Mondiali di calcio tra Brasile e Uruguay. I padroni di casa sono i favoriti assoluti e dopo pochi minuti lo diventano ancora di più perché si portano in vantaggio con un gol formidabile. L’Uruguay è inferiore per capacità tecniche e stazza fsica, gioca davanti a 200 mila tifosi brasiliani scatenati e sta pure perdendo.
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Al suo posto temo che mi sarei lasciato andare. Che mi sarei consegnato al destino avverso. Magari avrei cercato la «bella morte», buttandomi all’attacco nel tentativo sgangherato di rimontare e venendo invece inflzato defnitivamente in contropiede. Cosa fa invece l’Uruguay? Con un gesto di umiltà straordinaria decide di ricominciare. Come se la partita iniziasse adesso. Come se non la stesse afatto perdendo. E si chiude con ordine davanti al proprio portiere. Difende la sconftta, capisci? La difesa della sconfitta andrebbe insegnata nelle scuole, sicuramente in quelle di educazione sentimentale che mi auguro un giorno vedranno la luce. Non è mai una resa, ma una presa di coscienza. E non signifca rassegnazione, ma accettazione.
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L’Uruguay accetta la sconftta senza perdere il controllo di sé. Lascia che i brasiliani si sfoghino in dribbling strafottenti. Poi, appena gli avversari affaticati rallentano il ritmo, viene fuori come un serpente dalla cesta dell’incantatore. E colpisce. Una prima volta e poi una seconda. Con durezza non disgiunta da una certa dose di poesia. Uruguay batte Brasile 2 a 1. Uruguay campione del mondo. L’impossibile, insomma. La partita più flosofca della storia del calcio, la defnì il sommo scrittore di sport Gianni Brera.
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Se ripenso a tutte le volte in cui ho reagito con scompostezza a un rovescio esistenziale e ho scambiato la mia reazione impulsiva per coraggio, mi convinco che la lezione dell’Uruguay rimane attualissima. Chi è lo stalker, se non un immaturo incapace di difendere la sconftta che, rifutandosi di ricominciare la propria vita, trasforma in uno strazio quella dell’oggetto delle sue ossessioni? Tu hai appena perso una partita molto importante, in cui avevi investito il meglio di te stessa. E pur di non riconoscere la sconftta avresti potuto riempirti la vita di recriminazioni e progetti tignosi di improbabili rimonte.
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Invece hai scelto di voltare pagina. Senza strappare o cancellare la precedente. Voltarla e basta, con l’aiuto di quei piccoli piaceri quotidiani che servono a ricordarci come la vita non vada mai giudicata, ma accolta e respirata fno al midollo. Grazie per averci insegnato che si può fare. E come si fa.
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Massimo Gramellini

Massacro emotivo

Quando tutto quello che accade mi dice che una cosa non la devo fare…forse è meglio se comincio ad ascoltarne i segnali…

Avevo comprato il DVD originale del film ‘Revolutionary Road’ nel 2009, ma non l’avevo mai visto…

Qualche giorno fa, tra i tanti DVD della mia collezione, tutti ordinati sulla libreria sopra il computer, mi era cascato l’occhio proprio su questo film…proprio questo…proprio adesso…

Un paio di sere nei giorni scorsi mi son trovata a pensare che avrei potuto vederlo…ma una volta era troppo tardi, e la mattina dopo dovevo svegliarmi presto… un’altra avevo in mente qualcosa da scrivere e l’idea di guardarlo era passata in secondo piano…

Fino a stasera…da sola…il bimbo con suo padre…orario ragionevole…mi chiudo in camera, e lo prendo dalla libreria…

Lo inserisco nel lettore…ma il nuovo sistema operativo, appena installato di fresco, non riconosce la periferica…

Potevo lasciar perdere e mettermi a fare un’altra cosa? Forse sarebbe stato meglio…

Macchè…invece mi son fatta anche aiutare a distanza per entrare nel terminale e convincere il pc a far viaggiare il lettore e a leggere il DVD…

Così ho visto finalmente ‘Revolutionary Road’ 

‘Revolutionary Road’ è un lungometraggio del 2008 diretto da Sam Mendes, lo stesso regista di ‘American Beauty’, basato sull’omonimo romanzo del 1961 di Richard Yates. Protagonisti del film sono Leonardo DiCaprio e Kate Winslet, che tornano a recitare assieme a 11 anni di distanza dal successo planetario di ‘Titanic’.

Il film racconta le vicende di Frank e April Wheeler, una coppia di ceto medio nella New York anni cinquanta, divisa tra l’esigenza di assecondare le proprie aspirazioni o conformarsi alle ipocrisie della società dell’epoca.

Questo è quello che dice Wikipedia…

In realtà per me è stato un massacro emotivo, come non mi capitava da tempo di autoinfliggermi…

Gli attori sono superbi…il film è bellissimo…e io mi sono trovata in lacrime convulse e in pensieri tanto ben sviscerati nella pellicola da sentirmeli infilzati nell’anima e nella mente, uno ad uno, con ferocia quasi sadica…

Ecco perchè devo smettere di sognare…ecco perchè è decisamente meglio non sognare, non pensare neppure…e darsi pace…è tutta quanta un’illusione la vita che si vorrebbe vivere…è meglio smettere di cercare quello che non esiste…quello che nessuno può darti…quello che non ti puoi dare da sola…e vivere ogni giorno così…accontentandosi…facendosi bastare il buon sapore del pezzo di torta (…la bellezza delle piccole cose…) invece di aspirare a volerla tutta la torta…o almeno ancora, e ancora, e ancora…

Rassegnarsi…

Tremo mentre scrivo…

La scena finale…

E’ il mio terrore più grande finire senza le parole, senza il sentire reciproco, senza la comunicazione…senza la voglia di esserci…

Dovreste vederlo…o rivederlo…

No…mi correggo…forse è meglio di no…

…sulla bellezza…

Stasera un pò di Sanremo, mi ero detta…

Ed ecco che sul palco dell’Ariston, intorno alle 23 arriva Luca Zingaretti che legge una riflessione di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia a soli 30 anni, nel 1978…questa:

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore (Peppino Impastato)“.

Non la conoscevo…o forse sì…comunque non me la ricordavo così potente, bella, illuminante…

Io sono convinta che il senso della bellezza, saper riconoscere la bellezza, riuscire a vederla, in ogni forma e aspetto, dalle cose più straordinarie a quelle più normali, quotidiane, sia una delle caratteristiche più importanti che distingue la razza umana dagli altri animali…

Ma stasera mi son trovata a riconsiderare il mio concetto di bellezza anche come uno strumento per non cedere alla rassegnazione, alla paura, all’abitudine… Aveva ragione Peppino Impastato…dal senso per la bellezza passano la curiosità e lo stupore, che sono il fulcro di quel motore che ci rende veramente vivi, che ci rende animali pensanti…

Se riusciamo a vedere la bellezza, non ci sarà posto per la rassegnazione…se anche le cose cambiassero in peggio, nessuno potrà convincerci che è sempre stato così, e che non può essere diverso da così…e ci ribelleremo…vorremo tornare a vedere la bellezza, o a costruirne di nuova per ristabilire l’equilibrio…

“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”

Questo è un piccolo estratto dal testo della canzone “Il vecchio e il bambino” di Francesco Guccini…

Mi si è evocata nella mente mentre ascoltavo le parole di Peppino Impastato…

Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera…

L’ immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d’ intorno non c’era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo…

I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva:
con l’ anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati…

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero…

E il vecchio diceva, guardando lontano:
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

Quando la ascolto, mi ritrovo in lacrime…

Un pò perchè penso a chi, tra i ‘vecchi’ che hanno fatto parte della mia vita, non c’è più…e ne amavo ascoltare i racconti…mi immergevano in un altro mondo, in altre vite…

Un pò perchè penso a chi tra i ‘vecchi’ ancora c’è, ma se ne andrà presto…e ricordo di quando io ero il bambino della canzone…e li ascoltavo, cercando di comprenderne i ricordi…ma senza capirli fino in fondo…

Un pò perchè adesso son io dalla parte del vecchio…e il mio bimbo è il bambino…ma mai vorrei che i miei racconti dei ‘miti passati’…della bellezza di come era…suscitassero in lui uno sguardo ‘triste’… la bellezza appartiene a tutto, proprio tutto quanto…basta saperla vedere…e vorrei tanto per mio figlio essere una guida alla scoperta sempiterna della bellezza, e mai alla paura della rassegnazione…

Spero tanto di esserne capace…