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Seduti sul canto del fuoco (su WRITERS N.16)

Seduti sul canto del fuoco

di Elena Brilli

Era il lontano 1985, l’anno in cui si ricorda la più grande ghiacciata degli ultimi decenni del secolo scorso.

Io ero un bambino di quasi dieci anni che realizzava, coi fiocchi di neve che cadevano lenti, il desiderio atavico di ogni bimbo di vedere il Natale ammantato di bianco come nelle immagini delle cartoline di auguri.

Non si sarebbe più verificato, dopo quell’inverno entrato negli annali per la crudeltà delle sue temperature, che schiantarono un’intera generazione di ulivi sulle colline che abito da sempre, e con essi le tubazioni idrauliche di gran parte delle abitazioni.

Era quasi Natale, la scuola era chiusa, la casa di mia nonna era diventata inagibile a causa del ghiaccio e il fuoco bruciava nel camino. Giornate memorabili per un bambino che giocava a palle di neve invece di andare a scuola, in quelle vacanze anticipate e piacevolmente forzate. Preparavo l’albero di Natale insieme alla sorellina mentre il fuoco crepitava nel camino, e avevo la nonna a giro per casa, ospite della mia famiglia finché l’emergenza neve non fosse rientrata e avesse potuto tornare a casa.

Era una vecchina minuta ma in carne, la nonna. I capelli bianchissimi le ornavano il volto rugoso, la veste da casa le fasciava le carni morbide nelle quali amavo sprofondare quando mi abbracciava stretto. Portava sempre uno scialle sulle spalle e intorno al collo, la nonna, fardello pesante di una vita da contadina che aveva indebolito i suoi polmoni e, costretta a trascorrere quei giorni esule dai suoi luoghi usati, si era portata con se, per passare il tempo, la sua attrezzatura da maglia.

Era un paniere di vimini nel quale trovavano posto gomitoli ordinati di lane di vari colori e i ferri di tutte le misure, coi quali, quasi ogni anno da che io e mia sorella eravamo nati, ci confezionava, proprio per Natale, le babucce di lana per tener caldi i nostri piedini la notte.

In quei giorni se ne stava seduta sul canto del camino quasi tutto il tempo.

Coi ferri in mano e il filo colorato che usciva dal paniere ammaestrato dalle sue mani sapienti, costruiva, giro dopo giro, le babucce che sarebbero state il nostro regalo di Natale di quell’anno.

Io le gironzolavo intorno chiassoso, eccitato in modo pressocchè incontrollabile da quella situazione tanto anomala. Quando la mia voce squillante di bimbo euforico si alzava oltre quella soglia che, da madre di nove figli e nonna di una quantità di nipoti da far quasi due squadre di calcio, aveva imparato a sopportare, la nonna alzava gli occhi dal suo sferruzzare, si posava le lane in grembo e, con la sua voce pacata mi diceva:

Via Bruno, non urlare, stai buono. Se non impari a moderare la voce, quando la tua mamma torna, finisce che ti brontola e ti mette a fare i compiti in punizione. Se invece giochi piano piano, vedrai che la mamma non si accorge nemmeno che stai giocando, così non ti dice niente e tu puoi continuare a giocare senza dover fare i compiti!”

Che immensa maestra del compromesso che era la nonna.

Aveva lottato la sua vita nei campi, passato da infante la prima guerra mondiale e difeso coi denti la sua numerosa famiglia durante la seconda. Ma non aveva studiato. Non sapeva né leggere né scrivere, la sua scuola era sempre stata ed era rimasta per sempre solo la vita, quella dura di chi vive di miseria materiale, ma di ricchezza morale, di rispetto, di coerenza, di valori immutati e fortissimi. Aveva voluto che le fosse insegnato, ormai adulta, la scrittura del suo nome e cognome. Ogni mese si recava da sola e a piedi alle poste e orgogliosa siglava col suo nome la ricevuta per ritirare la pensione. Una combattente senza parole da scrivere o leggere, ma con una volontà indefessa e incorruttibile di tirare avanti nonostante tutto e tutti.

Ogni tanto, nei lunghi pomeriggi imbiancati della nostra convivenza forzata di quell’inverno, mi fermavo dai miei salti giocosi e rimanevo incantato dalla maestria delle sue mani che trasformavano coi ferri il filo, nel tessuto morbido, caldo e colorato delle mie babucce.

Nonna, mi insegni a fare la maglia?” le chiedevo.

Certo Bruno, vieni qua accanto a me”, rispondeva accostandosi stretta al fuoco perché avessi un po’ di posto nella seduta accanto a lei.

Quasi a ricambiare lo scambio di conoscenze, io le dicevo ogni volta “Poi, nonna, io ti insegno a leggere e scrivere.”

La sua risposta, declinata in sfumature ogni volta leggermente diverse era sempre la stessa e suonava più o meno così:

Lascia stare, Bruno, per me ormai è tardi, io non riesco più ad imparare a leggere e scrivere. Ma tu studia, studia finché ti sarà concesso di farlo, perché se impari a leggere, scrivere e contare, nessuno potrà mai prenderti in giro e provare ad imbrogliarti.”

Ricordo che borbottavo che le avrei insegnato lo stesso a leggere e scrivere, e prendevo un foglio di carta dai miei quaderni e una penna, pronto per quando sarebbe finita la lezione coi ferri da maglia nella quale avrei dovuto imparare a fare il punto rasato a diritto. La lezione, sempre la stessa, che categoricamente aveva esiti disastrosi, per la scarsa maestria e la testarda disattenzione dell’allievo, finiva sempre troppo presto per poter davvero imparare qualcosa. Quella della nonna, a cui avrei dovuto insegnare a leggere e scrivere, di fatto, non iniziava mai.

Dismessi i ferri, per me era di nuovo il tempo di zompettare a giocare o di vestirsi di tutto punto per andar fuori in giardino a fare a pallate con la mia sorellina. Il foglio e la penna rimanevano posati sul canto del fuoco accanto alla nonna, e non ci fu mai la prima lezione per insegnarle a scrivere, né in quelle giornate della grande nevicata del 1985, né dopo.

La nonna morì qualche anno più tardi, nella tarda primavera che seguiva la fine del mio primo anno di liceo.

Non è più caduta tanta neve come nei giorni intorno al Natale del 1985, e anche il fuoco, in quel camino di mattoni rossi e calce bianca, è stato acceso molte poche volte da allora.

Ma ancora adesso, ogni volta che torno nella casa dei miei genitori e il mio sguardo incontra il canto del camino, io ricordo mia nonna, la sua figura minuta, il suo scialle colorato sulle spalle, i capelli bianchissimi, lo sguardo dolce, e la sua voglia, che è diventata la mia, di leggere, scrivere e contare, perché nessuno possa mai prendersi gioco di me.

E’ una frase, quella che mi ripeteva mia nonna, che rivendo adesso a mio figlio, quasi a fare in modo che possa esserci anche lui, seduto sul canto del camino acceso, accanto a quella vecchina dagli occhi dolci e lo sguardo acceso, che era mia nonna.

Elena Brilli

Uscito un paio di giorni fa il nuovo numero della rivista WRITERS, dedicato a “I LUOGHI CHE ABBIAMO NEL CUORE”, lo trovate qui:

https://writersezine.wordpress.com/

e qui:

https://drive.google.com/open?id=1UNLkZVmtV9vwy7QTMtdfnlDl0wViK9sU

e qui:

Andate a dare un’occhiata al lavoro degli altri redattori, vi garantisco che ne vale la pena!

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Quando sognavo di diventare architetto

C’è stato un tempo in cui sognavo di diventare architetto.

Il luogo dove abito da sempre, e che odio e amo al tempo stesso, ha un borgo medievale, arroccato sulla vetta di una collina, avamposto strategico della lontana lotta tra Guelfi e Ghibellini nell’alta Toscana.

Attorno alla Rocca dove si rifugiava il Signorotto del tempo quando le cose si mettevano a mal partito, c’era una fortificazione di mura spesse e tre porte di ingresso. La principale che costituisce tutt’ora l’ingresso al borgo vecchio, alla quale si appoggiano la chiesa e il frantoio, una seconda alla sommità di una ripida salita di accesso, alla quale si affianca una torretta di guardia ancora integra, e una terza, citata nei documenti storici come la più importante dell’arroccato insediamento antico, che proteggeva il canale dell’acquedotto che aveva il compito fondamentale di portare l’acqua agli insediamenti rurali della campagna sottostante, e quindi di mantenerli ‘vivi’.

Questa terza era l’Antica Porta di Doccia.

Erano i tempi in cui frequentavo la Facoltà di Architettura e, più precisamente, i tempi dell’esame di Restauro, del quale ricordo la corpulenta figura della professoressa, più o meno intorno ai miei 22, 23 anni, una ventina di anni fa. L’avevo cercata e ritrovata nel bosco, la Porta di Doccia, diroccata, assaltata dalla vegetazione. Ne avevo fatto i rilievi e disegnata tutta, passando interi pomeriggi ad arrampicarmi nella boscaglia, per raggiungerla e riportarne alla luce la memoria e le fattezze. Un paio di anni più tardi, il recupero dell’intero borgo medievale, con il restauro del suo sistema di mura e porte di accesso, e la creazione di un giardino che lo restituisse alla cittadinanza nella completezza della sua fruizione aperta a tutti, avrebbe dovuto essere la mia tesi di Laurea in Architettura con la specializzazione in Arte del Giardini.

La laurea non è mai arrivata, ma questo è un altro discorso. E soprattutto furono altre scelte.

In questi giorni di convalescenza che hanno seguito il mio crollo fisico dovuto ad una pericolosissima carenza di vitamina D che mi ha causato problemi neurologici e muscolari, la cura che mi era stata assegnata dai dottori era quella di stare fuori più possibile e prendere sulla mia pelle i benefici effetti del sole, unico vero medicinale in grado di tirar su i valori della vitamina mancante e farmi tornare in forma.

Quindi ho camminato molto e, dovendo camminare e stare all’aria aperta, mi è venuta voglia di ricercare l’Antica Porta di Doccia, per vedere se fosse ancora lì dove l’avevo lasciata venti anni or sono.

Ci avevo già provato un mesetto fa, ma la dolce compagnia di quel pomeriggio di metà marzo mi aveva distratto dalla ricerca e non l’avevo trovata, nel bosco. Che fosse crollata? Possibile che davvero non esistesse più?

Sicchè in una delle mie recenti passeggiate, ci ho riprovato, spinta da quell’orgoglio testardo di dover dare ragione ai miei ricordi e alla fatica di allora, nonchè quello di voler onorare una mia passione antica e un’estate di vent’anni fa passata nel bosco a restituire vita alle testimonianze di vite passate, nascoste nella notte dei tempi e ricoperte di vegetazione.

C’era. Sapevo che c’era. Doveva essere lì.

Ed eccola, in cima ad una ripida scarpata, lassù, in vetta. Se ingrandite la prima delle foto la vedete in alto, lassù, immersa nel verde.

L’avevo ritrovata!

Mi sono arrampicata, gambe, ginocchia, mani, braccia, scalando la terra ripida che mi separava da lei, a tratti impaurita da quello che sarebbe potuto succedere se fossi scivolata, a tratti preoccupata di come avrei fatto poi a scendere. Ma l’avevo ritrovata, dovevo andare lassù, raggiungere la ‘mia’ Porta di Doccia.

Con l’aiuto di un bastone, aggrappandomi alla vegetazione e cercando di schivare le ortiche in fioritura, ci sono arrivata, alla vetta, a rivederla da vicino.

Ed eccola infine bella, resistente, fiera, ancora in piedi nonostante la vegetazione ne scalzi progressivamente una pietra dietro l’altra. Con il punto di partenza del canale dell’acqua appoggiato alla sua sinistra, i montanti forti, la sua chiave di volta pentagonale che tiene tutto in piedi, miracolo della fisica delle forze.

Bella.

Di quella bellezza che caratterizza i sogni.

Lei c’è ancora. Io pure.

E anche i sogni, diversi, adulti, invecchiati, sono tutti lì. Nonostante tutto.

Esattamente come l’Antica Porta di Doccia.

Nonostante tutto.

La mia copertina di Linus

Sono sempre vestita di nero.

Riesce a farmi sentire elegante anche quando sono in abiti da lavoro o in tuta.

E adoro sentirmi elegante.

Ma, da anima freddolosa quale sono, ho un maglione, di quelli di cotone intrecciato grosso, che porto sempre quando sono in casa, sopra a tutto il resto, sopra il nero. Per sentirmi a casa. Per tenere al caldo il cuore.

È sempre sulla sedia in camera, anche in estate, quando non ce l’ho addosso.

Quando è in lavatrice ne sento la mancanza. Lo stendo in bagno perché appena lavato, ancora bagnato, lui torni ad essere con me.

È la “maglia bianca coi coriandoli”.

È la “maglia con cui ti disegno, mamma”.

È la mia copertina di Linus.

Il disegno è di qualche anno fa. Ed occupa il posto d’onore attaccato al muro di fronte alla scrivania.

Il maglione è quello, quello con cui lui mi disegna.

Lui mi disegna colorata, coi coriandoli.

Lui li vede, i colori e i coriandoli, sopra a tutto il nero.

Bisogna sparargli (WRITERS n.14)

Bisogna sparargli

di Elena Brilli

I bar di provincia sono luoghi senza tempo e senza spazio, immersi nella luce afona dei neon che rimbalza su banconi fintamente marmorei, corrosi da mani incuranti e sorrisi usati di una cortesia becera quanto falsa.

Appoggiati ad uno di essi due tizi urlavano all’aria indifferente, travestista da barista stanco, i loro proclami:

“Bisognerebbe buttare addosso a quei barconi carichi di feccia immonda un paio di bombe tirate bene, e poi vedresti come non ne arriverebbero più! Ecco la soluzione! Ne affondi un paio e il problema è risolto! Se ne stanno a casa loro quei sudici che ciondolano nelle nostre strade e bisogna anche pagargli il vitto e l’alloggio!” diceva uno.

E l’altro di rimbalzo, a voler scendere quasi forzatamente un altro scalino verso l’ignoranza:

“Lo dico sempre io! Che si stava meglio quando c’era “Lui”! Tutti su un treno con le giacchine a righe e il simbolino cucito e via andare! Una bella gassata e problema risolto!”

Vittoria stava finendo di bere il suo caffè, dopo le solite otto ore abbondanti di lavoro che non bastavano mai per arrivare a fine mese, e aveva sentito tutta la conversazione senza distogliere lo sguardo dal suo angolino di serenità, che si regalava ogni sera prima di tornare a casa dal suo bambino.

Posò la tazzina, alzò lo sguardo e disse:

“Scusate signori…”

I due si voltarono sentendo l’esile voce femminile che chiedeva la loro attenzione.

“…una sola domanda. Come fate ad essere così sicuri che, nella vostra vita, non vi debba toccare mai di trovarvi su un barcone contro cui vengono tirate delle bombe? E, perdonatemi, come fate ad essere così sicuri che, qualora tornasse uno come “Lui”, non siate voi ad avere la casacca a righe col simbolino cucito? Come fate ad essere così sicuri che non vi trovereste dalla parte ‘sbagliata’ con un biglietto di sola andata per l’inferno?”

I due la guardarono, improvvisamente muti.

Vittoria pagò il suo caffè, ringraziò il barista, sorrise rivolta ai due signori e uscì.

Elena Brilli

Il racconto che avete letto lo trovate pubblicato sull’ultimo numero della rivista WRITERS.

Se volete dargli un occhio, la trovate

qui: https://drive.google.com/file/d/1J6i0_tz6pnd0DKyA9foPQRoiF-qGeimJ/view?usp=sharing

e qui: https://issuu.com/writersrivista/docs/writers_2014

e qui: https://writersezine.wordpress.com/

e qui: https://www.facebook.com/writers.magazine/

per leggerla on line e scaricarla dove volete  e ovunque siate.

 

Poteva essere suo padre (WRITERS n.14)

Nasce, il racconto che segue, dal tema scelto per l’ultimo numero di WRITERS, dedicato al complicato tema dell’indifferenza.

Se volete dargli un occhio, la rivista la trovate

qui: https://drive.google.com/file/d/1J6i0_tz6pnd0DKyA9foPQRoiF-qGeimJ/view?usp=sharing

e qui: https://issuu.com/writersrivista/docs/writers_2014

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per leggerla on line e scaricarla dove volete  e ovunque siate.

Nasce da una storia vera, come quasi tutto quello che scrivo, perchè forse, devo ammetterlo, non sono capace di fare diversamente da così. Raccolgo stralci di vita, la mia, o una delle tante che mi vivono intorno, e ne faccio una storia.

Questa.

Poteva essere suo padre

di Elena Brilli

La chiave fece il suo solito suono metallico per far scattare la serratura della porta. Annalisa rientrò in casa, c’era buio e silenzio, la vita che la abitava si era abbandonata al sonno. Era decisamente più tardi dell’ora alla quale era solita rientrare dal lavoro per abbracciare forte il suo cucciolo dopo una giornata lontano e accompagnarlo nel mondo dei sogni raccontandogli una favola a bassa voce.

Lasciò le borse in cucina e si avviò nella penombra verso la camera. Il suo bambino dormiva sereno, il respiro lento e placido di chi ancora sogna solo cose belle.

Si sedette in terra accanto al lettino a cancelli, prese la manina del suo cucciolo e iniziò a raccontare la sua storia di quella sera, quasi a volersi giustificare con lui del fatto di aver lasciato che dovesse addormentarsi senza averla vicina.

“Sai topolino dolce, la mamma è tornata tardi stasera perché ha incontrato una persona che aveva bisogno del suo aiuto. Stavo andando verso la macchina dopo aver chiuso il negozio e aver finito di lavorare e mentre camminavo sul marciapiede ho visto un signore aggrappato ad un cestino della spazzatura che barcollava e non riusciva a stare in piedi. Non era tanto giovane, era un signore anzianotto, più o meno come il nonno, sai? E non riusciva a stare in piedi. Doveva essere un tossico, in botta piena dopo la sua dose serale di eroina, consumata sui marciapiedi puzzolenti ai margini delle luci natalizie dei negozi del centro. Tu non lo sai cos’è un tossico, forse lo capirai un giorno e mi auguro che tu non arrivi mai ad essere una persona superbamente giudicante, ma solo umilmente comprensiva. Perchè ci sono tante persone che non si vogliono bene al punto da farsi del male, come se facendosi del male trovassero l’unica strada possibile nella loro anima per stare bene. E allora si fanno del male. E questo signore, che poteva essere il nonno, non stava bene. Io l’ho visto da lontano, ciondolante, le gambe molli, parlava parole sconnesse al muro. Chissà cosa diceva, chissà con chi credeva di parlare. Ma avevo paura che cadesse e si facesse male o che, perdendo i sensi, per la troppa roba marcia infilata nelle vene, finisse per morire di freddo, da solo, lì, abbandonato sul marciapiede. E allora non mi sono avvicinata, non gli ho parlato, perché non ero sicura di come potesse reagire vedendo me che disturbavo i suoi sogni distorti o affollavo di più i suoi incubi chimici, però ho continuato a tenerlo d’occhio, oltrapassandolo. Se fosse caduto lo avrei soccorso. Ho chiesto ad un paio di persone che ho incontrato sulla medesima via se lo conoscessero e se potessero fare qualcosa per lui. E sai cosa mi hanno risposto? ‘Signora, ma non lo vede che è un tossico? Lo lasci perdere. Vada a casa.’ Ma io non ce la facevo a lasciarlo lì da solo. Volevo tornare da te, sai? Ma non potevo lasciarlo lì da solo. E allora ho chiamato l’ambulanza. Mi hanno risposto che sarebbero arrivati di lì a poco e mi hanno chiesto di stare lì perché potessi indicarglielo quando sarebbero arrivati i dottori a prendersi cura di lui. Mi hanno detto anche di seguirlo da lontano, nel caso si fosse allontanato barcollando da quel cestino che sembrava essere l’unico suo appiglio alla vita, perché almeno avrei saputo indicare loro dove era andato e lo avrebbero trovato. Ci hanno messo mezz’ora ad arrivare. E’ tanto tempo per stare al freddo, ad un angolo di strada, a guardare una persona che si sente male e impreca al muro la sua disperazione. Un paio di volte si è accasciato, stavo per avvicinarmi, avevo paura di doverlo fare davvero. Ma poi ogni volta, aggrappandosi al cestino si rimetteva in piedi. Quando sono arrivati i dottori con l’ambulanza, mi hanno chiesto cosa avessi visto e come si fosse comportato quel signore che poteva essere il nonno. Si sono avvicinati, gli hanno parlato, lo hanno sostenuto perché camminasse verso il lettino per poi metterlo sull’ambulanza e portarlo all’ospedale. Uno dei dottori si è avvicinato a me scuotendo la testa. Aveva gli occhi tristi, sai? Mi ha detto ‘Grazie signora, adesso ci pensiamo noi, passerà la notte in ospedale, ma domani sera sarà qua di nuovo, ancora pieno di eroina nelle vene, finché non arriverà la sera giusta. Ma non è stasera, adesso è con noi. Grazie.’ Poi sono saliti tutti, hanno acceso i lampeggianti e la sirena che a te piace tanto sentire e sono andati via. Così la mamma è potuta correre da te. Sono arrivata tardi, ma dovevo aiutarlo, dovevo fare la cosa giusta. Per quel signore che sembrava il nonno. Dovevo fare la cosa giusta per me…e anche per te.”

Mentre Annalisa stava pronunciando sottovoce le ultime parole sussurrate della sua storia della buonanotte, la figura di sua madre si stagliò controluce nella lama illuminata dalla lampadina gialla del corridoio.

“Ho dovuto metterlo a letto io, te non tornavi. Dove diavolo sei stata finora?”

“Mamma, mentre stavo per tornare ho trovato una persona in difficoltà, era un tossico, si stava sentendo male, non potevo lasciarlo lì da solo. Ho aspettato che arrivasse l’ambulanza.” Rispose Annalisa, cercando di mantenere basso il volume della conversazione che aveva l’idea di non essere particolarmente cordiale, come sempre accadeva con sua madre.

“Ma per quale accidenti di motivo non lo hai lasciato stare? Ma che t’importa? Era un tossico!”

“Mamma”, rispose Annalisa, “era un uomo, e aveva bisogno di una mano. Io gliel’ho data.”

Sua madre stizzita si tolse dalla luce e ciabattò veloce verso camera sua.

Annalisa, posò un bacio leggero sulla fronte del suo bambino, che tirò un respiro lungo e rilassato.

Si svestì nella penombra, senza accendere la luce e si sdraiò nel letto accanto al lettino con le sbarre. Nessuno forse avrebbe capito il suo stato d’animo, ma per lei quella sera sarebbe stata una sera da ricordare nella sua vita, una di quelle sere in cui ti rendi conto di aver fatto la differenza per qualcuno. Una persona in difficoltà, una mano tesa, una notte in più.

Poteva essere suo padre.

Elena Brilli

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