Annunci

Bisogna sparargli (WRITERS n.14)

Bisogna sparargli

di Elena Brilli

I bar di provincia sono luoghi senza tempo e senza spazio, immersi nella luce afona dei neon che rimbalza su banconi fintamente marmorei, corrosi da mani incuranti e sorrisi usati di una cortesia becera quanto falsa.

Appoggiati ad uno di essi due tizi urlavano all’aria indifferente, travestista da barista stanco, i loro proclami:

“Bisognerebbe buttare addosso a quei barconi carichi di feccia immonda un paio di bombe tirate bene, e poi vedresti come non ne arriverebbero più! Ecco la soluzione! Ne affondi un paio e il problema è risolto! Se ne stanno a casa loro quei sudici che ciondolano nelle nostre strade e bisogna anche pagargli il vitto e l’alloggio!” diceva uno.

E l’altro di rimbalzo, a voler scendere quasi forzatamente un altro scalino verso l’ignoranza:

“Lo dico sempre io! Che si stava meglio quando c’era “Lui”! Tutti su un treno con le giacchine a righe e il simbolino cucito e via andare! Una bella gassata e problema risolto!”

Vittoria stava finendo di bere il suo caffè, dopo le solite otto ore abbondanti di lavoro che non bastavano mai per arrivare a fine mese, e aveva sentito tutta la conversazione senza distogliere lo sguardo dal suo angolino di serenità, che si regalava ogni sera prima di tornare a casa dal suo bambino.

Posò la tazzina, alzò lo sguardo e disse:

“Scusate signori…”

I due si voltarono sentendo l’esile voce femminile che chiedeva la loro attenzione.

“…una sola domanda. Come fate ad essere così sicuri che, nella vostra vita, non vi debba toccare mai di trovarvi su un barcone contro cui vengono tirate delle bombe? E, perdonatemi, come fate ad essere così sicuri che, qualora tornasse uno come “Lui”, non siate voi ad avere la casacca a righe col simbolino cucito? Come fate ad essere così sicuri che non vi trovereste dalla parte ‘sbagliata’ con un biglietto di sola andata per l’inferno?”

I due la guardarono, improvvisamente muti.

Vittoria pagò il suo caffè, ringraziò il barista, sorrise rivolta ai due signori e uscì.

Elena Brilli

Il racconto che avete letto lo trovate pubblicato sull’ultimo numero della rivista WRITERS.

Se volete dargli un occhio, la trovate

qui: https://drive.google.com/file/d/1J6i0_tz6pnd0DKyA9foPQRoiF-qGeimJ/view?usp=sharing

e qui: https://issuu.com/writersrivista/docs/writers_2014

e qui: https://writersezine.wordpress.com/

e qui: https://www.facebook.com/writers.magazine/

per leggerla on line e scaricarla dove volete  e ovunque siate.

 

Annunci

Poteva essere suo padre (WRITERS n.14)

Nasce, il racconto che segue, dal tema scelto per l’ultimo numero di WRITERS, dedicato al complicato tema dell’indifferenza.

Se volete dargli un occhio, la rivista la trovate

qui: https://drive.google.com/file/d/1J6i0_tz6pnd0DKyA9foPQRoiF-qGeimJ/view?usp=sharing

e qui: https://issuu.com/writersrivista/docs/writers_2014

e qui: https://writersezine.wordpress.com/

e qui: https://www.facebook.com/writers.magazine/

per leggerla on line e scaricarla dove volete  e ovunque siate.

Nasce da una storia vera, come quasi tutto quello che scrivo, perchè forse, devo ammetterlo, non sono capace di fare diversamente da così. Raccolgo stralci di vita, la mia, o una delle tante che mi vivono intorno, e ne faccio una storia.

Questa.

Poteva essere suo padre

di Elena Brilli

La chiave fece il suo solito suono metallico per far scattare la serratura della porta. Annalisa rientrò in casa, c’era buio e silenzio, la vita che la abitava si era abbandonata al sonno. Era decisamente più tardi dell’ora alla quale era solita rientrare dal lavoro per abbracciare forte il suo cucciolo dopo una giornata lontano e accompagnarlo nel mondo dei sogni raccontandogli una favola a bassa voce.

Lasciò le borse in cucina e si avviò nella penombra verso la camera. Il suo bambino dormiva sereno, il respiro lento e placido di chi ancora sogna solo cose belle.

Si sedette in terra accanto al lettino a cancelli, prese la manina del suo cucciolo e iniziò a raccontare la sua storia di quella sera, quasi a volersi giustificare con lui del fatto di aver lasciato che dovesse addormentarsi senza averla vicina.

“Sai topolino dolce, la mamma è tornata tardi stasera perché ha incontrato una persona che aveva bisogno del suo aiuto. Stavo andando verso la macchina dopo aver chiuso il negozio e aver finito di lavorare e mentre camminavo sul marciapiede ho visto un signore aggrappato ad un cestino della spazzatura che barcollava e non riusciva a stare in piedi. Non era tanto giovane, era un signore anzianotto, più o meno come il nonno, sai? E non riusciva a stare in piedi. Doveva essere un tossico, in botta piena dopo la sua dose serale di eroina, consumata sui marciapiedi puzzolenti ai margini delle luci natalizie dei negozi del centro. Tu non lo sai cos’è un tossico, forse lo capirai un giorno e mi auguro che tu non arrivi mai ad essere una persona superbamente giudicante, ma solo umilmente comprensiva. Perchè ci sono tante persone che non si vogliono bene al punto da farsi del male, come se facendosi del male trovassero l’unica strada possibile nella loro anima per stare bene. E allora si fanno del male. E questo signore, che poteva essere il nonno, non stava bene. Io l’ho visto da lontano, ciondolante, le gambe molli, parlava parole sconnesse al muro. Chissà cosa diceva, chissà con chi credeva di parlare. Ma avevo paura che cadesse e si facesse male o che, perdendo i sensi, per la troppa roba marcia infilata nelle vene, finisse per morire di freddo, da solo, lì, abbandonato sul marciapiede. E allora non mi sono avvicinata, non gli ho parlato, perché non ero sicura di come potesse reagire vedendo me che disturbavo i suoi sogni distorti o affollavo di più i suoi incubi chimici, però ho continuato a tenerlo d’occhio, oltrapassandolo. Se fosse caduto lo avrei soccorso. Ho chiesto ad un paio di persone che ho incontrato sulla medesima via se lo conoscessero e se potessero fare qualcosa per lui. E sai cosa mi hanno risposto? ‘Signora, ma non lo vede che è un tossico? Lo lasci perdere. Vada a casa.’ Ma io non ce la facevo a lasciarlo lì da solo. Volevo tornare da te, sai? Ma non potevo lasciarlo lì da solo. E allora ho chiamato l’ambulanza. Mi hanno risposto che sarebbero arrivati di lì a poco e mi hanno chiesto di stare lì perché potessi indicarglielo quando sarebbero arrivati i dottori a prendersi cura di lui. Mi hanno detto anche di seguirlo da lontano, nel caso si fosse allontanato barcollando da quel cestino che sembrava essere l’unico suo appiglio alla vita, perché almeno avrei saputo indicare loro dove era andato e lo avrebbero trovato. Ci hanno messo mezz’ora ad arrivare. E’ tanto tempo per stare al freddo, ad un angolo di strada, a guardare una persona che si sente male e impreca al muro la sua disperazione. Un paio di volte si è accasciato, stavo per avvicinarmi, avevo paura di doverlo fare davvero. Ma poi ogni volta, aggrappandosi al cestino si rimetteva in piedi. Quando sono arrivati i dottori con l’ambulanza, mi hanno chiesto cosa avessi visto e come si fosse comportato quel signore che poteva essere il nonno. Si sono avvicinati, gli hanno parlato, lo hanno sostenuto perché camminasse verso il lettino per poi metterlo sull’ambulanza e portarlo all’ospedale. Uno dei dottori si è avvicinato a me scuotendo la testa. Aveva gli occhi tristi, sai? Mi ha detto ‘Grazie signora, adesso ci pensiamo noi, passerà la notte in ospedale, ma domani sera sarà qua di nuovo, ancora pieno di eroina nelle vene, finché non arriverà la sera giusta. Ma non è stasera, adesso è con noi. Grazie.’ Poi sono saliti tutti, hanno acceso i lampeggianti e la sirena che a te piace tanto sentire e sono andati via. Così la mamma è potuta correre da te. Sono arrivata tardi, ma dovevo aiutarlo, dovevo fare la cosa giusta. Per quel signore che sembrava il nonno. Dovevo fare la cosa giusta per me…e anche per te.”

Mentre Annalisa stava pronunciando sottovoce le ultime parole sussurrate della sua storia della buonanotte, la figura di sua madre si stagliò controluce nella lama illuminata dalla lampadina gialla del corridoio.

“Ho dovuto metterlo a letto io, te non tornavi. Dove diavolo sei stata finora?”

“Mamma, mentre stavo per tornare ho trovato una persona in difficoltà, era un tossico, si stava sentendo male, non potevo lasciarlo lì da solo. Ho aspettato che arrivasse l’ambulanza.” Rispose Annalisa, cercando di mantenere basso il volume della conversazione che aveva l’idea di non essere particolarmente cordiale, come sempre accadeva con sua madre.

“Ma per quale accidenti di motivo non lo hai lasciato stare? Ma che t’importa? Era un tossico!”

“Mamma”, rispose Annalisa, “era un uomo, e aveva bisogno di una mano. Io gliel’ho data.”

Sua madre stizzita si tolse dalla luce e ciabattò veloce verso camera sua.

Annalisa, posò un bacio leggero sulla fronte del suo bambino, che tirò un respiro lungo e rilassato.

Si svestì nella penombra, senza accendere la luce e si sdraiò nel letto accanto al lettino con le sbarre. Nessuno forse avrebbe capito il suo stato d’animo, ma per lei quella sera sarebbe stata una sera da ricordare nella sua vita, una di quelle sere in cui ti rendi conto di aver fatto la differenza per qualcuno. Una persona in difficoltà, una mano tesa, una notte in più.

Poteva essere suo padre.

Elena Brilli

Coffee and cigarette.

“L’architettura deve essere il luogo in cui la vita accade” (cit. Yvonne Farrell e Shelley McNamara, architetti – Nuova sede Bocconi, Milano)

Elisa beve veloce il suo caffè e accende vorace una sigaretta. La prima di una lunga serie che scandirà di lì a poco la sua serata di lavoro.

Fa freddo fuori, tra la dispensa e i bidoni del sudicio, e la camicetta da cameriera a poco serve contro il gelo della sera di autunno che si appresta ad arrivare.

Chi lavora nei ristoranti lo sa bene, il caffè è la benzina che serve per far muovere le gambe, la sigaretta si fuma veloce, senza pensare, prendendosi una pausa di pochi minuti e qualche voluta di fumo, tra una danza di piatti e l’altra, tra un antipasto e un turbinare di primi e secondi, tra un giro di dolci e i saluti.

Elisa fuma veloce, i tavoli apparecchiati si riempiranno presto di clienti affamati e sorridenti, di vite reali, di tristezze nascoste, di menzogne vestite a festa e alcoliche verità di alticci schiavi del sabato sera.

E’ convinta, Elisa, che il suo sia il mestiere più bello del mondo, è quello che ha scoperto per caso e vive adesso per scelta.

Le persone che prendono una pausa dal mondo e si siedono al tavolo di un ristorante le consegnano il soddisfacimento di un loro bisogno primario, le servono su un piatto d’argento il loro bisogno di felicità che arriva diretto al cervello passando dallo stomaco. E allora lei consiglia, indirizza, scherza con loro, li conquista e, soddisfacendo il loro bisogno rende sazio il suo, che si nutre di quel desiderio sottile e fortissimo di far star bene le persone.

Era sempre stato così, fin dai tempi in cui aveva scelto la facoltà di architettura per costruire il suo futuro.

Lo spazio aveva imparato essere qualsiasi cosa in cui un uomo avesse voglia di esistere in se stesso o nel confronto con gli altri. Lo spazio poteva essere allora un’immensa cattedrale o la luce creata da un incontro di ombre. Poteva essere un giardino, un abito, una caffettiera, una borsa, un piatto di un ristorante, purchè assolvesse al suo compito primario, cioè quello di far star bene le persone che lo avessero abitato, o che ne avessero fruito, anche solo per un istante. L’architettura costruiva spazi in cui la vita potesse prendere forma e la bellezza mettesse il germoglio per atomi di felicità.

Il sogno di costruire spazi reali di felicità si era interrotto bruscamente sbattendo sulle difficoltà della malattia di sua madre e da allora lavorare nei ristoranti, costruire la bellezza e la felicità delle persone, una briciola per volta, servendo loro piatti che per la grande maggioranza non poteva nemmeno mangiare a causa della sua, di malattia, era diventato il suo modo di portare avanti quel sogno di far star bene le persone, in un modo che a lei, tra l’altro, era precluso.

Quando alla fine della cena i suoi ospiti si alzavano sorridenti, la ringraziavano, le confessavano che sarebbero tornati a mangiare in quel posto solo nel caso in cui fosse stata lei a servirli, ecco, quelle erano diventate le sue briciole di felicità.

E non aveva nessuna importanza il male alle gambe e fine serata o la stanchezza nelle braccia o l’impossibilità di godere delle feste comandate…la sua gioia era lì, in quella danza di piatti fumanti, in quei sorrisi dei quali, in minima parte, si sentiva in qualche modo artefice e artigiana, come costruttrice di uno spazio minuscolo di felicità che stava tutto in una manciata di morsi, in una voluta di profumo, in un tovagliolo spiegazzato con una sbavatura di rossetto mista a cioccolato abbandonato sulla sedia.

Quella era la sua architettura, il suo spazio in cui la vita accadeva, la sua e quella delle persone a cui serviva la cena, in un intreccio etereo e insieme solidissimo tra passione e desiderio, tra cuore e stomaco.

Elisa esala l’ultima tirata di sigaretta, butta la cicca in mezzo ai bidoni, tra un sacco nero e le cassette di legno da buttare. Il fondo del caffè è rappreso nella tazzina.

E’ finito il tempo, è finito il caffè, è finita la sigaretta.

E’ tempo di andare a costruire sogni lunghi una cena e a cullare i frammenti dei suoi.

Chissà se torna Edoardo stasera ,quel ragazzo che ogni tanto si ferma a cena, da solo e col quale spesso incrocia sguardi malinconici e fieri di chi non si accontenta del mondo ma insegue, con la sua solitudine, la magia della vita che accade davvero.

“Elisaaaaa!” la voce dello chef arriva imperiosa e potente dalla cucina. “Vieni, svelta, sono arrivati i primi clienti! Il boss ti cerca!”

“Arrivo!” Urla Elisa.

Tira un respiro profondo, rientra in cucina. Un brivido le percorre la schiena. Fa davvero freddo fuori.

Inizia una nuova danza di piatti.

Tra un antipasto e un turbinare di primi e secondi, tra un giro di dolci e i saluti ci saranno altri caffè e sigarette veloci, rubate al tempo della costruzione di attimi della felicità altrui, in cui incastrare, come schegge profonde, briciole minuscole della sua.

La Musica della mia Vita

Non so perchè, nè quale sia stata la causa scatenante che ha aperto la scatola dei ricordi, ma mi sono trovata a ripensare alla musica che ha accompagnato in vari modi e momenti la mia vita fino a qui.

Operazione faticosa per me, che tendo a mettere i ricordi in scatole polverose negli angoli più nascosti della mia anima, ma la magia della musica li ha fatti riemergere, a mosaico, in ordine sparso.

Così li fisso qua, per segnare un punto, per evitare la fatica di spolverarli di nuovo quando accadranno ancora, in futuro, giornate come queste di malinconia e di sguardi e orecchie voltate indietro.

  • Avevo un’età intermedia tra i sei e i dieci anni, il tempo delle scuole elementari per intendersi, e nella scuola che frequentavo erano soliti fare la brutta copia dello Zecchino D’Oro come recita di fine anno. Sono sempre stata abbastanza intonata, lo sono ancora, forse, in parte, e allora a me toccò questa canzone qua:

“…e premierà l’uomo che sarà ricco di niente. Siamo tutti dei Re.”

  • L’estate dei miei sedici anni. Il cuore che batte per la prima volta per un ragazzo di Mantova, conosciuto al mare. La prima storia d’amore della mia vita, il primo bacio. Dopo ben quattro mesi scoprimmo insieme che se ci si metteva la lingua, nei baci, venivano molto meglio. Il sesso era una cosa del tutto fuori dai nostri pensieri, diciamo che non eravamo vispi per niente, nessuno di noi due. Siamo stati insieme due anni, ma senza andare oltre quei baci, udite udite, dati con la lingua! Mi fece scoprire John Lennon. La musica era questa:

  • Arrivano i diciotto anni, la gita di quinta liceo. Una serata in discoteca a Praga e il primo bacio con un mio compagno di scuola. Complice un disguido sull’albergo e uno spostamento improvviso delle classi per le notti successive, dormimmo insieme un paio di notti dopo, ancora in gita. Rimasi vergine ancora per i successivi quattro o cinque mesi. Avevo scoperto il piacere dei corpi nudi pelle a pelle, ma vispi non eravamo neanche a questo secondo giro. Siamo stati insieme per quattro anni. Iniziava la mia svolta ‘rock’. Le note che hanno visto unire le nostre labbra in una freddissima serata di marzo a Praga erano queste:

  • Passano gli anni, mia mamma si ammala, inizio a lavorare, presto arriveranno la fine forzata dell’università ad un passo dalla laurea e le derive della mia vita. Locale rock/punk/metal, pelle, borchie, ragazzi dai lunghi capelli. La musica cambia. Sto altri quattro anni con un ragazzo alto, muscoloso, bello, capelli corvini fino a fine schiena. Scopro il sesso, quello infaticabile e dei vent’anni, quasi una maratona tutte le volte che potevamo stare insieme. Scopro i tatuaggi, il dolore, i piercing, la ribellione, i germoglio della dicotomia incolmabile tra quello che sono e che scoprirò molto più tardi, e quello che il mondo vorrebbe che fossi. Scopro la mia malattia. Sento fortissima l’attrazione per chi ‘non si adegua’. La musica erano i Doors:

  • Vado a vivere da sola. Incontro l’uomo che ha fatto contemporaneamente esplodere ed implodere la mia vita. Era violento. Comincio a chiedermi alcune cose di me, comincio a riflettere sul perchè di scelte e persone sempre uguali intorno a me. Inizio a fumare. Divento adulta. Non ho in memoria musica definita legata a questa persona. Mi sono sforzata di cercarla e di ricordarla ma non l’ho trovata. Quando era tutto finito e sarebbe iniziato di lì a poco lo scalino più grande della mia vita c’era questa:

Era per me, era dedicata a me, a me sola. La cantavo per me. Sullo specchio del mio bagno c’era questa frase, che leggevo ogni mattina quando mi svegliavo: “A te che io ti ho visto piangere nella mia mano, fragile che potevo ucciderti stringendoti un pò, e poi ti ho visto con la forza di un aeroplano, PRENDERE IN MANO LA TUA VITA E TRASCINARLA IN SALVO”

  • Cominciavo a capire che dovevo cambiare prospettiva e mettere me al centro di tutto, e arriva lui. L’uomo più feroce e importante, il più fragile e il più cattivo, il più devastante. Il sogno partiva da qui:

“…extraterrestre portami via, voglio una stella che sia tutta mia, extraterrestre vienimi a pigliare, voglio un pianeta su cui ricominciare.” Mi fidavo.

  • C’era anche questa:

“Ma se io avessi previsto tutto questo, dati, causa e pretesto, le attuali conclusioni…” Frase premonitrice…avrei dovuto ascoltarla, sul serio. Va tutto a rotoli ancora prima che inizi. Aspetto mio figlio da due mesi e lui ” si vergogna di me”.

  • Nasce il mio bimbo, l’inferno diventa sempre più buio. Anni di nervi tesi per mantenere lucida la mia mente e non cedere alla manipolazione. Lacrime e rabbia. Ma più lacrime. Questa la nenia che cantavo al mio bambino per addormentarlo nelle innumerevoli notti insonni:

“Geordie non rubò mai nemmeno per me un frutto un fiore raro. (…) Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso, cadrà l’inverno anche sopra il suo viso, potrete impiccarlo allora.”

C’è tutto l’amore di una madre in questi versi. Era tutto l’amore che mi era rimasto. Io ero tutta lì.

  • Passano due anni. La consapevolezza che dovevo tirare fuori la mia vita da quel buio è segnata da due libri e queste canzoni. La prima era la resa, la mia bandiera bianca:

“Ripenserai ancora
A tutto il bene che
Ti ho dato solo e solamente io
Ripenserai ancora
A quanto il niente tuo
Per me fu tutto
E per sempre hai perso un pezzo di me
E lo sai che son stato troppo buono
Ma che, stanco ormai, non posso più”

La seconda era la testa che si rialza e che punta un piccolo punto di luce là in fondo. Per me, per mio figlio. Per me. Avrei raggiunto quella luce:

“Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per re iniziare, per stravolgere tutti i miei piani
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole”

  • E’ la primavera del 2013. Si avvicina una luce, mi tende la mano, mi aiuta a salire. Mi innamoro di nuovo nel momento più impensabile, quando non credevo sarebbe stato possibile.

Questa la sua canzone per me:

Questa la mia canzone per lui:

Finisce tutto la sera di un triste giorno di Natale di un anno e mezzo dopo. Inizia, con un lungo viaggio in macchina in solitaria, tra campagna sconosciuta e lacrime, la vera decostruzione della mia anima. La vera rinascita.

  • E sono pensieri e delusioni e scoperte e tentativi per costruire finalmente il puzzle vero della mia vita. Rimetto le cose al loro giusto posto, un passo dopo l’altro, un tentativo dopo l’altro, una caduta dopo l’altra. Ma ogni volta in piedi di nuovo. Quando si è stanchi di combattere è faticoso lottare, ma lo si fa, senza sconti, senza maschere, senza paura, perdendo per strada brandelli di cuore ma mantenendo intatti i punti cardine su cui ricostruire, cambiando ogni volta, se necessario, la composizione della malta per tenere insieme i pezzi, mettendo nuove centine. Il puzzle deve finalmente stare in piedi. Deve.

La musica che mi accompagna è questa:

“I said come on, come on, come on, come on and take it,
Take another little piece of my heart now, baby,
Break another little bit of my heart now, darling, yeah.
Hey! Have another little piece of my heart now, baby, yeah.
You know you got it if it makes you feel good,
Oh yes indeed.
All right!”

  • E si arriva ad oggi. Questo, sempre in musica, siamo mio figlio ed io:

“Mio cucciolo d’uomo

( Finardi-Cosma-Porciello )

Mio cucciolo d’uomo, così simile a me
di quello che sono vorrei dare a te
solo le cose migliori e tutto quello che
ho imparato dai miei errori, dai timori che ho dentro di me

Ma c’é una cosa sola che ti vorrei insegnare
é di far crescere i tuoi sogni e come riuscirli a realizzare
ma anche che certe volte non si può proprio evitare
se diventano incubi li devi sapere affrontare

E se ci riuscirò
un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento
e salirai nel sole
e quando verrà il momento
spero solo di ricordare
ch’é ora di farmi da parte
e di lasciarti andare

Mio piccolo uomo, così diverso da me
ti chiedo perdono per tutto quello che
a volte io non sono e non sò nemmeno capire perché
non vorrei che le mie insicurezze si riflettessero in te

e c’é una sola cosa che io posso fare
é di nutrire i tuoi sogni e poi lasciarteli realizzare
ma se le tue illusioni si trasformassero in delusioni
io cercherò di darti la forza per continuare a sperare (lottare)

E se ci riuscirò
un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento
e salirai nel sole
e quando verrà il momento
spero solo di ricordare
ch’é ora di farmi da parte
e di lasciarti andare

(Eppure certe volte mi sembra ancora solo di giocare
alle responsabilità, all’affitto da pagare
e forse fra quarant’anni anche mio figlio mi domanderà
“Ti sembrava solo un gioco papà, tanto tempo fà”)

E se ci riuscirò
un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento
e salirai nel sole
e quando verrà il momento
spero solo di ricordare
ch’é ora di farmi da parte
e di lasciarti andare”

  • E si arriva ad oggi. Questa, sempre in musica, sono io. Questo, in musica, il mio punto di arrivo, il nuovo punto di partenza. Questo, in musica, l’unico pezzo mancante:

 

 

Usa e getta

Sarà il caldo di questi giorni di metà estate che fa ribollire i pensieri, saranno un pò di emozioni sparse nei giorni di sole e nelle notti di luna che fanno guardare indietro ai tanti, uomini e donne, passati nel setaccio dei minuti della mia vita, sarà che va semplicemente così…

Mi sento delusa dalle persone, o forse ancora una volta da me stessa che non riesco a vivere l’intersecarsi delle vite degli altri nella mia con maggiore distacco.

Non c’è niente da fare, non riesco a vivere la gente al netto delle emozioni, non riesco a fare in modo che non rimanga attaccato a me un brandello di chi passa di qua, e, peggio ancora, non riesco ad evitare che una parte di me rimanga attaccata a chi entra nella mia vita, fosse anche solo per un minuto.

Non riesco a vivere le persone a metà.

E allora quando passano, e attraversano i miei giorni in modo più o meno profondo, e poi immancabilmente se ne vanno, talvolta senza nemmeno curarsi di fare poco rumore e lasciare la mia anima così come l’hanno trovata, altre volte sbattendo addirittura la porta senza neanche salutare… allora, dicevo, una parte di me rimane attaccata a loro, e il ricordo di quello che è stato, di quello che sono stati, di quello che hanno dato ai miei attimi e che io ho donato ai loro, dello scambio di vite vissuto… diventa lacerante, doloroso, sanguinolento.

E la sensazione sgradevole che rimane a ronzare nella mia testa è che la mia vita sia vissuta, da chi ha il privilegio di entrare a farne parte e quindi di strapparmene un pezzo, non come un regalo di cui non hanno alcuna consapevolezza, ma come una emozione usa e getta.

Mi sento usata allora, e gettata poi senza far caso a quello che rimane attaccato a me, e soprattutto ignorando e non curandosi di quello che di me rimane legato a loro e mi viene portato via.

Probabilmente è questo uno dei motivi per cui tendo inconsapevolmente a non conservare ricordi, a non avere memoria dei miei giorni passati, dei volti, delle espressioni, dei gesti, come se rimuovessi l’origine di un’azione, quella del ricordo, che in fondo mi crea dolore, e tristezza, e nostalgia, per quella parte di me che è rimasta attaccata a chi se n’è andato.

“La radice della sofferenza è l’attaccamento” recita una frase famosa del Buddha.

Credo, tutto sommato, che abbia ragione…

Ma l’indifferenza è subdolamente dolorosa…

Il “non ti curàr di lór, ma guarda e passa” (cit) è maledettamente ostile.

Voci precedenti più vecchie