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Scontro tra titani.

“La vita è un pò come la tavoletta del water:  la merda sotto, la luce sopra.

In mezzo, un anello che consente al sopra di andar giù e al sotto, teoricamente, di venir su. Che per la vita va bene, ma per la tavoletta del water meno….

Sopra una tavola a chiudere. Quello che è sopra è sopra, quello che è sotto è sotto. Che va bene se sei sopra ma decisamente meno se sei sotto. Nessuna speranza, solo sopravvivenza fino allo scarico che porta via tutto.”

Messa parte la premessa filosofica, veniamo a noi.

Nel mio bagno, una vecchia tavoletta decorata coi girasoli aveva fatto la sua brava funzione per oltre un lustro. Rovinata, provata diciamo dall’aver sostenuto il peso di tante chiappe nel corso del tempo, decido di cambiarla. Colgo al volo uno spunto esterno che mi spinge ad essere migliore e via, si cerca la tavoletta nuova.

Avevo studiato un pò la situazione, due buchi, due staffe filettate, due viti da stringere… ce la posso fare. Figlia di idraulico, qua siamo all’ ABC, so di poterci riuscire.

Prendo le misure e ne scelgo una di media fascia in uno di quei magazzini di tutto un pò. Bianca, nuova, pulita, con orchiedee e sassi molto zen a decorarne la sommità.

Armata di attrezzi, nel caso la cosa si facesse più dura della mia muscolatura, seduta in terra nel mio bagno abbracciata al water, smonto la tavoletta vecchia. La studio, le staffe vanno nei buchi, le viti a serrare da sotto. Facile.

Monto la nuova tavoletta modello orchidea zen, le staffe nei buchi, le viti di plastica stringono sotto.

Un lato va a posto. Bene. L’altro giro, giro, giro, arrivo a toccare e penso che, se dò un altro giro, una strizzata in più, il lavoro è fatto. E fatto bene.

Vado a stringere e SCHIONK… la vite in plastica spana…

E la tavoletta comincia a muoversi… Serro di nuovo la vite, arrivo a toccare, ma spana. Faccio anche le prove di seduta, ma OOOPPPPSSSS… quando mi siedo si scivola giù… e a sorpresa per giunta.

Non va bene, e la vite di plastica, ormai spanata, non serra più.

La soluzione che adotto in casi simili è la sempre miracolosa colla millechiodi. Non mi ha mai deluso, farà il suo dovere anche stavolta.

Impatacco ben bene tutto e vado a dormire. E la mattina dopo la tavoletta regge!

La millechiodi ha fatto il suo dovere e io sono una grande!

E va tutto bene per una settimana.

Poi arrivo a casa una sera, mi siedo sul water, la tavoletta scricchiola. Sento il solito SCHIONK e OOOPPPPSSSS si scivola di lato! La colla non regge, la vite spana e la tavoletta si muove sotto al sedere come un tagadà…

Impreco, sommessamente ma in modo colorito.

Decido di smontarla per vedere di trovare una qualsiasi soluzione. La vite spanata vien via che pare imburrata. Ma l’altra invece l’ho stretta troppo forte. La snocciolata di imprecazioni riprende il suo flusso mentre la tavoletta sta adesso tutta sghimbescia da una parte e non viene via.

Prendo le pinze ma non riesco a svitarla. E allora, decisa a chiudere la faccenda, comincio a tirare, finchè l’aggancio non si rompe. Tavoletta modello orchidea definitivamente andata. Rotta. Irrimendiabile. E sarebbe stato meglio se avessi continuato ad imprecare disegnando un Van Gogh con la fantasia degli epiteti, piuttosto che dar sfogo alla rabbia. Ma tant’è, la tavoletta modello orchidea è da buttare.

“Non va mai bene alla prima, lo sai”, diventa il mio mantra per addormentarmi. (“Ma tanto domani la ricompro”, però, ne è il seguito…)

Il giorno dopo, altro magazzino di tutto un pò, decido di andare al ribasso. E dalla fascia media passo alla fascia bassa, tutta interamente in plastica.

Errore madornale, sempre, quello di cedere al ribasso. Non c’è mai niente da guadagnarci.

Arrivo a casa, spacchetto l’imballo, mi viene lo sconforto dalla bruttura della tavoletta super economica.

Ma così è. Solita procedura e si ripete il punto uno.

Solo che lo ripeto anche nel serrare la vite troppo forte. E, guarda il caso, si ripete anche il seguito della procedura. SCHIONK, la vite spana e OOOOOPPPPPSSSSS quando ci si siede si va sul tagadà e si scivola di lato…

Non ci voglio credere, mi metto a ridere anche se ci sarebbe da piangere e penso che oltre la millechiodi, anche la plastica sia decisamente sopravvalutata. Soprattutto le viti in plastica, che spanano neanche io fossi Wonder Woman che spezza il collo a Giganta.

Nonostante la sudetta delusione cocente per la colla millechiodi, decido di provare ad usarla di nuovo per ripetere ormai tutta la procedura completa e soprattutto per verificare se, in barba al principio matematico, usando i solidi addendi, il risultato possa essere destinato a variare.

Ovviamente, stavolta non dura nemmeno una settimana. La mattina dopo già scricciolio, SCHIONK e OOOOOPPPPPSSSSS.

Ok, non va bene nemmeno alla seconda evidentemente…

Decido che non valga la pena nemmeno studiare soluzioni alternative per la tavoletta modello economy. E lei stavolta si lascia smontare, così almeno non devo arrivare a divellere il water intero, dopo aver esaurito le imprecazioni resesi comunque meno fantasiose, probabilmente colte da rassegnazione pure loro.

“Ma tanto la ricompro”…

Ormai la faccenda è diventata una questione di principio. Devo riuscire a montare un’accidenti di tavoletta del water!

Mi vien fatto notare che le viti in plastica spanano frequentemente e che forse dovrei trovare una tavoletta con tutta la minuteria in metallo.

Bene, a noi due allora cara tavoletta, “non avrai il mio scalpo”!

Terzo magazzino di tutto un pò e stavolta risalgo la china per andare al top di gamma, roba che se metto insieme la spesa complessiva avrei preso il ricambio originale “in pelle umana” nel negozio specializzato di materiale idraulico.

Modello orchidea 2, ma niente sassi zen, questo ha sia le staffe che due bulloni esagonali in ferro al posto delle viti di plastica.

Ripeto la procedura che ormai conosco a menadito. La ripeto per la terza volta in dieci giorni. Sono un’esperta. Anzi, se dovete cambiare la tavoletta del water vengo io. Ma la minuteria, mi raccomando, in ferro!

Serro tutto e il ferro ovviamente non spana… ma per il semplice motivo che io non sono Wonder Woman ecco!

Niente scricchiolii, niente SCHIONK e niente OOOOOPPPPPSSSSS!

L’ho montata! Ce l’ho fatta! Ci sono riuscita!

Ma, a parte l’immotivata contentezza derivante dalla nuova tavoletta del water modello orchidea 2 finalmente montata a verso e soprattutto saldata alla tazza, ecco la morale:

  • Se le cose non vanno mai bene alla prima sarà perchè, dovendole fare una seconda, si impari qualcosa che non si sapeva.
  • Se vanno male anche alla seconda, avanti la terza, ma prima o poi andrà pure dritta, non fosse altro, in ultima analisi per compassione della divinità celeste.
  • La colla millechiodi e la plastica sono sopravvalutate, quando servono davvero fanno la sua parte di schifo entrambe.
  • Prima di farsi prendere dalla rabbia, e smontar tutto, conviene fermarsi a riflettere. (Se avessi pensato a sostituire le viti in plastica con due bulloni in ferro, sarei probabilmente riuscita a tenermi la prima tavoletta modello orchidea zen, invece di romperla a furia di tirare e renderla inutilizzabile. Testona inutilmente impulsiva che non sono altro!)
  • Accettare i consigli è sempre un ottimo consiglio.
  • Mai scendere di livello, mai accettare compromessi al ribasso. A scendere si va solo giù, ma per andare in alto bisogna salire. Che poi è il vecchio detto “meno spendi e più spendi” che vale davvero in ogni ambito della vita, soprattutto se si pensa alle risorse personali che si possono mettere o meno sul piatto della partita.
  • E, siccome nella vita, da qualsiasi parte si arrivi e a qualsiasi gruppo si appartenga, si finisce sempre tutti seduti sul water almeno una volta ogni giorno, sappiate, che io adesso ho un motivo in più per esserne felice!

 

 

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Un anno fa

È passato un anno.
Indosso lo stesso vestito, ricordo perfettamente la circostanza del nostro primo incontro.
Pioveva.
Ed era incerta la misura di quello che avrebbe fatto in modo che le nostre vite si avvicinassero, tanto quanto lo era, allora, quello che avrebbe potuto metter distanze.
Ricordo il posto, le prime impressioni, le sensazioni, la confusione strana delle possibilità, la preparazione alle attese…
Ricordo la circostanza che, poco tempo dopo, vedeva le nostre pelli incontrarsi per la prima volta. Conoscersi timide a piccoli passi.
Ricordo la singolare unione delle nostre vite accaduta per quello che potrebbe definirsi un insolito scherzo del destino.
Adesso penso, quasi con tenerezza, che ci fosse lo zampino di chi dall’alto disegna ogni passo importante delle nostre vite e che allora, come solo lui riesce a fare, avesse in serbo per me un regalo meraviglioso.
Aveva deciso, allora, che dovesse andare così. Che dovesse essere così, adesso.
Che mi commuovesse il dolce scorrere delle tue dita sui miei palmi mentre le nostre mani si trattengono vicine.
Che dovesse inondarmi di felicità la tua risata ilare e seducente al tempo stesso.
Che dovessi ascoltare il suono della tua voce, e il tuo respiro, come si ascoltano vibrare le note perfette di una melodia in grado di risvegliare emozioni da sotto la pelle.
Come la ninna nanna di una mamma.
Come la più potente delle magiche parole di un incantesimo d’amore.
Aveva deciso che tu fossi un traghettatore della mia vita verso sponde nuove e inesplorate di conoscenza e di consapevolezza. Aveva deciso che dovessi crescere.
Con te.
Amando ancora.
Amando.
Te.

Dall’altra parte

(immagine dal web)

Claire sentiva che la sua vita fosse arrivata ad un nuovo bivio, ad uno di quei punti in cui, ad ogni anima senziente a cui sia data dal cielo la possibilità di abitare un minuscolo atomo di questo mondo, si imponga l’urgenza di compiere una scelta. Se rimanere immobile nello stato delle cose o se compiere un passo avanti, con la fatica che ne consegue, per evolvere ad uno stadio superiore della propria crescita.

A questo pensava mentre si asciugava i capelli. Aspettava l’uomo che in qualche modo, da qualche tempo, le dava segnali luminosi e chiarissimi, come fari nella nebbia, che qualcosa stesse già cambiando nel complesso sistema della sua vita. E che stesse cambiando in meglio.

E allora, perchè non buttare nella mischia una manciata di volontà personale e di impegno perchè la spinta che quell’uomo eccezionale le dava non si limitasse alla sfera delle emozioni, così importanti per Claire, e trascinasse con se, come un volano di rivoluzione personale tutti gli altri aspetti della sua vita? Dal lavoro alla gestione del suo tempo, dalle opportunità che conosceva e che non aveva il coraggio di cogliere, ritenendosi incapace di meritarle, fino al rapporto con la parte più profonda di sè dove albergavano ancora, ben nascosti ma mai sopiti, i suoi desideri disattesi si bambina?

Mentre il phon frullava il suo rumore ipnotico, le tornò in mente l’immagine di una sera di diversi anni prima a casa di amici, durante la quale una ragazza che conosceva appena aveva catalizzato l’attenzione dei presenti con la lettura dei tarocchi, nella quale si dilettava da un pò.

Claire, con quella titubanza che la legava a previsioni di futuri tanto improbabili quanto facilmente confutabili, aveva accettato l’offerta che quella ragazza dalla chioma fluente di capelli lunghissimi le leggesse le carte.

La domanda iniziale a cui i tarocchi avrebbero dovuto fornire risposta era stata quella che riguardava la direzione complessiva della sua vita, non limitando quindi l’esito della sorte ad un ambito particolare, ma in qualche modo mettendo alla prova quel gioco casuale di carte sull’intera sua esistenza, per vedere un pò se sarebbero state in grado di fornirle riposte plausibili, arrivati al dunque della domanda che conteneva in sè tutte le altre.

Claire non ricordava assolutamente quali allora fossero state le carte che aveva estratto dal mazzo, ma ricordava benissimo la risposta che l’improvvisata fattucchiera le aveva fornito leggendole, variopinte, una volta disposte sul tavolo.

Le carte erano divise in due parti nette, contrapposte e contrarie. Da una parte una serie di carte negative, dall’altra una corrispondente serie di carte positive.

“E’ rarissimo che le carte si dispongano in modo così simmetricamente contrapposto” aveva esordito Adele. Si chiamava così la sibilla di quella serata lontana che riaffiorava prepotente alla memoria di Claire.

E aveva proseguito:

“Qui nella parte delle carte negative, c’è tutto quello che non va nella tua vita o che in qualche modo ti senti addosso come un vestito troppo stretto. Di qua, dove ci sono le carte positive, c’è tutto quello che ti aspetta per essere felice. Devi solo passare da quest’altra parte e tutto andrà a posto.”

“Devi solo passare da quest’altra parte” si ripeteva Claire continuando a sentire il phon scompigliarle i capelli.

Sopra il rumore del vento caldo sentì suonare alla porta.

Staccò il phon, lo rimise a posto, scese di corsa le scale passandosi una mano tra i capelli per rimetterli un pò in ordine e si precipitò ad aprire la porta.

L’uomo che era in grado di allargarle il sorriso sulle labbra ogni volta che i loro occhi si incontravano, la aspettava appoggiato alla macchina.

“Tutto quello che vuoi è dall’altra parte delle paura.”

Le aveva scritto questo aforisma di Jack Canfield la sera prima, intercettando l’irrequietezza che aveva caratterizzato le ultime giornate di Claire. Lui le voleva bene davvero, e Claire lo percepiva sulla pelle e oltre, in ogni diramazione della sua anima, in modo nettissimo.

“Tutto quello che vuoi è dall’altra parte della paura. Devi solo passare dall’altra parte, Claire”  si ripetè allora come un mantra per chiudere il flusso dei suoi pensieri.

Prese le chiavi dal tavolo, uscì, richiuse la porta alle sue spalle e prese la mano che l’uomo meraviglioso che aveva di fronte le offriva.

“Bene, Claire, andiamo dall’altra parte. Questo è un ottimo inizio” si disse tra sè e sè.

Claire sorrise. L’uomo che le teneva la mano sorrise.

E si incamminarono insieme, fianco a fianco, nell’aria tiepida di un luminosissimo tramonto di fine estate.

 

Seduti sul canto del fuoco (su WRITERS N.16)

Seduti sul canto del fuoco

di Elena Brilli

Era il lontano 1985, l’anno in cui si ricorda la più grande ghiacciata degli ultimi decenni del secolo scorso.

Io ero un bambino di quasi dieci anni che realizzava, coi fiocchi di neve che cadevano lenti, il desiderio atavico di ogni bimbo di vedere il Natale ammantato di bianco come nelle immagini delle cartoline di auguri.

Non si sarebbe più verificato, dopo quell’inverno entrato negli annali per la crudeltà delle sue temperature, che schiantarono un’intera generazione di ulivi sulle colline che abito da sempre, e con essi le tubazioni idrauliche di gran parte delle abitazioni.

Era quasi Natale, la scuola era chiusa, la casa di mia nonna era diventata inagibile a causa del ghiaccio e il fuoco bruciava nel camino. Giornate memorabili per un bambino che giocava a palle di neve invece di andare a scuola, in quelle vacanze anticipate e piacevolmente forzate. Preparavo l’albero di Natale insieme alla sorellina mentre il fuoco crepitava nel camino, e avevo la nonna a giro per casa, ospite della mia famiglia finché l’emergenza neve non fosse rientrata e avesse potuto tornare a casa.

Era una vecchina minuta ma in carne, la nonna. I capelli bianchissimi le ornavano il volto rugoso, la veste da casa le fasciava le carni morbide nelle quali amavo sprofondare quando mi abbracciava stretto. Portava sempre uno scialle sulle spalle e intorno al collo, la nonna, fardello pesante di una vita da contadina che aveva indebolito i suoi polmoni e, costretta a trascorrere quei giorni esule dai suoi luoghi usati, si era portata con se, per passare il tempo, la sua attrezzatura da maglia.

Era un paniere di vimini nel quale trovavano posto gomitoli ordinati di lane di vari colori e i ferri di tutte le misure, coi quali, quasi ogni anno da che io e mia sorella eravamo nati, ci confezionava, proprio per Natale, le babucce di lana per tener caldi i nostri piedini la notte.

In quei giorni se ne stava seduta sul canto del camino quasi tutto il tempo.

Coi ferri in mano e il filo colorato che usciva dal paniere ammaestrato dalle sue mani sapienti, costruiva, giro dopo giro, le babucce che sarebbero state il nostro regalo di Natale di quell’anno.

Io le gironzolavo intorno chiassoso, eccitato in modo pressocchè incontrollabile da quella situazione tanto anomala. Quando la mia voce squillante di bimbo euforico si alzava oltre quella soglia che, da madre di nove figli e nonna di una quantità di nipoti da far quasi due squadre di calcio, aveva imparato a sopportare, la nonna alzava gli occhi dal suo sferruzzare, si posava le lane in grembo e, con la sua voce pacata mi diceva:

Via Bruno, non urlare, stai buono. Se non impari a moderare la voce, quando la tua mamma torna, finisce che ti brontola e ti mette a fare i compiti in punizione. Se invece giochi piano piano, vedrai che la mamma non si accorge nemmeno che stai giocando, così non ti dice niente e tu puoi continuare a giocare senza dover fare i compiti!”

Che immensa maestra del compromesso che era la nonna.

Aveva lottato la sua vita nei campi, passato da infante la prima guerra mondiale e difeso coi denti la sua numerosa famiglia durante la seconda. Ma non aveva studiato. Non sapeva né leggere né scrivere, la sua scuola era sempre stata ed era rimasta per sempre solo la vita, quella dura di chi vive di miseria materiale, ma di ricchezza morale, di rispetto, di coerenza, di valori immutati e fortissimi. Aveva voluto che le fosse insegnato, ormai adulta, la scrittura del suo nome e cognome. Ogni mese si recava da sola e a piedi alle poste e orgogliosa siglava col suo nome la ricevuta per ritirare la pensione. Una combattente senza parole da scrivere o leggere, ma con una volontà indefessa e incorruttibile di tirare avanti nonostante tutto e tutti.

Ogni tanto, nei lunghi pomeriggi imbiancati della nostra convivenza forzata di quell’inverno, mi fermavo dai miei salti giocosi e rimanevo incantato dalla maestria delle sue mani che trasformavano coi ferri il filo, nel tessuto morbido, caldo e colorato delle mie babucce.

Nonna, mi insegni a fare la maglia?” le chiedevo.

Certo Bruno, vieni qua accanto a me”, rispondeva accostandosi stretta al fuoco perché avessi un po’ di posto nella seduta accanto a lei.

Quasi a ricambiare lo scambio di conoscenze, io le dicevo ogni volta “Poi, nonna, io ti insegno a leggere e scrivere.”

La sua risposta, declinata in sfumature ogni volta leggermente diverse era sempre la stessa e suonava più o meno così:

Lascia stare, Bruno, per me ormai è tardi, io non riesco più ad imparare a leggere e scrivere. Ma tu studia, studia finché ti sarà concesso di farlo, perché se impari a leggere, scrivere e contare, nessuno potrà mai prenderti in giro e provare ad imbrogliarti.”

Ricordo che borbottavo che le avrei insegnato lo stesso a leggere e scrivere, e prendevo un foglio di carta dai miei quaderni e una penna, pronto per quando sarebbe finita la lezione coi ferri da maglia nella quale avrei dovuto imparare a fare il punto rasato a diritto. La lezione, sempre la stessa, che categoricamente aveva esiti disastrosi, per la scarsa maestria e la testarda disattenzione dell’allievo, finiva sempre troppo presto per poter davvero imparare qualcosa. Quella della nonna, a cui avrei dovuto insegnare a leggere e scrivere, di fatto, non iniziava mai.

Dismessi i ferri, per me era di nuovo il tempo di zompettare a giocare o di vestirsi di tutto punto per andar fuori in giardino a fare a pallate con la mia sorellina. Il foglio e la penna rimanevano posati sul canto del fuoco accanto alla nonna, e non ci fu mai la prima lezione per insegnarle a scrivere, né in quelle giornate della grande nevicata del 1985, né dopo.

La nonna morì qualche anno più tardi, nella tarda primavera che seguiva la fine del mio primo anno di liceo.

Non è più caduta tanta neve come nei giorni intorno al Natale del 1985, e anche il fuoco, in quel camino di mattoni rossi e calce bianca, è stato acceso molte poche volte da allora.

Ma ancora adesso, ogni volta che torno nella casa dei miei genitori e il mio sguardo incontra il canto del camino, io ricordo mia nonna, la sua figura minuta, il suo scialle colorato sulle spalle, i capelli bianchissimi, lo sguardo dolce, e la sua voglia, che è diventata la mia, di leggere, scrivere e contare, perché nessuno possa mai prendersi gioco di me.

E’ una frase, quella che mi ripeteva mia nonna, che rivendo adesso a mio figlio, quasi a fare in modo che possa esserci anche lui, seduto sul canto del camino acceso, accanto a quella vecchina dagli occhi dolci e lo sguardo acceso, che era mia nonna.

Elena Brilli

Uscito un paio di giorni fa il nuovo numero della rivista WRITERS, dedicato a “I LUOGHI CHE ABBIAMO NEL CUORE”, lo trovate qui:

https://writersezine.wordpress.com/

e qui:

https://drive.google.com/open?id=1UNLkZVmtV9vwy7QTMtdfnlDl0wViK9sU

e qui:

Andate a dare un’occhiata al lavoro degli altri redattori, vi garantisco che ne vale la pena!

Quando sognavo di diventare architetto

C’è stato un tempo in cui sognavo di diventare architetto.

Il luogo dove abito da sempre, e che odio e amo al tempo stesso, ha un borgo medievale, arroccato sulla vetta di una collina, avamposto strategico della lontana lotta tra Guelfi e Ghibellini nell’alta Toscana.

Attorno alla Rocca dove si rifugiava il Signorotto del tempo quando le cose si mettevano a mal partito, c’era una fortificazione di mura spesse e tre porte di ingresso. La principale che costituisce tutt’ora l’ingresso al borgo vecchio, alla quale si appoggiano la chiesa e il frantoio, una seconda alla sommità di una ripida salita di accesso, alla quale si affianca una torretta di guardia ancora integra, e una terza, citata nei documenti storici come la più importante dell’arroccato insediamento antico, che proteggeva il canale dell’acquedotto che aveva il compito fondamentale di portare l’acqua agli insediamenti rurali della campagna sottostante, e quindi di mantenerli ‘vivi’.

Questa terza era l’Antica Porta di Doccia.

Erano i tempi in cui frequentavo la Facoltà di Architettura e, più precisamente, i tempi dell’esame di Restauro, del quale ricordo la corpulenta figura della professoressa, più o meno intorno ai miei 22, 23 anni, una ventina di anni fa. L’avevo cercata e ritrovata nel bosco, la Porta di Doccia, diroccata, assaltata dalla vegetazione. Ne avevo fatto i rilievi e disegnata tutta, passando interi pomeriggi ad arrampicarmi nella boscaglia, per raggiungerla e riportarne alla luce la memoria e le fattezze. Un paio di anni più tardi, il recupero dell’intero borgo medievale, con il restauro del suo sistema di mura e porte di accesso, e la creazione di un giardino che lo restituisse alla cittadinanza nella completezza della sua fruizione aperta a tutti, avrebbe dovuto essere la mia tesi di Laurea in Architettura con la specializzazione in Arte del Giardini.

La laurea non è mai arrivata, ma questo è un altro discorso. E soprattutto furono altre scelte.

In questi giorni di convalescenza che hanno seguito il mio crollo fisico dovuto ad una pericolosissima carenza di vitamina D che mi ha causato problemi neurologici e muscolari, la cura che mi era stata assegnata dai dottori era quella di stare fuori più possibile e prendere sulla mia pelle i benefici effetti del sole, unico vero medicinale in grado di tirar su i valori della vitamina mancante e farmi tornare in forma.

Quindi ho camminato molto e, dovendo camminare e stare all’aria aperta, mi è venuta voglia di ricercare l’Antica Porta di Doccia, per vedere se fosse ancora lì dove l’avevo lasciata venti anni or sono.

Ci avevo già provato un mesetto fa, ma la dolce compagnia di quel pomeriggio di metà marzo mi aveva distratto dalla ricerca e non l’avevo trovata, nel bosco. Che fosse crollata? Possibile che davvero non esistesse più?

Sicchè in una delle mie recenti passeggiate, ci ho riprovato, spinta da quell’orgoglio testardo di dover dare ragione ai miei ricordi e alla fatica di allora, nonchè quello di voler onorare una mia passione antica e un’estate di vent’anni fa passata nel bosco a restituire vita alle testimonianze di vite passate, nascoste nella notte dei tempi e ricoperte di vegetazione.

C’era. Sapevo che c’era. Doveva essere lì.

Ed eccola, in cima ad una ripida scarpata, lassù, in vetta. Se ingrandite la prima delle foto la vedete in alto, lassù, immersa nel verde.

L’avevo ritrovata!

Mi sono arrampicata, gambe, ginocchia, mani, braccia, scalando la terra ripida che mi separava da lei, a tratti impaurita da quello che sarebbe potuto succedere se fossi scivolata, a tratti preoccupata di come avrei fatto poi a scendere. Ma l’avevo ritrovata, dovevo andare lassù, raggiungere la ‘mia’ Porta di Doccia.

Con l’aiuto di un bastone, aggrappandomi alla vegetazione e cercando di schivare le ortiche in fioritura, ci sono arrivata, alla vetta, a rivederla da vicino.

Ed eccola infine bella, resistente, fiera, ancora in piedi nonostante la vegetazione ne scalzi progressivamente una pietra dietro l’altra. Con il punto di partenza del canale dell’acqua appoggiato alla sua sinistra, i montanti forti, la sua chiave di volta pentagonale che tiene tutto in piedi, miracolo della fisica delle forze.

Bella.

Di quella bellezza che caratterizza i sogni.

Lei c’è ancora. Io pure.

E anche i sogni, diversi, adulti, invecchiati, sono tutti lì. Nonostante tutto.

Esattamente come l’Antica Porta di Doccia.

Nonostante tutto.

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