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L’autunno che fa

Tu riesci a sentire la distanza?
È fatta di silenzi prolungati, di cose non dette. Di fastidi celati, di dolori non condivisi.
È fatta di monosillabi e malumori non spiegati. Di sorrisi tirati e convenzioni sociali.
È fatta del mondo di fuori che distrae l’attenzione dal calore del fuoco che siamo io e te. È fatta di altro, diverso da noi.
Non scegli più l’altro ogni giorno che viene perché sai che lo trovi comunque già lì. Ma allentare la corda che tesse l’amore la rende fragile al tempo che va.
È come uno spiffero freddo che arriva alle porte del cuore. E si comincia a sentire l’autunno che fa.

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Si spegne

.
Nell’ultima stilla di sole
ingoiata dal mare al tramonto
sta
il divenire del nostro essere umani.
Sempre in moto
mai domi
mai esseri uguali.
.
.
(immagine personale)

San Valentino is coming to town

Succede a tutti.

Era successo anche a me.

Che archiviassi la “questione San Valentino” quattro anni or sono, vivendola negli anni successivi con indifferenza.

Indifferenza, mista ad invidia per quelle coppie che vedevo dimostrarsi reciprocamente l’affetto che li muoveva.

Indifferenza, mista a forte disillusione per l’effimera visione della circostanza, consapevole che le promesse di un giorno sarebbero puntualmente naufragate infrangendosi nelle paludi dei giorni.

Indifferenza, mista ad un sentimento molto vicino alla compassione per quelle medesime coppie incoscienti del fatto che anche quelle farfalle all’interno dei loro stomaci sarebbero bruciate, come tutto quello che tocca l’amore, al primo calore del sole di primavera.

Invece la vita, quella adorabile villana manigolda truffaldina puttana, aveva in serbo per me rinnovati sentimenti che credevo aver malamente esaurito nelle precedenti giocate al poker dell’amore.

Così, San Valentino ritorna, ma stavolta non è un’urgenza, non è un affanno, non è vuota festa comandata.

E’ un occasione.

Un’occasione in più per mandar fuori respiri d’amore a grappoli, quello che ormai ho capito esser la cosa, sopra tutte, che mi fa stare bene.

E non mi interessa che ci sia una contropartita. Non ho attese, non ho pretese, non ho urgenza, non ho affanno. Non ho vuoto.

Ho un occasione in più per dimostrare con niente o con tutto, con un pensiero o con un pacchetto, con un bacio normale o con una celebrazione speciale, che amo, che sono in grado di amare, che non posso non amare, che scelgo di amare. Che sono viva. Che sono io. Che non mi perdo.

E quest’anno San Valentino sarà questo. Un occasione in più per donare me. Così come sono. Così come non ha senso non essere. Così come io mi vedo allo specchio. Senza maschere.

Non si può trattenere un fiume in piena.

L’ “amor ch’a nullo amato amar perdona” va, non lo si può ingabbiare troppo a lungo. 

E allora che si apra nell’anima, tutte le volte che vuole, uno spiraglio, un evento, un’occasione, una ricorrenza, un giorno qualsiasi. Perchè possa andarsene, l’amore, fuori da me, e illuminare un pò un angolino di cielo con il mio sorriso.

Perchè quando amo, io sorrido.

– Mi vuoi sposare?

– No.

– Davvero No?

– Sì davvero no, non voglio sposarmi.

– Perchè non mi ami?

– Sì che ti amo ma non voglio che ci sposiamo – ecco se vuoi possiamo levare la S e ci “posiamo”.

– Ci posiamo?

– Sì ci posiamo su un bel prato di fiori magari, e dopo potremmo, se ti va, levare anche la P e così ci “osiamo”.

– Ci osiamo?

– Sì, perchè no, il prato di fiori, io e te che osiamo di noi, e magari quando i sudori saranno un odore solo, leviamo la O, così rimane il ” siamo”.

– Il siamo?

– Sì il siamo, la presenza, e una volta diventati una cosa sola , consapevoli, leviamo anche il SI per dare la nostra conferma al cielo, e tra noi rimarrá solo e per sempre ” amo”.

– Allora ricapitoliamo, sposiamo,  posiamo, osiamo, siamo e amo giusto?

– Giusto.

– Lo voglio.

(Gio Evan – da “Passa a sorprendermi”)

Di legni che si piegano e legni che si spezzano

Ieri sera, poco prima che andassi a dormire, è balzata improvvisa alla mia mente una riflessione che ha finito per procrastinare non poco l’incontro con il sonno.

Una premessa la devo, a cornice di quello che scriverò poi, dato il recente diradarsi della mia presenza on line. I miei scritti si sono fatti più rari, radi, rarefatti e, se si vuole, fantasiosi e creativi. Non scrivo più tanto quanto prima, quando scrivere aveva per me la medesima funzione di una medicina curativa da assumersi più frequentemente possibile per rimanere a galla. Probabilmente scrivo meglio (o almeno questa è la presuntuosa impressione che ho del mio lavoro) e sicuramente con obiettivi che nel tempo son mutati e hanno cambiato prospettiva, proiettandosi dal ‘dentro’ al ‘fuori’.

Quello che succede a me è che, finalmente, sono impegnata a ‘vivere’ e a condividere con una persona reale, speciale, in carne ed ossa quello che in passato affidavo alle righe di un monitor.

Quello che succede a me, però, quasi fosse un contrappasso dantesco, è anche che, più o meno a partire dallo stesso momento, non mi sento bene. E allora gli acciacchi e il malessere, che rubano tempo, energie e soprattutto pensieri, finiscono per tenermi lontana da qui molto più di quanto vorrei.

Mi son trovata quindi a pensare a quanto possa essere diverso lo specifico modo delle persone, di reagire a quello che di spiacevole può accadere nella vita.

E l’immagine che mi è venuta in mente è quella di due alberi.

Il primo, che si piega alle forze della natura non per decretare la propria sconfitta, ma per continuare a crescere rigoglioso, non molto distante dal sorgere dal suolo delle proprie radici, se il vento vuole che sia così e non sia di contro conveniente lottarci contro per rimanere fusti dritti.

Ginepro Fenicio – legno dolce (immagine dal web)

Il secondo, coriaceo duro, rigido, che però si tronca di netto. Quasi soccombe al vento che spezza il suo fusto, ma poi la sua vita riparte, dalla deflagrazione della frattura, con nuovi germogli verdi.

Quercia – legno duro (foto personale)

Così come il ginepro, esistono persone che si modulano sugli accadimenti della vita, continuando a esistere rigogliosi nella loro interezza di uomini. Si piegano alle intemperie dei giorni ma, poco distanti da quello che sarebbe stato per loro il percorso più facile, breve e comodo, trovano la propria dimensione integra, fiorente e perfettamente definita in una nuova armonica figura di sè, nel mondo.

Sono persone dal carattere morbido, malleabile, flessibile, che non sottende per niente la debolezza che l’accezione negativa degli aggettivi potrebbe far intendere, anzi, posseggono in sè l’intelligenza sopraffina di adattarsi alle situazioni mantenendo ferma e viva la loro precisa intenzione di vivere al pieno delle proprie possibilità. Solo, se necessario,un pò più in là, se così vuole il sottile equilibrio delle energie impiegate e spese, nel far fronte agli accadimenti nefasti della vita.

Esercitano, in fondo, la sottile e straordinaria arte della ‘resilienza’, allenano la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.

E hanno da me tutta la mia ammirazione. Un plauso sincero che viene dal riconoscere in me solo esigue scintille di queste capacità.

Io appartengo infatti alle persone come quercie.

Sono quelle che resistono ad ogni colpo con la medesima forza delle mura inespugnabili di Troia, arroccate schiene contro vento a resistere ai colpi della vita. Fusti dritti dall’aspetto incorruttibile e indistruttibile, armature coriacee, testarde e tese sui nervi.

Quello che accade se il vento della vita non soffia troppo forte, o solo per brevi periodi, è che oscillano anche violentemente sulle radici ben salde dei loro principi, ma poi tornano dritte in posa da guerrieri di falange compatta.

Ma quando gli accadimenti complessi trascinano l’esistenza in vortici feroci e all’apparenza interminabili, la cui durata sfianca la tenuta nervosa, accade che con schianto fragoroso o fibra dopo fibra, il fusto delle loro esistenze si spezzi e fracassi in terra.

Rovinano con la violenza di un crollo, può sembrare che sia tutto finito, che non si rialzino più, e talvolta accade. Ma spesso, mi piace pensare che sia così, la resistenza indomita delle loro fibre le porta a tornare a germogliare come il grande fusto di quercia squarciato e divelto, e ripartire dal punto esatto in cui il precedente equilibrio si era spezzato. E ripartono, rinascono, come fenici dalle loro ceneri, ricostruendo dalla fine apparente della loro vita di prima, un nuovo inizio, una nuova esistenza fiorente, quasi completamente rinnovata, se non fosse per le cicatrici che ne sfrangiano il midollo, coperto però da nuova linfa viva.

C’è da chiedersi quanta energia costi il fracasso rovinoso e la ripartenza da terra, ma sono le persone che attuano la tenacia testarda fin quasi alla stupidità, della resistenza come opposizione indefessa ad un’azione o ad una forza avversa che li porta a non cedere finchè non c’è il crollo, mai un attimo prima.

Io credo di appartenere a questa seconda categoria, e credo, se penso bene alle storie del mio passato e a quelle del mio presente, che mantenersi dritti contro ogni logica che avrebbe ritenuto una strada migliore quella di rendersi malleabili e morbidi al cambiamento, non mi abbia fatto molto bene.

Perchè il malessere che ho addosso da oltre un anno ormai, mi dice probabilmente che, senza che nemmeno me ne accorgessi, senza che facessi nemmeno troppo rumore, io alla fine ho fracassato a terra la mia corteccia. E, con la fatica di aver germogliato nuove vite troppe volte da schianti violenti di giorni passati sulla mia schiena, adesso che sarebbe finalmente arrivata una nuova stagione mite nella mia vita, stento a trovare le forze per farlo di nuovo.

Che non convenga quindi lasciare che le cose vadano, lasciarsi attraversare da ogni cosa, mollare le cime e vedere se, morbidamente piegata dal vento leggero della primavera, sia più logico, più sereno e probabilmente meno dispendioso in termini di energie, sorridere, sorridere sempre, anche quando si avvicina la tempesta?

Può la quercia stanca imparare a diventar ginepro, per arrivare a terra con calma invece che schiantarvi rovinosamente le sue fronde?

Distanze

Lo insegnano gli antichi, lo insegnano le sempiterne regole per la costruzione prospettica, che le distanze sono fondamentali. Ogni cosa, per averne completa visione e comprensione deve essere osservata alla giusta distanza.

Anche il David di Michelangelo, nella sua perfezione assoluta, è sproporzionato e antiprospettico, con quel suo testone e le sue manone, se visto dal punto di vista sbagliato. Solo visto dal basso, reclinando la testa indietro per cercare di incontrare il suo sguardo, quasi per immaginifica simbiosi con la dimensione reale di David rispetto al gigantesco Golia, solo dal basso, dicevo, assume la sua dimensione esatta e diventa meraviglia.

Così tutte le cose della vita vanno messe alla giusta distanza, perché con essa sia chiara la loro corretta prospettiva nel complesso paesaggio della vita.

Così, ancora più importante, tutte le persone che si incontrano sul nostro cammino vanno messe alla giusta distanza, perché si possa vederle nella loro interezza, nella loro complessità, in quell’armonico miscuglio di scelte e pensieri e sensazioni ed emozioni che le rendano interessanti al nostro percorso.

Nessuno deve mai essere troppo vicino, a meno che non sia davvero più necessario coglierne l’interezza ma concentrarsi sui dettagli. Ma ho imparato che poche persone sono davvero belle, anche se scollegate dalla prospettiva che le rende complete. E sono belle perchè è bella la somma dei loro meravigliosi infinitesimi dettagli. Mio figlio è una di queste, forse l’unica. Ma forse lo guardo con la visione prospettica dell’amore.

Per tutti gli altri, se si avvicinano troppo, superato l’abbaglio della bellezza del dettaglio, se ne vede la fastidiosa posizione antiprospettica e bisogna allontanarsi, recuperare la giusta distanza. Se sono troppo distanti, non se ne vedono bene i punti di luce e ombra, come immagini sfocate da miopia perdono ogni loro interesse, lasciando spazio solo alla curiosità di avvicinarsi per veder meglio o alla necessità strizzare gli occhi per definirne i contorni, col rischio però che poi quello che si vede oltre la nebbia non sia poi così bello.

Ogni persona deve essere messa alla giusta distanza. Solo così diventa bella per la sua unicità, oltre l’idea stessa di giusto e sbagliato, oltre il concetto di bene e di male, oltre i pregi e i difetti, ma finalmente nella prospettiva corretta per essere ‘ricca’ di anima, di significato, di sensazioni, di emozioni.

Tendo da sempre ad accorciare le distanze, per un moto istintivo di curiosità e irrazionale fanciullesca contentezza per le cose nuove. Sono impulsiva, talvolta avventata. Lo faccio con le cose, lo faccio ancor più con le persone, ansiosa di tuffarmi nella bellezza delle loro vite, di comprenderne le emozioni, di penetrarne gli sguardi. Come Icaro, accorcio le distanze e le ali unte di cera si sciolgono, sempre troppo vicine al sole.

Ecco, sbaglio.

È arrivato il momento di imparare a mantenere le distanze, a metterne di nuove se nesessario, per far sì che tutto e tutti tornino nella giusta prospettiva.

E che siano di nuovo, finalmente, tutto e tutti, meravigliosamente perfetti, nella loro sublime bellezza.

Senza più alcun dolore, senza più fastidio.

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