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Come germoglio – WRITERS N. 11

Quella che leggerete a seguire è la poesia che ho scritto per la mia sezione “Parole in libertà” all’interno del numero 11 di WRITERS, la rivista on line che dirigo e sulla quale scrivo, uscito qualche settimane fa.

Se aveste voglia di leggerlo tutto e scaricarvelo lo trovate qui:

https://drive.google.com/open?id=0B36h81sAzbS9Ti1YUEwtNzlVcWs

Il tema che la redazione aveva scelto e sul quale eravamo tutti chiamati a confrontarci era quello della “RINASCITA”…ed ecco il mio secondo, l’ultimo, prometto, almeno per questo numero, tentativo di confrontarmi con le sbucciature della caduta e la fierezza del rialzarsi e guardare sempre avanti, comunque vada.

 

COME GERMOGLIO

DI ELENA BRILLI

Si fa notte sui nostri frammenti di tempo

Ed è pianto tristezza angoscia dolore

Oblio della mente

Cuore ferito sanguina i frutti di purulenti errori

L’anima è buia

*

Poi viene il giorno

Forza indomita rianima i pensieri

Nel modo in cui piace al cielo che nuovo sole spenga le stelle

Torna la voglia di vivere come germoglio verde

Rinasce da terra arida di deserto

*

Nascono allora sorrisi

Rinnovata speranza torna a credere ancora

Che vita sia cosa adatta a chi non si arrende alla pioggia

Ma scuote le membra ferite al primo raggio di sole

Che il cuore riscalda di nuovo

Elena Brilli

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La rinascita di Alice – WRITERS N.11

Quella che leggerete a seguire è il racconto che ho scritto per la mia rubrica “Inseguendo il Bianconiglio” all’interno del numero 11 di WRITERS, la rivista on line che dirigo e sulla quale scrivo, uscito qualche settimane fa.

Se aveste voglia di leggerlo tutto e scaricarvelo lo trovate qui:

https://drive.google.com/open?id=0B36h81sAzbS9Ti1YUEwtNzlVcWs

Il tema che la redazione aveva scelto e sul quale eravamo tutti chiamati a confrontarci era quello della “RINASCITA”…ed ecco il mio modesto tentativo di confrontarmi con le sbucciature della caduta e la fierezza del rialzarsi e guardare sempre avanti, comunque vada.

Buona lettura.

CREDEVO FOSSE AMORE E INVECE ERA UN CALESSE

LA STORIA DI ALICE

Alice aveva incontrato il suo ‘principe azzurro’ in una sera di fine estate.

Aveva avuto la capacità di intercettare una discreta manciata dei suoi desideri più reconditi, quello di continuare a fare il lavoro che le piaceva, quello di finire un percorso di studi che era stata costretta ad abbandonare a pochi passi dal traguardo, quello di costruire una famiglia.

Un invito improvviso per una vacanza insieme a Venezia, e il gioco era fatto…

Alice si era innamorata, il cervello si era spento.

A dire la verità Alice avrebbe dovuto intuire da subito i tanti segnali presenti che facevano presagire quello che sarebbe stato, ma lei già non li vedeva più.

Alice rimase incinta, forse troppo presto.

L’embrione della sua nuove vita cresceva dentro di lei.

Ma una sera di novembre, la sera del suo compleanno, Alice capì di essere sola, capì che sarebbe stata una madre sola.

Ed era incinta di due mesi.

Lui le camminava davanti distaccato, lasciandola indietro di qualche metro. Separato, distante, nervoso. Dov’era finito il suo ‘principe azzurro’?

Alice chiese spiegazioni.

“Io mi vergogno di te in pubblico, non mi piace che le persone mi vedano accanto a te. Sono da sempre abituato ad avere accanto delle belle ragazze, tu sei una bella persona, ma non sei nè alta, nè bionda, nè con le tette grosse. Scusa. E’ un problema mio.”

Guidava lei la macchina quella sera, e guidò tra le lacrime, urlando, chiedendo spiegazioni, rischiando di sbandare ad ogni curva, su strade di montagna buie e contorte, allungando a dismisura il percorso per tornare a casa.

Probabilmente lui quella sera temette di non tornare vivo a casa.

Alice voleva tornare a casa sua, una casa che di fatto non esisteva più, voleva finirla lì, voleva fuggire lontano.

Ma lui la convinse a restare.

Passò la notte in bianco, camminò perdendosi nelle strade di quello che era diventato il suo nuovo paese la mattina dopo, per diverse ore, finché il suo ‘principe azzurro’ decisamente meno splendido di quando lo aveva conosciuto, non la chiamò per andare a pranzo insieme a tutta la sua famiglia.

Alice fece allora la sua scelta.

Sarebbe rimasta accanto a quell’uomo, per dare un padre a suo figlio.

Avrebbe sacrificato la sua felicità perchè il bambino che aveva in grembo, il figlio di quel ‘principe’ ormai sbiadito, avesse la possibilità di avere un padre e una famiglia.

Iniziò così la sua discesa agli inferi.

Sola a tutte le visite, la frase più carina nei suoi confronti mentre il corpo gonfiava per la gravidanza era “Mamma mia come sei grassa, non ti si può vedere!”

Pulì la loro nuova casa da sola, fece il trasloco delle sue cose da sola, a gravidanza avanzata.

In sala parto le uniche parole che uscirono dalla bocca del padre di suo figlio furono “Madonna che schifo, c’è un monte di sangue!”

Appena nato il bambino, mentre quel piccolo cucciolo d’uomo già succhiava la vita dal suo seno, Alice chiese dell’acqua e lui rispose “Aspetta.”

Stava mandando i messaggi ai suoi amici per farsi bello di una nascita che a guardar bene neanche gli apparteneva.

Alice parlò per la prima volta col suo minuscolo bambino appena nato e gli disse “Preparati, amore dolce, dovrai ‘aspettare’ tanto…”

E l’inferno continuò.

Il ‘principe sbiadito’ non cenò mai con loro, tranne una sera, che alzandosi da tavola disse “Era meglio se andavo a mangiare da mia mamma.”

Il ‘principe sbiadito’ non stava mai con il bambino, perchè si diceva depresso, e Alice era la causa e la scusa più comoda per la sua depressione.

Dormivano in camere separate, perchè le notti che Alice provava e provava ancora a passare con lui erano sempre definite “le peggiori notti” della sua vita. Alice era diventata agli occhi di lui un ‘nano deforme sottosviluppato e con la testa grossa’

Perchè non è vero? Guardati, Nana sei nana, deforme lo sei, non vedi che pancia hai, sottosviluppata sei sottosviluppata, perchè sei bassa, e la testa grossa ce l’hai è un dato di fatto. Guardati. Devi accettare la realtà.”

E Alice aveva quasi finito per credere che avesse ragione.

L’inferno divenne ancora più buio quando il ‘principe’, ormai nero di vuoto ed assenze, cominciò a mettere in pericolo il bambino o a usare su di lui la stessa indifferenza che usava con Alice.

Fino a dire che se in qualche modo si fosse fatto male o peggio fosse venuto a mancare per una sua disattenzione mentre gli era affidato per una rara e momentanea assenza di Alice “non sarebbe stato un problema, sarebbe stato un bambino in meno da campare al mondo.”

Fino ad umiliare il piccolo costringendolo a farsi la pipì addosso mentre cominciava a lasciare il pannolino, nonostante il cucciolo d’uomo chiamasse suo padre e lo chiamasse sempre più forte e piangesse, nonostante lo chiamasse anche Alice dalla stanza dove era confinata da un attacco improvviso della sua subdola malattia cronica.

Lui stava guardando la televisione e non aveva sentito.

Per Alice arrivarono gli attacchi di panico, la psicoterapia, gli psicofarmaci.

Allora Alice decise che sarebbe stata sola, come genitore e come donna, ma per davvero stavolta. Era una sera di autunno quando il suo bambino di poco più di due anni le chiese: “Perchè mamma sei sempre triste? Perchè piangi sempre?”

Alice decise in quel momento che doveva salvarsi.

Lo doveva a se stessa.

Lo doveva a suo figlio.

Alice lasciò la casa del suo ‘principe oscuro’ nel marzo dell’anno successivo, costretta a tornare dai suoi genitori, perchè se non fosse tornata da loro lui non avrebbe firmato il trasferimento di residenza del bambino.

E lì l’inferno aprì un nuovo girone per Alice.

Tornare da donna e madre in una casa dove era stata figlia fu per Alice un ennesimo massacro emotivo.

Fino a sentirsi dire da suo padre che non si meritava suo figlio.

Il coltello che già apriva il cuore fu spinto in fondo.

A quel punto Alice aveva due possibilità.

Morire, dentro.

O tirare fuori quel maledetto coltello e cominciare a lottare per sè e per il suo bambino.

E così fece.

Alice buttò ansiolitici e antidepressivi nel cesso e si riprese la sua vita.

Il quarto trasloco in quattro anni, finalmente soli lei e il suo cucciolo.

Alice ricominciò a vivere, lentamente, dolorosamente, faticosamente, ma visse, un passo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro.

La solitudine, da mostro feroce, divenne una meravigliosa occasione di crescita, perché imparò che si nasce da soli, si vive in fondo da soli, ognuno chiuso nella propria personale ed ermetica visione del mondo e della vita.

Si sceglie da soli, si sbaglia da soli.

Ma prima che il fondo del baratro diventi una seduta troppo confortevole e si decida di smettere di lottare, bisogna ritirarsi in piedi e salvarsi.

E lo si fa da soli, come atto estremo di volontà, come ultimo anelito di voglia di sopravvivere prima, di vivere poi, non appena i polmoni saranno tornati a riempirsi dell’aria nuova della rinascita.

Alice aveva amici e sorrisi vicini, mani e parole pronte a sostenerla non appena fosse scivolata di nuovo nell’abisso.

E imparò a vivere di nuovo e a riconoscere la felicità nella risata di suo figlio, in una passeggiata in estate, nel caffè che borbotta dentro la macchina del caffè un attimo prima di condividerlo con le persone che le sono rimaste accanto nella sua discesa e nella sua risalita, o che le sono arrivate vicine, strada facendo, dai loro rispettivi altrove, riconoscendo in lei il loro stesso sguardo ferito, ma fiero, stanco forse da tante battaglie, ma vivo.

Elena Brilli

Teresa – La ‘storia di copertina’ di WRITERS N. 11

Quella che leggerete a seguire è stata la ‘Storia di copertina’ del numero 11 di WRITERS, la rivista on line che dirigo e sulla quale scrivo, uscito un paio di settimane fa.

Se aveste voglia di leggerlo tutta e scaricarvelo lo trovate qui:

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Prima di farvi leggere la storia di Teresa vi racconto com’è andata, per dare il giusto merito a chi quella storia l’ha vissuta sulla propria pelle e ha avuto il coraggio di metterla nelle mie mani.

Era stato scelto il tema della RINASCITA come spunto creativo per la costruzione del numero e in una calda serata di fine agosto una giovane donna mi scrisse privatamente, rivolgendosi a me in quanto direttrice della rivista, per esporre la sua volontà di raccontare la sua personale storia di rinascita legata al mondo dell’alcolismo, esprimendo però il desiderio di rimanere anonima, in quanto non voleva che quella parte della sua vita diventasse di pubblico dominio.

Le chiesi allora di scrivere a me, in privato, una traccia, una sintesi di quale fosse stata la sua storia di caduta e rinascita e io avrei trovato il modo di renderla anonima e di pubblicarla, per far sì che diventasse un’esperienza condivisa in grado di dare forza alle tante persone che si trovassero nella propria personale battaglia di resurrezione e anche una sorta di monito lasciato ai posteri per rendere utile a qualcuno l’enorme fatica del suo scivolare e soprattutto del suo rimettersi in piedi.

Nacque così l’idea di scrivere la sua storia vera, basandosi sul canovaccio che mi aveva mandato, trasformandola in una sorta di favola, senza tempo e senza spazio, in modo che potesse essere spersonalizzata e diventare universale.

Così nacque Teresa e la costruzione del racconto di una vita, della sua distruzione e della sua ricostruzione.

E’ stato un lavoro lungo e faticoso per me, costellato di dubbi legati soprattutto al fatto di voler rimanere quanto più fedele possibile alla storia della persona che aveva affidato alle mie parole la sua vita.

Una volta terminato glielo feci leggere e la conferma che tutto sommato avessi fatto un buon lavoro mi venne dalle sue lacrime mentre leggeva, dalla sua emozione nel trovare la sua vita e soprattutto tutto il caleidoscopio delle emozioni ad essa legate, dentro la storia di Teresa.

E’ stato un onore, per me, lavorare insieme a lei e arrivare a conoscerla e a volerle bene.

E’ stato un onore, per me, mettere le mie parole a servizio della storia della sua vita.

E’ stato un enorme atto di fiducia, il suo, nei miei confronti, che spero di non aver deluso e del quale la ringrazio, qua, pubblicamente, con affetto e riconoscenza.

A voi, buona lettura.

TERESA

(liberamente tratto da una storia vera)

Teresa ha quindici anni, gli occhi come mare calmo d’estate, i capelli del colore delle nocciole mature che si muovono al vento. E’ una ragazza allegra Teresa, come solo le giovani donne sanno essere quando davanti a loro si spalanca la vita e il sogno di essa.

E’ San Valentino, una domenica fredda di un Febbraio ventoso, e Teresa si alza di colpo con il rumore assordante di sirene. Stordita, assonnata, i pensieri arruffati e i sogni ancora aggrappati ad occhi pesanti, Teresa vede in cucina la madre preoccupata. Quello che lei ha sentito mentre Teresa ancora non poteva sapere erano spari, troppo vicini. D’un tratto la porta risuona di nocche battute sul legno. “Hanno sparato a Leo” dicono entrando. Leo è suo padre, due colpi, bang… bang… uno alla spalla, uno alla nuca. E’ MORTO. Leonardo era suo padre.

Ucciso da chi? Un mistero in quel momento. Perché? Teresa non capisce nemmeno quello.

La confusione totale, Teresa scende di corsa le scale, non pensa, non comprende, non piange, non grida…Teresa ha solo freddo. Suo padre è fuori dal garage, riverso per terra, polizia tutto intorno. Teresa ha i brividi mentre tutti cercano di non farle oltrepassare quei nastri gialli da scena del crimine, visti fino ad allora solo nei film. Pensa e spera, Teresa. “Non è lui, non può essere lui”. Ma si sbaglia, Teresa, tutto è come sembra, è tutto vero. Quello non è un film e lei è lì a guardare quella scena, il protagonista è suo padre, lei solo una comparsa in tutto quell’orrore.

Arrivano gli interrogatori in questura, le perquisizioni in casa e nessuno capisce, nemmeno gli investigatori, nemmeno chi cerca di capire che persona era davvero quel padre che tutti elogiano. Interrogano anche Teresa, ragazza di quindici anni a cui hanno ucciso il padre, gli occhi come mare calmo d’estate, i capelli del colore delle nocciole mature e arriva una telefonata che dice che non c’è più bisogno di lei. La persona che ha ucciso suo padre è un suo vicino di casa a cui la follia ha annebbiato la mente e ha ucciso, per caso, per odio, per rabbia, per crudeltà, semplicemente, la persona sbagliata.

Da quel momento per Teresa cambia tutto, ma proprio tutto. E cambia lei. Teresa diventa una ragazza ribelle e sola, lascia la scuola, inizia a lavorare per non pesare a nessuno, per non esistere più per nessuno. Teresa non piange, non elabora la perdita dell’uomo che amava con tutta se stessa come solo una figlia sa fare. Teresa ha quindici anni, gli occhi come mare calmo d’estate, i capelli del colore delle nocciole mature e diventa grande. Frequenta chi vuole, quando e come vuole, comitive sbagliate, niente orari. Teresa vorrebbe solo l’abbraccio di sua mamma, troppo impegnata a curare il proprio dolore, un abbraccio che la rassicuri e che in silenzio le dica “Stai tranquilla, ce la faremo”, ma non quell’abbraccio non arriva. Teresa è sola e comincia a non star bene.

Passano gli anni e Teresa diventa grande, una giovane donna, gli occhi tristi del mare d’autunno e capelli arruffati dal vento di ottobre. Teresa si sposa, sembra che le cose vadano bene, ma è solo apparenza, nonostante i suoi figli continua a non stare affatto bene.

Teresa si chiude in un mondo tutto suo, fatto di rifiuto, di solitudine, di assenza, di incomprensioni, di bugie e tradimenti, di cibo e sensi di colpa, di dita in gola che tirano fuori il dolore, di anoressia e bulimia.

Non vive la vita che aveva immaginato per sè ma non riesce a tirarsene fuori, è insoddisfatta, delusa e per sopportare tutto questo comincia a bere.

Beve da sola, Teresa, quando la casa tace e tutto finalmente si ferma. Beve per non sentire il dolore, per anestetizzare il cuore.

Poi Teresa ha bisogno di bere anche fuori, per affrontare le giornate, per disinibirsi, per stare bene anche quando non si sente appropriata. Teresa non sa più il suo valore, non si vede più. Teresa non ha più dignità né lavoro, e nemmeno un marito di cui non dimentica pugni e percosse che fan male all’anima più che alle guance.

Giorno dopo giorno il suo corpo ha bisogno di alcool, e anche se Teresa non lo vuole più, il suo corpo lo chiede, lo reclama, va in astinenza. Teresa è una giovane donna, gli occhi tristi del mare d’autunno e capelli arruffati dal vento di ottobre, e vomita, trema, la vista è annebbiata, dolori lancinanti le percuotono il corpo. Teresa non lo sopporta tutto questo dolore e piange, Dio quanto piange Teresa! Quanto vorrebbe non stare così male! Teresa si vergogna, si sente una persona indegna… “Cosa sto facendo? Cosa mi sta succedendo? Perché proprio a me?”

Passano i mesi e Teresa cerca di nascondere sé stessa e la sua dipendenza, vorrebbe solo una madre presente, ma non arriva mai niente.

Teresa, gli occhi tristi del mare d’autunno e i capelli arruffati come vento di ottobre, si ritrova a parlare con suo marito, ascolta la sua rabbia, non lo biasima, sente le sue scuse, capisce che era tutto solo per amore, ascolta le sue parole di delusione. Infine tornano insieme, cercano di essere di nuovo una famiglia, ma il suo problema è sempre lì e nonostante fosse sempre presente per i suoi figli, lei fondamentalmente non c’è, non esiste. Sempre più anestetizzata, sempre più vuota. Decidono quindi insieme che è arrivato per Teresa il momento di farsi aiutare. Le danno dei medicinali che sostituiscono l’assunzione dell’alcool, ma per Teresa non funzionano. Teresa continua a bere, gli occhi tristi del mare d’autunno e capelli arruffati come vento di ottobre, continua a bere e l’effetto è devastante. Capita un incidente con la macchina, capita che si addormenti ovunque, capita che non ricordi niente, capita che la ricoverino per pancreatite cronica. Manca poco, e Teresa muore. Teresa non può farcela da sola, ora lo sa, ne è consapevole anche lei. Nonostante la paura, Teresa, gli occhi tristi del mare d’autunno e i capelli arruffati come vento di ottobre ricomincia a bere, e da lì di nuovo tremore, dolori muscolari, astinenza.

Suo marito le trova una comunità di recupero da alcool e tossicodipendenze e Teresa incontra ‘Angeli’ dal cuore grande, disposti a credere in lei e decisi a fare in modo che torni a vivere e volare. Racconta al colloquio la sua storia ma si vergogna di quello che è diventata. L’ ‘Angelo’ che è davanti a lei le da una settimana di tempo per procurarsi una lista di indumenti, accessori e prodotti personali e tornare. Le nuove regole partono da quella lista, ma Teresa, occhi grandi di cucciolo impaurito, ancora non ha capito, non si guarda intorno, non pensa a come sarà la sua vita lì dentro.

Cominciano i preparativi, tra lacrime e paure. Teresa non sa cosa la aspetti, il dolore più grande è lasciare i suoi figli, non averli con sé, allontanarsi da loro. Il pensiero la distrugge. Sarebbe stata ‘prigioniera’ degli ‘Angeli’ della comunità senza sapere per quanto, si sarebbe persa i loro compleanni e pezzi importanti della loro vita. “E se non mi vorranno più bene? Se non mi vorranno più nella loro vita?”. Teresa, occhi grandi di cucciolo impaurito, si sente morire, ma quella decisione è per loro, non vuole che crescano come lei, senza una mamma in grado di prendersi cura di loro.

Teresa saluta i suoi figli davanti a scuola in una mattina grigia di autunno, lo zaino sulle spalle loro, un nodo in gola lei, non riesce a guardarli. Teresa li abbraccia forte, loro sanno che mancherà per un po’, cerca di non far scendere nemmeno una lacrima, guarda i loro occhi e vede tristezza, sente che hanno mille domande ma le loro bocche tacciono. I bimbi vanno e Teresa, occhi grandi di cucciolo impaurito e capelli spenti come pioggia d’inverno, scoppia a piangere, esita un attimo per quella decisione che la porta lontana da loro, ma deve andare, non può aspettare ancora.

Teresa arriva in comunità, via il cellulare, via le valige, via la musica, via ogni libertà. Teresa è prigioniera di ‘Angeli’ che la vogliono guarire ma la chiudono in un mondo da cui può allontanarsi solo due volte a settimana, quando può sentire al telefono il marito e i suoi bambini, per soli dieci minuti.

Teresa piange, si angoscia, si vergogna. E regole, lavoro, e lavoro e regole e punizioni e analisi e incontri ed errori e punizioni e lavoro e regole.

Teresa non può fare nulla di diverso da quello che le viene detto di fare, Teresa deve chiedere il permesso per ogni cosa. Teresa ‘non può’.

Teresa, occhi grandi di paura e capelli spenti di pioggia d’inverno, cerca di adattarsi, trova le forze per proseguire, la mancanza dei figli la uccide. Teresa è nervosa, triste, indisciplinata, ribelle. Teresa viene punita. Teresa è stanca.

Ma i mesi passano indifferenti alle pene del mondo, come le stagioni sui giorni di Teresa e lei lentamente capisce il perché di quelle privazioni, impara il senso dell’attesa, impara a gestire il tempo senza alcool, impara le conseguenze dei gesti d’istinto, capisce il perché di tutto il suo mondo distorto. Teresa capisce e vuole cambiare. Teresa capisce e vuole essere migliore.

Arriva la primavera nel mondo di Teresa, occhi accesi di lieve luce d’aurora e capelli vivi di brezza leggera, prigioniera del suo dolore. Adesso è responsabile e coordinatrice della comunità, soddisfatta, e grata perchéc’è chi ora crede di nuovo in lei e nellesue capacità.

Lavora con gruppi di persone ferite, come lei, e sono due alla settimana, dove esce tutto quello che più fa male della vita di adesso ma sopratutto di quella passata.

Parlano, urlano anche, uno per volta senza essere interrotti, senza giudicare nessuno, senza puntare il dito, senza disprezzo.

E Teresa finalmente tira fuori quello che prova per l’uomo che ha ucciso suo padre. E’ accecata dalla rabbia, urla per ore, fa uscire il male che si porta dentro da troppo tempo, piange senza sosta. Teresa grida finalmente al mondo il suo odio per quella persona che le ha strappato il cuore in brandelli togliendole suo padre. E si sente sollevata, quel peso che porta da anni è fuori. Teresa finalmente è libera.

Passano ancora sette mesi e Teresa, sole caldo d’estate che arriva al cuore, diventa consapevole del suo dolore, riesce ad esprimere il suo risentimento e la sua rabbia, comprende se stessa e gli altri, impara la compassione e il perdono.

Teresa ha di nuovo fiducia in se stessa. Teresa ritrova l’entusiasmo di vivere. Teresa finalmente concede a se stessa il perdono.

Teresa, occhi vivi di fiamma nuova e capelli calmi di mare d’agosto, scrive lettere a suo padre, deve dirgli tante cose, vuole che lui sappia. Scrive con gli occhi pieni di lacrime, c’è un camino acceso, e Teresa si alza dalla poltrona e va a bruciare quelle lettere. Pezzi di cenere volano in cielo, stanno andando da lui. E’ tutto finito, adesso suo padre può stare tranquillo. Teresa finalmente riesce a lasciarlo andare via.

Adesso è tempo di crescere, di essere mamma a tutti gli effetti..

Incontra sua madre, deve dirle tutto adesso, deve dirle quanto avrebbe voluto negli anni passati sentirle dire quella frase “Stai tranquilla, ce la faremo”che avrebbe messo tutto a posto ma che non era mai arrivata. Teresa chiarisce un po’ di cose con sua madre, Teresa finalmente la sente vicina.

Teresa sembra pronta, adesso, esce dalla comunità, cominciano le verifiche a casa per pochi giorni, via via sta a casa sempre di più, ma torna sempre alla sua ‘prigione’ per essere monitorata.

Però un giorno beve, di nuovo… e pensa “Non dovevo rimettere piede in quella casa”. Teresa, occhi vivi di fiamma nuova e capelli calmi di mare d’agosto, non è pronta, ha ancora troppo odio. Sua madre è tornata quella di prima, non è servito a niente il loro incontro. Torna in comunità e subisce le conseguenza della sua ricaduta.

E’ di nuovo dentro, ma riga dritto per mesi e mesi, stavolta,Teresa, e finalmente conclude il suo percorso e torna a casa con la sua famiglia…ma c’è anche sua mamma con lei e Teresa, occhi di nebbia che non vede la strada, si sente di nuovo sola. Condizionata da lei, condizionata da quella casa, Teresa ricomincia a non voler sentire e vedere, Teresa nasconde i suoi sentimenti, Teresa soffoca di nuovo tutto e ricomincia a bere. Prima di nascosto, poi viene scoperta e trova allora una soluzione alternativa: “sedativi”. Teresa perde di nuovo il controllo, si ricovera in nuove cliniche, si fa aiutare ma non vuole tornare in comunità, e precipita di nuovo in fondo al tunnel.

Trova una nuova casa per stare con la sua famiglia, finalmente lontano da quella madre che le fa tanto male, ma è tardi, troppo tardi. Lei è seduta di nuovo sul fondo del suo tunnel, da cui non vede nemmeno uno spiraglio di luce.

Teresa, occhi di nebbia che non vede la strada, è stanca, Teresa si arrende.

Teresa è di nuovo in ospedale, ha di nuovo la pancreatite. Teresa è stanca, troppo stanca di stare male.

Dicono a Teresa che rischia di perdere i suoi figli, che era stato chiamato l’assistente sociale.

E allora Teresa si sveglia dal suo incubo, “Che cazzo sto combinando?” pensa e indossa l’elmo del coraggio per combattere la sua battaglia più dura contro il suo nemico più grande, se stessa.

“Tutto il lavoro in comunità è andato perso?”

“No, non posso permettermi tutto ciò. Io sono migliore di quella che sono diventata di nuovo. Io so di poter essere diversa, di poter essere migliore”.

Ora non è più arrabbiata con gli altri, è arrabbiata con se stessa e ad un tratto Teresa si chiede se è davvero questa la vita che vuole. Ma Teresa lo sa che non è questa la vita che vuole, sa che può essere tutto diverso. Ma solo lei può cambiarla, sa che è tutto nelle sue mani, nella sua forza, nella sua volontà. E Teresa inizia a combattere, finalmente, davvero.

Prende il telefono allora Teresa, occhi di nuovo accesi e determinati, e chiama in comunità e torna dagli ‘Angeli’ perché la mano che le tendono, stavolta, la vuole afferrare sul serio. Mette da parte l’orgoglio Teresa che adesso combatte e, umile, si fa aiutare di nuovo. Ricomincia tutto dall’inizio ma stavolta è più difficile della prima. Teresa conosce già a cosa va incontro, tutto è più pesante da sopportare. E sono nuove lacrime calde di dolore, ferite che si riaprono, il pensiero costante se suo marito e i suoi figli sarebbero mai stati capaci di rivolerla a casa con loro. Ma sono dubbi solo suoi, i suoi figli non temono, i suoi figli le restano accanto, i suoi figli lottano con lei, per la seconda volta, per l’ultima volta.

Trascorre un mese a lavorare su se stessa, Teresa, a elaborare in cosa ha sbagliato, quali sono stati i suoi fallimenti, cosa realmente ha impedito che lei riuscisse a salvarsi nei tentativi precedenti. Teresa, occhi decisi di combattente, è costretta a lavorare di nuovo in gruppo, a far uscire tutto, ancora e ancora, con nuovo vigore e con rinnovato dolore. Ma Teresa, occhi accesi di guerriera in battaglia, adesso sta tornando in sé, più determinata che mai a riprendersi la sua vita, e nessuno può più fermarla. Nessuno.

Torna a casa Teresa, un mese dopo, per la verifica. Torna nella sua casa, finalmente lontana da sua madre, ed è strano come una cosa così possa darle tanta serenità, adesso. Ma è quello di cui ha bisogno, Teresa, chiudere la porta la sera e assaporare l’intimità della sua famiglia, con la consapevolezza di essere cambiata, con la lucidità di cui si era privata. E vede tutto, adesso, in una prospettiva diversa, Teresa. Adesso vede, sente, pensa, adesso è lei, solo lei, senza il mostro dell’alcool che l’aveva distrutta, che l’aveva resa incapace di affrontare gli ostacoli, che anestetizzava ogni pensiero, ogni movimento, e tutti i sorrisi.

Sente tutto adesso Teresa, tutto. La sua anima riesce a sentire ogni cosa. Ed è bellissimo.

Conclude il programma Teresa e tornano gli occhi come mare calmo d’estate e i capelli del colore delle nocciole mature che si muovono al vento. La guerra è finita. Per sempre.

Ora Teresa è finalmente una donna serena, e bella e lucida e allegra e gioiosa, e ripensa a volte a quel lungo periodo della sua vita. Ha imparato tanto, ha riacquistato valori che aveva perso, ha imparato a leggere le persone, a capire veramente come sono, cosa causa dolore all’altro. La sua è stata una potente esperienza di vita, e ringrazia adesso, con i suoi occhi come mare calmo d’estate e i capelli del colore delle nocciole mature, chi l’ha aiutata, chi l’ha supportata e sopportata, chi ha creduto in lei, quelle persone che non si sono mai arrese, e che hanno lottato non insieme a lei, ma accanto a lei.

Teresa ha visto, durante la sua battaglia, tanta gente abbandonare il programma, ha sentito di persone ricadute dell’abisso che non si sono fatte più aiutare. Lei no, lei ce l’ha fatta, ed è contenta della persona che è adesso, si sente un vulcano, non pensa più all’alcool. Adesso ha la forza per affrontare tutto, e lo fa con determinazione.

E pensa Teresa, con i suoi occhi come mare calmo d’estate e i capelli del colore delle nocciole mature che si muovono al vento, che ognuno debba reagire ai mille problemi che la vita riserva, agli imprevisti, ai dolori, alle delusioni, perché tutto fa parte della vita. Ma bisogna affrontarli, i problemi, non raggirare gli ostacoli, bisogna sbatterci con la testa, farli crollare e oltrepassarli. Si può rinascere, lei lo ha fatto. E tutti hanno il diritto di rinascere e riprendersi in mano la propria vita, qualsiasi problema essi abbiano che gliela vuole fermare, e vorrebbe adesso dare gran parte della sua determinazione a tutti coloro che ne hanno bisogno, alle tante persone che si sentono sconfitte, se potesse. Teresa con i suoi occhi come mare calmo d’estate e i capelli del colore delle nocciole mature che si muovono al vento, vede adesso la bellezza di rinascere e farcela con le proprie forze, con la testardaggine, la stessa per la quale si ha voglia di vivere.

Sembra impossibile pensare che dopo essere stati investiti da un tir mentre si attraversa distrattamente, o per volontà, si possa continuare a vivere.

E’ vero si può morire dentro. Ma si può rinascere.

Teresa è una donna di circa tren’anni, gli occhi come mare calmo d’estate, i capelli del colore delle nocciole mature che si muovono al vento…e adesso è felice.

«Ama, perdona, arrenditi alla tua Divina Presenza. Non cercare ossessivamente la pace. Non cercare immediato sollievo a una qualsivoglia sofferenza, ascoltala piuttosto, attraversala e poi lasciala andare senza resistenza.

Non cercare alcuno stato diverso da quello in cui ti trovi adesso, perché non faresti altro che alimentare un conflitto nascosto e generare nuova resistenza. Ama quel momento, nonostante tutto, perché è vero, perché ti sta insegnando qualcosa e perché lo stai creando tu, esattamente così come è.

Perdona te stesso se senti che quel sentire non è opportuno, non riflette la pace. Perdonati di non sentirti in pace. Perdonati di non sentirti un adeguato riflesso corporeo della Divina Presenza che percepisci in te, della Coscienza che sei.

Quando non opponi resistenza alla tua inquietudine tu smetti di alimentarla e come un alchimista la trasformi in pace.

La non-resistenza è la chiave alchemica della trasmutazione. Questo è il significato profondo dell’arrendersi al Momento Presente. Ogni cosa è perfetta così come è.»

“Risognare la Realtà” di Dario Canil

Elena Brilli

La cosa più bella del cadere è rialzarsi – WRITERS n. 11

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Arrivato a pochi giorni dal mio compleanno e fortemente voluto da me come mio personale regalo a me stessa, è uscito il nuovo numero della rivista WRITERS che immeritatamente dirigo, alla quale partecipo con grande passione e che costruisco, pezzo dopo pezzo, con dedizione, quasi fosse un figlio che ogni numero si genera da un sogno e al tempo lo alimenta dandogli nuova linfa.

Sono stata da subito particolarmente affezionata al tema scelto da una lettrice per questo numero, ci aveva chiesto di parlare di RINASCITA e la sfida è stata interessante, impegnativa, emozionante, faticosa, intima, bellissima.

Vi invito a dargli un’occhiata, non fosse altro che perchè, se avete letto i precedenti, questo vi dico essere il numero migliore che abbiamo prodotto finora, io insieme ai miei cari amici redattori… quindi dovete a questo punto verificare se quello che vi ho appena detto è vero oppure se io sia una imperdonabile presuntuosa!

Il link per scaricarlo è questo:

https://drive.google.com/open?id=0B36h81sAzbS9Ti1YUEwtNzlVcWs

ma vi anticipo il mio editoriale, così magari vi vien voglia di dargli un’occhiata davvero e di dirmi la vostra opinione. Fosse anche negativa, vorrebbe in ogni caso dire che in qualche modo ho destato la vostra curiosità e sarebbe un risultato comunque migliore dell’indifferenza, e un’ottima spinta a migliorare!

EDITORIALE

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E’ con grande piacere che vi presento il numero che vi accingete a leggere.

E’ per noi della redazione di WRITERS un numero importante, per una serie di motivi.

Il più importante è quello che, per la prima volta nella storia di questo esperimento creativo, il tema che abbiamo provato a trattare, ad elaborare, a sviscerare, ci è stato suggerito da voi lettori.

Questo, credetemi, è per noi motivo di vanto ed orgoglio, perché significa che in qualche modo voi lettori cominciate a pensare a questo progetto come uno spazio che possa essere anche vostro e perché vi fidate della qualità dei nostri redattori al punto da affidare ad essi la trattazione di temi a voi cari, l’esternazione di vostri pensieri, l’analisi di argomenti ai quali vi sentite affezionati.

Speriamo di non avervi deluso trattando il tema della RINASCITA come suggerito dalla nostra lettrice Aurora Autiero, che ringraziamo in modo sincero.

Da parte nostra possiamo solo dire, a nostra eventuale discolpa, che il tema proposto lo abbiamo sentito nostro, ce lo siamo cucito addosso, ci ha dato lo spunto per tirar fuori il peggio, forse, delle nostre vite e delle nostre esperienze personali, perché diventasse per noi stessi un esercizio catartico e curativo di rinascita, ognuno dalle proprie personali ceneri.

Conoscerete dunque un sacco di nuovi collaboratori che in modo spontaneo si sono proposti alla redazione con le loro elaborazioni creative del tema e, tra le righe, le nostre personali esperienze di come ognuno di noi si sia rialzato, più e più volte, con le ginocchia sbucciate e l’anima in pezzi, per tornare ogni volta a giocare al meraviglioso gioco della vita.

Siate clementi, dunque, perché mai come questa volta, all’interno di ogni singola parola che leggerete nel numero che avete tra le mani, ci sono brandelli delle nostre vite, pezzi importanti del puzzle di ognuna delle nostre esperienze, emozioni nascoste ai più, che noi stessi abbiamo avuto il coraggio di tirar fuori, esattamente come voi che ci avete proposto questo tema.

Lo scambio empatico che si è creato tra noi redattori e voi lettori per la costruzione di questo numero ha fatto sì che a questa rivista venisse affidata la storia di una vita finita in brandelli e ricostruita pezzo per pezzo, che io stessa ho avuto l’onore di riscrivere per voi, che le emozioni per gli eventi catastrofici della natura che si ribella all’uomo costruissero l’immagine estremamente poetica della nostra copertina, che poeti, scrittori e pittori affidassero alle nostre pagine la presentazione dei loro lavori, che l’attesa di leggere il frutto del nostro impegno si sia percepito tra le righe delle vostre richieste e interazioni con le nostre piattaforme mediatiche.

Non so come dirvelo meglio di così, ma noi, da questa parte, siamo molto emozionati per questo numero che viene alla luce.

Ci auguriamo che possa in qualche modo emozionare anche voi e che in modi e tempi vostri e personali possiate ritrovarvi in alcune pieghe delle nostre parole.

Perchè è vero che si inciampa da soli negli ostacoli della vita, ma una mano tesa, una parola di comprensione, un silenzio che asciuga una lacrima, aiuta a intravedere meglio ogni singolo raggio di sole che si fa strada tra le nubi più cupe.

Sarebbe un grande onore se aveste poi voglia di condividere con noi le vostre impressioni, le vostre emozioni e anche le vostre critiche, perché no.

Ci troverete sempre pronti ad accogliervi ed ascoltare ogni vostro pensiero qui:

E aspetteremo ogni nuovo spunto creativo che vorrete condividere con noi, i vostri racconti, le vostre poesie, i vostri pezzi di creatività.

Noi saremo pronti ad accoglierli e dar loro spazio nelle nostre future pubblicazioni, perché abbiamo scoperto che dialogare con voi lettori in uno scambio alla pari di parole, immagini ed emozioni ci arricchisce e ci stimola.

Per dirla in una parola sola ci piace molto questo scambio e vogliamo coltivare questa meravigliosa empatia che si è creata per la costruzione di questo numero, perché diventi una costante nella costruzione di ogni numero in futuro.

E ricordate che WRITERS può essere anche vostro, anzi che lo è, vostro.

Noi siamo solo l’umile canale attraverso il quale potete tirar fuori da voi tutto il vostro personalissimo caleidoscopio di emozioni.

Buona lettura a tutti, quindi, e ci ritroveremo ad anno nuovo, pronti a condividere con voi, come ogni volta, un nostro nuovo sogno che, ricordate, può e deve essere anche il vostro.

La direttrice

Elena Brilli

Di curve e strade, di orgoglio e malinconia

Una mattina storta, di quelle che ti svegli col mal di testa, e lo senti ancora prima di aver sollevato la faccia dal cuscino…lassù, feroce…

E provi a stare ancora ad occhi chiusi…così magari passa…e invece non passa, lui è lì…e allora ti alzi, e provi a mettere qualcosa in bocca e prepari il caffè, ma ad ogni movimento, ad ogni battito di ciglia il dolore quasi ti dà le vertigini…e poi mangi…e lo bevi il caffè…e arriva la nausea…e il moment, in dose da cavallo, il divano, la testa appoggiata e speri che passi presto…

E poi avevi fissato di raggiungere delle amiche in un punto di ritrovo vicino a casa, per andare insieme in un posto ben più lontano, in campagna, a festeggiare la primavera insieme ad altri meravigliosi amici che stanno riuscendo a portarti fuori dal guscio, a farti tornare la voglia di stare in mezzo alla gente, ti stanno aiutando a rinascere, mettendo goccia dopo goccia il concime più fertile della condivisione, alle radici della tua anima, nell’incavo più nascosto delle tue ferite…

E allora avviso che non mi sento bene, che si avviino senza di me, ma appena il moment farà il suo dovere le raggiungerò, perchè ho voglia di sorrisi, di abbracci, di festa, di primavera dentro anche se il sole non c’è e il cielo plumbeo non lascia molto spazio a raggi di calore…

Così respiro, il dolore lentamente scema, mi vesto, un velo di trucco, perchè mi fa bene, perchè me lo merito, perchè ancora non è finita la partita…e mi avventuro…

Imposto la destinazione sul navigatore…segnale GPS assente dice la signorina dalla voce meccanica…poi ogni tanto si sveglia, dando un indicazione a caso, così, dispersa nel silenzio…poi segnale assente…mi perdo…sono persa…e forse non solo per la strada…gran brutta sensazione…

Mi fermo prima dell’uscita dell’autostrada, studio la mappa…sarà complicato, lo sento, lo so…il cielo nuvoloso non aiuta l’ottimismo e infilo in luoghi sconosciuti, scarso orientamento, quasi come andare al buio…

Presto la strada lascia i centri abitati, e lo farà più e più volte a seguire…e comincia a salire il senso di smarrimento, non so dove sono, non so dove devo andare…segnale GPS assente…

E allora la mia mente comincia a vagare, nel silenzio dell’autoradio spenta per non perdere nessuno dei segnali intermittenti di vita del navigatore, nel saliscendi di curve, di tornanti, di bosco…e penso che non c’è un uomo lì con me…

Gli uomini sono più avvezzi a macchine, curve, strade, c’è da riconoscerlo oggettivamente alla categoria, ne sono appassionati fin da piccoli, dalla pista elettrificata di uno dei primi natali della loro vita, passando dai motorini dell’adolescenza, fino alle macchine sportive a prolungare nella perfezione della carrozzeria e nella pulizia degli interni il loro ego di maschi.

Noi donne siamo più avvezze a scarpe e abiti nuovi…c’è da riconoscerlo, per quanto si voglia sbandierare l’uguaglianza tra uomini e donne, non lo siamo uguali…magari ci completiamo, ma uguali proprio no…

E un uomo alla guida della mia macchinuccia vecchia e sgangherata, nella mia mattinata di ricerca di un luogo e una compagnia che sapevo mi avrebbero resa felice, ci sarebbe voluto proprio, giusto per arrivare in quell’oretta abbondante che la signorina GPS aveva annunciato alla partenza essere il tempo necessario per l’arrivo a destinazione, salvo poi mollarmi da sola come una pessima amica, di quelle stronze bene…invece delle tre ore che mi ci sono volute poi, una volta deciso che, in assenza oggettiva di un uomo, io in quel posto ci sarei arrivata, ci fosse voluta anche tutta la giornata…

Perchè io un uomo accanto lo vorrei…anche solo per circondarmi con un abbraccio la sera e dirmi che è ora di smettere, che posso fermarmi, che da lì in avanti ci pensa lui…a tutto quanto… a tutto il resto… a me…ma non ne ho bisogno…

E così andavo, alla ventura, persa, nel bosco, chiedendo indicazioni alle signore anziane vicine ai gruppetti di case che ogni tanto interrompevano la vegetazione, e tutte scuotevano la testa, mentre mi davano le loro indicazioni sconclusionate, come a dire che non ci sarei mai arrivata in quel posto, che non avevo speranza…

Ma quando tornava il bosco e la campagna, erano ulivi verdi e fiori, cespugli in rinascita e alberi dalle chiome non spoglie o verdi,  ma bianche e rosa, colorate, tinte di primavera…finalmente… a dispetto di cielo grigio e malinconia…

Ci sono arrivata alla fine…ultima, ma presente…e pronta a prendermi il mio pomeriggio di felicità, i miei abbracci, i miei sorrisi, la mia domenica, la mia partita a palla, la mia primavera, il mio squarcio di felicità.

Perchè volevo esserci…

Perchè la primavera mi appartiene e la reclamo, come mai nella mia vita prima di ora…

Perchè io la felicità me la merito, fosse anche solo uno squarcio di luce…

Perchè mi sono persa, mi perdo e continuerò a perdermi…ma alla fine, io, la strada la trovo.

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