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Punto ZERO

Era iniziato tutto con una rosa gialla incastonata in una bolla di vetro.

“Tieni, questa è per te, mettila in casa.”

“Ma…grazie! Non dovevi!”

“Non volevo presentarmi a mani vuote. Lasciala lì adesso, la guarderai meglio stasera. Vieni, ti porto al mare.”

E così si erano messi in viaggio, si erano ascoltati, interrogati, testati. Si erano scambiati l’odore della pelle, il calore dei respiri, l’emozione delle labbra, il dolore dei ricordi, l’arcobaleno dei sogni.

Il mare aveva fatto da testimone, mescolando il rumore delle onde coi loro sospiri. Il vento ancora fresco di un’acerba primavera li aveva spinti vicini.

Improvvisamente però, mentre il sole si avviava a baciare il mare all’orizzonte, il corpo di lei era crollato.

Fatica, paura, dolore.

Ospedale, dottori, aghi, visite.

I muscoli fanno i capricci, non obbediscono più. La testa anche, fa fatica a parlare, a ricordare le cose, a coordinare le mani. Il corpo quasi non si muove più.

Pensa a quell’uomo tanto speciale che la aspetta fuori dalle sale proibite del pronto soccorso, che non si merita la sua sofferenza, che rischia di perdere prima ancora di averlo veramente trovato. Pensa a suo figlio che deve accompagnare a scuola, che deve ancora crescere, che ha bisogno di lei. Pensa al suo lavoro, a come può continuare a farlo se i muscoli non tornano ad obbedire, se il cervello non torna in sesto.

Ha paura, scendono lacrime amare.

“Bisogna tenerla qui, dobbiamo capire cosa sia successo, cosa stia succedendo. C’è il suo compagno qua fuori, lo faccio entrare, così lo saluta”

Arriva quell’uomo tanto speciale da non esser fuggito da una situazione tanto paradossale quanto pesante e sussurra quasi rivelando un segreto inconfessabile di bambini:  “Ho detto di essere il tuo compagno, non mi facevano entrare altrimenti.”

“Sei incredibile. Grazie.” risponde lei chiudendo quel segreto nella cassaforte dei suoi ricordi più belli. “Nessun uomo aveva mai fatto per me quello che stai facendo tu, senza nemmeno conoscermi.” E lacrime di gioia, incontrollabile e riconoscente, si mischiano alla paura.

Verrà a trovarla quasi tutte le mattine, correndo per i kilometri che separano la sua vita dalla vita di lei chiusa in giorni e giorni di ospedale. La aspetterà di ritorno dalle visite, la accompagnerà nei primi passi incerti del suo corpo che torna lentamente ad obbedire, la farà ridere interrompendo il flusso dei pensieri che accompagnano i dubbi su quello che stia succedendo alla sua vita.

Le porta dei fiori. Nessuno le aveva portato dei fiori nemmeno il giorno che aveva partorito suo figlio. E, con una cortesia che lei non conosceva, riempie di coccole e parole dolci anche la nonnina del letto accanto al suo. Sprigiona bontà quell’uomo tanto fuori dal comune o meglio tanto diverso dal modello che lei conosceva e che aveva suo malgrado imparato a vivere.

Suo figlio le porta un libro da leggere “Un libro mamma di quelli che a me non servono. Non potevo portarti i libri belli, perchè quelli li leggo io!”

La abbraccia e le dice “Ho avuto tanta pura lo sai mamma? Quando mi hanno detto che eri in ospedale mi si è fermato il cuore…ma adesso stai bene, vero mamma?”

Sì, adesso sta bene. Starà bene presto, i dottori stanno cominciando a capire cosa abbia fatto ‘crack’ e come rimettere in sesto le cose.

Nella tarda mattinata di un sabato soleggiato i dottori le dicono che hanno capito.

Le daranno una cura, la mandano a casa.

Il panorama che ha accompagnato, fuori dalla finestra sigillata, immobile, le sue giornate di ospedale si riempie di aria.

Il sole sulla pelle è caldo, il cielo lontano è meraviglioso nelle sue sfumature di azzurro.

Respira a pieni polmoni. La grande paura è finita. Si torna a casa.

Si riparte da qui.

Da un corpo da custodire ed accudire. Da un nuovo affetto da coltivare con la pazienza con la quale si attende il germoglio di una nuova semina importante. Dalle cose belle della vita. Dalla risata di un figlio che la stringe forte. Dalle parole degli amici veri.

Punto zero.

Il viaggio riparte.

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