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In me confido

Sulla strada che faccio tutti i giorni per andare e tornare dal lavoro campeggia, all’altezza di un semaforo e posizionato in modo che in qualsiasi senso di marcia si stia viaggiando non possa sfuggirne la visione, un cartellone con un’immagine iconica del Cristo Redentore sottotitolata a caratteri cubitali dalla scritta. “Gesù in te confido”.

Io mi ritengo credente il giusto, cattolica il minimo indispensabile, ma sufficientemente cristiana da ritenere che gli insegnamenti tramandati come dettati dal Cristo siano una buona sintesi dei comportamenti atti a vivere rispettosamente in una società civile, tuttavia quel cartellone 2 metri per 1 che mi ricorda di confidare in altro da me e per di più in un’entità divina all’inizio e alla fine di ogni mia giornata lavorativa, francamente mi disturba.

Perchè sono fermamente convinta che tutto accada per una ragione, intesa non come fato o destino, ma come una ragione, un ragionamento, un lavoro di intelletto e quindi una discendenza di causa-effetto che dipende dalle continue scelte, consapevoli o meno, che si fanno in ogni momento.

Con qualche rara eccezione che riconosco soltanto nell’insorgere di malattie per le quali ovviamente non si ha, il più delle volte la possibilità di scegliere. Ma non è neanche detto che sia sempre così. Perchè accade che alcune malattie, in alcuni momenti, insorgano perchè siamo costretti o ci si costringe, ed ecco la scelta, a ritmi di vita parossistici che alla lunga indeboliscono le capacità reattive del fisico… ed ecco che a metà agosto, nel mezzo di un’estate torrida come nessuno di noi ricordi mai esserci stata in precedenza, un caro amico si trovi ad affrontare una polmonite per un banale colpo di fresco causato dai condizionatori che troppo contrastano negli ambienti chiusi rispetto alle temperature elevatissime dell’esterno. Perchè lui sì e io no? Perchè lui gestisce e si obbliga a subire livelli di stress molto più elevati dei miei. Scelte… consapevoli o meno… potrebbe essere, no? 50 e 50…

‘Confidare’ viene dal latino CUM=CON e FIDES=FEDE e significa ‘avere fede, fiducia; avere certa speranza’ (dal Dizionario Etimologico). Ecco, la fede è per me quel moto dell’anima che interviene quando la ragione non riesce a dare spiegazioni plausibili, quando, tornando indietro di scelta in scelta, non riesce a trovare la causa primigenia di tutta la cascata di effetti che hanno portato all’evento che stiamo affrontando e per il quale non si riesce a trovare razionalmente una soluzione. E allora arriva la fede a salvare il culo alla ragione, a dare una spiegazione quando una spiegazione non si trova o non si è in grado di trovarla.

Ma quando una spiegazione non si trova, il più delle volte o non si è consapevoli del percorso che ci ha portato fino a quel punto, o non si vuole esserlo…e quindi in fondo non si vuole trovare. E allora ecco che se penso alla mia condizione di donna che non riesce a trovare un uomo che voglia starle accanto, e decido di pensarci consapevolmente, l’ago della bilancia si sposta drasticamente dagli uomini che ‘sono tutti stronzi’, luogo comune comodo e fin troppo inflazionato, a me che, ogni volta che incontro una persona nuova non riesco più a non vedere attaccati su di lui tutti quei comportamenti degli uomini che lo hanno preceduto e che per me sono stati dolorosissimi e devastanti. Non è colpa, nè merito suo se, dopo la seconda o terza volta che ci vediamo si eclissa in un silenzio che odora di fuga a gambe levate, ma sono io che, buttando su uno sconosciuto tutto quello che di peggio è stata la mia esperienza con il sesso maschile (che, diciamolo, in grandissima parte è stato generato da mie scelte autopunitive per carenza tossica di autostima…), non gli lascio nemmeno la possibilità di provare a dimostrarmi che esiste un’altra via. Io scelgo, come riflesso automatico ormai, quindi in modo abbastanza inconsapevole, lì per lì, di etichettarlo come un pericolo e faccio in modo che si allontani. Sono quindi arrivata alla conclusione che mi boicotto da sola, mi proteggo, mi difendo, in un meccanismo automatico talmente perfezionato, batosta dopo batosta, da rendermi del tutto inabile a gestire una ipotetica nuova relazione. Non sono loro, il problema, sono io… ammesso e non concesso che questo sia un problema… La persona in questione dovrebbe allora scegliere di lottare a denti stretti contro i mostri del mio passato e contro il mio meccanismo automatico di difesa ad oltranza, come un novello Don Chisciotte contro i mulini a vento… accettando il rischio di perdere comunque la battaglia. E chi, oggettivamente potrebbe mai essere talmente folle da volerci anche solo provare? Non c’entrano niente il destino, la sfortuna, gli uomini sbagliati… la spiegazione di tutto sta nelle mie scelte, nelle direzioni che ho via via imposto alla mia vita. Ed è andata così. Forse non poteva andare che così. Quindi va bene così, basta esserne consapevoli.

E allora questa serie di riflessioni nascono da poche righe scritte da un’amica d’infanzia, che sul suo profilo facebook si lamentava stasera di non avere adesso la vita che avrebbe voluto e che vorrebbe, e di non meritarsi quello che ha, lasciando intendere che meriterebbe invece la realizzazione dei suoi sogni. Mentre leggevo pensavo invece che lei, come tutti, si merita invece proprio quello che ha, perchè frutto di scelte passate che, facendo prendere alla sua vita una direzione invece che un’altra, l’hanno portata ad essere quello che è adesso e a vivere la vita che vive adesso. Quindi si merita tutto, il bello e il brutto della sua vita, esattamente come me, con la differenza che io ho capito che devo essere orgogliosa di tutto quello che di bene e soprattutto di male io mi sono meritata, perchè io l’ho voluto, perchè io l’ho scelto in fondo e non ‘confido’ in niente e nessuno, se non in me…lei invece se ne lamenta.

Ma lamentarsi non ha senso oltre ad essere un assurdo spreco di energie intellettive, perchè se nella direzione che hai dato alla tua vita qualcosa non torna, bisogna ‘confidare’ in se stessi, raccogliere le forze e trascinare la tua esistenza da un’altra parte, pronti ad affrontare la medesima fatica di chi tiene il timone di una barca in un mare in tempesta lanciandola contro le onde, perchè sa che lì deve andare come unica soluzione possibile in mezzo all’inferno, e lì andrà.

Io ‘confido’ in me. I lamenti, la sfortuna, il caso, il destino, la fede, non mi appartengono più. Io governo la barca, io sono il miglior capitano possibile della mia vita, io non ho fede in nessun altro se non in me. E che Gesù, se c’è, dal suo cartellone 2 metri per 1, mi aiuti solo ad essere ‘giusta’ (Giusto: “Di persona che conforma i propri giudizi e comportamenti a criteri di equità, di imparzialità. Fondato su ragioni moralmente valide” dal Dizionario di Italiano Sabatini Coletti).

 

 

 

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Clarissa (WRITERS N.13)

Nel numero 13 di WRITERS che potete leggere e scaricare qui: https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9MWlXMnY2Ri1oNzg/view?usp=sharing

trovate il mio racconto dedicato al tema della “crescita personale”.

E’ la storia di ‘Clarissa’…un pò vera, un pò no… come tutte le storie…

Clarissa

di Elena Brilli

Clarissa è una ragazza di vent’anni, ‘una brava ragazza’ dicono di lei gli abitanti del quartiere in cui vive da sempre.

Vive coi suoi genitori e suo fratello, più piccolo di un paio di anni, e ama studiare.

Mente brillante durante gli anni del liceo, i primi anni di università avevano confermato la sua stacanovistica volontà di apprendere e di dimostrare che lo è davvero, quella brava ragazza che tutti dicono.

Le sue giornate sono divise tra lezioni e studio, incontri coi professori, esami e lezioni, ancora… ancora… e ancora.

Università, studio, esami… esami, studio, università…

Perchè “le cose o si fanno al massimo delle proprie possibilità o non si fanno”, così le aveva sempre ripetuto sua madre, fin dalla tenera infanzia, così aveva imparato a fare in ogni cosa della sua vita, così è adesso il suo modo di essere viva, vista, vissuta e riconosciuta.

Poi sua madre si ammala e succede tutto all’improvviso. Un’esame di routine rivela nei suoi esiti un ospite sgradito e pericoloso: carcinoma mammario metastatico al IV stadio.

Bisogna operare, subito.

Le giornate di Clarissa diventano allora lezioni, studio, università, esami… e ospedale.

Arrivata di corsa all’uscita di sua madre dalla sala operatoria, dopo l’ennesimo esame superato a pieni voti, la sua vita di studentessa modello si scontra con la sofferenza impressa su quel volto semicoscente, ancora immerso nell’anestesia, e con la pesante mutilazione subita.

E sono giornate di ansie, dolore, dottori, medicazioni, visite, lezioni, studio, università, esami… e panni da lavare e stirare, pasti da cucinare per suo fratello e suo padre, casa da tenere più o meno in ordine durante la convalescenza di sua madre.

Ed è chemioterapia, pesantissima, invasiva, devastante…

Sua madre perde i capelli e soffre. Passa le sue giornate abbandonata sul divano, spenta, assente, o si trascina per la casa per arrivare in bagno a vomitare. E Clarissa le tiene la testa, la sorregge in mezzo agli spasmi, la rimette in poltrona, la copre e ogni tanto interrompe i suoi studi per controllare che sua mamma respiri ancora, una volta che le convulsioni le danno tregua. Il percorso tra la sua scrivania e la poltrona dove giace sua madre, o l’involucro che ne rimane, è un incubo che ogni mezz’ora la costringe ad avvicinarsi a quel corpo esanime per accertarsi che il petto si alzi ancora tra un respiro faticoso e l’altro.

Così le sue giornate diventano sostenere sua madre, cercare di controllare, per quanto possibile, che sopravviva a quella cura che la sta uccidendo perché non la uccida il tumore, e poi, se rimane il tempo, esami, studio, università, lezioni… lezioni, università, studio, esami…

Se rimane il tempo.

Finisce la chemioterapia, ritorna il tumore, quasi uno scherzo del destino, o un suo accanimento feroce sul corpo di sua madre e sulla vita di Clarissa. Si torna in prigione…senza passare dal via…mano sfortunata nel giro di Monopoli che spesso è la vita.

Di nuovo sotto i ferri sua madre, di nuovo le giornate tornano a concludersi in ospedale, dopo le lezioni, l’università, lo studio, gli esami e la casa da tenere in ordine.

Si ricomincia con la chemioterapia, e stavolta non è un ciclo solo ma tre, pesantissimi, invasivi, devastanti. Stroncano ogni resistenza del tumore, forse… Di sua madre, di sicuro…

Per la prima volta nella sua vita Clarissa, tra uno spasmo di vomito e l’altro, vede sua madre piangere e implorare che finisca tutto.

Io l’ho fatto per voi, per il babbo, per te e tuo fratello… ma se dovesse tornare un’altra volta io non lo faccio più, non chiedetemi di farlo di nuovo…” è la resa definitiva che Clarissa raccoglie dalle labbra di sua madre prima di sorreggerla di nuovo mentre il corpo sfinito si scuote a vomitare ancora.

Sua madre smette di lavorare, una ‘finestra’ per il pensionamento anticipato si apre sulla sua quasi quarantennale carriera di insegnante, suo padre lavora molto meno per poter seguire sua moglie dentro e fuori dagli ospedali, le giornate di Clarissa sono ancora lezioni, università, esami, studio, casa da tenere in ordine… ma cominciano a mancare i soldi.

Suo fratello è più piccolo e merita di studiare… accidenti se lo merita… molto più di lei, forse.

E allora Clarissa decide di togliere un peso a quel bilancio familiare che comincia a dare segni di cedimento e che non può più permettersi di mantenere due figli all’università.

Clarissa inizia a lavorare nella ristorazione di un grande centro commerciale, e le sue giornate sono adesso lezioni, università, studio, esami… e lavoro, tutte le sere, dalle 20 a mezzanotte e a giornate intere nei fine settimana.

Usa la macchina che divide con suo fratello, la porta la mattina presto vicino al suo posto di lavoro, prende l’autobus, va a lezione, passa la giornata all’università, torna indietro in autobus al tramonto, riprende la macchina, va al lavoro, torna a casa, sistema casa, studia… se ce la fa.

E avanti così per mesi e mesi, si addormenta in aula un paio di volte, è costretta a saltare esami ed incontri coi professori perché non riesce tutte le volte a spostare gli orari dei suoi colleghi…

Clarissa accelera… lo studio rallenta.

Poi suo fratello comincia a brontolare perché Clarissa è costretta a tenere sempre la macchina, ma lui è un ragazzo giovane e ogni tanto la sera vorrebbe uscire con gli amici.

Ha ragione lui, ovviamente, e d’altronde lei lavora adesso e può comprarsi la sua prima macchinuccia tutta sua.

Così fa, Clarissa, e nello stipendio suo lavoretto part-time deve entrarci adesso anche la rata della macchina e l’assicurazione, oltre alle tasse universitarie e le spese per gli esami.

Sua madre sta un po’ meglio, però, e Clarissa pensa che in fondo ce la po’ fare ad andare avanti così, tra lezioni, università, esami, studio, lavoro, casa da rassettare e soldi da gestire.

Nell’estate dei suoi 25 anni, però, Clarissa, nonostante i suoi sforzi e il tremante e faticosissimo equilibrio che ha dato alla sua vita, si accorge che deve lavorare di più, perché a settembre ci sono le tasse universitarie da pagare e anche l’assicurazione della macchina, e tutti quei soldi lei non li ha. E a settembre il suo contratto scadrà.

Così le sue giornate diventano, in quell’estate calda, un nuovo lavoro la mattina, una corsa in facoltà, lezioni, studio, università, esami… sempre meno per la verità… poi una corsa al suo solito lavoro la sera, fine settimana compresi.

Non ce la fa più, Clarissa, non regge più quella vita, se ne è accorta da un pezzo, lo sa bene, ma deve andare avanti, le mancano così pochi esami a finire…sua madre sta meglio, deve farcela… anche per lei.

Arriva settembre e scadono i contratti, tutti e due… ma Clarissa deve lavorare, non può più smettere… chi può pagare le sue spese se smette di studiare? Chi pagherà adesso le tasse universitarie e gli esami, e le spese per la sua macchinuccia?

Arriva insperata una proposta di un lavoro nuovo, tutto il giorno, le classiche otto ore da passare in ufficio, bloccata dietro ad una scrivania.

Clarissa accetta, può continuare a studiare, andrà in facoltà molto meno di prima, ma se vuole ce la può fare.

Ci crede Clarissa, e continua a pagare le tasse universitarie per altri tre anni, senza più riuscire ad andare in università, senza più nessun esame.

Clarissa rinuncia agli studi, sono passati cinque anni dal giorno in cui è cambiato tutto, sua madre sta bene, è sopravvissuta al tumore e alla chemioterapia.

La sua vita ha cambiato strada… Clarissa è diventata grande, si vede che doveva andare così.

Forse, è così che si diventa grandi… scegliendo la cosa giusta da fare in ogni momento, l’unica cosa possibile per andare avanti.

Elena Brill

Vento capriccioso

(“La vertigine del vento” di Stefano Iori)

.

Vento capriccioso

In un giorno d’aprile

Punge come coda d’ inverno

Odora di primavera

Che tarda a venire.

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Agita i capelli

Irrita i pensieri

Passa lesto

Tra le fessure

Di un’anima in risveglio.

Fastidioso.

Insolente.

Briccone.

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Come un bimbo

Nascosto tra le pieghe

Di una gonna di donna

Scova desideri nascosti

Sogni dimenticati ridesta.

.
Mescola le carte

Di una vita che si aggiusta

Con mani di un gioco

Senza fortuna di sorta

Per barare e tornare a burlarsi

Di scelte nuove in giorni persi.

.
Arriva la primavera con pungenti folate di gelo

A ricordar che l’inverno c’è stato

Ma anche stavolta è passato.

E.

OGNI VITA RIDUCE LE INFINITE POSSIBILITA’ A UNA: IL NULLA.

29/09/08 notte, come sempre…

La cosa veramente assurda di questo trascinarsi di giorni è che non c’è rimedio alla solitudine.

E’ una condizione che ero convinta di subire, di meritare, quasi una punizione per una mia malefatta di cui non avevo memoria ma che avevo combinato in questa o in vite precedenti di cui ero all’oscuro…

In realtà non è assolutamente una mia “colpa”, anzi sicuramente è una conseguenza, la più logica conseguenza di una serie di scelte.

Sto imparando a conoscerla, la mia solitudine, non mi spaventa più come in passato, mi ci sto abituando e, sì, comincia a piacermi.

Ma la vera domanda è un’altra, credo…e cioè come si spiega che non esista una persona, un uomo, che abbia il piacere di avermi accanto, di trascorrere del tempo con me…preciso, di trascorrere del tempo con me al di fuori della mia camera da letto… che abbia voglia di uscire con me, di portarmi ad un cinema o a cena…o semplicemente a fare una passeggiata?

Ho pensato a lungo che ci fosse qualcosa in me di sbagliato, e invece no!

Io non ho assolutamente niente di sbagliato, non c’è niente che dovrei fare diversamente da come faccio.

Senza falsa modestia credo di essere una grande piccola donna che da qualche mese ha tirato fuori il coraggio, si è presa la sua vita in mano e se la vive, la sceglie. Non la trascina, ma detta le regole, e per le tante cose che ancora non vanno cerca di farsi andare bene le situazioni attuali, con l’obbiettivo sempre ben presente di cambiarle o migliorarle se vanno strette o se sono costretta a mettere gli spilli per tener su i pantaloni o stringere la camicetta che per il momento è la mia divisa, la mia maschera.

Il problema in tutta questa storia non sono io. Il problema sono gli altri.

E sai qual è la cosa più grave? E’ che sto imparando piano piano a non credere più alle promesse o alle parole, così la delusione è sempre minore.

La cosa peggiore che può accadere è che perda la speranza che le cose nei rapporti con gli uomini possano ancora essere diverse da così.

Ma non l’ho gia persa la speranza?

                               “

Ho sempre avuto il vizio di scrivere. Anche prima di avere questo spazio virtuale da riempire di parole ero solita appuntare pensieri sparsi su un quaderno che conservo gelosamente in un angolo della mia libreria e sulla cui copertina campeggia la frase “Ti amo sopra ogni cosa”…consiglio, monito, mantra, sintesi, obiettivo…chissà.

Mi è capitato per le mani qualche sera fa, per caso, e si è aperto sulla pagina che ho trascritto sopra. 

Risale a nove anni fa, diverse vite fa, diverse esperienze fa, diverse cadute e risalite fa.

Eppure avrei potuto scriverlo oggi.

La cosa mi ha sconvolto.

Non tanto per il contenuto, che condivido tutt’ora, ma perchè ogni mio sforzo di crescita di questi nove anni alla fine non è servito a niente, sono sempre ferma lì, sono ancora quella donna lì, solo qualche anno più vecchia.

Le persone non cambiano, ne sono fermamente convinta. Credevo di essere cambiata un pò io, segnata e rafforzata dalle cicatrici di tante cadute. Ebbene non è così. E un pò mi tira il culo.

Evidentemente le cose della vita, le esperienze, i pensieri, le scelte, “fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Evidentemente io SONO quel groviglio di cose lì, quell’insieme di pensieri lì, quella manciata di parole lì, quel mucchio di scelte lì. E non ha senso, forse, scappare da esse o tentare di cambiarle. 

Un anno prima ancora, dieci anni fa, mi appuntavo un pensiero letto su un numero della rivista Vanity Fair. Non ho segnato l’autore a suo tempo, non sono riuscita a ritrovarlo adesso. 

27/08/07

ALLA FINE, LA VITA CHE ABBIAMO AVUTO E’ LA SOLA POSSIBILE, NON SOLTANTO LOGICAMENTE.

CI APPARTIENE.

LE SCELTE CI HANNO SCELTO, NON SONO STATE PRODOTTE DA UN OSCURO LAVORATORE CINESE, MA DA UNA ZONA, OSCURA O CHIARA, DENTRO DI NOI.

ANDIAMO VERSO IL NOSTRO DESTINO, PASSO DOPO PASSO, SOMMANDO UNA DECISIONE ALL’ALTRA, SBAGLIANDO COMPAGNO O COMPAGNA, RECIDIAMO IL LEGAME, COMMETTIAMO ALTRI ERRORI PERCHE’ SIAMO SOPRAVVISSUTI E QUINDI POSSIAMO RIFARLO, NIENTE E’ COSI’ GRAVE.

SI POSSONO ANCHE AVERE IDEE CONFUSE, MA PER ESSERE IN DUE BISOGNA ALMENO CONDIVIDERE LA STESSA CONFUSIONE, NON ABITARNE UNA DIVERSA.

OGNI VITA RIDUCE LE INFINITE POSSIBILITA’ A UNA: IL NULLA.

                                      “

Forse forse, chiunque sia l’autore di questa epigrafe sulla tomba di ogni possibile sforzo di cambiamento del proprio percorso, ci vede davvero lungo.

Forse forse la cosa migliore da fare è lasciare che tutto scorra, senza opporre resistenza. E’ solo fatica sprecata.

Ma se non ne hai voglia, perchè ci vai?

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(immagine dal web)

Metti una sera al cinema, con l’amica più preziosa che ho…non capitava da un sacco di tempo…

Metti un film italiano del 2015, candidato a ben 16 David di Donatello…e metti che con il cartone animato di Jeeg Robot ci sei cresciuta, dividendo l’unica televisione di casa, nel cuore degli anni ’80, con tuo fratello…a giorni alterni, quindi, robot e principesse…che poi diventavano solo robot per lo più, decisamente più interessanti delle storie melense delle principesse…

Il film si intitola Lo chiamavano Jeeg Robot, osannato dalla critica, un misto tra fumettone americano e neorealismo italiano, molto molto bello e in grado, stranamente, di soddisfare la quasi totalità delle aspettative, poste, come spesso accade quando si vanno a vedere i film italiani, ad un livello decisamente più alto di quello che invece ti aspetti dalla filmografia di oltreoceano.

Sala piccola, ma gremita, nonostante siano probabilmente gli ultimi giorni di programmazione.

Accanto a me, a destra la mia anima affine femminile, a sinistra uno sconosciuto ragazzo, più o meno della mia età, a occhio, la dolce metà diuna donzella che a sua volta era seduta alla sua sinistra.

Ecco, la cosa sconvolgente, è stata che il suddetto maschio alfa della coppia seduta accanto a me si è russato l’intero film, a partire più o meno dal minuto 5…

Le uniche parole che, quando si sono accese le luci nell’intervallo, ho sentito distintamente pronunciare con voce roca, a interrompere le russate, sono state “Madonna che abbiocco che m’è preso!”

“Eh, me ne sono accorta anch’io!” avrei voluto rispondergli ironicamente…

Ecco, una cosa insopportabile…

Ora dico io, ma se non c’avevi voglia di accompagnare la tua dolce metà al cinema o le abbuffate pasquali ti avevano appesantito, o ancora quello che la donzella aveva intenzione di vedere non ti interessava per niente, non facevi meglio a dirglielo a quella povera stella della tua fidanzata, invece di dormire al cinema?

Scommettiamo che se fosse uscito a bere con gli amici tutto avrebbe fatto fuorchè dormire, il maschio alfa bello addormentato nel bosco?

Non voglio dire che a me non capita di addormentarmi mentre guardo un film, ma sono a casa, stanca morta, sul divano, mi sdraio, mi metto la coperta sulle spalle…e zac…nanna… e di quella pesa anche…

Ma se mi son presa la briga di uscire di casa, di prendere la macchina, di guidare fino alla sala più vicina, ho scelto un titolo, ho pagato un biglietto e mi sono accomodata sulle poltrone, che per me sono anche scomode, visto che non tocco i piedi in terra e per buona educazione non posso metterli incrociati sulla seduta…e allora porca miseria non dormo…neanche se mi trovassi a vedere un mappazzone di quelli alla Kurosawa.

Perchè, se fossi stato il mio di ragazzo e mi fossi accorta che russavi già dal minuto 5, ti avrei tenuto sveglio a gomitate nelle costole…e il viaggio di ritorno a casa sarebbe stato costellato di un’unica insistente domanda: “Ma per quale accidenti di motivo non me lo hai detto che non c’avevi voglia? Che al cinema ci andavo da sola e almeno mi evitavo il sottofondo russante, che magari non era il massimo nemmeno per le altre persone che erano in sala con noi?”

Mi sono trovata a più riprese, durante la proiezione del film, a pensare che tutto sommato, stare da sola e non avere un uomo nella mia vita qualche vantaggio ce l’ha…almeno di sicuro l’uomo che russa accanto a me NON E’ il mio uomo…

“Caro, andiamo al cinema stasera?”

“NO, TESORO, NON MI VA”

Provateci, cari maschietti, è facile…e sinceramente è anche più onesto…per la vostra dolce metà… e anche per voi stessi…

E per quegli sconosciuti che vi trovereste accanto durante il vostro pisolino, sappiate che l’audio del film ne trarrebbe sicuramente beneficio…

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