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Cocco e frutta

La spiaggia è un posto strano, ci si adagiano i corpi di bambini morti portati dal mare di terre lontane, ci si adagia la parte fortunata del mondo per passare le sue vacanze al sole.

C’ero anch’io, adagiata (poco per la verità… son sempre stata allergica allo star sdraiata come balena spiaggiata, e da qualche anno sono allergica per davvero al sole, mi ricopro di bolle nonostante la protezione 50) su una spiaggia della riviera romagnola per far passare al mio pulcino un pò di tempo al mare, per vedere se si riesce a schivare, nel lungo inverno che arriverà, almeno un’influenza.

C’erano chiasso, musica, colori, corpi, storie, vite varie sotto gli ombrelloni, e venditori ambulanti a passeggio, ognuno con le proprie cianfrusaglie da vendere, ognuno con la propria personale invenzione di business per arrivare alla fine della giornata con qualche soldo in tasca, magari da mandare alla propria famiglia in terre lontane, magari per iniziare con il duro ‘lavoro’ di un’estate un nuovo progetto di vita a stagione finita.

C’era un ragazzo dagli occhi verde-blu, di una bellezza impressionante, giovane, magnetico, che vendeva il cocco e gli spiedini di frutta, su e giù tutto il giorno dal grattacielo di Cesenatico a Zadina, almeno quattro km, a occhio, due volte la mattina due volte la sera.

Il mio cucciolo era attratto dalle sue urla “Alè cocco! Cocco e frutta, cocco!”, stranamente composte, non sguaiate, poco fastidiose, merito anche, forse, di un fortunato tono di voce.

Appena lo sentiva mi diceva “Mamma senti, c’è il cocco!”

Io gli chiedevo: “Lo vuoi?”

Lui: “Sì!”

E io: “Corri, vai a dirglielo, fallo venire qui che te lo prendo!” e glielo dicevo perchè deve imparare a lavorare per ottenere le cose che desidera, e andare a chiamare il venditore di cocco era la sua parte di lavoro per avere la sua merenda.

Così il pulcino partiva con le sue gambette tra gli ombrelloni, lo chiamava, lo aspettava, lo accompagnava dove ero io, all’ombra, sotto un ombrellone defilato rispetto al percorso dritto della sua traiettoria giornaliera di ‘lavoro’.

Arrivava, faceva scegliere al mio bambino il pezzo che voleva, e beveva un pò di acqua che gli offrivo, ringraziandomi ogni volta, e un sacco di volte, perchè era faticoso andare su e giù sulla spiaggia per km e km tutti i giorni e tutto il giorno.

Giorno dopo giorno raccontava un pezzo di sè.

Così mi diceva che la sera era molto stanco, e il più delle volte andava a letto distrutto dalla giornata sotto il sole…ma se aveva conosciuto delle ragazze e lo invitavano ad uscire allora si faceva forza, si cambiava, e ci usciva con le belle ragazze.

Così mi diceva che questa estate la passava così perchè poi in autunno sarebbe andato a Brescia, ospite da una sua zia, per cercare di trovare un lavoro vero. Perchè da dove viene lui di lavoro non ce n’è, ed è un disastro essere giovani laggiù.

L’ultimo giorno lo abbiamo salutato con una promessa, e cioè che il prossimo anno lo vogliamo rivedere su quella spiaggia, ma in vacanza però, come noi, non a vendere il cocco (il che vorrebbe dire che un lavoro quel ragazzo alla fine lo avrà trovato…), ma il mio bambino, l’ultimo giorno, lo ha rincorso ancora una volta per dirgli: “Il prossimo anno tu devi essere qua in vacanza come noi, però il cocco a me lo porti tu, va bene? Solo a me, va bene?”

C’era un ragazzo dagli occhi verde-blu, di una bellezza impressionante, che vendeva il cocco sulla spiaggia.

Non era un’immigrato, non era un extracomunitario.

È calabrese, è italiano, e ha solo 22 anni.

Si chiama Simone.

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Ode al coraggio

Porta_per_l__Europa

(immagine dal web)

 

Muoiono in tanti

lasciano lidi di stenti,

poi notte onde mare freddo paura attesa

 

Una luce, si tendono ad essa 

poi acqua, ovunque, che strappa la vita

mentre invade sogni speranze cammini respiri lacrime

 

Muoiono salvando

per noi il coraggio

di non darsi per vinti mai

 

Rimane per noi l’onore

di provare a vivere 

con la fortuna che abbiamo 

 

Di essere vivi

di qua

oltre la notte e il mare

 

E ora silenzio.

Sotto il vestito…(esercitazione…)

(Premetto che è un racconto completamente inventato e partorito dalla mia fantasia…nessun riferimento volontario a fatti o persone reali…)

 

La doccia calda le aveva lasciato la pelle profumata e morbida…avvolta nell’accappatoio, i capelli bagnati e ribelli, pensava a cosa avrebbe potuto mettersi quella sera, per incontrarlo…voleva essere perfetta…voleva essere bella, sentirsi bella…per lui…

Aveva comprato qualche giorno prima uno splendido completo intimo in pizzo, decori barocchi accarezzavano la pelle liscia e mentre osservava la sua immagine riflessa nello specchio immaginava le sue mani, la pressione dei polpastrelli, il calore carico di promesse diffondersi in ogni cellula del suo corpo…il respiro corto…l’eccitazione raggiungere i punti più segreti…

E’ arrivato a prenderla, euforia irreale, adrenalina di bimba alla scoperta di un nuovo mondo…

Ristorante, vino… cena, vino…dolce, vino…locale, musica, luci…vino, vino, vino…

Passeggiano, il vialetto sull’argine del fiume è buio e deserto…il passo incerto, le mani non trovano altre mani che già si insinuano sotto il vestito…chiede di smettere…vuole andare a casa…

La spinge…cade… la violenza dei gesti strappa gli abiti, il pizzo, la verginità, i sogni… rimangono urla al vento soffocate dal pianto…

Sotto al vestito sognava mani calde e un abbraccio familiare davanti al frigo per fare colazione… le membra affamate dall’amore vissuto, consumato, assaporato fino allo stordimento dei sensi…

Sotto al vestito le rimaneva anima lacerata e dolore…un cuore grondante di lacrime…

E già arrivava il giorno… 

E.