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Di curve e strade, di orgoglio e malinconia

Una mattina storta, di quelle che ti svegli col mal di testa, e lo senti ancora prima di aver sollevato la faccia dal cuscino…lassù, feroce…

E provi a stare ancora ad occhi chiusi…così magari passa…e invece non passa, lui è lì…e allora ti alzi, e provi a mettere qualcosa in bocca e prepari il caffè, ma ad ogni movimento, ad ogni battito di ciglia il dolore quasi ti dà le vertigini…e poi mangi…e lo bevi il caffè…e arriva la nausea…e il moment, in dose da cavallo, il divano, la testa appoggiata e speri che passi presto…

E poi avevi fissato di raggiungere delle amiche in un punto di ritrovo vicino a casa, per andare insieme in un posto ben più lontano, in campagna, a festeggiare la primavera insieme ad altri meravigliosi amici che stanno riuscendo a portarti fuori dal guscio, a farti tornare la voglia di stare in mezzo alla gente, ti stanno aiutando a rinascere, mettendo goccia dopo goccia il concime più fertile della condivisione, alle radici della tua anima, nell’incavo più nascosto delle tue ferite…

E allora avviso che non mi sento bene, che si avviino senza di me, ma appena il moment farà il suo dovere le raggiungerò, perchè ho voglia di sorrisi, di abbracci, di festa, di primavera dentro anche se il sole non c’è e il cielo plumbeo non lascia molto spazio a raggi di calore…

Così respiro, il dolore lentamente scema, mi vesto, un velo di trucco, perchè mi fa bene, perchè me lo merito, perchè ancora non è finita la partita…e mi avventuro…

Imposto la destinazione sul navigatore…segnale GPS assente dice la signorina dalla voce meccanica…poi ogni tanto si sveglia, dando un indicazione a caso, così, dispersa nel silenzio…poi segnale assente…mi perdo…sono persa…e forse non solo per la strada…gran brutta sensazione…

Mi fermo prima dell’uscita dell’autostrada, studio la mappa…sarà complicato, lo sento, lo so…il cielo nuvoloso non aiuta l’ottimismo e infilo in luoghi sconosciuti, scarso orientamento, quasi come andare al buio…

Presto la strada lascia i centri abitati, e lo farà più e più volte a seguire…e comincia a salire il senso di smarrimento, non so dove sono, non so dove devo andare…segnale GPS assente…

E allora la mia mente comincia a vagare, nel silenzio dell’autoradio spenta per non perdere nessuno dei segnali intermittenti di vita del navigatore, nel saliscendi di curve, di tornanti, di bosco…e penso che non c’è un uomo lì con me…

Gli uomini sono più avvezzi a macchine, curve, strade, c’è da riconoscerlo oggettivamente alla categoria, ne sono appassionati fin da piccoli, dalla pista elettrificata di uno dei primi natali della loro vita, passando dai motorini dell’adolescenza, fino alle macchine sportive a prolungare nella perfezione della carrozzeria e nella pulizia degli interni il loro ego di maschi.

Noi donne siamo più avvezze a scarpe e abiti nuovi…c’è da riconoscerlo, per quanto si voglia sbandierare l’uguaglianza tra uomini e donne, non lo siamo uguali…magari ci completiamo, ma uguali proprio no…

E un uomo alla guida della mia macchinuccia vecchia e sgangherata, nella mia mattinata di ricerca di un luogo e una compagnia che sapevo mi avrebbero resa felice, ci sarebbe voluto proprio, giusto per arrivare in quell’oretta abbondante che la signorina GPS aveva annunciato alla partenza essere il tempo necessario per l’arrivo a destinazione, salvo poi mollarmi da sola come una pessima amica, di quelle stronze bene…invece delle tre ore che mi ci sono volute poi, una volta deciso che, in assenza oggettiva di un uomo, io in quel posto ci sarei arrivata, ci fosse voluta anche tutta la giornata…

Perchè io un uomo accanto lo vorrei…anche solo per circondarmi con un abbraccio la sera e dirmi che è ora di smettere, che posso fermarmi, che da lì in avanti ci pensa lui…a tutto quanto… a tutto il resto… a me…ma non ne ho bisogno…

E così andavo, alla ventura, persa, nel bosco, chiedendo indicazioni alle signore anziane vicine ai gruppetti di case che ogni tanto interrompevano la vegetazione, e tutte scuotevano la testa, mentre mi davano le loro indicazioni sconclusionate, come a dire che non ci sarei mai arrivata in quel posto, che non avevo speranza…

Ma quando tornava il bosco e la campagna, erano ulivi verdi e fiori, cespugli in rinascita e alberi dalle chiome non spoglie o verdi,  ma bianche e rosa, colorate, tinte di primavera…finalmente… a dispetto di cielo grigio e malinconia…

Ci sono arrivata alla fine…ultima, ma presente…e pronta a prendermi il mio pomeriggio di felicità, i miei abbracci, i miei sorrisi, la mia domenica, la mia partita a palla, la mia primavera, il mio squarcio di felicità.

Perchè volevo esserci…

Perchè la primavera mi appartiene e la reclamo, come mai nella mia vita prima di ora…

Perchè io la felicità me la merito, fosse anche solo uno squarcio di luce…

Perchè mi sono persa, mi perdo e continuerò a perdermi…ma alla fine, io, la strada la trovo.

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Come ai vecchi tempi

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(immagine dal web)

E’ sera, abbiamo appena finito di cenare…

Dalla porta giunge un bussare leggero…timido…

Mi avvicino e apro, lasciando la porta socchiusa, chè sennò mi scappano i gatti…

Mio figlio gioca sul divano… ho messo i piatti nel lavello e devo rigovernare…

E’ un ragazzetto biondo, esile, di 10 anni, uno dei bimbi delle case vicine, in questo borghetto affacciato su una stradina stretta, senza sfondo.

La voce è bassa…conferma la timidezza delle nocche che battevano sulla porta poco prima…

“Può venire Elio a giocare?” mi chiede abbassando lo sguardo…

Io rispondo che “sì, può venire”…ma devo rigovernare…mi giro…chiedo a Elio se vuole andare a giocare con i bimbi nella strada, e lui molla il tablet, alza le braccia e grida felice “Sììììììì!!!”

Mi arrendo… chiudo l’acqua, porto fuori mio figlio…e c’è il biondino esile, la bimbetta dallo sguardo furbo della dirimpettaia, un paio di ragazzi più grandi, il figlio grassottello e pestifero della signora della casa in fondo…e una palla…

Mi abbasso, guardo Elio negli occhi e con l’indice puntato al naso lo istruisco: “Stai insieme ai ragazzi più grandi, io sono dentro, devo rigovernare, ma sento la tua voce e non voglio che ti allontani…capito?”

Lui, guardando la palla mi risponde con la testa…Avvicino il dito…e allora si affretta a dire sbiascicando e già scattando verso la palla “Sì mamma! Ho capito…”

Ci sono due anziane signore che frescheggiano di fronte alla porta della casa vicina. Mi avvicino a loro e chiedo: “Me lo tenete d’occhio per qualche minuto? Rientro in casa, ho messo l’acqua, devo rigovernare…”

“Certo, vai! Te lo guardiamo noi!” Mi rispondono.

Rientro…l’orecchio teso…che non perde un decibel della voce di mio figlio…ha solo 5 anni ed è insieme a un 4, un 10, un altro 10 e a un paio di 12-13 massimo…

Ma sono felice da una parte…che fortuna che possa giocare in strada, come ai vecchi tempi…come ho fatto io!

La palla rimbalza…batte sulle macchine parcheggiate, ma nessuno se ne cura…e loro giocano, gridano, ridono…

Ragazzi, quanta bellezza i bambini che giocano…

Dall’altra mi rendo conto che il mio cucciolo sta crescendo…e lentamente ‘devo’ perderlo di vista…e un pò me ne dispiace…è la concretizzazione del tempo che passa e lo rende grande…

Rimane il mio orecchio teso…rimarrà sempre…