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Quando il Bianconiglio insegue un lavoro

All’interno della meravigliosa iniziativa dell’E-Zine “Il mondo in un Blog”, io sono la redattrice di una rubrica che non poteva che intitolarsi “Inseguendo il Bianconiglio”.

All’interno del terzo numero de “Il mondo in un Blog”, che potete leggere e scaricare qui: Il-mondo-in-un-blog-FEBBRAIO-MARZO, quello che segue è il mio articolo.

Buona lettura e andate a leggerla tutta la rivista, è piena di scritti meravigliosi di chi sa scrivere per davvero!

Un abbraccio a tutti e, se vi va, scrivetemi, in modo che possa tener viva la rubrica anche con i vostri suggerimenti!

Quando il Bianconiglio insegue un lavoro

Arriva un momento nella vita in cui non rimane altro da fare che percorrere la propria strada fino in fondo. Quello è il momento d’inseguire i propri sogni, quello è il momento di prendere il largo, forti delle proprie convinzioni. Quando piombi nella disperazione più cupa, ti si offre l’opportunità di scoprire la tua vera natura. Proprio come i sogni prendono vita quando meno te lo aspetti, così accade per le risposte ai dubbi che non riesci a risolvere. Lascia che il tuo istinto tracci la rotta per la saggezza, e fa che le tue paure siano sconfitte dalla speranza. La maggior parte di noi non è preparata ad affrontare i fallimenti ed è per questo che non siamo capaci di compiere il nostro destino. E’ facile sfidare quel che non comporta alcun rischio.

La scoperta di nuovi mondi non ti porterà solo felicità e saggezza, ma anche tristezza e paura: come puoi apprezzare la felicità, senza sapere che cos’è la tristezza? Come puoi raggiungere la saggezza, senza affrontare le tue paure? Alla fine, la grande sfida della vita consiste nel superare i nostri limiti, spingendoci verso luoghi in cui mai avremmo immaginato di poter arrivare.

I sogni sono fatti di tanta fatica. forse, se cerchiamo di prendere delle scorciatoie, perdiamo di vista la ragione per cui abbiamo cominciato a sognare e alla fine scopriamo che il sogno non ci appartiene più. Se ascoltiamo la saggezza del cuore il tempo infallibile ci farà incontrare il nostro destino. Ricorda: “Quando stai per rinunciare, quando senti che la vita è stata troppo dura con te, ricordati chi sei. Ricorda il tuo sogno”.”

Sergio Bambarèn “Il delfino – i sentieri del sogno portano alla verità”

La citazione che riporto in apertura di questo articolo racchiude in se tutto quello che questa rubrica rappresenta per me, e mi auguro possa rappresentare per voi.

Così ho deciso di raccontarvi il mio ultimo inciampo nel fallimento e come il ‘tempo infallibile’ mi ha fatto incontrare il mio destino, almeno per quanto riguarda il momento attuale della mia vita che mi trovo giorno dopo giorno a costruire…

Dunque, è successo che avessi firmato il contratto per la mia nuova casetta in affitto intorno alla metà del mese di settembre dello scorso anno e dopo aver faticato a lungo per renderla abitabile per me, il mio bambino e i miei due gattuzzi pelosi, vi fossi rientrata i primi giorni del mese di ottobre.

È successo poi che intorno alla metà dello stesso mese un mio carissimo amico dell’università, con il quale avevo diviso le fatiche e le gioie di tanti esami della mia vita passata di studentessa modello, si facesse vivo dopo oltre cinque anni di silenzio reciproco, in cui ognuno di noi due aveva intrapreso la propria vita di inciampi, i miei, e successi, i suoi, per chiedermi come fosse messa la mia situazione lavorativa in quanto lui aveva bisogno di una persona che lavorasse con lui.

È successo che io gli avessi risposto che non andava poi male, avevo un contratto a tempo indeterminato con un importante azienda internazionale, ma, essendomi appena trasferita, e avendo un pò di tempo libero dato che il contratto prevedeva poche ore settimanali, avremmo potuto comunque parlarne davanti ad una tazza di tè.

È successo poi che alla fine del mese di ottobre la mia splendida azienda internazionale decidesse di chiudere il negozio per il quale lavoravo, comunicando a me e alle colleghe l’intenzione di procedere al licenziamento che sarebbe improcrastinabilmente avvenuto intorno alla metà del mese di dicembre scorso.

È successo allora che io avessi immediatamente ricontattato quel mio caro amico e, ancora sotto shock per la notizia cocente, inaspettata, imprevedibile, devastante, gli avessi detto che la mia disponibilità ad ascoltare la sua proposta di lavoro era diventata, da un momento all’altro e mio malgrado, totale, quasi incondizionata e con carattere di estrema urgenza.

È successo allora che un pomeriggio lo raggiungessi all’interno della sua azienda, che nel tempo del nostro perdersi di vista è accaduto che diventasse fiorente, rigogliosa e in cerca di nuova forza lavoro, riabbracciandolo dopo tanto tempo e ascoltando, con orecchi attenti e pensieri che avevano già preso la decisione di accettare, quasi a scatola chiusa, la sua proposta del lavoro che lui aveva deciso di offrire a me, perché il caso aveva voluto che lui avesse pensato proprio a me, e chissà perché proprio a me, per ricoprire il ruolo che necessitava all’interno della sua azienda, all’interno di quel piccolo mondo produttivo che lui era riuscito a mettere in piedi nel tempo in cui io mi perdevo in relazioni sbagliate.

È successo quindi che io accettassi, con gratitudine immensa e riconoscenza infinita, e che lui fosse altrettanto grato e riconoscente a me, secondo un meccanismo che ancora oggi non riesco a spiegarmi, e che iniziassi questa nuova avventura ancor prima che finisse, nella più mesta delle giornate pre-natalizie di dicembre quella che aveva costituito il fulcro della mia vita produttiva fino a che qualcuno non aveva deciso la sua conclusione al posto mio.

Succede quindi adesso che io usi le mie mani e la mia mente per tagliare tessuti e pelli perché con il lavoro sapiente di altre figure professionali diventino borse, e vi confesso che non avevo mai fatto questo lavoro, ma imparo, mi rimbocco le maniche, e nel mio piccolo affronto le mie paure legate al costante senso di inadeguatezza e cerco di superare i miei limiti ogni momento.

E niente sul finire dell’estate avrebbe mai potuto farmi pensare che l’avvicendarsi delle mie giornate avrebbe preso da lì all’inizio del nuovo anno una direzione tanto diversa da quella routine che scandiva le mie giornate fino a questi ultimi eventi.

Sono cambiati i ritmi, le situazioni, le prospettive, le aspettative…una piccola grande rivoluzione delle abitudini, dei luoghi, delle persone, dei tempi, che ancora a momenti fatico a comprendere e a gestire.

Mi ripetevo spesso nelle giornate che segnavano il passaggio dalla situazione precedente alla attuale, che mettevano il sigillo all’ennesimo fallimento delle mie aspettative per aprire uno spiraglio inaspettato su una nuova pagina del mio vivere quotidiano tutto da scrivere, che fosse stato il destino, il caso, chiamatelo come volete, a mettere in fila il concatenarsi esatto degli eventi, come pezzi di un puzzle ad incastro che mai era stato così tanto temporalmente perfetto in nessun altro momento della mia vita…

Mi ripetevo che il destino, il caso, chiamatelo come volete, aveva deciso così, e talvolta nella vita si debba seguire gli eventi, senza opporsi, farsi trascinare dalla corrente così come viene, in modo che “il tempo infallibile” ci faccia “incontrare il nostro destino”.

Non so se arriverò alla realizzazione dei miei sogni, ma un passo almeno inseguendo il Bianconiglio alla ricerca di un lavoro l’ho fatto, un salto nel buio di una professionalità che ancora non mi appartiene ma che ho intenzione di scoprire, un piccolo passo che confermi a quella parte di me che vuole accettazione, realizzazione, riconoscimento del proprio valore e delle proprie capacità, che sono una persona che vale, e che non può esser messa in un angolo nemmeno da una miserrima lettera che licenzia la matricola 30013.

Non sono un numero, e non ho nessuna intenzione di farmi ridurre a tale da nessuno… “ricordati chi sei. Ricorda il tuo sogno.”

Perciò, se qualcuno di voi si rivede, si ritrova in quello che scrive Sergio Bambarèn, scrivete, raccontate la vostra esperienza, quello che vi sta capitando, e chissà che non ci sia qualcuno da qualche parte che vi legge e scrive altresì che cerca proprio voi, proprio nel momento in cui avete più bisogno di quello che è disposto ad offrirvi!

Io vi aspetto, contattatemi, e intanto preparo un po’ di tè per tutti, che davanti ad una tazza di te con vecchi amici, credetemi, possono esserci rivoluzioni nella vostra vita che non avreste mai potuto immaginare, nemmeno nei vostri sogni più remoti!

A presto!

Elena Brilli

 

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Si chiamava Andrea

Ieri è stato il mio ultimo giorno di lavoro nel negozio che ha assorbito, negli ultimi tre anni e un pò, buona parte delle energie e del tempo disponibile nelle mie giornate…

Non è scaduto il mio contratto, non me ne sono andata io…semplicemente il negozio è stato chiuso, e io insieme alle mie colleghe siamo state licenziate…

Gli ultimi due giorni giorni di lavoro sono stati dedicati allo sgombro totale del negozio, all’impacchettamento di tutta la merce avanzata…esattamente il lavoro opposto di quelle che erano state le mie prime giornate lì dentro, nell’ottobre del 2011, quando il negozio era stato allestito.

Così, tra una battuta e l’altra, per cercare in tutti i modi di scacciare la tristezza e la malinconica desolazione che lentamente avanzava, di pari passo con lo scorrere di queste due ultime giornate, è tornata, prepotente alla mia mente la figura di Andrea, l’unico “cliente” a cui è andato ripetutamente il mio pensiero, l’unico a cui forse…sempre che sia ancora vivo…mancheremo davvero, noi commesse, noi persone, all’interno della luminosa vetrina luccicante…

Era un negozio di bigiotteria e accessori da donna, luminoso, bello, grande, ricchissimo di articoli delle più disparate forme e colori…

E lui si chiamava Andrea… era un barbone, uno dei ‘matti’ che caratterizzano le piazze centrali delle città…

Aveva una casa a due passi dal negozio…’una bella casa’ ci avevano riferito spettegolando alcune nostre clienti…ma lui viveva in strada…

Aveva all’incirca una sessantina d’anni, beveva, lo picchiavano spesso per strada la notte, e a volte si presentava in negozio senza le scarpe, con i segni delle percosse, e un velo di tristezza negli occhi…

Beveva…talvolta aveva anche dato di matto dentro al negozio urlando e gettando a terra le cianfrusaglie che si era ritrovato in tasca…

Ma quando era in buona, quando non aveva bevuto, era buono…ci salutava da fuori tutte le volte che passava davanti alla vetrina e a volte entrava a comprare i ‘gioielli’…

Sì, perchè era ‘matto’…e allora le nostre collane, i nostri bracciali di ferro colorato e plastica dal taglio a brillante erano per lui dei gioielli preziosissimi… diventavano smeraldi, rubini, pezzi di rarissime collezioni che solo lui era riuscito ad ottenere e per i quali aveva paura che la gente potesse portarglieli via…

Comprava anche a volte alcune cose quando c’era gli sconti…voleva il suo sacchetto, dove si faceva mettere da parte i ‘gioielli’ che aveva scelto e giorno dopo giorno ci portava delle monete, quelle che gli avanzavano dopo aver comprato il vino o quelle che erano il risultato del suo accattonaggio, ce le faceva contare meticolosamente, e ad ogni aggiunta metteva la firma…poi, quando raggiungeva la cifra, comprava e usciva felice, di quella felicità che io ho rivisto solo nei bimbi…

Quando non aveva i soldi, o i nostri ‘gioielli’ costavano troppo, entrava a raccontarci le sue storie… ed ecco che un giorno era il bis bis nipote di un potente zar… un altro aveva una statuetta della Tour Eiffel e ci voleva convincere che quella era quella vera e che ce l’aveva solo lui, e quella di Parigi era un falso… un altro ci portava delle piantine tutte marcite che aveva raccattato chissà da quale cassonetto!

E guai a contraddirlo!!!!

Quindi capitava ogni volta che gli dessimo filo, e seguissimo i suoi discorsi interessate a dove la storia di quella giornata avrebbe portato lui…e noi…

Una mattina era entrato con al collo, legata con un laccio da scarpe, una piccola piccozza, probabile souvenir di un qualche luogo turistico alpino, e aveva cominciato a raccontare che suo nonno era stato ‘IL primo alpino’ e che quella che aveva al collo era di conseguenza ‘LA prima piccozza degli alpini’…un reperto storico importantissimo…

Un’altra volta aveva visto una collana con un ciondolo fatto a dente di tigre…finto, ovviamente…mi aveva chiesto se fosse vero, e io avevo risposto di sì…cercando in questo modo di intercettare le sue aspettative… e lui aveva risposto indignato che ‘nooooo!!!! se era vero non lo voleva!!!! perchè se era vero qualcuno aveva dovuto ammazzare una tigre per averlo e le tigri non si uccidono!!!’…e allora ricordo di averlo tranquillizzato dicendo che anche le tigri perdono i denti, come noi umani, e sicuramente quello era cascato da solo ad una tigre…nessuna tigre era morta per quel ciondolo!

Una volta ci aveva portato dei libri, presi chissà dove, e aveva preteso che li prendessimo, uno per uno, come suo regalo personale, perchè eravamo brave, noi commesse, e il nostro capo era cattivo che ci faceva lavorare troppo!

Una volta si era messo a controllare da lontano una cliente ‘sospetta’ che stava cercando di mettere in tasca qualche oggetto (…erano tutti pezzi relativamente piccoli…e senza alcun sistema di antitaccheggio o sorveglianza…) e quando era poi uscita, aveva detto a gran voce che ‘non si ruba!!!’ e che si sarebbe messo lui fuori dalla porta a controllare che nessuno ci portasse via niente…

Ancora una volta mi aveva lasciato in mano un corposo pacchetto di santini di non ricordo quale santo, presi probabilmente dal vicino Duomo, mi aveva chiesto se fossi sposata o fidanzata, se avessi famiglia, e mi aveva raccomandato di portarli a tutti i miei familiari, e mi aveva detto che ero molto fortunata ad avere un bambino…

Infine una volta mi aveva portato una spilla, e nonostante i miei ripetuti rifiuti, aveva preteso che la mettessi al collo, perchè era un pezzo importante della sua personale collezione, e me la regalava…io l’aveva messa alla sciarpa che avevo al collo, e l’avevo indossata per oltre una decina di giorni…nel caso fosse tornato a reclamarla come sua…ma me l’aveva regalata, non la rivoleva…

Era ‘matto’ Andrea…ma a suo modo ci voleva bene…

Sono diversi mesi ormai che non si faceva più vedere…chissà…forse sarà stato ricoverato in qualche clinica…

O forse è morto, Andrea…

E ogni tanto ce lo chiedavamo tutte: ” Chissà che fine ha fatto Andrea?”

Chissà… noi non ci siamo più dietro alla vetrina luccicante coi tuoi ‘gioielli’ preziosi…saresti forse l’unico a cui veramente ‘dispiace’ per noi…

Ma ovunque tu sia, Andrea…Buon Natale… e abbi cura di te…

Gocce di pianto

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(immagine presa dal web)

Giornate piovose…oggi una pioggia sottile, incessante, noiosa…

La mia motoretta continua ad essere il mio mezzo di trasporto, e quando piove tutta quanta la situazione è bagnata…acqua sulla sella, acqua sul parabrezza, acqua che batte sul casco, acqua addosso, acqua sopra, acqua sotto…appena appena faticoso…ma stamani l’ho trovato piacevole…

E’ pericoloso quando piove…devi andar piano ed evitare quanto possibile di frenare, perchè le gomme non scivolino sull’asfalto…ma è anche meno freddo quando piove, e tutto si muove più lentamente…anche le macchine passano accanto con meno impaziente fretta del solito, quasi con rispetto per te e la tua motoretta immerse nella pioggia…

Le gocce di pioggia disegnano geometrie non euclidee sul parabrezza, e via via che vai l’effetto diventa caleidoscopico quasi, mischiandosi con altre geometrie che si formano e si disfano sulla visiera del casco…

E oltre quelle geometrie bagnate tutto diventa nebbioso, anche se nebbia non c’è…ogni goccia alzata dalle macchine che passano accanto o che precedono nebulizzano in un grigio indistinto di ovatta…

I rumori non ci sono, quasi che ci fosse la neve…il casco ripara il chiasso e se fai caso al tuo isolamento senti quasi solo il ticchettare ritmico di ogni goccia sul casco…

Sembra che tutto pianga…che tutto sia reclinato su se stesso come un salice…regna un’impalpabile tristezza…

Le gocce sul parabrezza si uniscono in rivoli di pianto, come lacrime a rigare le guance…

Tutto piange…e ti senti libera di piangere anche tu…

“Vorrei che fosse oggi in un attimo già domani” – Depressione

Tiziano Ferro “L’amore è una cosa semplice”

LA FINE ( Marco Zangirolami / Francesco Tarducci)

Chiedo scusa a chi ho tradito, e affanculo ogni nemico
Che io vinca o che io perda è sempre la stessa merda
E non importa quanta gente ho visto, quanta ne ho conosciuta
Questa vita ha conquistato me e io l’ho conquistata
“Questa vita” ha detto mia madre “figlio mio va vissuta,
Questa vita non guarda in faccia e in faccia al massimo sputa”
Io mi pulisco e basta con la manica della mia giacca
E quando qualcuno ti schiaccia devi essere il primo che attacca.
Non ce l’ho mai fatta, ho sempre incassato,
E sempre incazzato, fino a perdere il fiato
Arriverà la fine, ma non sarà la fine
E come ogni volta ad aspettare e fare mille file
Con il tuo numero in mano e su di te un primo piano
Come un bel film che purtroppo non guarderà nessuno.
Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo,
Guardo il mio volto allo specchio ma non saprei disegnarlo
Come ti parlo, parlo da sempre della mia stessa vita,
Non posso rifarlo e raccontarlo è una gran fatica.

Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per reiniziare, per stravolgere tutti i miei piani,
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole.

Non mi sembra vero e non lo è mai sembrato
Facile, dolce perchè amaro come il passato
Tutto questo mi ha cambiato
E mi son fatto rubare forse gli anni migliori
Dalle mie paranoie e da mille altri errori
Sono strano lo ammetto, e conto più di un difetto
Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto:
“Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta”.
Quante ne vorrei fare ma poi rimango fermo,
Guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno,
Non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre,
Se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente.

Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per reiniziare, per stravolgere tutti i miei piani,
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole.

Il mio racconto comincia qui:

Suona la sveglia…la luce che entra dalla persiana lasciata accostata mi indica che il mattino è arrivato, nuovo giorno da affrontare…

Sono cosciente, penso, sento, ragiono…ma non ho voglia di alzarmi…gli occhi si richiudono…lasciatemi stare, lasciatemi dormire…non ho voglia di mettermi in piedi…

La sveglia suona ancora…e l’altra che vibra sotto il cuscino comincia a farmi tremare la testa…ma non mi va di alzarmi…

Perchè non mi va di alzarmi? cosa c’è nella giornata che inizia che non voglio affrontare? cosa mi fa tenere gli occhi chiusi, quali volessi difendermi da quello che vedono? cosa mi fa ignorare tutti i segnali di allerta, tutti gli allarmi, tutte le sveglie, perfino la vocina del mio bimbo che gioca accanto a me nel letto? perchè la bocca sa tanto di amaro?

Suona di nuovo la sveglia, trema il cuscino…mi sveglio…apro gli occhi e realizzo che non posso più ignorare il giorno che avanza, devo alzarmi, fare colazione, dare la colazione al mio cucciolo, vestirlo, vestirmi, portarlo all’asilo, andare al lavoro, tornare dal lavoro, andare a riprendere il bimbo all’asilo, fargli fare merenda, un paio d’ore di giochi insieme, fare la lavatrice, stendere i panni, stirare quelli asciutti, preparare la cena, litigare con i miei genitori, far mangiare il cucciolo, metterlo a letto, tornare a letto, addormentarmi…e domani si riparte daccapo…ogni giorno uguale…ogni giorno il solito giorno, ogni giorno un incubo nuovo, ma sempre uguale…

Che senso ha tutto questo? perchè questa vita, questa quotidianità sempre uguale, mi è così estranea? perchè è così pesante? perchè non riesco a godere dei singoli momenti? perchè basta una nuvola in cielo a far cambiare il colore della giornata?

Mi tiro in piedi, e tutto è fatica…lavarmi la faccia è un gesto automatico…mi guardo allo specchio…ma sono proprio io quel volto scaruffato, stanco, triste che vedo nello specchio? sto diventando così brutta?

Mi costringo a fare colazione…so che devo mangiare qualcosa, ma il mio stomaco grida il suo dissenso a squarciagola e lascio la fetta di pane e cioccolata a metà…una gran tazza di caffè è l’unica cosa che mi va veramente di mandar giù…ma che pessimo sapore se mi fermo un secondo a pensarci…

E’ un pò quello che mi capita nelle mie giornate, tante cose, tanti volti, tante conversazioni le faccio, le vedo, le vivo…ma quanta parte di esse veramente le sento mie?

Quanto tra quello che faccio è realmente voluto e quanto è solo un obbligo a cui mi attengo scrupolosamente come una scolaretta che esegue alla perfezione i compiti che le ha assegnato la maestra?

E perchè anche le cose che faccio volentieri, che mi sembra di decidere io di farle, quelle in cui credo e per le quali lotto…perchè hanno alla fine sempre, tutte un sapore amaro che mi rimane attaccato addosso? Perchè non riesco mai ad essere felice?

“Mamma, vieni che andiamo a scuola! Io sono pronto, che fai?”

Catapultata nel tempo della mattina che scorre veloce, prendo le mie goccioline antidepressive, stacco i pensieri, metto la maschera della serenità, sorrido…

“Eccomi…ero in bagno”

Mi chino ad agganciare la sua giacchetta prima di uscire di casa…incontro i suoi occhi vivi, luminosi, curiosi…sorrido, ed è l’unico sorriso vero che farò in tutta la giornata…mio figlio è l’unica persona vera che incontrerò, il vero motivo per cui alla fine i miei cazzo di occhi si sono aperti…

In macchina la radio canta la canzone di Tiziano Ferro “La fine”… la ascolto…le labbra si piegano in un ghignoper trattenere un singhiozzo…scende una lacrima…

“(…) Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per reiniziare, per stravolgere tutti i miei piani,
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole. (…)”

“Che hai mamma, perchè piangi?”

“Niente tesoro, avevo un bruscolo in un occhio…”

Mancano stelle

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(immagine presa dal web)

A Guido.

 

Nel triste cielo del ritorno

Mancano stelle

Ad illuminare il percorso

E.