La “cosa vera”…

Tra la “cosa giusta” e la “cosa sensata” è ora giunto il momento di scegliere la “cosa vera”.

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È diverso tempo che ho trovato questa frase in uno dei tanti social network da cui siamo talvolta solleticati e sollecitati a riflettere…

Credo che fosse una frase gettata lì a mó di aforismo da Bacio Perugina, ma da quando l’ho letta non riesco a smettere di continuare ad interrogarmi sul suo significato profondo…

Cosa significano la “cosa giusta”, e quella “sensata”…e soprattutto,  cosa identifica e definisce una “cosa vera”?

Se si prende il vocabolario,  le definizioni che vengono date dalla teoria linguistica ai tre aggettivi sono:

giùsto    [‘ʤusto]
agg., s.m., avv.

agg
si dice di chi agisce secondo giustizia; di cosa che è detta o fatta con giustizia, che si fonda sulla giustizia, legittima

agg
preciso conveniente, che non eccede né in più né in meno

sensàto    [sen’sato]
agg., s.m.

agg
che ha buon senso; ragionevole

véro    [‘vero]
agg., s.m.

agg
che è reale, effettivo, di persona o cosa; che è pienamente conforme alla realtà

agg
schietto, genuino; non falsificato

agg
unito a un sostantivo, sottolinea la sincerità di un sentimento, la pienezza di un significato

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Una “cosa vera” sarebbe quindi una cosa sincera, non falsata da forme più o meno coscienti di sovrastrutture di giudizio (il bene e il male… il giusto e lo sbagliato…), una cosa che non può essere diversamente da come è perchè non comporta affaticamenti di costrizioni mentali e perchè nasce spontanea, lieve, e rende felici, sereni nella scelta, nell’attuazione e nel suo sviluppo, fino al suo esaurimento…

Ma necessariamente una “cosa vera”, definita come sopra, non deve essere nè giusta nè sensata?

Una “cosa giusta”, così come una “cosa sensata” possono essere definite altrettanto “vere”?…o meglio, qual’è il limite che rende una “cosa vera”, per sua natura “giusta” e “sensata”, un pò meno “vera” perchè viziata dalla costrizione alla giustizia e alla sensatezza, nel caso queste si scontrino con la ‘volontà’ di attuazione dell’unica cosa possibile, quindi l’unica realmente “vera”?…quando si attua la necessità di distinguere i tre significati, per non venire oppressi dall’obbligatorietà del giusto e sensato, che impoveriscono, se resi sterili dall’imposizione, la realtà della cosa scelta, e quindi l’unica “vera”?

Perdonatemi se la mia mente un pò contorta si perde in queste elucubrazioni, demagociche forse e inutili…

Per rimediare, in parte, cito da Massimo Bisotti (https://www.facebook.com/massimo.bisotti):

“La persona “giusta” è quella che quando sta con te non guarda il telefono ogni mezzo minuto e fa scordare anche a te di averlo. Quella che ti fa venire voglia di parlare e di ascoltare, di raccontare, di non sprecare del tempo, nemmeno un secondo, fino a quando guardando fuori si è fatto buio. Quella con cui condividere un sorriso complice di meraviglia: “Oddio quant’è tardi, non ce ne siamo accorti”. Perché le più grandi tecnologie resteranno sempre e comunque la voce e gli occhi.”

E qui potrei continuare a dibattere con me stessa sull’accezione dell’aggettivo”giusto” affiancato ad una persona…non meno “vera”, se riesce  davvero a stimolare la voglia di parlare e raccontare, se condivide con te un ‘sorriso complice di meraviglia‘…

Ma tutto questo… è un’altra storia…

o forse no???

…sulla bellezza…

Stasera un pò di Sanremo, mi ero detta…

Ed ecco che sul palco dell’Ariston, intorno alle 23 arriva Luca Zingaretti che legge una riflessione di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia a soli 30 anni, nel 1978…questa:

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore (Peppino Impastato)“.

Non la conoscevo…o forse sì…comunque non me la ricordavo così potente, bella, illuminante…

Io sono convinta che il senso della bellezza, saper riconoscere la bellezza, riuscire a vederla, in ogni forma e aspetto, dalle cose più straordinarie a quelle più normali, quotidiane, sia una delle caratteristiche più importanti che distingue la razza umana dagli altri animali…

Ma stasera mi son trovata a riconsiderare il mio concetto di bellezza anche come uno strumento per non cedere alla rassegnazione, alla paura, all’abitudine… Aveva ragione Peppino Impastato…dal senso per la bellezza passano la curiosità e lo stupore, che sono il fulcro di quel motore che ci rende veramente vivi, che ci rende animali pensanti…

Se riusciamo a vedere la bellezza, non ci sarà posto per la rassegnazione…se anche le cose cambiassero in peggio, nessuno potrà convincerci che è sempre stato così, e che non può essere diverso da così…e ci ribelleremo…vorremo tornare a vedere la bellezza, o a costruirne di nuova per ristabilire l’equilibrio…

“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”

Questo è un piccolo estratto dal testo della canzone “Il vecchio e il bambino” di Francesco Guccini…

Mi si è evocata nella mente mentre ascoltavo le parole di Peppino Impastato…

Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera…

L’ immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d’ intorno non c’era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo…

I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva:
con l’ anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati…

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero…

E il vecchio diceva, guardando lontano:
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

Quando la ascolto, mi ritrovo in lacrime…

Un pò perchè penso a chi, tra i ‘vecchi’ che hanno fatto parte della mia vita, non c’è più…e ne amavo ascoltare i racconti…mi immergevano in un altro mondo, in altre vite…

Un pò perchè penso a chi tra i ‘vecchi’ ancora c’è, ma se ne andrà presto…e ricordo di quando io ero il bambino della canzone…e li ascoltavo, cercando di comprenderne i ricordi…ma senza capirli fino in fondo…

Un pò perchè adesso son io dalla parte del vecchio…e il mio bimbo è il bambino…ma mai vorrei che i miei racconti dei ‘miti passati’…della bellezza di come era…suscitassero in lui uno sguardo ‘triste’… la bellezza appartiene a tutto, proprio tutto quanto…basta saperla vedere…e vorrei tanto per mio figlio essere una guida alla scoperta sempiterna della bellezza, e mai alla paura della rassegnazione…

Spero tanto di esserne capace…