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Onde alte

Non me le aspetto mai le onde alte,

Non riesco a prevederle.

Quindi cado, sdrucciolo, rotolo fino a riva.

Poi mi rialzo, mi metto di spalle.

Non vedo più il mare, è vero,

Ma non casco più.

Non riesco a prevederle,

Ma non mi fanno paura.

Temo invece il lento erodere dei giorni

Inutili, inermi, spenti.

E’ lì che l’anima mia si consuma 

E si bagna la miccia che rende vivi gli occhi.

Ed è così che se casco, rimango giù.

E muoio un po’,

Ad ogni risacca sulla spiaggia.

 

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Il tempo che ritorna

Fino a non molto tempo fa, conservavo in un angolo nascosto dell’anima la speranza, il desiderio, l’attesa, che la vita mi offrisse una seconda possibilità di diventare madre. Per vedere se anche a me fosse dato vivere l’esperienza di una vita di coppia appagante e amorevole e la conseguente maternità come un’esperienza da fare in due, come la completezza di un progetto condiviso. Per vedere se in qualche modo potesse davvero essere diverso da come è stato per me.

Così, ammucchiavo in soffitta scatole di vestitini stretti del mio bimbo che cresce, con l’idea di poterli un giorno riusare in modo uguale, ma diverso al tempo stesso.

Ultimamente però, oltre al disagio per quella sottile insoddisfazione che ha viziato per tanti anni il mio ‘sentire’ il ruolo di madre così come mi è toccato in sorte, si è fatta strada la consapevolezza che probabilmente non avrò una seconda occasione. Perchè la biologia fa inesorabilmente il suo corso. Perchè è necessario assaporare a pieno quello che si ha e goderne ogni istante. Perchè, forse, è giusto che andasse così, e così è l’unico modo che era destinato a me.

E allora in soffitta si lascerà posto per le cose nuove e i rimpianti andranno a vestire i bambini di altre famiglie, e io godrò dell’incipiente adolescenza del mio cucciolo cresciuto e di ogni suo sorriso, come forse, finora, non sono riuscita a fare davvero del tutto.

Non sarò madre di nuovo… ma sarò la miglior madre che io possa essere per colui di cui son madre già. Perchè si merita la completezza di quelle attenzioni, non erose dall’indomita speranza di un nuovo inizio, di un diverso inizio. Nessun nuovo inizio, ma nuovi inizi ogni giorno, con rinnovata complicità e armonia.

Così, lui adesso si prende i suoi spazi e io lentamente imparo a riappropriarmi dei miei.

E allora riscopro il gusto di prendermi cura del mio corpo e del mio aspetto, di dedicarmi alle cose che mi fanno stare bene, di assaporare ogni istante di una rinnovata quanto inaspettata fioritura dei sentimenti.

Ed ha un fascino meraviglioso il suono del tempo quando mi preparo per uscire a cena con la persona che mi ha riacceso il cuore. Profuma di bellezza e di gioventù. Sa di meraviglia l’attesa, da dietro la porta, del suono del clacson della sua macchina che passa a prendermi… Non mi ricordavo fosse così bello.

Vivo questi attimi con l’euforia e l’entusiasmo di una novella adolescenza io stessa, come forse non sono mai stata in grado di vivere nemmeno quando anagraficamente ero adolescente davvero.

L’adolescenza dei 40 anni, con la maturità e la consapevolezza di chi ha imparato a conoscere, non senza dolori atroci, quasi ogni piega del suo essere. E, al tempo stesso, con la giocosità di chi non ha più voglia di perdersi nemmeno un’opportunità di farsi scappare una risata, fosse anche nel più cupo dei giorni.

Ed è un bel riscoprirsi donna, bambina, ragazza, femmina e madre al tempo stesso. Senza sensi di colpa. Senza quasi più rimpianti. Con le spalle doloranti per i carichi che han portato, ma lo sguardo vivo di chi non ha paura di portarne ancora, sì, ma guardando al cielo, alle nuvole, al sole. Perchè è lì che abito, è lì che appartengo e non ai tanti sassi di inciampo che hanno impresso cicatrici sul mio volto.

Sono io, adesso mi conosco. E mi riconosco. Sapevo di esserci, nascosta da qualche parte.

Ho tutta la vita davanti, nonostante quella che già sta dietro. Come a 15 anni, il meglio deve ancora arrivare.

Adesso, a differenza di allora, so esattamente cosa mi fa stare bene, e me lo vado a prendere.

Valevole vivere

Sfuggono tra le mani come la vita le cose.

Attenzione distratta persa nel mondo veloce.

Rimane il calore di voci come echi di felicità possibile.

Trattengono i piedi al terreno cercando la strada dei sogni.

Mantengono l’anima al caldo vicino al sole.

Rendono valevole vivere nel vortice del tempo disperso nei giorni.

Si sta. Ma devo andare.

Giornate uggiose, inquiete.

Di emozioni che si incollano sulla pelle invece di scivolare via.

Devo aver finito la sciolina, per farle scorrere via.

Pensieri in affanno.

Sta cambiando qualcosa.

Deve cambiare qualcosa.

Cambierà qualcosa?

Poi una voce che incastra sulla pelle e fa musica con le corde della mia anima.

Risuona, perfetta nella mia testa.

Armonia celeste.

È un segno.

Che sia un segno?

Il momento è adesso?

E allora si fa, ci devo provare.

Ce la faccio, so che posso farlo.

Ma cosa esattamente?

Confusione, dubbi antichi.

Lacci e lacciuoli di cui liberarsi.

Catene da spezzare.

E sono quelle che ho messo io.

Le più difficili da rompere.

Non sono fatta per questo mondo.

Ma devo trovare il coraggio di costruire il mio.

Anche quando credi di essere fermo.

Stanno un pò cambiando le mie abitudini sonno/veglia. I recenti fastidi fisici mi fanno essere molto stanca la sera, a vantaggio di un risveglio più agile al mattino… Diciamo che l’ospedale ha dato una sistemata all’insonnia cronica e allora ci si prende il bello anche dalle situazioni peggiori e si riparte.

Però l’altra sera, dopo che il rumore del giorno si era messo a tacere, alla televisione passavano il film “L’amore fa male” di Mirca Viola. Un nutrito grappolo di brave attrici italiane, attori non da meno, una storia interessante con notevoli spunti di riflessione, nonostante il rischio di scivolare nei luoghi comuni delle relazioni affettive tra le persone, una recitazione non sempre armonica ma ‘sufficientemente sopportabile’.

Mi è piaciuto.

E mi è rimasta impressa la fine, il monologo finale soprattutto.

Che chiude in questo modo:

Forse la vita è fatta così.

Se non ti accanisci in un sogno che ti ferma e se non permetti a tutti i sogni di spegnersi, lei ti spinge.

Come una corrente.

Anche quando credi di essere fermo.

E’ una grande verità secondo me, che si collega strettamente al concetto del lasciare che le cose accadano e che noi stessi, come persone, si accada, si evolva senza resistenze.

Ha a che vedere con il lasciarsi attraversare dalla vita, condirla dei sogni di bambini, non legarla a fantasie irrealizzabili, lasciare che fluisca, respirarsela tutta, accettarla così come è, bella anche quando non sembra che lo sia.

Anche quando, appunto, ci sembra di esser fermi. O di esser in qualche modo fermati da quello che accade.

Come diceva Eraclito, “panta rhei” tutto scorre. Anche noi.

E, anche se non ce ne rendiamo conto, si va, nel nostro sempiterno immobile viaggio, lento quanto basta a farci accorgere ogni tanto che son passati gli anni incastrati nei giorni, che son passati i sogni incastrati in lacrime o sorrisi, ma che ci siamo sempre, sporcati nel mondo, con gli occhi accesi, le narici aperte e la voglia di vedere cosa ci sarà, domani.

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