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Stanchezza

Questa è l’ora del giorno in cui mi trovo a sistemar scartoffie per il prossima scadenza burocratica. Di quelle che devi recuperare fogli, foglini e foglietti di tutto lo scorso anno, e andar a chiedere l’elemosina allo stato per vedere se il misero indicatore della mia condizione economica mi consentirà ancora di avere un pò di sconto su bollette varie e manterrà basse le spese del cucciolo. Per vedere di continuare a tener botta. A pensarci è quasi umiliante dover andar lì a vedersi scritto nero su bianco quanto poco sia il risultato numerico di tutta la tua fatica. Potrebbero tenerselo per sè quel numero e fare tutto di conseguenza, senza dovermelo sbandierare davanti e costringermi a portarmelo in giro, quasi fosse un numero di matricola, per chieder la questua che aiuti a condurre una vita almeno dignitosa per me e mio figlio.

Ed è questa l’ora non perchè mi abbia difettato la voglia, ma perchè dopo 12 ore fuori casa a lavorare, il cucciolo stasera aveva bisogno di me per le sue cose di scuola e poi la nanna e poi la cartella pronta per domani e così via. Fino a poco fa.

E c’era la prima puntata del festival stasera. Non per la musica, che ai miei orecchi le canzonette di Sanremo hanno perso interesse ormai da diversi anni, ma per gli abiti della conduttrice femminile. Vezzo da donna, questo, mio. Amore per gli abiti di alta moda, per la loro artistica maestria e unicità, più o meno apprezzabile ma a cui rendere omaggio almeno con la curiosità. Ho fatto in tempo a vedere solo il primo abito. Una meraviglia. Poi son rientrata nel turbine.

Mi piacerebbe sposarmi con un abito così. Un abito lungo di alta moda, Armani, nero. Non succederà.

Mi piacerebbe farmi un regalo per San Valentino. Senti cosa mi è venuto in mente… Un pezzo di lingerie. Ma non avrò il tempo di andarmelo a comprare, e forse quei soldi è meglio se li tengo da parte. Arriverà la bolletta del gas, presto.

Sono davvero tanto stanca.

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Cortili

C’è una donna che scosta la tenda e mi vede. Riaccosta la tenda. Distoglie lo sguardo. Sorrido, chissà cosa pensa. Chissà cosa vede, veramente, di me.

C’è una persiana semichiusa. Sullo sfondo, attaccato alla parete, un ritratto. Sembra il ritratto di Dorian Gray, che mi guarda nelle fessure tra le stecche delle persiane. Sotto il suo mento un candelabro di argento che sembra un fioretto puntato alla sua gola. Dorian Gray mi guarda, ma non distoglie lo sguardo. E nemmeno io.

Una coppia di amanti unisce i corpi in rumorosi assalti. Ma è tutto una finzione. Anche se non lo sanno. Non esiste passione che faccia rumore. La passione brucia in silenzio come il canto quasi muto del crepitio del fuoco.

Sulla mia testa un coro di stelle che illumina il buio del cielo. Chissà cosa vedono davvero della nostra miseria, da lassù. Forse solo ombre lontane che scambiano per felicità. O forse nemmeno guardano, quaggiù, impegnate come  sono a risplendere per sé, incuranti delle aspettative di altezza che noi, piccoli uomini insignificanti, riponiamo in loro.

La sigaretta è finita. Nell’ultima voluta di fumo si spegne la luce calda dei sogni.

La pagina del mio libro sta completando il suo giro per posarsi sul mucchio di quelle già scritte. Sta arrivando un nuovo capitolo bianco. Si torna a vivere.

Cavalieri nella tempesta

Un amico in vacanza a Parigi, meta sognata ed immaginata di uno dei miei agognati quanto improbabili viaggi futuri.

I giorni che precedono la fine di un anno e l’inizio di uno nuovo, uguale a se stessi eppure carichi di bilanci, per quello che è stato, e di aspettative, come ogni cosa che inizia.

“Mandami delle foto quando sarai lì, fammi vedere Parigi attraverso i tuoi occhi”

Io non ho mai visto Parigi.

Nel pomeriggio di sabato scorso mi manda la foto della tomba di Jim Morrison, nel cimitero del Père-Lachaise.

Scrive: “C’era un tipo vicino alla tomba, che suonava Riders On The Storm. Suggestivo.”

Mi sono immaginata la scena, avrei voluta viverla io, vederla io, sentirla io, annusarla io.

La perfezione dei momenti, quando accade, è magica.

Il penultimo giorno di un anno faticoso ma esaltante, un sogno che si avvicina, un testo, quello di questa canzone, che non è soltanto una manciata di parole in musica, ma si fa poesia e fa sua la sintesi di quello che penso della vita, in questo periodo della mia vita.

Cavalieri nella tempesta.

E allora si capisce perchè i Doors sono i Doors, e perchè Jim Morrison è Jim Morrison.

E perchè un uomo, sulla sua tomba, suoni per i vivi, una delle sue canzoni più potenti, nei giorni in cui ci si illude che qualcosa finisca e qualcos’altro inizi, quando in realtà è sempre la stessa battaglia, sempre la stessa tempesta. E ognuno ha la sua, senza sconti.

E dice che siamo soli, quaggiù, gettati in pasto alla vita. Bisogna prenderla come viene, lasciar giocare i bambini, anche quelli che abbiamo ancora dentro, amare, comprendere. E combattere.

Il viaggio continua. Coraggio.

Riders On The Storm – Cavalieri nella tempesta

Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Into this house we’re born – In questa casa siamo nati
Into this world we’re thrown – In questo mondo siamo stati gettati
Like a dog without a bone – Come un cane senza un osso
An actor out alone – Un attore da solo
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta

There’s a killer on the road – C’è un killer sulla strada
His brain is squirmin’ like a toad – Il suo cervello si sta contorcendo come un rospo
Take a long holiday – Prenditi una lunga vacanza
Let your children play – Lascia giocare i tuoi bambini
If you give this man a ride – Se dai un passaggio a quest’uomo
Sweet memory will die – Il dolce ricordo morirà
Killer on the road, yeah – Killer sulla strada, si

Girl ya gotta love your man – Ragazza devi amare il tuo uomo
Girl ya gotta love your man – Ragazza devi amare il tuo uomo
Take him by the hand – Prendilo per mano
Make him understand – Fagli capire
The world on you depends – Il mondo dipende da te
Our life will never end – La nostra vita non finirà mai
Gotta love your man, yeah – Devi amare il tuo uomo, si

Wow!

Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Into this house we’re born – In questa casa siamo nati
Into this world we’re thrown – In questo mondo siamo stati gettati
Like a dog without a bone – Come un cane senza un osso
An actor out alone – Un attore da solo
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta

Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta
Riders on the storm – Cavalieri nella tempesta

Le scarpe

Nessuno dovrebbe mai arrogarsi il diritto di giudicare la vita degli altri, di esprimere opinioni che abbiano l’aspetto di sentenza di verità assoluta.

Perché nessuno, e intendo nessuno, potrà mai arrivare a capire cosa vuol dire fare anche solo un passo nelle scarpe dell’altro.

Nessuno potrà mai sapere quanti sassi hanno scalciato via dalla loro strada, quanta erba hanno calpestato, di quanta polvere sono sporche.

Nessuno potrà mai vedere quante lacrime le hanno bagnate confondendosi con la pioggia, quante volte si sono alzate sulla punta a prendersi un bacio e ancora altri cento.

In me confido

Sulla strada che faccio tutti i giorni per andare e tornare dal lavoro campeggia, all’altezza di un semaforo e posizionato in modo che in qualsiasi senso di marcia si stia viaggiando non possa sfuggirne la visione, un cartellone con un’immagine iconica del Cristo Redentore sottotitolata a caratteri cubitali dalla scritta. “Gesù in te confido”.

Io mi ritengo credente il giusto, cattolica il minimo indispensabile, ma sufficientemente cristiana da ritenere che gli insegnamenti tramandati come dettati dal Cristo siano una buona sintesi dei comportamenti atti a vivere rispettosamente in una società civile, tuttavia quel cartellone 2 metri per 1 che mi ricorda di confidare in altro da me e per di più in un’entità divina all’inizio e alla fine di ogni mia giornata lavorativa, francamente mi disturba.

Perchè sono fermamente convinta che tutto accada per una ragione, intesa non come fato o destino, ma come una ragione, un ragionamento, un lavoro di intelletto e quindi una discendenza di causa-effetto che dipende dalle continue scelte, consapevoli o meno, che si fanno in ogni momento.

Con qualche rara eccezione che riconosco soltanto nell’insorgere di malattie per le quali ovviamente non si ha, il più delle volte la possibilità di scegliere. Ma non è neanche detto che sia sempre così. Perchè accade che alcune malattie, in alcuni momenti, insorgano perchè siamo costretti o ci si costringe, ed ecco la scelta, a ritmi di vita parossistici che alla lunga indeboliscono le capacità reattive del fisico… ed ecco che a metà agosto, nel mezzo di un’estate torrida come nessuno di noi ricordi mai esserci stata in precedenza, un caro amico si trovi ad affrontare una polmonite per un banale colpo di fresco causato dai condizionatori che troppo contrastano negli ambienti chiusi rispetto alle temperature elevatissime dell’esterno. Perchè lui sì e io no? Perchè lui gestisce e si obbliga a subire livelli di stress molto più elevati dei miei. Scelte… consapevoli o meno… potrebbe essere, no? 50 e 50…

‘Confidare’ viene dal latino CUM=CON e FIDES=FEDE e significa ‘avere fede, fiducia; avere certa speranza’ (dal Dizionario Etimologico). Ecco, la fede è per me quel moto dell’anima che interviene quando la ragione non riesce a dare spiegazioni plausibili, quando, tornando indietro di scelta in scelta, non riesce a trovare la causa primigenia di tutta la cascata di effetti che hanno portato all’evento che stiamo affrontando e per il quale non si riesce a trovare razionalmente una soluzione. E allora arriva la fede a salvare il culo alla ragione, a dare una spiegazione quando una spiegazione non si trova o non si è in grado di trovarla.

Ma quando una spiegazione non si trova, il più delle volte o non si è consapevoli del percorso che ci ha portato fino a quel punto, o non si vuole esserlo…e quindi in fondo non si vuole trovare. E allora ecco che se penso alla mia condizione di donna che non riesce a trovare un uomo che voglia starle accanto, e decido di pensarci consapevolmente, l’ago della bilancia si sposta drasticamente dagli uomini che ‘sono tutti stronzi’, luogo comune comodo e fin troppo inflazionato, a me che, ogni volta che incontro una persona nuova non riesco più a non vedere attaccati su di lui tutti quei comportamenti degli uomini che lo hanno preceduto e che per me sono stati dolorosissimi e devastanti. Non è colpa, nè merito suo se, dopo la seconda o terza volta che ci vediamo si eclissa in un silenzio che odora di fuga a gambe levate, ma sono io che, buttando su uno sconosciuto tutto quello che di peggio è stata la mia esperienza con il sesso maschile (che, diciamolo, in grandissima parte è stato generato da mie scelte autopunitive per carenza tossica di autostima…), non gli lascio nemmeno la possibilità di provare a dimostrarmi che esiste un’altra via. Io scelgo, come riflesso automatico ormai, quindi in modo abbastanza inconsapevole, lì per lì, di etichettarlo come un pericolo e faccio in modo che si allontani. Sono quindi arrivata alla conclusione che mi boicotto da sola, mi proteggo, mi difendo, in un meccanismo automatico talmente perfezionato, batosta dopo batosta, da rendermi del tutto inabile a gestire una ipotetica nuova relazione. Non sono loro, il problema, sono io… ammesso e non concesso che questo sia un problema… La persona in questione dovrebbe allora scegliere di lottare a denti stretti contro i mostri del mio passato e contro il mio meccanismo automatico di difesa ad oltranza, come un novello Don Chisciotte contro i mulini a vento… accettando il rischio di perdere comunque la battaglia. E chi, oggettivamente potrebbe mai essere talmente folle da volerci anche solo provare? Non c’entrano niente il destino, la sfortuna, gli uomini sbagliati… la spiegazione di tutto sta nelle mie scelte, nelle direzioni che ho via via imposto alla mia vita. Ed è andata così. Forse non poteva andare che così. Quindi va bene così, basta esserne consapevoli.

E allora questa serie di riflessioni nascono da poche righe scritte da un’amica d’infanzia, che sul suo profilo facebook si lamentava stasera di non avere adesso la vita che avrebbe voluto e che vorrebbe, e di non meritarsi quello che ha, lasciando intendere che meriterebbe invece la realizzazione dei suoi sogni. Mentre leggevo pensavo invece che lei, come tutti, si merita invece proprio quello che ha, perchè frutto di scelte passate che, facendo prendere alla sua vita una direzione invece che un’altra, l’hanno portata ad essere quello che è adesso e a vivere la vita che vive adesso. Quindi si merita tutto, il bello e il brutto della sua vita, esattamente come me, con la differenza che io ho capito che devo essere orgogliosa di tutto quello che di bene e soprattutto di male io mi sono meritata, perchè io l’ho voluto, perchè io l’ho scelto in fondo e non ‘confido’ in niente e nessuno, se non in me…lei invece se ne lamenta.

Ma lamentarsi non ha senso oltre ad essere un assurdo spreco di energie intellettive, perchè se nella direzione che hai dato alla tua vita qualcosa non torna, bisogna ‘confidare’ in se stessi, raccogliere le forze e trascinare la tua esistenza da un’altra parte, pronti ad affrontare la medesima fatica di chi tiene il timone di una barca in un mare in tempesta lanciandola contro le onde, perchè sa che lì deve andare come unica soluzione possibile in mezzo all’inferno, e lì andrà.

Io ‘confido’ in me. I lamenti, la sfortuna, il caso, il destino, la fede, non mi appartengono più. Io governo la barca, io sono il miglior capitano possibile della mia vita, io non ho fede in nessun altro se non in me. E che Gesù, se c’è, dal suo cartellone 2 metri per 1, mi aiuti solo ad essere ‘giusta’ (Giusto: “Di persona che conforma i propri giudizi e comportamenti a criteri di equità, di imparzialità. Fondato su ragioni moralmente valide” dal Dizionario di Italiano Sabatini Coletti).

 

 

 

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