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In me confido

Sulla strada che faccio tutti i giorni per andare e tornare dal lavoro campeggia, all’altezza di un semaforo e posizionato in modo che in qualsiasi senso di marcia si stia viaggiando non possa sfuggirne la visione, un cartellone con un’immagine iconica del Cristo Redentore sottotitolata a caratteri cubitali dalla scritta. “Gesù in te confido”.

Io mi ritengo credente il giusto, cattolica il minimo indispensabile, ma sufficientemente cristiana da ritenere che gli insegnamenti tramandati come dettati dal Cristo siano una buona sintesi dei comportamenti atti a vivere rispettosamente in una società civile, tuttavia quel cartellone 2 metri per 1 che mi ricorda di confidare in altro da me e per di più in un’entità divina all’inizio e alla fine di ogni mia giornata lavorativa, francamente mi disturba.

Perchè sono fermamente convinta che tutto accada per una ragione, intesa non come fato o destino, ma come una ragione, un ragionamento, un lavoro di intelletto e quindi una discendenza di causa-effetto che dipende dalle continue scelte, consapevoli o meno, che si fanno in ogni momento.

Con qualche rara eccezione che riconosco soltanto nell’insorgere di malattie per le quali ovviamente non si ha, il più delle volte la possibilità di scegliere. Ma non è neanche detto che sia sempre così. Perchè accade che alcune malattie, in alcuni momenti, insorgano perchè siamo costretti o ci si costringe, ed ecco la scelta, a ritmi di vita parossistici che alla lunga indeboliscono le capacità reattive del fisico… ed ecco che a metà agosto, nel mezzo di un’estate torrida come nessuno di noi ricordi mai esserci stata in precedenza, un caro amico si trovi ad affrontare una polmonite per un banale colpo di fresco causato dai condizionatori che troppo contrastano negli ambienti chiusi rispetto alle temperature elevatissime dell’esterno. Perchè lui sì e io no? Perchè lui gestisce e si obbliga a subire livelli di stress molto più elevati dei miei. Scelte… consapevoli o meno… potrebbe essere, no? 50 e 50…

‘Confidare’ viene dal latino CUM=CON e FIDES=FEDE e significa ‘avere fede, fiducia; avere certa speranza’ (dal Dizionario Etimologico). Ecco, la fede è per me quel moto dell’anima che interviene quando la ragione non riesce a dare spiegazioni plausibili, quando, tornando indietro di scelta in scelta, non riesce a trovare la causa primigenia di tutta la cascata di effetti che hanno portato all’evento che stiamo affrontando e per il quale non si riesce a trovare razionalmente una soluzione. E allora arriva la fede a salvare il culo alla ragione, a dare una spiegazione quando una spiegazione non si trova o non si è in grado di trovarla.

Ma quando una spiegazione non si trova, il più delle volte o non si è consapevoli del percorso che ci ha portato fino a quel punto, o non si vuole esserlo…e quindi in fondo non si vuole trovare. E allora ecco che se penso alla mia condizione di donna che non riesce a trovare un uomo che voglia starle accanto, e decido di pensarci consapevolmente, l’ago della bilancia si sposta drasticamente dagli uomini che ‘sono tutti stronzi’, luogo comune comodo e fin troppo inflazionato, a me che, ogni volta che incontro una persona nuova non riesco più a non vedere attaccati su di lui tutti quei comportamenti degli uomini che lo hanno preceduto e che per me sono stati dolorosissimi e devastanti. Non è colpa, nè merito suo se, dopo la seconda o terza volta che ci vediamo si eclissa in un silenzio che odora di fuga a gambe levate, ma sono io che, buttando su uno sconosciuto tutto quello che di peggio è stata la mia esperienza con il sesso maschile (che, diciamolo, in grandissima parte è stato generato da mie scelte autopunitive per carenza tossica di autostima…), non gli lascio nemmeno la possibilità di provare a dimostrarmi che esiste un’altra via. Io scelgo, come riflesso automatico ormai, quindi in modo abbastanza inconsapevole, lì per lì, di etichettarlo come un pericolo e faccio in modo che si allontani. Sono quindi arrivata alla conclusione che mi boicotto da sola, mi proteggo, mi difendo, in un meccanismo automatico talmente perfezionato, batosta dopo batosta, da rendermi del tutto inabile a gestire una ipotetica nuova relazione. Non sono loro, il problema, sono io… ammesso e non concesso che questo sia un problema… La persona in questione dovrebbe allora scegliere di lottare a denti stretti contro i mostri del mio passato e contro il mio meccanismo automatico di difesa ad oltranza, come un novello Don Chisciotte contro i mulini a vento… accettando il rischio di perdere comunque la battaglia. E chi, oggettivamente potrebbe mai essere talmente folle da volerci anche solo provare? Non c’entrano niente il destino, la sfortuna, gli uomini sbagliati… la spiegazione di tutto sta nelle mie scelte, nelle direzioni che ho via via imposto alla mia vita. Ed è andata così. Forse non poteva andare che così. Quindi va bene così, basta esserne consapevoli.

E allora questa serie di riflessioni nascono da poche righe scritte da un’amica d’infanzia, che sul suo profilo facebook si lamentava stasera di non avere adesso la vita che avrebbe voluto e che vorrebbe, e di non meritarsi quello che ha, lasciando intendere che meriterebbe invece la realizzazione dei suoi sogni. Mentre leggevo pensavo invece che lei, come tutti, si merita invece proprio quello che ha, perchè frutto di scelte passate che, facendo prendere alla sua vita una direzione invece che un’altra, l’hanno portata ad essere quello che è adesso e a vivere la vita che vive adesso. Quindi si merita tutto, il bello e il brutto della sua vita, esattamente come me, con la differenza che io ho capito che devo essere orgogliosa di tutto quello che di bene e soprattutto di male io mi sono meritata, perchè io l’ho voluto, perchè io l’ho scelto in fondo e non ‘confido’ in niente e nessuno, se non in me…lei invece se ne lamenta.

Ma lamentarsi non ha senso oltre ad essere un assurdo spreco di energie intellettive, perchè se nella direzione che hai dato alla tua vita qualcosa non torna, bisogna ‘confidare’ in se stessi, raccogliere le forze e trascinare la tua esistenza da un’altra parte, pronti ad affrontare la medesima fatica di chi tiene il timone di una barca in un mare in tempesta lanciandola contro le onde, perchè sa che lì deve andare come unica soluzione possibile in mezzo all’inferno, e lì andrà.

Io ‘confido’ in me. I lamenti, la sfortuna, il caso, il destino, la fede, non mi appartengono più. Io governo la barca, io sono il miglior capitano possibile della mia vita, io non ho fede in nessun altro se non in me. E che Gesù, se c’è, dal suo cartellone 2 metri per 1, mi aiuti solo ad essere ‘giusta’ (Giusto: “Di persona che conforma i propri giudizi e comportamenti a criteri di equità, di imparzialità. Fondato su ragioni moralmente valide” dal Dizionario di Italiano Sabatini Coletti).

 

 

 

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“E noi lo sentiamo, lo sentiamo che da un momento all’altro ci potrebbe capitare qualcosa di infinito…”

Questo video me lo sono ritrovato sotto gli occhi qualche sera fa.

Roberto Benigni, mio concittadino eppure elevato intellettuale, di una cultura stratosferica, cresciuto a pane e campagne a una manciata di chilometri da dove ho sempre vissuto io, circondato dalla bruttura di una periferia senza anima, sotto l’ombra immensa della divina Firenze, respirando la stessa aria di cenci e telai che ho respirato e respiro io tutt’ora.

Quello che dice racchiude l’essenza dell’esistenza, è una cosa da tatuarsi dentro all’anima.

Così, per dare un senso all’esistenza, per sentirsi vivi.

Per tenere bene a mente, ogni giorno che vivere davvero è un dovere imprescindibile, e fottutamente bello.

 

 

“(Tutto) si ricapitola, si riassume in questa parola: amarsi. Però c’è una cosa da dire, che il tempo passa e il problema fondamentale dell’umanità da duemila anni é rimasto lo stesso: amarsi. Solo che ora é diventato più urgente, molto più urgente. E quando oggi sentiamo ancora ripetere che dobbiamo amarci l’un l’altro, sappiamo che ormai non ci rimane molto tempo, ci dobbiamo affrettare. Affrettiamoci ad amare.

Noi amiamo sempre troppo poco e troppo tardi. Affrettiamoci ad amare. Perché al tramonto della vita saremo giudicati sull’amore. Perché non esiste amore sprecato, e perché non esiste un’emozione più grande di sentire, quando siamo innamorati, che la nostra vita dipende totalmente da un’altra persona, che non bastiamo a noi stessi.

E perché tutte le cose, ma anche quelle inanimate, come le montagne, i mari, le strade… ma di più, di più… il cielo, il vento… di più… le stelle… di più… le città, i fiumi, le pietre, i palazzi, tutte queste cose che di per sè sono vuote, indifferenti, improvvisamente quando le guardiamo si caricano di significato umano e ci affascinano, ci commuovono, perché?..

Perché contengono un presentimento d’amore, anche le cose inanimate, perché il fasciame di tutta la creazione è amore e perché l’amore combacia con il significato di tutte le cose: la FELICITA’. Sì, la felicità. A proposito di felicità, cercatela, tutti i giorni, continuamente, anzi chiunque mi ascolti ora si metta in cerca della felicità ora, in questo momento stesso perché è lì, ce l’avete, ce l’abbiamo, perché l’hanno data a tutti noi.

Ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli, ce l’hanno data in regalo, in dote, ed era un regalo così bello che lo abbiamo nascosto, come fanno i cani con l’osso quando lo nascondono, e molti di noi l’hanno nascosto così bene che non si ricordano dove l’hanno messo, ma ce l’abbiamo, ce l’avete.

Guardate in tutti i ripostigli, gli scaffali, gli scomparti della vostra anima, buttate tutto all’aria, i cassetti, i comodini che c’avete dentro, vedrete che esce fuori, c’è la felicità. Provate a voltarvi di scatto magari la pigliate di sorpresa, ma è lì. Dobbiamo pensarci sempre alla felicità, e anche se lei qualche volta si dimentica di noi, noi non ci dobbiamo mai dimenticare di lei, fino all’ultimo giorno della nostra vita.

E non dobbiamo avere paura nemmeno della morte, guardate che è più rischioso nascere che morire eh.. non bisogna aver paura di morire, ma di non cominciare mai a vivere davvero. Saltate dentro all’esistenza ora, qui.

Perché se non trovate niente ora non troverete niente mai più. E’ qui l’eternità, dobbiamo dire sì alla vita, dobbiamo dire un sì talmente pieno alla vita che sia capace di arginare tutti i no. Perché (…) abbiamo capito che non sappiamo niente, e che non ci si capisce niente, e si capisce solo che c’è un gran mistero e che bisogna prenderlo com’è e lasciarlo stare.

E che la cosa che fa più impressione al mondo è la vita che va avanti e non si capisce come faccia. Ma come fa, ma come fa a resistere, ma come fa a durare così. E’ un altro mistero e nessuno l’ha mai capito perché la vita è molto più di quello che possiamo capire noi, per questo resiste. Se la vita fosse solo quello che capiamo noi, sarebbe finita da tanto, tanto tempo.

E noi lo sentiamo, lo sentiamo che da un momento all’altro ci potrebbe capitare qualcosa di infinito, e allora a ognuno di noi non rimane che una cosa da fare, inchinarsi, ricordarsi di fare un inchino ogni tanto al mondo, piegarsi, inginocchiarsi davanti all’esistenza.”

Roberto Benigni.

La 25° ora

Nell’ora inattesa

tra il giorno ed il sogno

lo specchio riflette

contorni sfumati.

    Viso stanco e ombre di muscoli tesi

    a sorreggere mondi

    di pensieri presenti

    e sogni spenti.

Luce e ombra

si sfiorano lievi

come un bacio

tra vita usata

e desideri attesi.

    Si accenna un sorriso

    pago di quello che è stato

    curioso di quel che sarà.

Attende la vita

che il sogno scavalchi

lo spazio del buio

per nascer di nuovo domani,

infilarsi nel mondo

e spegnersi nel tempo di un giorno.

    La notte, ogni notte

    nuova linfa darà

    al sogno che sogna

    diventare

    finalmente

    realtà.

E.

La Musica della mia Vita

Non so perchè, nè quale sia stata la causa scatenante che ha aperto la scatola dei ricordi, ma mi sono trovata a ripensare alla musica che ha accompagnato in vari modi e momenti la mia vita fino a qui.

Operazione faticosa per me, che tendo a mettere i ricordi in scatole polverose negli angoli più nascosti della mia anima, ma la magia della musica li ha fatti riemergere, a mosaico, in ordine sparso.

Così li fisso qua, per segnare un punto, per evitare la fatica di spolverarli di nuovo quando accadranno ancora, in futuro, giornate come queste di malinconia e di sguardi e orecchie voltate indietro.

  • Avevo un’età intermedia tra i sei e i dieci anni, il tempo delle scuole elementari per intendersi, e nella scuola che frequentavo erano soliti fare la brutta copia dello Zecchino D’Oro come recita di fine anno. Sono sempre stata abbastanza intonata, lo sono ancora, forse, in parte, e allora a me toccò questa canzone qua:

“…e premierà l’uomo che sarà ricco di niente. Siamo tutti dei Re.”

  • L’estate dei miei sedici anni. Il cuore che batte per la prima volta per un ragazzo di Mantova, conosciuto al mare. La prima storia d’amore della mia vita, il primo bacio. Dopo ben quattro mesi scoprimmo insieme che se ci si metteva la lingua, nei baci, venivano molto meglio. Il sesso era una cosa del tutto fuori dai nostri pensieri, diciamo che non eravamo vispi per niente, nessuno di noi due. Siamo stati insieme due anni, ma senza andare oltre quei baci, udite udite, dati con la lingua! Mi fece scoprire John Lennon. La musica era questa:

  • Arrivano i diciotto anni, la gita di quinta liceo. Una serata in discoteca a Praga e il primo bacio con un mio compagno di scuola. Complice un disguido sull’albergo e uno spostamento improvviso delle classi per le notti successive, dormimmo insieme un paio di notti dopo, ancora in gita. Rimasi vergine ancora per i successivi quattro o cinque mesi. Avevo scoperto il piacere dei corpi nudi pelle a pelle, ma vispi non eravamo neanche a questo secondo giro. Siamo stati insieme per quattro anni. Iniziava la mia svolta ‘rock’. Le note che hanno visto unire le nostre labbra in una freddissima serata di marzo a Praga erano queste:

  • Passano gli anni, mia mamma si ammala, inizio a lavorare, presto arriveranno la fine forzata dell’università ad un passo dalla laurea e le derive della mia vita. Locale rock/punk/metal, pelle, borchie, ragazzi dai lunghi capelli. La musica cambia. Sto altri quattro anni con un ragazzo alto, muscoloso, bello, capelli corvini fino a fine schiena. Scopro il sesso, quello infaticabile e dei vent’anni, quasi una maratona tutte le volte che potevamo stare insieme. Scopro i tatuaggi, il dolore, i piercing, la ribellione, i germoglio della dicotomia incolmabile tra quello che sono e che scoprirò molto più tardi, e quello che il mondo vorrebbe che fossi. Scopro la mia malattia. Sento fortissima l’attrazione per chi ‘non si adegua’. La musica erano i Doors:

  • Vado a vivere da sola. Incontro l’uomo che ha fatto contemporaneamente esplodere ed implodere la mia vita. Era violento. Comincio a chiedermi alcune cose di me, comincio a riflettere sul perchè di scelte e persone sempre uguali intorno a me. Inizio a fumare. Divento adulta. Non ho in memoria musica definita legata a questa persona. Mi sono sforzata di cercarla e di ricordarla ma non l’ho trovata. Quando era tutto finito e sarebbe iniziato di lì a poco lo scalino più grande della mia vita c’era questa:

Era per me, era dedicata a me, a me sola. La cantavo per me. Sullo specchio del mio bagno c’era questa frase, che leggevo ogni mattina quando mi svegliavo: “A te che io ti ho visto piangere nella mia mano, fragile che potevo ucciderti stringendoti un pò, e poi ti ho visto con la forza di un aeroplano, PRENDERE IN MANO LA TUA VITA E TRASCINARLA IN SALVO”

  • Cominciavo a capire che dovevo cambiare prospettiva e mettere me al centro di tutto, e arriva lui. L’uomo più feroce e importante, il più fragile e il più cattivo, il più devastante. Il sogno partiva da qui:

“…extraterrestre portami via, voglio una stella che sia tutta mia, extraterrestre vienimi a pigliare, voglio un pianeta su cui ricominciare.” Mi fidavo.

  • C’era anche questa:

“Ma se io avessi previsto tutto questo, dati, causa e pretesto, le attuali conclusioni…” Frase premonitrice…avrei dovuto ascoltarla, sul serio. Va tutto a rotoli ancora prima che inizi. Aspetto mio figlio da due mesi e lui ” si vergogna di me”.

  • Nasce il mio bimbo, l’inferno diventa sempre più buio. Anni di nervi tesi per mantenere lucida la mia mente e non cedere alla manipolazione. Lacrime e rabbia. Ma più lacrime. Questa la nenia che cantavo al mio bambino per addormentarlo nelle innumerevoli notti insonni:

“Geordie non rubò mai nemmeno per me un frutto un fiore raro. (…) Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso, cadrà l’inverno anche sopra il suo viso, potrete impiccarlo allora.”

C’è tutto l’amore di una madre in questi versi. Era tutto l’amore che mi era rimasto. Io ero tutta lì.

  • Passano due anni. La consapevolezza che dovevo tirare fuori la mia vita da quel buio è segnata da due libri e queste canzoni. La prima era la resa, la mia bandiera bianca:

“Ripenserai ancora
A tutto il bene che
Ti ho dato solo e solamente io
Ripenserai ancora
A quanto il niente tuo
Per me fu tutto
E per sempre hai perso un pezzo di me
E lo sai che son stato troppo buono
Ma che, stanco ormai, non posso più”

La seconda era la testa che si rialza e che punta un piccolo punto di luce là in fondo. Per me, per mio figlio. Per me. Avrei raggiunto quella luce:

“Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per re iniziare, per stravolgere tutti i miei piani
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole”

  • E’ la primavera del 2013. Si avvicina una luce, mi tende la mano, mi aiuta a salire. Mi innamoro di nuovo nel momento più impensabile, quando non credevo sarebbe stato possibile.

Questa la sua canzone per me:

Questa la mia canzone per lui:

Finisce tutto la sera di un triste giorno di Natale di un anno e mezzo dopo. Inizia, con un lungo viaggio in macchina in solitaria, tra campagna sconosciuta e lacrime, la vera decostruzione della mia anima. La vera rinascita.

  • E sono pensieri e delusioni e scoperte e tentativi per costruire finalmente il puzzle vero della mia vita. Rimetto le cose al loro giusto posto, un passo dopo l’altro, un tentativo dopo l’altro, una caduta dopo l’altra. Ma ogni volta in piedi di nuovo. Quando si è stanchi di combattere è faticoso lottare, ma lo si fa, senza sconti, senza maschere, senza paura, perdendo per strada brandelli di cuore ma mantenendo intatti i punti cardine su cui ricostruire, cambiando ogni volta, se necessario, la composizione della malta per tenere insieme i pezzi, mettendo nuove centine. Il puzzle deve finalmente stare in piedi. Deve.

La musica che mi accompagna è questa:

“I said come on, come on, come on, come on and take it,
Take another little piece of my heart now, baby,
Break another little bit of my heart now, darling, yeah.
Hey! Have another little piece of my heart now, baby, yeah.
You know you got it if it makes you feel good,
Oh yes indeed.
All right!”

  • E si arriva ad oggi. Questo, sempre in musica, siamo mio figlio ed io:

“Mio cucciolo d’uomo

( Finardi-Cosma-Porciello )

Mio cucciolo d’uomo, così simile a me
di quello che sono vorrei dare a te
solo le cose migliori e tutto quello che
ho imparato dai miei errori, dai timori che ho dentro di me

Ma c’é una cosa sola che ti vorrei insegnare
é di far crescere i tuoi sogni e come riuscirli a realizzare
ma anche che certe volte non si può proprio evitare
se diventano incubi li devi sapere affrontare

E se ci riuscirò
un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento
e salirai nel sole
e quando verrà il momento
spero solo di ricordare
ch’é ora di farmi da parte
e di lasciarti andare

Mio piccolo uomo, così diverso da me
ti chiedo perdono per tutto quello che
a volte io non sono e non sò nemmeno capire perché
non vorrei che le mie insicurezze si riflettessero in te

e c’é una sola cosa che io posso fare
é di nutrire i tuoi sogni e poi lasciarteli realizzare
ma se le tue illusioni si trasformassero in delusioni
io cercherò di darti la forza per continuare a sperare (lottare)

E se ci riuscirò
un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento
e salirai nel sole
e quando verrà il momento
spero solo di ricordare
ch’é ora di farmi da parte
e di lasciarti andare

(Eppure certe volte mi sembra ancora solo di giocare
alle responsabilità, all’affitto da pagare
e forse fra quarant’anni anche mio figlio mi domanderà
“Ti sembrava solo un gioco papà, tanto tempo fà”)

E se ci riuscirò
un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento
e salirai nel sole
e quando verrà il momento
spero solo di ricordare
ch’é ora di farmi da parte
e di lasciarti andare”

  • E si arriva ad oggi. Questa, sempre in musica, sono io. Questo, in musica, il mio punto di arrivo, il nuovo punto di partenza. Questo, in musica, l’unico pezzo mancante:

 

 

“Rischia, cazzo, rischia. (…) Ma soprattutto, ama.”

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(immagine dal web)

Mi capita di conoscere persone, talvolta come conclusione di un personale atto di volontà, tal altra in maniera del tutto casuale, quale frutto occasionale di una qualche congiuntura astrale che nel movimento dello spazio e del tempo ha voluto che accadesse.

Nonostante le mie disastrose esperienze passate con le persone, solo in parte legate ai rapporti uomo-donna, io non riesco a risparmiarmi. Quando conosco qualcuno ci metto tutto o non ci metto niente, o entrambe le cose, se si intende che ci metto tutto e non nascondo niente. Un pò perchè non ho niente da nascondere, un pò, soprattutto, perchè nascondere è una gran fatica…e io sono stanca.

Ma capita spesso, sempre più spesso, in maniera forse direttamente proporzionale all’avanzare degli anni, che mi senta dire dalla controparte, maschile per lo più, che non sono pronti per una storia, che ci possiamo frequentare ma niente faccende serie e cose di questo tipo che dimostrano senza ombra di dubbio un terrore assoluto nel non volersi mettere in gioco, una paura incontrollata di entrare nella vita di qualcun altro (che sarei io…) e soprattutto di far entrare quel qualcuno (che sarei sempre io…) nella propria esistenza.

Rimango senza parole, di solito, perchè l’unica risposta da dare sarebbe “tranquillo…non mordo, non voglio niente da te, non ho nessuna intenzione di sposarti, non stiamo firmando un patto col sangue…easy, rilassati…ci stiamo solo conoscendo…ma io non ho paura. Tu sì.”

L’unica alternativa plausibile alla paura che dimostrano mettendo tanto anticipatamente le mani avanti, sarebbe soltanto se mi ritenessero un essere ripugnante e si vergognassero a dirlo che li faccio vomitare…nel qual caso sarebbe più onesto, e adulto anche, se lo dicessero senza troppi giri di parole…o no?

Invece credo che sbaglino, sotto ogni fronte. Evitando il rischio di conoscere veramente qualcuno, di mettersi in gioco, di entrare nelle vite degli altri e di far entrare gli altri nella propria, si perdono potenzialmente delle occasioni grandiose di arricchimento. Vero che tengono lontane da se le probabilità di essere feriti e delusi, statisticamente elevate quanto quelle di essere felici, ma se non ci provi come puoi saperlo?

Quindi ben vengano le rare persone che rischiano, che si buttano nelle cose nuove, che vanno contro corrente, che accettano la sfida di andare avanti e non rimanere ancorati a quello che è stato, che si mettono in gioco, che vivono finchè sono vive.

Ben vengano le rare persone che amano, perchè sono vive.

E finchè sono vive, loro amano.

“Rischia, cazzo, rischia. Fai la prima cosa che ti passa per la testa. Non pensare a quello che succederà dopo, pensa a come ti senti in quel momento, non avere rimpianti, parla con chi hai bisogno di parlare e manda a fanculo chi se lo merita, pensa a te stesso, sii egoista quanto basta, non ti far mettere i piedi in testa, se hai cose da dire, dille, vai contro corrente, pensa diverso, sii diverso. Divertiti, mangia, bacia, fai quello che ti piace, vai dove vuoi. Ma sopratutto, ama.”

Simone Cardillo

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