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Anche quando credi di essere fermo.

Stanno un pò cambiando le mie abitudini sonno/veglia. I recenti fastidi fisici mi fanno essere molto stanca la sera, a vantaggio di un risveglio più agile al mattino… Diciamo che l’ospedale ha dato una sistemata all’insonnia cronica e allora ci si prende il bello anche dalle situazioni peggiori e si riparte.

Però l’altra sera, dopo che il rumore del giorno si era messo a tacere, alla televisione passavano il film “L’amore fa male” di Mirca Viola. Un nutrito grappolo di brave attrici italiane, attori non da meno, una storia interessante con notevoli spunti di riflessione, nonostante il rischio di scivolare nei luoghi comuni delle relazioni affettive tra le persone, una recitazione non sempre armonica ma ‘sufficientemente sopportabile’.

Mi è piaciuto.

E mi è rimasta impressa la fine, il monologo finale soprattutto.

Che chiude in questo modo:

Forse la vita è fatta così.

Se non ti accanisci in un sogno che ti ferma e se non permetti a tutti i sogni di spegnersi, lei ti spinge.

Come una corrente.

Anche quando credi di essere fermo.

E’ una grande verità secondo me, che si collega strettamente al concetto del lasciare che le cose accadano e che noi stessi, come persone, si accada, si evolva senza resistenze.

Ha a che vedere con il lasciarsi attraversare dalla vita, condirla dei sogni di bambini, non legarla a fantasie irrealizzabili, lasciare che fluisca, respirarsela tutta, accettarla così come è, bella anche quando non sembra che lo sia.

Anche quando, appunto, ci sembra di esser fermi. O di esser in qualche modo fermati da quello che accade.

Come diceva Eraclito, “panta rhei” tutto scorre. Anche noi.

E, anche se non ce ne rendiamo conto, si va, nel nostro sempiterno immobile viaggio, lento quanto basta a farci accorgere ogni tanto che son passati gli anni incastrati nei giorni, che son passati i sogni incastrati in lacrime o sorrisi, ma che ci siamo sempre, sporcati nel mondo, con gli occhi accesi, le narici aperte e la voglia di vedere cosa ci sarà, domani.

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Punto ZERO

Era iniziato tutto con una rosa gialla incastonata in una bolla di vetro.

“Tieni, questa è per te, mettila in casa.”

“Ma…grazie! Non dovevi!”

“Non volevo presentarmi a mani vuote. Lasciala lì adesso, la guarderai meglio stasera. Vieni, ti porto al mare.”

E così si erano messi in viaggio, si erano ascoltati, interrogati, testati. Si erano scambiati l’odore della pelle, il calore dei respiri, l’emozione delle labbra, il dolore dei ricordi, l’arcobaleno dei sogni.

Il mare aveva fatto da testimone, mescolando il rumore delle onde coi loro sospiri. Il vento ancora fresco di un’acerba primavera li aveva spinti vicini.

Improvvisamente però, mentre il sole si avviava a baciare il mare all’orizzonte, il corpo di lei era crollato.

Fatica, paura, dolore.

Ospedale, dottori, aghi, visite.

I muscoli fanno i capricci, non obbediscono più. La testa anche, fa fatica a parlare, a ricordare le cose, a coordinare le mani. Il corpo quasi non si muove più.

Pensa a quell’uomo tanto speciale che la aspetta fuori dalle sale proibite del pronto soccorso, che non si merita la sua sofferenza, che rischia di perdere prima ancora di averlo veramente trovato. Pensa a suo figlio che deve accompagnare a scuola, che deve ancora crescere, che ha bisogno di lei. Pensa al suo lavoro, a come può continuare a farlo se i muscoli non tornano ad obbedire, se il cervello non torna in sesto.

Ha paura, scendono lacrime amare.

“Bisogna tenerla qui, dobbiamo capire cosa sia successo, cosa stia succedendo. C’è il suo compagno qua fuori, lo faccio entrare, così lo saluta”

Arriva quell’uomo tanto speciale da non esser fuggito da una situazione tanto paradossale quanto pesante e sussurra quasi rivelando un segreto inconfessabile di bambini:  “Ho detto di essere il tuo compagno, non mi facevano entrare altrimenti.”

“Sei incredibile. Grazie.” risponde lei chiudendo quel segreto nella cassaforte dei suoi ricordi più belli. “Nessun uomo aveva mai fatto per me quello che stai facendo tu, senza nemmeno conoscermi.” E lacrime di gioia, incontrollabile e riconoscente, si mischiano alla paura.

Verrà a trovarla quasi tutte le mattine, correndo per i kilometri che separano la sua vita dalla vita di lei chiusa in giorni e giorni di ospedale. La aspetterà di ritorno dalle visite, la accompagnerà nei primi passi incerti del suo corpo che torna lentamente ad obbedire, la farà ridere interrompendo il flusso dei pensieri che accompagnano i dubbi su quello che stia succedendo alla sua vita.

Le porta dei fiori. Nessuno le aveva portato dei fiori nemmeno il giorno che aveva partorito suo figlio. E, con una cortesia che lei non conosceva, riempie di coccole e parole dolci anche la nonnina del letto accanto al suo. Sprigiona bontà quell’uomo tanto fuori dal comune o meglio tanto diverso dal modello che lei conosceva e che aveva suo malgrado imparato a vivere.

Suo figlio le porta un libro da leggere “Un libro mamma di quelli che a me non servono. Non potevo portarti i libri belli, perchè quelli li leggo io!”

La abbraccia e le dice “Ho avuto tanta pura lo sai mamma? Quando mi hanno detto che eri in ospedale mi si è fermato il cuore…ma adesso stai bene, vero mamma?”

Sì, adesso sta bene. Starà bene presto, i dottori stanno cominciando a capire cosa abbia fatto ‘crack’ e come rimettere in sesto le cose.

Nella tarda mattinata di un sabato soleggiato i dottori le dicono che hanno capito.

Le daranno una cura, la mandano a casa.

Il panorama che ha accompagnato, fuori dalla finestra sigillata, immobile, le sue giornate di ospedale si riempie di aria.

Il sole sulla pelle è caldo, il cielo lontano è meraviglioso nelle sue sfumature di azzurro.

Respira a pieni polmoni. La grande paura è finita. Si torna a casa.

Si riparte da qui.

Da un corpo da custodire ed accudire. Da un nuovo affetto da coltivare con la pazienza con la quale si attende il germoglio di una nuova semina importante. Dalle cose belle della vita. Dalla risata di un figlio che la stringe forte. Dalle parole degli amici veri.

Punto zero.

Il viaggio riparte.

Bluff

C’è una pubblicità, di una delle tante piattaforme per il gioco on line, che recita così:

“Ci risiamo, ti tocca bluffare. Sei deciso?

Però… Pensa a quelle volte in cui hai bluffato te stesso!

Alla barra per trazioni che ti sta aspettando da mesi.

A quel libro, che un giorno sicuramente leggerai.

Ai tuoi genitori, quando ti convinci che non abbiano mai fatto l’amore.

Pensa… Perché se puoi bluffare te stesso, puoi bluffare chiunque.

Perché tu sei già un giocatore di poker.”

A prescindere dalla sua finalità ultima che è quella di portare quante più persone possibile a spendere i propri soldi nei giochi on line che la piattaforma propone, da quando l’ho sentita la prima volta io ne sono rimasta affascinata per il sottile risvolto psicologico che la pervade.

E mi son trovata a chiedermi quanto sia vero e in quante situazioni si verifica, che ci si trovi a prendere in giro se stessi. A bluffare, in fondo, su una miriade di aspetti della propria vita.

E mi viene da pensare ad alcune scelte del mio passato, alle tante scuse che costruisco e a cui riesco a dare la dignità di una scelta, per fare o non fare determinate cose, alle tante cose non dette e talvolta appositamente non pensate nemmeno, nascoste il più delle volte nella velatura di uno sguardo o nell’isteria di una risata.

E allora il testo della pubblicità coglie nel segno, perchè tante e tante volte che magari non si riesce neanche più a contarle, si bluffa noi stessi in modi che talvolta hanno una tale fantasia e architettonica perfezione, da far quasi paura.

Quindi, se siamo così bravi con noi stessi, cosa vuoi che sia bluffare con gli altri?

La sincerità, l’onestà intellettuale, è un’abitudine, lastricata di fatica, da allenare ogni istante. Tanto più complicata da coltivare con noi stessi di quanto non lo sia con gli altri. Funziona un pò come i vasi comunicanti. Se arrivi a scegliere di non bluffare più te stesso, automaticamente diventi incapace di farlo con gli altri. Ma non è facile.

Perchè sta nell’indole di ognuno cercare di svignarsela quanto più possibile, dalla verità, da quell’onestà intellettuale verso se stessi che ci rende gnudi, spogli, indifesi a qualsiasi attacco da dentro e da fuori.

Bluffare se stessi e gli altri, in qualche modo, ci protegge. E forse ci fa vincere la partita della nostra vita.

Perchè la vita è una partita a poker, in fondo. E allora è vero che siamo tutti giocatori di poker.

Chi bluffa? Su cosa si bluffa? Fino a che punto si bluffa? Ha davvero senso bluffare per rendersi la vita più semplice o bisogna avere il coraggio di giocare a carte scoperte e diventare finalmente uomini consapevoli e protagonisti, senza più scuse, della nostra partita?

 

Stanchezza

Questa è l’ora del giorno in cui mi trovo a sistemar scartoffie per il prossima scadenza burocratica. Di quelle che devi recuperare fogli, foglini e foglietti di tutto lo scorso anno, e andar a chiedere l’elemosina allo stato per vedere se il misero indicatore della mia condizione economica mi consentirà ancora di avere un pò di sconto su bollette varie e manterrà basse le spese del cucciolo. Per vedere di continuare a tener botta. A pensarci è quasi umiliante dover andar lì a vedersi scritto nero su bianco quanto poco sia il risultato numerico di tutta la tua fatica. Potrebbero tenerselo per sè quel numero e fare tutto di conseguenza, senza dovermelo sbandierare davanti e costringermi a portarmelo in giro, quasi fosse un numero di matricola, per chieder la questua che aiuti a condurre una vita almeno dignitosa per me e mio figlio.

Ed è questa l’ora non perchè mi abbia difettato la voglia, ma perchè dopo 12 ore fuori casa a lavorare, il cucciolo stasera aveva bisogno di me per le sue cose di scuola e poi la nanna e poi la cartella pronta per domani e così via. Fino a poco fa.

E c’era la prima puntata del festival stasera. Non per la musica, che ai miei orecchi le canzonette di Sanremo hanno perso interesse ormai da diversi anni, ma per gli abiti della conduttrice femminile. Vezzo da donna, questo, mio. Amore per gli abiti di alta moda, per la loro artistica maestria e unicità, più o meno apprezzabile ma a cui rendere omaggio almeno con la curiosità. Ho fatto in tempo a vedere solo il primo abito. Una meraviglia. Poi son rientrata nel turbine.

Mi piacerebbe sposarmi con un abito così. Un abito lungo di alta moda, Armani, nero. Non succederà.

Mi piacerebbe farmi un regalo per San Valentino. Senti cosa mi è venuto in mente… Un pezzo di lingerie. Ma non avrò il tempo di andarmelo a comprare, e forse quei soldi è meglio se li tengo da parte. Arriverà la bolletta del gas, presto.

Sono davvero tanto stanca.

Cortili

C’è una donna che scosta la tenda e mi vede. Riaccosta la tenda. Distoglie lo sguardo. Sorrido, chissà cosa pensa. Chissà cosa vede, veramente, di me.

C’è una persiana semichiusa. Sullo sfondo, attaccato alla parete, un ritratto. Sembra il ritratto di Dorian Gray, che mi guarda nelle fessure tra le stecche delle persiane. Sotto il suo mento un candelabro di argento che sembra un fioretto puntato alla sua gola. Dorian Gray mi guarda, ma non distoglie lo sguardo. E nemmeno io.

Una coppia di amanti unisce i corpi in rumorosi assalti. Ma è tutto una finzione. Anche se non lo sanno. Non esiste passione che faccia rumore. La passione brucia in silenzio come il canto quasi muto del crepitio del fuoco.

Sulla mia testa un coro di stelle che illumina il buio del cielo. Chissà cosa vedono davvero della nostra miseria, da lassù. Forse solo ombre lontane che scambiano per felicità. O forse nemmeno guardano, quaggiù, impegnate come  sono a risplendere per sé, incuranti delle aspettative di altezza che noi, piccoli uomini insignificanti, riponiamo in loro.

La sigaretta è finita. Nell’ultima voluta di fumo si spegne la luce calda dei sogni.

La pagina del mio libro sta completando il suo giro per posarsi sul mucchio di quelle già scritte. Sta arrivando un nuovo capitolo bianco. Si torna a vivere.

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