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Ridere come fanno i bambini

Una serata particolare in mezzo ad un gruppo affiatato di nuovi amici, che tirano dentro anche me preoccupandosi che mi senta a mio agio.

Bistecche che sfrigolano sulla brace e ciccia di una bontà notevole che gronda sangue alla maniera fiorentina, come deve essere.

Vino rosso, buono quanto basta.

E una strana alchimia che si forma tra le persone al punto che finisci a ridere, ridere e ridere. Di quelle risate grasse come fanno i bambini. Di quelle che ti fa male la pancia. Di quelle che finisci a piangere da quanto ridi.

Musica che gira su youtube. “Ora la metto io.” “Ora vi faccio sentire questa.”

E arriva il turno di voci maschili, melodie malinconiche in minore, parole velate di vaga tristezza, anche senza capirne il significato.

Si alza una voce sopra la musica. “Ma questi chi sono?”

La risposta. “DEPRESSI.”

E via una risata di quelle che quasi non ci credi che sei ancora capace di ridere così, proprio come fanno i bambini.

E allora siamo tutti qua, ognuno coi suo stramaledetti casini.

Ma “DEPRESSI” no, proprio no.

Abbiamo tutti già dato, abbondantemente.

Adesso basta.

Si ride, proprio come fanno i bambini.

Ed è proprio bello.

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E’ una cagata pazzesca!

E’ morto Paolo Villaggio.

Rimane la sua maschera più riuscita, quella del Ragionier Fantozzi, ironico, sarcastico, a suo modo geniale nel tirar fuori pregi e difetti di un’intera generazione, quella del boom economico, e lasciarla ai posteri con tratteggi quasi iconografici di quello che eravamo, cartina di tornasole di quello che siamo diventati.

Rimangono miriadi di scene indelebili nella memoria, una tra tutte quella della “Corazzata Kotiomkin”, in cui al termine della proiezione coatta del film-mattone, nella serata di una importante partita di pallone, il Ragionier Fantozzi si alza e in faccia al Mega-Direttore urla che “la Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!” con il seguito di 92 minuti di applausi, la rivolta degli impiegati e la conseguente punizione consistente nel ripetere dal vivo, a oltranza, la scena della carrozzella.

E’ da quando ho appreso la notizia stamattina, appena arrivata al lavoro, che mi rimbalza in testa.

Perchè Fantozzi era la rappresentazione della lenta e inesorabile trasformazione dell’uomo in pecora, inserito come un burattino in una società dalla libertà personale a maglie sempre più strette, che per una sera ci prova, per Dio a dire le cose come stanno, ad urlare fuori dal coro, a ribellarsi al sistema.

Sono tanto diverse le cose adesso? No, non credo.

Sono solo cambiati i Mega-Direttori con la poltrona in pelle umana, anzi, a dire la verità non sono nemmeno cambiati, si sono solo mimetizzati meglio, con i loro sorrisi da talk show in prima serata.

Sono cambiati i meccanismi di controllo, è rimasto il calcio, ci hanno aggiunto la play station, i social network e slogan pubblicitari lobotomizzanti.

Sono cambiati i ritmi, per colpa dei quali saltano gli assetti di qualsiasi famiglia. Non è più consentito che ci siano nuclei autonomi di pensiero, le famiglie unite appunto. Pressate tra ritmi da catena di montaggio e sollecitazioni di ogni tipo nessuna famiglia resiste, nessuna…ci avete fatto caso? E’ un dato di fatto acquisito e necessario e imprescindibile che una madre, o un padre, siano da soli e ‘parcheggino’ i figli a scuola, poi in palestra, poi ai corsi di musica, poi ai centri estivi, perchè devono lavorare 10 ore al giorno per tirare avanti la baracca e dar loro il pane. Nemmeno tra genitori e figli vogliono che si costruisca un legame… Dissolti i legami tra gli uomini, il gregge è fatto. Dividi et impera, è l’antica tattica di guerra dei romani.

Villaggio ci faceva vedere, col suo Ragionier Fantozzi, che li stavano fregando, quelli del boom economico…

A noi, oggi, ci hanno fregato…

E allora è tutto il giorno che ci penso che mi piacerebbe molto salirci io sul palco, al fianco del Mega Direttore, dopo una delle innumerevoli giornate da Corazzata Kotiomkin, sempre tutte uguali, per dirgli nel viso che questo bel mondo del cazzo in cui ci hanno ingabbiato  E’ UNA CAGATA PAZZESCA!

Villaggio lo vedeva già allora che saremmo finiti così…

Il suo Ragionier Fantozzi doveva metterci in guardia mentre ci faceva ridere, era questa la sua missione.

Perchè mentre si ride, da pecore in cui ci hanno trasformati, per il tempo della risata, si torna uomini, e si torna a pensare. E più si ride, più si pensa…la mente si rimette in funzione…

E allora grazie Fantocci, per averci fatto ridere.

Puoi andare in pensione, adesso, riposa in pace.

Noi quaggiù, ci sforzeremo di continuare a ridere…per rimanere vivi…per resistere.

“E noi lo sentiamo, lo sentiamo che da un momento all’altro ci potrebbe capitare qualcosa di infinito…”

Questo video me lo sono ritrovato sotto gli occhi qualche sera fa.

Roberto Benigni, mio concittadino eppure elevato intellettuale, di una cultura stratosferica, cresciuto a pane e campagne a una manciata di chilometri da dove ho sempre vissuto io, circondato dalla bruttura di una periferia senza anima, sotto l’ombra immensa della divina Firenze, respirando la stessa aria di cenci e telai che ho respirato e respiro io tutt’ora.

Quello che dice racchiude l’essenza dell’esistenza, è una cosa da tatuarsi dentro all’anima.

Così, per dare un senso all’esistenza, per sentirsi vivi.

Per tenere bene a mente, ogni giorno che vivere davvero è un dovere imprescindibile, e fottutamente bello.

 

 

“(Tutto) si ricapitola, si riassume in questa parola: amarsi. Però c’è una cosa da dire, che il tempo passa e il problema fondamentale dell’umanità da duemila anni é rimasto lo stesso: amarsi. Solo che ora é diventato più urgente, molto più urgente. E quando oggi sentiamo ancora ripetere che dobbiamo amarci l’un l’altro, sappiamo che ormai non ci rimane molto tempo, ci dobbiamo affrettare. Affrettiamoci ad amare.

Noi amiamo sempre troppo poco e troppo tardi. Affrettiamoci ad amare. Perché al tramonto della vita saremo giudicati sull’amore. Perché non esiste amore sprecato, e perché non esiste un’emozione più grande di sentire, quando siamo innamorati, che la nostra vita dipende totalmente da un’altra persona, che non bastiamo a noi stessi.

E perché tutte le cose, ma anche quelle inanimate, come le montagne, i mari, le strade… ma di più, di più… il cielo, il vento… di più… le stelle… di più… le città, i fiumi, le pietre, i palazzi, tutte queste cose che di per sè sono vuote, indifferenti, improvvisamente quando le guardiamo si caricano di significato umano e ci affascinano, ci commuovono, perché?..

Perché contengono un presentimento d’amore, anche le cose inanimate, perché il fasciame di tutta la creazione è amore e perché l’amore combacia con il significato di tutte le cose: la FELICITA’. Sì, la felicità. A proposito di felicità, cercatela, tutti i giorni, continuamente, anzi chiunque mi ascolti ora si metta in cerca della felicità ora, in questo momento stesso perché è lì, ce l’avete, ce l’abbiamo, perché l’hanno data a tutti noi.

Ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli, ce l’hanno data in regalo, in dote, ed era un regalo così bello che lo abbiamo nascosto, come fanno i cani con l’osso quando lo nascondono, e molti di noi l’hanno nascosto così bene che non si ricordano dove l’hanno messo, ma ce l’abbiamo, ce l’avete.

Guardate in tutti i ripostigli, gli scaffali, gli scomparti della vostra anima, buttate tutto all’aria, i cassetti, i comodini che c’avete dentro, vedrete che esce fuori, c’è la felicità. Provate a voltarvi di scatto magari la pigliate di sorpresa, ma è lì. Dobbiamo pensarci sempre alla felicità, e anche se lei qualche volta si dimentica di noi, noi non ci dobbiamo mai dimenticare di lei, fino all’ultimo giorno della nostra vita.

E non dobbiamo avere paura nemmeno della morte, guardate che è più rischioso nascere che morire eh.. non bisogna aver paura di morire, ma di non cominciare mai a vivere davvero. Saltate dentro all’esistenza ora, qui.

Perché se non trovate niente ora non troverete niente mai più. E’ qui l’eternità, dobbiamo dire sì alla vita, dobbiamo dire un sì talmente pieno alla vita che sia capace di arginare tutti i no. Perché (…) abbiamo capito che non sappiamo niente, e che non ci si capisce niente, e si capisce solo che c’è un gran mistero e che bisogna prenderlo com’è e lasciarlo stare.

E che la cosa che fa più impressione al mondo è la vita che va avanti e non si capisce come faccia. Ma come fa, ma come fa a resistere, ma come fa a durare così. E’ un altro mistero e nessuno l’ha mai capito perché la vita è molto più di quello che possiamo capire noi, per questo resiste. Se la vita fosse solo quello che capiamo noi, sarebbe finita da tanto, tanto tempo.

E noi lo sentiamo, lo sentiamo che da un momento all’altro ci potrebbe capitare qualcosa di infinito, e allora a ognuno di noi non rimane che una cosa da fare, inchinarsi, ricordarsi di fare un inchino ogni tanto al mondo, piegarsi, inginocchiarsi davanti all’esistenza.”

Roberto Benigni.

VOLARE E’ POTARE

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(immagine dal web)

Se volere è potere, allora… VOLARE E’ POTARE 

(Anonimo)

La frase l’ho trovata in rete qualche giorno fa.

Al di là dell’ironico gioco di parole, il senso che ad essa ha dato il mio stato d’animo di questi giorni, contiene una verità assoluta.

Si potrebbe pensare che tagliare e volare siano due azioni in aperta contraddizione. Le ali sono lo strumento, tanto invidiato e copiato agli uccelli, che consentirebbero a noi animali terreni, e in qualche modo meccanico lo fanno da secoli ormai, di volare…tagliarle allora non avrebbe alcun senso…

Ma se si pensa alla potatura che sapientemente viene fatta di alberi e piante, da mani esperte, in modi e tempi stabiliti, essa consente alla pianta stessa di disfarsi di rami secchi, infruttuosi, che si sono accresciuti in direzioni pericolose per la stabilità, per rinascere a nuova vita, per continuare a crescere correttamente, per avere nuovi germogli sani, per dare frutti copiosi, per tornare rigogliosa all’affacciarsi della nuova stagione.

Ho sempre trovato triste la pianta appena potata…sembra monca, ferita, divelta, danneggiata… ma quando arriva la stagione dei germogli essa sprigiona tutta la sua potenza vitale, resa ancor più prosperosa da quell’operazione di mutilazione curativa che è stata la potatura.

E allora metaforicamente, se penso a me stessa come ad una pianta, tagliare i rami secchi, disfarmi del peso distorto del passato, potare le parti marcescenti di quello che è stato, vorrebbe dire spiccare il volo, tornare a germogliare, rinascere di nuova vita sana e rigogliosa.

Io raramente riesco a dare un taglio netto al passato, come quando si recide una rosa con le forbici sbagliate e rimane ancorato al fusto un filamento che non si taglia… quel filamento rimane attaccato, ad ogni colpo di forbice si sfilaccia, ma la rosa ancora non si stacca.

Ecco, io conservo sempre un filo collegato, un ramo sterile, in tutte le situazioni del passato, nelle relazioni, nei sentimenti, negli avvenimenti, come se rimanessi sempre lì, penzolante, non più legata ma non ancora recisa e pronta a nuova vita.

Invece dovrei imparare a “potare”, lasciar indietro i rami secchi, i percorsi sbagliati, le scelte infruttuose, i sentimenti cresciuti nella direzione pericolosa per la stabilità.

Tagliare per tornare a volare, per riprendere fiato, per respirare aria nuova a pieni polmoni e andare avanti, senza più quel filamento legato al passato, sempre più sottile e sfilacciato.

E allora sì che sarebbe vero che “VOLARE E’ POTARE” !!!!

Chiunque abbia inventato questa lungimirante frase metaforica dell’esistenza e del suo rinnovamento ha pienamente colpito nel segno…

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(immagine personale)

 Qualche tempo fa leggevo che da una ricerca sul destino commissionata a non ricordo quale istituto – eccone un’altra di cose che proprio non sopporto: questa mania di indagare sulle questioni più assurde – risulterebbe che il destino, appunto, non esiste e che tutto dipende dalle nostre decisioni: attimo dopo attimo siamo noi gli unici incontrastati padroni del nostro futuro. Adesso, a parte che sarebbe come dire che si può dimostrare scientificamente la inesistenza di un altrove o di dio, restando più modestamente al mio caso, se in quel giorno di luglio, per l’esattezza la mattina dell’ultima lezione con Loretta prima delle vacanze, la signora Clelia, dopo un nuovo fugace ma assai intenso incontro – oh, era l’addio prima di una lunga separazione: «Mi mancherai» mi disse lisciandomi il basso corredo concertistico – non mi avesse riferito che al fratello, direttore d’albergo, gli si era incidentato il pianista, e quindi chiesto se volessi sostituirlo, quale direzione avrebbe preso la mia vita? Certo potevo anche risponderle di no. Ma perché mai rifiutare un ingaggio con un compenso più che allettante rinunciando quindi a quella che, considerato l’impegno che mi avrebbe richiesto -appena qualche ora di sera – sivprospettava, per il resto, come una insperata vacanza al mare?Oltretutto in un hotel di lusso che mai più mi sarei potuto permettere? Sì, avrei potuto anche risponderle che m’ero già impegnato con la comitiva dei miei amici dell’Azione Cattolica per quindici giorni al campeggio Marilena di Agropoli – ma in tal caso sarei stato solo un povero stronzo con un giusto destino da povero stronzo, no? – e forse forse sarebbe stato meglio. Invece preparai la valigia e, come volle il destino, il giorno dopo partii.

Gaetano Cappelli – Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi, Marsilio 2012

Condi-vivere

Muovo i miei passi, inoltrandomi ogni giorno nel susseguirsi delle ore, sempre avanti, un passo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro…

Ma da sempre appartiene al mio mondo emotivo la necessità di condividere…credo che tutto quello che accade, i pensieri altalenanti tra gioia e tristezza, tra allegria e malinconia, le scelte che ad ogni piè sospinto ci troviamo ad affrontare abbia un senso solo se condiviso, se vissuto in relazione con altre menti, con altre persone…

Forse tutto questo nasce da una mia insicurezza, dalla consapevolezza che non basto a me stessa, ma sento la necessità di qualcuno a cui raccontare dei fiori di girasole sopra la tazza di cappuccino alla cannella in una mattina di inizio primavera, o la frase buffa di mio figlio che picchiettando sulla buzzetta mi dice che se non c’è un fratellino o una sorellina dentro la mia pancia allora sono solo grassa, o le complicazioni emotive di una famiglia che era troppo vicina ma sempre così distante, o le avventure mentali di rincorsa nei luoghi della mia mente in cui il filo di Arianna della mia vita si è intrecciato in modo inestricabile negli anfratti più tortuosi dei labirinti delle mie scelte…

Non nascondo che anche mio figlio nasce da questa mia necessità di avere qualcuno al mio fianco a cui ‘raccontare’ di me e della cui vita essere testimone…

In tutto questo vortice di giornate sempre in corsa, mi fermo e chiedo condivisione…da sola non sono niente…tutto di me si perde nelle sabbie del tempo sollevate e disperse in un alito di vento…

In fondo, vivere è condividere…altrimenti che senso ha?

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