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Analisi

Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”, 5 Dicembre 1937


Le analisi, quelle belle, razionalmente ineccepibili, perfette nella loro lucidità.

Quelle che ti illudi, speri, sogni che non siano vere. Ti sforzi anche di agire in modo tale da dimostrare che non lo siano.

Quelle che non ci vuoi proprio credere che siano vere, anche se in fondo lo sai che lo sono. Vere. Forse.

E in quel ‘forse’ ci infili il cuore. Tutto quello che hai.

Perchè “la solitudine (…) fredda e immobile” fa una paura fottuta, in questo sputo di cosmo in cui siamo precipitati.

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Bluff

C’è una pubblicità, di una delle tante piattaforme per il gioco on line, che recita così:

“Ci risiamo, ti tocca bluffare. Sei deciso?

Però… Pensa a quelle volte in cui hai bluffato te stesso!

Alla barra per trazioni che ti sta aspettando da mesi.

A quel libro, che un giorno sicuramente leggerai.

Ai tuoi genitori, quando ti convinci che non abbiano mai fatto l’amore.

Pensa… Perché se puoi bluffare te stesso, puoi bluffare chiunque.

Perché tu sei già un giocatore di poker.”

A prescindere dalla sua finalità ultima che è quella di portare quante più persone possibile a spendere i propri soldi nei giochi on line che la piattaforma propone, da quando l’ho sentita la prima volta io ne sono rimasta affascinata per il sottile risvolto psicologico che la pervade.

E mi son trovata a chiedermi quanto sia vero e in quante situazioni si verifica, che ci si trovi a prendere in giro se stessi. A bluffare, in fondo, su una miriade di aspetti della propria vita.

E mi viene da pensare ad alcune scelte del mio passato, alle tante scuse che costruisco e a cui riesco a dare la dignità di una scelta, per fare o non fare determinate cose, alle tante cose non dette e talvolta appositamente non pensate nemmeno, nascoste il più delle volte nella velatura di uno sguardo o nell’isteria di una risata.

E allora il testo della pubblicità coglie nel segno, perchè tante e tante volte che magari non si riesce neanche più a contarle, si bluffa noi stessi in modi che talvolta hanno una tale fantasia e architettonica perfezione, da far quasi paura.

Quindi, se siamo così bravi con noi stessi, cosa vuoi che sia bluffare con gli altri?

La sincerità, l’onestà intellettuale, è un’abitudine, lastricata di fatica, da allenare ogni istante. Tanto più complicata da coltivare con noi stessi di quanto non lo sia con gli altri. Funziona un pò come i vasi comunicanti. Se arrivi a scegliere di non bluffare più te stesso, automaticamente diventi incapace di farlo con gli altri. Ma non è facile.

Perchè sta nell’indole di ognuno cercare di svignarsela quanto più possibile, dalla verità, da quell’onestà intellettuale verso se stessi che ci rende gnudi, spogli, indifesi a qualsiasi attacco da dentro e da fuori.

Bluffare se stessi e gli altri, in qualche modo, ci protegge. E forse ci fa vincere la partita della nostra vita.

Perchè la vita è una partita a poker, in fondo. E allora è vero che siamo tutti giocatori di poker.

Chi bluffa? Su cosa si bluffa? Fino a che punto si bluffa? Ha davvero senso bluffare per rendersi la vita più semplice o bisogna avere il coraggio di giocare a carte scoperte e diventare finalmente uomini consapevoli e protagonisti, senza più scuse, della nostra partita?

 

Ridere come fanno i bambini

Una serata particolare in mezzo ad un gruppo affiatato di nuovi amici, che tirano dentro anche me preoccupandosi che mi senta a mio agio.

Bistecche che sfrigolano sulla brace e ciccia di una bontà notevole che gronda sangue alla maniera fiorentina, come deve essere.

Vino rosso, buono quanto basta.

E una strana alchimia che si forma tra le persone al punto che finisci a ridere, ridere e ridere. Di quelle risate grasse come fanno i bambini. Di quelle che ti fa male la pancia. Di quelle che finisci a piangere da quanto ridi.

Musica che gira su youtube. “Ora la metto io.” “Ora vi faccio sentire questa.”

E arriva il turno di voci maschili, melodie malinconiche in minore, parole velate di vaga tristezza, anche senza capirne il significato.

Si alza una voce sopra la musica. “Ma questi chi sono?”

La risposta. “DEPRESSI.”

E via una risata di quelle che quasi non ci credi che sei ancora capace di ridere così, proprio come fanno i bambini.

E allora siamo tutti qua, ognuno coi suo stramaledetti casini.

Ma “DEPRESSI” no, proprio no.

Abbiamo tutti già dato, abbondantemente.

Adesso basta.

Si ride, proprio come fanno i bambini.

Ed è proprio bello.

E’ una cagata pazzesca!

E’ morto Paolo Villaggio.

Rimane la sua maschera più riuscita, quella del Ragionier Fantozzi, ironico, sarcastico, a suo modo geniale nel tirar fuori pregi e difetti di un’intera generazione, quella del boom economico, e lasciarla ai posteri con tratteggi quasi iconografici di quello che eravamo, cartina di tornasole di quello che siamo diventati.

Rimangono miriadi di scene indelebili nella memoria, una tra tutte quella della “Corazzata Kotiomkin”, in cui al termine della proiezione coatta del film-mattone, nella serata di una importante partita di pallone, il Ragionier Fantozzi si alza e in faccia al Mega-Direttore urla che “la Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!” con il seguito di 92 minuti di applausi, la rivolta degli impiegati e la conseguente punizione consistente nel ripetere dal vivo, a oltranza, la scena della carrozzella.

E’ da quando ho appreso la notizia stamattina, appena arrivata al lavoro, che mi rimbalza in testa.

Perchè Fantozzi era la rappresentazione della lenta e inesorabile trasformazione dell’uomo in pecora, inserito come un burattino in una società dalla libertà personale a maglie sempre più strette, che per una sera ci prova, per Dio a dire le cose come stanno, ad urlare fuori dal coro, a ribellarsi al sistema.

Sono tanto diverse le cose adesso? No, non credo.

Sono solo cambiati i Mega-Direttori con la poltrona in pelle umana, anzi, a dire la verità non sono nemmeno cambiati, si sono solo mimetizzati meglio, con i loro sorrisi da talk show in prima serata.

Sono cambiati i meccanismi di controllo, è rimasto il calcio, ci hanno aggiunto la play station, i social network e slogan pubblicitari lobotomizzanti.

Sono cambiati i ritmi, per colpa dei quali saltano gli assetti di qualsiasi famiglia. Non è più consentito che ci siano nuclei autonomi di pensiero, le famiglie unite appunto. Pressate tra ritmi da catena di montaggio e sollecitazioni di ogni tipo nessuna famiglia resiste, nessuna…ci avete fatto caso? E’ un dato di fatto acquisito e necessario e imprescindibile che una madre, o un padre, siano da soli e ‘parcheggino’ i figli a scuola, poi in palestra, poi ai corsi di musica, poi ai centri estivi, perchè devono lavorare 10 ore al giorno per tirare avanti la baracca e dar loro il pane. Nemmeno tra genitori e figli vogliono che si costruisca un legame… Dissolti i legami tra gli uomini, il gregge è fatto. Dividi et impera, è l’antica tattica di guerra dei romani.

Villaggio ci faceva vedere, col suo Ragionier Fantozzi, che li stavano fregando, quelli del boom economico…

A noi, oggi, ci hanno fregato…

E allora è tutto il giorno che ci penso che mi piacerebbe molto salirci io sul palco, al fianco del Mega Direttore, dopo una delle innumerevoli giornate da Corazzata Kotiomkin, sempre tutte uguali, per dirgli nel viso che questo bel mondo del cazzo in cui ci hanno ingabbiato  E’ UNA CAGATA PAZZESCA!

Villaggio lo vedeva già allora che saremmo finiti così…

Il suo Ragionier Fantozzi doveva metterci in guardia mentre ci faceva ridere, era questa la sua missione.

Perchè mentre si ride, da pecore in cui ci hanno trasformati, per il tempo della risata, si torna uomini, e si torna a pensare. E più si ride, più si pensa…la mente si rimette in funzione…

E allora grazie Fantocci, per averci fatto ridere.

Puoi andare in pensione, adesso, riposa in pace.

Noi quaggiù, ci sforzeremo di continuare a ridere…per rimanere vivi…per resistere.

“E noi lo sentiamo, lo sentiamo che da un momento all’altro ci potrebbe capitare qualcosa di infinito…”

Questo video me lo sono ritrovato sotto gli occhi qualche sera fa.

Roberto Benigni, mio concittadino eppure elevato intellettuale, di una cultura stratosferica, cresciuto a pane e campagne a una manciata di chilometri da dove ho sempre vissuto io, circondato dalla bruttura di una periferia senza anima, sotto l’ombra immensa della divina Firenze, respirando la stessa aria di cenci e telai che ho respirato e respiro io tutt’ora.

Quello che dice racchiude l’essenza dell’esistenza, è una cosa da tatuarsi dentro all’anima.

Così, per dare un senso all’esistenza, per sentirsi vivi.

Per tenere bene a mente, ogni giorno che vivere davvero è un dovere imprescindibile, e fottutamente bello.

 

 

“(Tutto) si ricapitola, si riassume in questa parola: amarsi. Però c’è una cosa da dire, che il tempo passa e il problema fondamentale dell’umanità da duemila anni é rimasto lo stesso: amarsi. Solo che ora é diventato più urgente, molto più urgente. E quando oggi sentiamo ancora ripetere che dobbiamo amarci l’un l’altro, sappiamo che ormai non ci rimane molto tempo, ci dobbiamo affrettare. Affrettiamoci ad amare.

Noi amiamo sempre troppo poco e troppo tardi. Affrettiamoci ad amare. Perché al tramonto della vita saremo giudicati sull’amore. Perché non esiste amore sprecato, e perché non esiste un’emozione più grande di sentire, quando siamo innamorati, che la nostra vita dipende totalmente da un’altra persona, che non bastiamo a noi stessi.

E perché tutte le cose, ma anche quelle inanimate, come le montagne, i mari, le strade… ma di più, di più… il cielo, il vento… di più… le stelle… di più… le città, i fiumi, le pietre, i palazzi, tutte queste cose che di per sè sono vuote, indifferenti, improvvisamente quando le guardiamo si caricano di significato umano e ci affascinano, ci commuovono, perché?..

Perché contengono un presentimento d’amore, anche le cose inanimate, perché il fasciame di tutta la creazione è amore e perché l’amore combacia con il significato di tutte le cose: la FELICITA’. Sì, la felicità. A proposito di felicità, cercatela, tutti i giorni, continuamente, anzi chiunque mi ascolti ora si metta in cerca della felicità ora, in questo momento stesso perché è lì, ce l’avete, ce l’abbiamo, perché l’hanno data a tutti noi.

Ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli, ce l’hanno data in regalo, in dote, ed era un regalo così bello che lo abbiamo nascosto, come fanno i cani con l’osso quando lo nascondono, e molti di noi l’hanno nascosto così bene che non si ricordano dove l’hanno messo, ma ce l’abbiamo, ce l’avete.

Guardate in tutti i ripostigli, gli scaffali, gli scomparti della vostra anima, buttate tutto all’aria, i cassetti, i comodini che c’avete dentro, vedrete che esce fuori, c’è la felicità. Provate a voltarvi di scatto magari la pigliate di sorpresa, ma è lì. Dobbiamo pensarci sempre alla felicità, e anche se lei qualche volta si dimentica di noi, noi non ci dobbiamo mai dimenticare di lei, fino all’ultimo giorno della nostra vita.

E non dobbiamo avere paura nemmeno della morte, guardate che è più rischioso nascere che morire eh.. non bisogna aver paura di morire, ma di non cominciare mai a vivere davvero. Saltate dentro all’esistenza ora, qui.

Perché se non trovate niente ora non troverete niente mai più. E’ qui l’eternità, dobbiamo dire sì alla vita, dobbiamo dire un sì talmente pieno alla vita che sia capace di arginare tutti i no. Perché (…) abbiamo capito che non sappiamo niente, e che non ci si capisce niente, e si capisce solo che c’è un gran mistero e che bisogna prenderlo com’è e lasciarlo stare.

E che la cosa che fa più impressione al mondo è la vita che va avanti e non si capisce come faccia. Ma come fa, ma come fa a resistere, ma come fa a durare così. E’ un altro mistero e nessuno l’ha mai capito perché la vita è molto più di quello che possiamo capire noi, per questo resiste. Se la vita fosse solo quello che capiamo noi, sarebbe finita da tanto, tanto tempo.

E noi lo sentiamo, lo sentiamo che da un momento all’altro ci potrebbe capitare qualcosa di infinito, e allora a ognuno di noi non rimane che una cosa da fare, inchinarsi, ricordarsi di fare un inchino ogni tanto al mondo, piegarsi, inginocchiarsi davanti all’esistenza.”

Roberto Benigni.

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