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Pensieri in vacanza

Le menti semplici, senza nemmeno saperlo, forse conoscono il segreto per la felicità.  Non si fanno domande e in ogni caso le risposte che si danno o che ottengono sono giuste, senza porsi il problema, senza chiedere di più. Vanno d’istinto…e raramente l’istinto sbaglia.

Eppure la gente si lamenta per tutto, per le vespe che ronzano troppo vicine, per l’ombrellone che questo era il mio e  invece adesso ci sei tu, per il mare troppo mare, per il vento troppo vento, per il buffet che era meglio da un’altra parte. E non si accorgono che le vespe son pure belle e non le vedresti se non ti fossero vicine. Che c’è un ombrellone vuoto a due passi e con ha senso fare i prepotenti, tanto meno qua, tanto meno al mare, tanto meno in vacanza…datti una calmata… Che il mare è il mare ed è una meraviglia che non ti spieghi comunque sia e che il vento idem. Che il buffet, se era meglio da un’altra parte potevi tornare lì, ma forse il viaggio di nozze te lo sei già fatto coi soldi dei parenti l’anno prima…e sappi che ti è già andata di culo…e se adesso sei nel posto dove sono io vuol dire che non navighi nell’oro e le cose non ti vanno granché e allora non ti lamentare, accontentati di poter esserci venuto al mare a sfoggiare la tua buzza flaccida, esattamente come la mia. E  allora datti una calmata, rilassati, e prova a godere di quello che hai.

E ci sono i bambini pieni di sabbia che sembrano cotolette impanate pronte per andare in padella che ridono e giocano insieme e sono tutti amici prima ancora di aver chiesto come si chiamano, che il nome alla fine non è nemmeno poi così importante. La cosa importante è essere amici e scambiarsi palette e secchielli nei turni per andare a prendere l’acqua a riva per poi costruire piste e castelli e draghi e buchi e gallerie. E ridono e giocano. E in fondo a tutto il mare.

E poi c’è lui col quale vivo questa manciata di giorni di assoluta complicità, consapevole che non mancano poi troppi anni al momento in cui quello che potrò offrirgli non sarà più abbastanza e avrà bisogno di stimoli nuovi, di posti nuovi, e chissà… Ma intanto lui ride e tanto, fino quasi a farsela addosso, e mi dice “Mamma posso darti un abbraccio?” E mentre si stringe dentro al mio di abbraccio, offrendomi il suo: “Mamma, ti voglio bene.” E io sono felice. Ma non tanto per dire…sono proprio felice. Felice.

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In me confido

Sulla strada che faccio tutti i giorni per andare e tornare dal lavoro campeggia, all’altezza di un semaforo e posizionato in modo che in qualsiasi senso di marcia si stia viaggiando non possa sfuggirne la visione, un cartellone con un’immagine iconica del Cristo Redentore sottotitolata a caratteri cubitali dalla scritta. “Gesù in te confido”.

Io mi ritengo credente il giusto, cattolica il minimo indispensabile, ma sufficientemente cristiana da ritenere che gli insegnamenti tramandati come dettati dal Cristo siano una buona sintesi dei comportamenti atti a vivere rispettosamente in una società civile, tuttavia quel cartellone 2 metri per 1 che mi ricorda di confidare in altro da me e per di più in un’entità divina all’inizio e alla fine di ogni mia giornata lavorativa, francamente mi disturba.

Perchè sono fermamente convinta che tutto accada per una ragione, intesa non come fato o destino, ma come una ragione, un ragionamento, un lavoro di intelletto e quindi una discendenza di causa-effetto che dipende dalle continue scelte, consapevoli o meno, che si fanno in ogni momento.

Con qualche rara eccezione che riconosco soltanto nell’insorgere di malattie per le quali ovviamente non si ha, il più delle volte la possibilità di scegliere. Ma non è neanche detto che sia sempre così. Perchè accade che alcune malattie, in alcuni momenti, insorgano perchè siamo costretti o ci si costringe, ed ecco la scelta, a ritmi di vita parossistici che alla lunga indeboliscono le capacità reattive del fisico… ed ecco che a metà agosto, nel mezzo di un’estate torrida come nessuno di noi ricordi mai esserci stata in precedenza, un caro amico si trovi ad affrontare una polmonite per un banale colpo di fresco causato dai condizionatori che troppo contrastano negli ambienti chiusi rispetto alle temperature elevatissime dell’esterno. Perchè lui sì e io no? Perchè lui gestisce e si obbliga a subire livelli di stress molto più elevati dei miei. Scelte… consapevoli o meno… potrebbe essere, no? 50 e 50…

‘Confidare’ viene dal latino CUM=CON e FIDES=FEDE e significa ‘avere fede, fiducia; avere certa speranza’ (dal Dizionario Etimologico). Ecco, la fede è per me quel moto dell’anima che interviene quando la ragione non riesce a dare spiegazioni plausibili, quando, tornando indietro di scelta in scelta, non riesce a trovare la causa primigenia di tutta la cascata di effetti che hanno portato all’evento che stiamo affrontando e per il quale non si riesce a trovare razionalmente una soluzione. E allora arriva la fede a salvare il culo alla ragione, a dare una spiegazione quando una spiegazione non si trova o non si è in grado di trovarla.

Ma quando una spiegazione non si trova, il più delle volte o non si è consapevoli del percorso che ci ha portato fino a quel punto, o non si vuole esserlo…e quindi in fondo non si vuole trovare. E allora ecco che se penso alla mia condizione di donna che non riesce a trovare un uomo che voglia starle accanto, e decido di pensarci consapevolmente, l’ago della bilancia si sposta drasticamente dagli uomini che ‘sono tutti stronzi’, luogo comune comodo e fin troppo inflazionato, a me che, ogni volta che incontro una persona nuova non riesco più a non vedere attaccati su di lui tutti quei comportamenti degli uomini che lo hanno preceduto e che per me sono stati dolorosissimi e devastanti. Non è colpa, nè merito suo se, dopo la seconda o terza volta che ci vediamo si eclissa in un silenzio che odora di fuga a gambe levate, ma sono io che, buttando su uno sconosciuto tutto quello che di peggio è stata la mia esperienza con il sesso maschile (che, diciamolo, in grandissima parte è stato generato da mie scelte autopunitive per carenza tossica di autostima…), non gli lascio nemmeno la possibilità di provare a dimostrarmi che esiste un’altra via. Io scelgo, come riflesso automatico ormai, quindi in modo abbastanza inconsapevole, lì per lì, di etichettarlo come un pericolo e faccio in modo che si allontani. Sono quindi arrivata alla conclusione che mi boicotto da sola, mi proteggo, mi difendo, in un meccanismo automatico talmente perfezionato, batosta dopo batosta, da rendermi del tutto inabile a gestire una ipotetica nuova relazione. Non sono loro, il problema, sono io… ammesso e non concesso che questo sia un problema… La persona in questione dovrebbe allora scegliere di lottare a denti stretti contro i mostri del mio passato e contro il mio meccanismo automatico di difesa ad oltranza, come un novello Don Chisciotte contro i mulini a vento… accettando il rischio di perdere comunque la battaglia. E chi, oggettivamente potrebbe mai essere talmente folle da volerci anche solo provare? Non c’entrano niente il destino, la sfortuna, gli uomini sbagliati… la spiegazione di tutto sta nelle mie scelte, nelle direzioni che ho via via imposto alla mia vita. Ed è andata così. Forse non poteva andare che così. Quindi va bene così, basta esserne consapevoli.

E allora questa serie di riflessioni nascono da poche righe scritte da un’amica d’infanzia, che sul suo profilo facebook si lamentava stasera di non avere adesso la vita che avrebbe voluto e che vorrebbe, e di non meritarsi quello che ha, lasciando intendere che meriterebbe invece la realizzazione dei suoi sogni. Mentre leggevo pensavo invece che lei, come tutti, si merita invece proprio quello che ha, perchè frutto di scelte passate che, facendo prendere alla sua vita una direzione invece che un’altra, l’hanno portata ad essere quello che è adesso e a vivere la vita che vive adesso. Quindi si merita tutto, il bello e il brutto della sua vita, esattamente come me, con la differenza che io ho capito che devo essere orgogliosa di tutto quello che di bene e soprattutto di male io mi sono meritata, perchè io l’ho voluto, perchè io l’ho scelto in fondo e non ‘confido’ in niente e nessuno, se non in me…lei invece se ne lamenta.

Ma lamentarsi non ha senso oltre ad essere un assurdo spreco di energie intellettive, perchè se nella direzione che hai dato alla tua vita qualcosa non torna, bisogna ‘confidare’ in se stessi, raccogliere le forze e trascinare la tua esistenza da un’altra parte, pronti ad affrontare la medesima fatica di chi tiene il timone di una barca in un mare in tempesta lanciandola contro le onde, perchè sa che lì deve andare come unica soluzione possibile in mezzo all’inferno, e lì andrà.

Io ‘confido’ in me. I lamenti, la sfortuna, il caso, il destino, la fede, non mi appartengono più. Io governo la barca, io sono il miglior capitano possibile della mia vita, io non ho fede in nessun altro se non in me. E che Gesù, se c’è, dal suo cartellone 2 metri per 1, mi aiuti solo ad essere ‘giusta’ (Giusto: “Di persona che conforma i propri giudizi e comportamenti a criteri di equità, di imparzialità. Fondato su ragioni moralmente valide” dal Dizionario di Italiano Sabatini Coletti).

 

 

 

Clarissa (WRITERS N.13)

Nel numero 13 di WRITERS che potete leggere e scaricare qui: https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9MWlXMnY2Ri1oNzg/view?usp=sharing

trovate il mio racconto dedicato al tema della “crescita personale”.

E’ la storia di ‘Clarissa’…un pò vera, un pò no… come tutte le storie…

Clarissa

di Elena Brilli

Clarissa è una ragazza di vent’anni, ‘una brava ragazza’ dicono di lei gli abitanti del quartiere in cui vive da sempre.

Vive coi suoi genitori e suo fratello, più piccolo di un paio di anni, e ama studiare.

Mente brillante durante gli anni del liceo, i primi anni di università avevano confermato la sua stacanovistica volontà di apprendere e di dimostrare che lo è davvero, quella brava ragazza che tutti dicono.

Le sue giornate sono divise tra lezioni e studio, incontri coi professori, esami e lezioni, ancora… ancora… e ancora.

Università, studio, esami… esami, studio, università…

Perchè “le cose o si fanno al massimo delle proprie possibilità o non si fanno”, così le aveva sempre ripetuto sua madre, fin dalla tenera infanzia, così aveva imparato a fare in ogni cosa della sua vita, così è adesso il suo modo di essere viva, vista, vissuta e riconosciuta.

Poi sua madre si ammala e succede tutto all’improvviso. Un’esame di routine rivela nei suoi esiti un ospite sgradito e pericoloso: carcinoma mammario metastatico al IV stadio.

Bisogna operare, subito.

Le giornate di Clarissa diventano allora lezioni, studio, università, esami… e ospedale.

Arrivata di corsa all’uscita di sua madre dalla sala operatoria, dopo l’ennesimo esame superato a pieni voti, la sua vita di studentessa modello si scontra con la sofferenza impressa su quel volto semicoscente, ancora immerso nell’anestesia, e con la pesante mutilazione subita.

E sono giornate di ansie, dolore, dottori, medicazioni, visite, lezioni, studio, università, esami… e panni da lavare e stirare, pasti da cucinare per suo fratello e suo padre, casa da tenere più o meno in ordine durante la convalescenza di sua madre.

Ed è chemioterapia, pesantissima, invasiva, devastante…

Sua madre perde i capelli e soffre. Passa le sue giornate abbandonata sul divano, spenta, assente, o si trascina per la casa per arrivare in bagno a vomitare. E Clarissa le tiene la testa, la sorregge in mezzo agli spasmi, la rimette in poltrona, la copre e ogni tanto interrompe i suoi studi per controllare che sua mamma respiri ancora, una volta che le convulsioni le danno tregua. Il percorso tra la sua scrivania e la poltrona dove giace sua madre, o l’involucro che ne rimane, è un incubo che ogni mezz’ora la costringe ad avvicinarsi a quel corpo esanime per accertarsi che il petto si alzi ancora tra un respiro faticoso e l’altro.

Così le sue giornate diventano sostenere sua madre, cercare di controllare, per quanto possibile, che sopravviva a quella cura che la sta uccidendo perché non la uccida il tumore, e poi, se rimane il tempo, esami, studio, università, lezioni… lezioni, università, studio, esami…

Se rimane il tempo.

Finisce la chemioterapia, ritorna il tumore, quasi uno scherzo del destino, o un suo accanimento feroce sul corpo di sua madre e sulla vita di Clarissa. Si torna in prigione…senza passare dal via…mano sfortunata nel giro di Monopoli che spesso è la vita.

Di nuovo sotto i ferri sua madre, di nuovo le giornate tornano a concludersi in ospedale, dopo le lezioni, l’università, lo studio, gli esami e la casa da tenere in ordine.

Si ricomincia con la chemioterapia, e stavolta non è un ciclo solo ma tre, pesantissimi, invasivi, devastanti. Stroncano ogni resistenza del tumore, forse… Di sua madre, di sicuro…

Per la prima volta nella sua vita Clarissa, tra uno spasmo di vomito e l’altro, vede sua madre piangere e implorare che finisca tutto.

Io l’ho fatto per voi, per il babbo, per te e tuo fratello… ma se dovesse tornare un’altra volta io non lo faccio più, non chiedetemi di farlo di nuovo…” è la resa definitiva che Clarissa raccoglie dalle labbra di sua madre prima di sorreggerla di nuovo mentre il corpo sfinito si scuote a vomitare ancora.

Sua madre smette di lavorare, una ‘finestra’ per il pensionamento anticipato si apre sulla sua quasi quarantennale carriera di insegnante, suo padre lavora molto meno per poter seguire sua moglie dentro e fuori dagli ospedali, le giornate di Clarissa sono ancora lezioni, università, esami, studio, casa da tenere in ordine… ma cominciano a mancare i soldi.

Suo fratello è più piccolo e merita di studiare… accidenti se lo merita… molto più di lei, forse.

E allora Clarissa decide di togliere un peso a quel bilancio familiare che comincia a dare segni di cedimento e che non può più permettersi di mantenere due figli all’università.

Clarissa inizia a lavorare nella ristorazione di un grande centro commerciale, e le sue giornate sono adesso lezioni, università, studio, esami… e lavoro, tutte le sere, dalle 20 a mezzanotte e a giornate intere nei fine settimana.

Usa la macchina che divide con suo fratello, la porta la mattina presto vicino al suo posto di lavoro, prende l’autobus, va a lezione, passa la giornata all’università, torna indietro in autobus al tramonto, riprende la macchina, va al lavoro, torna a casa, sistema casa, studia… se ce la fa.

E avanti così per mesi e mesi, si addormenta in aula un paio di volte, è costretta a saltare esami ed incontri coi professori perché non riesce tutte le volte a spostare gli orari dei suoi colleghi…

Clarissa accelera… lo studio rallenta.

Poi suo fratello comincia a brontolare perché Clarissa è costretta a tenere sempre la macchina, ma lui è un ragazzo giovane e ogni tanto la sera vorrebbe uscire con gli amici.

Ha ragione lui, ovviamente, e d’altronde lei lavora adesso e può comprarsi la sua prima macchinuccia tutta sua.

Così fa, Clarissa, e nello stipendio suo lavoretto part-time deve entrarci adesso anche la rata della macchina e l’assicurazione, oltre alle tasse universitarie e le spese per gli esami.

Sua madre sta un po’ meglio, però, e Clarissa pensa che in fondo ce la po’ fare ad andare avanti così, tra lezioni, università, esami, studio, lavoro, casa da rassettare e soldi da gestire.

Nell’estate dei suoi 25 anni, però, Clarissa, nonostante i suoi sforzi e il tremante e faticosissimo equilibrio che ha dato alla sua vita, si accorge che deve lavorare di più, perché a settembre ci sono le tasse universitarie da pagare e anche l’assicurazione della macchina, e tutti quei soldi lei non li ha. E a settembre il suo contratto scadrà.

Così le sue giornate diventano, in quell’estate calda, un nuovo lavoro la mattina, una corsa in facoltà, lezioni, studio, università, esami… sempre meno per la verità… poi una corsa al suo solito lavoro la sera, fine settimana compresi.

Non ce la fa più, Clarissa, non regge più quella vita, se ne è accorta da un pezzo, lo sa bene, ma deve andare avanti, le mancano così pochi esami a finire…sua madre sta meglio, deve farcela… anche per lei.

Arriva settembre e scadono i contratti, tutti e due… ma Clarissa deve lavorare, non può più smettere… chi può pagare le sue spese se smette di studiare? Chi pagherà adesso le tasse universitarie e gli esami, e le spese per la sua macchinuccia?

Arriva insperata una proposta di un lavoro nuovo, tutto il giorno, le classiche otto ore da passare in ufficio, bloccata dietro ad una scrivania.

Clarissa accetta, può continuare a studiare, andrà in facoltà molto meno di prima, ma se vuole ce la può fare.

Ci crede Clarissa, e continua a pagare le tasse universitarie per altri tre anni, senza più riuscire ad andare in università, senza più nessun esame.

Clarissa rinuncia agli studi, sono passati cinque anni dal giorno in cui è cambiato tutto, sua madre sta bene, è sopravvissuta al tumore e alla chemioterapia.

La sua vita ha cambiato strada… Clarissa è diventata grande, si vede che doveva andare così.

Forse, è così che si diventa grandi… scegliendo la cosa giusta da fare in ogni momento, l’unica cosa possibile per andare avanti.

Elena Brill

Come si diventa ‘grandi’… su WRITERS N.13

Il nuovo numero della rivista on line di scrittura creativa che dirigo è finalmente on line!

Si chiama WRITERS, è arrivata al suo tredicesimo numero e il tema che stavolta è stato affrontato dai suoi redattori e collaboratori è quello della “crescita personale”, del modo in cui, nelle esperienze di ognuno di noi, si diventa ‘grandi’.

La trovate qui: https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9MWlXMnY2Ri1oNzg/view?usp=sharing

e qui: https://issuu.com/writersrivista/docs/writers_13

e qui: https://writersezine.wordpress.com/

e qui: https://www.facebook.com/writers.magazine/

per leggerla on line e scaricarla dove volete  e ovunque siate.

Queste le mie poche righe che aprono il numero, ve le metto qua, così magari vi viene voglia di andare a dare un’occhiata… che dite?

EDITORIALE

Nasce con queste poche righe il nuovo numero di WRITERS dedicato ad un tema complesso e intimamente ostico, quello della ‘crescita personale’, del modo in cui, per intendersi, nel percorso di vita di ognuno di noi si ha la percezione chiara e netta che niente sarà più come prima e soprattutto che noi non saremo più quello che siamo stati fino a quel momento.

Per noi autori si è trattato di tornare indietro ciascuno nel proprio tempo di vita alla ricerca di qualcosa o qualcuno di molto importante che ci ha costretto ad un certo punto, accompagnandoci con gentilezza o trascinandoci nostro malgrado, a fare un balzo in avanti nel nostro percorso di crescita.

E fare questa operazione mentale, credetemi, non è cosa semplice, né, spesso, priva di dolore.

Si rimettono in campo emozioni e sensazioni chiuse nella scatola dei ricordi e le parole devono costruire intorno ad esse un castello di frasi credibili e al tempo stesso meno personalizzate possibili.

Il processo di astrazione sotteso al meraviglioso gioco delle parole diventa allora un equilibrismo pericoloso per parlare di sé, senza parlare troppo di sé, con quel distacco che il tempo impone ad emozioni sopite che tornano prepotentemente a galla e che consente, forse per la prima volta, di mettere quello che ci ha fatto ‘diventare grandi’ nella giusta prospettiva.

Siate dunque clementi nel leggere le pagine di questo nuovo numero di WRITERS, c’è un pezzo importante della vita di ognuno di noi autori, che vi chiediamo di ‘maneggiare con cura’.

Speriamo che le nostre parole siano un tramite perché anche voi che leggete possiate o vogliate fare un passo indietro alla ricerca consapevole di quello che vi ha portato avanti, di cosa vi ha fatto diventare quello che siete e, nonostante la fatica che magari vi costerà questa operazione, credetemi, ne sarà valsa la pena, dopo.

Sarebbe un grande onore se aveste poi voglia di condividere con noi le vostre impressioni, le vostre emozioni e anche le vostre critiche, perché no.

Ci troverete sempre pronti ad accogliervi ed ascoltare ogni vostro pensiero qui:

E aspetteremo con ansia, per la costruzione dei nuovi numeri, ogni nuovo spunto creativo che vorrete condividere con noi, i vostri racconti, le vostre poesie, i vostri pezzi di creatività.

Noi saremo pronti ad accoglierli e dar loro spazio nelle future pubblicazioni, perché abbiamo scoperto che dialogare con voi lettori in uno scambio alla pari di parole, immagini ed emozioni ci arricchisce e ci stimola e, credetemi, passare ‘dall’altra parte’ e trovare i vostri scritti sulle pagine della ‘vostra’ rivista, non è poi così complicato come potete pensare, ma è sicuramente bellissimo!

Ricordate che WRITERS può essere anche vostro, anzi che lo è, vostro.

Noi siamo solo l’umile canale attraverso il quale potete tirar fuori da voi tutto il vostro personalissimo caleidoscopio di emozioni.

Buona lettura a tutti, quindi, e buona estate, sia che vi troviate sulla sabbia calda di spiagge assolate, sia che cerchiate riparo al fresco di alberi secolari disseminati sulle nostre montagne, sia che vi avvolga la penombra di un crepuscolo iridato sul terrazzo di casa vostra.

Noi ci ritroveremo in autunno, pronti a condividere, come ogni volta, ma stavolta un po’ di più, un nostro nuovo sogno, che mi auguro sarà veramente diventato anche il vostro.

La direttrice

Elena Brilli

Agosto

(immagine dal web)

Lamenti costanti di anime spente

in un frastuono silente

di menti assenti.

Cicale versano lacrime rumorose

sulla mia anima che più non duole

e più non vuole i pianti altrui.

Leggero vola il falco vicino al sole

lasciando le pene a chi a terra langue

ignora il canto triste di chi striscia lento.

Io sono falco adesso e volo alto

lascio zavorre tristi a chi piange

sventure amare senza provare a spiegare le ali.

Io sono falco e volo leggero

taglio legacci usati di chi tira in basso

la mia anima pronta a toccare il sole.

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