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L’unica volta che avrei davvero voluto

La strage di Capaci 23/05/1992 (immagine dal web)

Sempre più spesso mi capita ultimamente di iniziare la mia danza virtuale di lettere scomposte sullo schermo del computer con la parola ‘ricordo’. Forse perchè un bel pò di acqua comincia ad essere passata sotto il ponte della mia vita, o forse perchè, ogni tanto, per guardare avanti, è bene fermarsi un attimo a ricordare da dove veniamo e cosa siamo stati.

Ricordo stasera, forse perchè è giusto che lo faccia, forse perchè non può essere diversamente, una mattina di 25 anni fa, davanti all’ingresso della mia scuola. Facevo la seconda liceo scientifico.

In tutta la mia carriera scolastica, io non ho mai fatto ‘forca’, non ho mai ‘bigiato’. Non so cosa voglia dire fare forca a scuola… per l’assioma inculcatomi da mia madre (e per il quale la ringrazio) che se lei tutte le mattine si alzava per andare al lavoro, io dovevo andare a scuola, quello era il mio lavoro. Lei non poteva stare a casa quando non ne aveva voglia, io non dovevo farlo con la scuola. Si chiama senso del dovere…e il mio è stato sapientemente coltivato. Diciamo che la scuola, a casa mia, era una faccenda seria, e, sinceramente credo che sia giusto così (anche se dico già che mio figlio avrà almeno una ‘forca’ autorizzata da me, perchè bisogna che almeno una volta provi cosa significa… io non lo so).

Ma torniamo a noi.

Era una mattina di 25 anni fa, davanti all’ingresso della mia scuola, facevo la seconda liceo scientifico.

Il giorno prima la mafia aveva ucciso Giovanni Falcone, sua moglie e diversi uomini della scorta facendo saltare in aria l’autostrada. Ricordo che ascoltando la notizia alla televisione mi erano scese le lacrime.

Davanti all’ingresso della scuola si discuteva la mattina dopo di una manifestazione a Firenze.

Io volevo andare.

Perchè non si trattava di fare ‘forca’, no…nella mia testa io dovevo andare alla manifestazione perchè se la mafia aveva fatto saltare l’autostrada per ammazzare una persona, io volevo dir loro che c’era da farne saltare tante altre di autostrade, per far fuori tutte le persone per bene di questo paese malconcio e che non ce l’avrebbero fatta mai a farci fuori tutti.

Se la mafia aveva fatto un atto di forza contro la parte sana del paese, era il momento di dimostrare che proprio quella parte che avevano voluto colpire a morte era, e sarebbe sempre stata, più forte di loro.

Se la mafia, con il suo tritolo, aveva tirato fuori i denti e dichiarato che dalle loro parti e nell’Italia intera comandavano loro, ebbene, si sbagliavano, e di grosso anche.

Per questo volevo andare alla manifestazione.

Alcuni miei compagni di classe, che non perdevano occasione per inventarsi ogni volta una scusa nuova per fare manifestazioni bislacche e bigiare la scuola, invece, quella mattina non volevano andare alla manifestazione….e, in modo inspiegabile per me, quella mattina, proprio quella mattina volevano entrare.

Ricordo che quasi piangevo dalla rabbia…se anche uno solo fosse entrato, il mio senso del dovere, che avevo messo a tacere per causa di forza decisamente maggiore quella mattina, mi avrebbe obbligato ad entrare.

Non riuscii a convincerli.

In quattro o cinque entrarono in classe e io con loro.

Gli altri non andarono alla manifestazione, ovviamente, per loro era solo un giorno di forca in più da passare a giocare a pallone.

Ero arrabbiatissima.

Con chi era rimasto fuori e, non andando alla manifestazione non aveva capito niente.

Con chi era entrato e in quei momenti così gravi non aveva capito niente.

Con me che non ero riuscita ad esser più forte del mio senso del dovere. E forse non avevo capito niente nemmeno io.

Ricordo che ci pensai continuamente per molti giorni a venire dopo quella mattina.

E ricordo di aver pensato tante volte che, forse, il modo migliore per onorare la memoria, di chi era morto facendo il proprio dovere o proprio perchè non aveva ceduto ai ricatti di chi voleva obbligarlo a smettere di farlo, fosse proprio quello di fare il mio, di dovere.

Entrare in classe, quella mattina, era mio dovere. E quando una cosa si deve fare, si fa. Forse, se non fossi entrata a scuola quella mattina, la logica della mafia avrebbe fatto un’altra ennesima minuscola vittima. Ma non l’ha avuta vinta, nè quella mattina, nè in nessun’altra delle mattine successive.

Sono passati 25 anni.

Grazie a chi ha fatto quello che doveva essere fatto contro la mafia, nonostante sapesse benissimo che prima o poi sarebbe finita così.

Grazie a chi continua a farlo, contro ogni tipo di organizzazione criminale, ancora oggi.

 

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Dialoghi sul bene

“Mamma, io alla mia testa voglio bene 5 (che, secondo il modo tutto dei bimbi di quantificare il bene coi numeri o i centimetri, non è granché…)”

“Perché solo 5? Alla tua testa devi voler bene tanto perché è la tua testa che ti fa pensare, che ti fa diventare grande e che ti fa voler bene a tutto il resto…Se non vuoi bene alla tua testa poi non riesci a voler bene alle altre cose”

“E te alla tua testa quanto bene vuoi, mamma?”

“Io alla mia testa voglio bene un punto solo in meno del bene che voglio a te.”

“Ma come, un punto solo? Così non va bene, mamma… Io pensavo che tu volessi bene alla tua testa molti molti punti meno del bene che vuoi a me…”

“Ti sbagli, tesoro. Perché solo se la mamma vuole bene alla sua testa solo un punto meno che a te, riesce a insegnati le cose, a spiegarti quello che non capisci, a farti diventare grande, a volerti bene più di ogni altra cosa al mondo e a volerti bene anche quando ti brontola… o ti strapazza…e ti fa il solletico!”

Ride…felice…

In quella risata c’è il punto in più di bene che voglio a lui…

Ma lui non ha idea di quanto sia immenso quel punto.

O forse lo sa benissimo, voleva soltanto che glielo ricordassi.

“Dove vai?” “Son cipolle!”

Nel rosa di un tramonto di maggio, fumiamo, io e lei, forse l’ unica cosa che abbiamo davvero in comune.
“Mamma, ma lo sai che a casa ancora, dopo due mesi, non mi hanno rimesso la linea internet? Li chiamo tutti i giorni, sono venuti sei tecnici, mi hanno anche lasciato il modem nuovo ma non funziona ancora niente…”
“Eh…ma allora sarà anche colpa tua…”
“Ma come colpa mia mamma, io più che fare tutto quello che di volta in volta mi viene detto di fare e chiamarli tutti i giorni, cosa devo fare?”
“Eh…ma dopo tutto questo tempo deve essere per forza colpa anche tua…”
Ecco…appunto…non si parla la stessa lingua…non abbiamo mai parlato la stessa lingua…
Sorrido, finisco di fumare…parliamo del tempo vai…anche se rischio che sia colpa mia anche questa primavera in ritardo.

Il gelato che piace a lei

Strana la provincia, fatta di mancate identità, di visi sempre uguali, di posti come casa.
Non mi è mai piaciuta, non mi è mai piaciuta la gente che la abita, non me ne sono mai piaciuti i pensieri condizionanti o il perbenismo di facciata. Ho provato a fuggire, ma mi ha sempre risucchiato, ha costretto la vita a riportarmi indietro e a viverci dentro senza riconoscerla come mia, senza riconoscermi in essa.
È fatta di venerdì sera nella balera sotto casa, la provincia, con l’orchestrina che riesce a storpiare rumori di canzoni già orrende di per sé. E finisci a pensare che sia quasi meglio così…che se ne stiano lontani dalla musica vera. E signori e signore di una certa età vestiti a festa che nemmeno la notte di Natale, che ballano passi antichi e intavolano seduzioni dimenticate che rimandano forse alle vite dei contadini e alle feste nelle aie… a quando ancora c’erano i campi qua intorno, poco più di una cinquantina di anni fa.
E allora, sbirciando lustrini e chignon cotonati mentre prendi il caffè, ti trovi a pensare che tra una decina d’anni, quando il tuo bambino sarà diventato grande e non sarà più lì al tuo fianco, finirai per venirci anche te a ballare il venerdì sera a due passi, reali, da casa, vestita a festa…che forse alla fine sarà meglio che ingrigirsi di solitudine e vecchiaia. E pensandoci finisci che ti trovi anche ad ammettere che forse non sarà poi così male.
La provincia mi sta battendo…alla fine mi avrà, lo sento…
E allora forse quando accadrà sarà normale sentire un signore, entrato con l’ ultima conquista rugosa di inizio balera, chiedere al bardista “Mi dai il gelato che piace a lei?”…indicando la signora cotonata.
Stasera non ce l’ ho fatta…son scappata fuori a ridere…
Almeno fuori ci sono le stelle…e io non sono qua…non ci voglio essere…non ancora…non sono pronta.

Di abissi e luce

 

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Sono fatta di rabbia e malinconia
Di schiuma del mare e rosso tramonto
Di notte oscura eppure limpida di luna e stelle
Sono fatta di abissi
E di luce.

Non sono adatta al mondo
Abito il tempo ma non lo sento mio.

Rinuncio a inseguire la sorte
Lascio che faccia di me brandelli di cuore e anima in attesa perenne.

Rimane il sorriso di un bimbo che cresce e acchiappa la vita contento.

Sorrido aspetto vivo
Di abissi e luce

E.

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