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Solitudine

Si sta

con se stessi

soli

troppo a lungo.

O ci si trova

belli

nella luce della mente.

O ci si perde

nel buio

della follia.

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Devo andare avanti

(Banksy, “Balloon Girl”, 2002)

.

Ed ecco

che un altro pezzo

se ne va.

 

Non può durare

Adoro stare a casa.

Quando fuori è freddo e piove e il mondo reclama il clamore del sabato sera, io sto, nella mia zona di comfort, rannicchiata nel silenzio di spazi che mi sono amici, che mi sono modellata intorno a mia immagine e somiglianza.

E sto bene.

Quando poi una voce sconosciuta ma in qualche modo affine mi tiene compagnia nelle ore della notte che precedono il sonno, quella diventa una serata da ricordare, con l’affetto e la riconoscenza dovuta alle occasioni particolari. Non sai se si ripeterà quell’alchimia particolare, ma finchè quella voce rompe il silenzio e accompagna i minuti ti accorgi di esser contenta, e te la godi, finchè dura.

La televisione rimasta accesa e poi il divano a chiuder la giornata a notte fonda, e un film trovato per caso e guardato per lasciar fluire l’adrenalina della felicità, e poter dormire.

S’intitolava “Tenderness”, un film del 2009, interpretato da Russel Crowe. Uno dei film ‘minori’ della sua filmografia da botteghino sbancato, lento, strano, interiore, triste anche.

Sul finale un monologo strepitoso, che mi attraversa da parte a parte e, facendolo, mi appartiene.

L’ho cercato, trovato, trascritto. Eccolo:

Mia moglie dice sempre
che ci sono due tipi di persone.

Quelle che inseguono il piacere…

e quelle che
cercano di sfuggire al dolore.

Forse ha ragione.

Non so.

Ma quello che so è questo:

il piacere aiuta a dimenticare,

ma il dolore…

il dolore ti costringe a sperare.

Ti dici:

“Non può durare.”

“Oggi potrebbe essere diverso.”

“Oggi…

qualcosa potrebbe cambiare.”

Ed ecco che in una manciata di parole, in una notte di veglia come tante scopro un altro piccolo pezzo di senso. Che so, da molto tempo ormai, che mi appartiene come sentore confuso, che mi pervade come nebbia sottile. Ora ce l’ho, nero su bianco. “Non può durare.”“Oggi potrebbe essere diverso.”“Oggi… qualcosa potrebbe cambiare.”

Ed è strano come niente, ma proprio niente succeda per caso.

E sorrido.

Perchè è già durato abbastanza.

Perchè ‘oggi’ è oggi, e qualcosa potrebbe cambiare…e anche domani sarà ‘oggi’, e qualcosa potrebbe cambiare.

E, prima o poi, dovrà pur cambiare.

Prima o poi, cambia.

Sono grata

Sono grata a chi apre ferite sanguinanti.

Perché sentire l’anima viva che pulsa sotto i graffi mi fa capire quello che non va in loro, quello che non va in me. E correggere il tiro.

Sono grata a chi complica il percorso.

Perché cadendo su ciottoli appuntiti mi scopro capace di guarire ogni sbucciatura, imparando a voler bene a me.

Sono grata a chi offre sfide.

Perché misurando me stessa su esse capisco ogni volta quello che voglio davvero.

Sono grata a chi talvolta mi costringe a scegliere la strada meno semplice.

Perché solo scegliendo per se stessi si cresce davvero.

Non meno grata sono a chi mi ha fatto del bene. Perché mi ha fatto comprendere di esserne degna.

Ma è facile dir grazie ad una rosa per il suo profumo.

Lo è meno ringraziarla per le sue spine, che pungendo insegnano il punto esatto in cui mettere il dito, per coglierne a pieno la sua generosa bellezza.

ParolePromesse

(immagine dal web)

I bambini credono a tutte le parole che escono dalla bocca degli adulti.

E allora quasi ogni cosa diventa una promessa di cui si ricordano e dalla quale vengono in qualche modo feriti nel caso venga disattesa.

Sappiate che esistono anche adulti per i quali vale lo stesso discorso.

Chiamateli ingenui, chiamateli creduloni, chiamateli puri di cuore, chiamateli come volete.

Ma esistono persone per le quali le parole sono importanti perché loro attribuiscono ad esse il valore di verità assoluta, fino a prova contraria, di una promessa, appunto. Proprio come i bambini.

E come i bambini ne rimangono feriti se quelle parole vengono disattese.

Sono le persone che continuano a dare fiducia incondizionata agli altri, una fiducia che rimane tale e inviolabile fino a quando i fatti non dimostrano che l’altro non attribuiva a quelle parole la medesima importanza di chi le aveva accolte e custodite come tesoro, come germoglio di speranza, come promesse.

Quando l’incantesimo della fiducia e la verità delle parole viene meno, allora quelle ingenue persone dall’animo semplice come bimbi si chiudono a riccio a proteggere la ferita che la promessa disattesa ha aperto nella loro anima.

E non c’è più niente da fare.

Non si recupera più.

Usate con cautela le parole con chi conserva l’animo nobile dei bimbi.

E soprattutto non declinate verbi al futuro se non siete certi di tener fede alle promesse sottese ad essi.

Le parole sono importanti, le promesse ancora di più.

Perché, come diceva Charlie, alias Bud Spencer nel film “Chi trova un amico, trova un tesoro”: “non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo”.

Non fate in modo che un buono lo diventi.

Dalla cattiveria non nasce niente. Dalla bontà sgorga l’amore.

Fate attenzione, abbiate cura delle parole. Non usatele a caso.

E soprattutto, non fate promesse. I bambini le ricordano. Alcuni adulti anche.

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